sabato 13 maggio 2017

Soluzioni per un nuovo Medio Oriente

di Massimo Magnani

Dal Caos Mediterraneo, potrebbe emergere una nuova idea di Medio Oriente.

Sembra oramai prendere forma la possibilità che a prevalere sia una ridefinizione delle frontiere su base etnica o religiosa.

Se fosse così si chiuderebbe l'epoca degli Stati cosi detti "artificiali", prodotti dalla spartizione anglo francese, avvenuta dopo la grande guerra.
Nonostante negli ultimi anni si siano verificate la nascita di 122 nuovi Stati, senza per'altro modificare frontiere sostanziali, ma bensì incastonati in una cornice giuridica preesistente, dopo la seconda guerra mondiale non vi sono stati spostamenti di frontiere significative.

Fatta eccezione per il conflitto India Pakistan del 1947 e Israele Palestina del 1948 dall'ora tra le grandi potenze si cerca di evitare di riaprire la questione delicatissima sulle frontiere.
La Repubblica secessionista della Transnistria, per esempio, benché disponga di tutte le istituzioni dello Stato indipendente e di fatto inesistente per il diritto internazionale, che riconosce solo la repubblica di Moldavia, di cui essa fa ufficialmente parte. Lo stesso vale per l'Abkhazia e l'Ossezia del sud in Georgia, o per la repubblica armena dell'Artsakh (Nagorno Karabakh) in Azerbaigian.
Si tratta comunque di finzioni giuridiche, ma che presentano precisamente il vantaggio di far salvo il principio di intangibilità delle frontiere esistenti.
Ma che cosa è successo negli ultimi anni?

E' successo che l'accordo tacito tra Russia e Stati Uniti d'America si è rotto un paio d'anni fa quando la Russia ha preteso di annettere la Crimea.
L'annessione russa della Crimea nel 2014 ha una portata davvero eccezionale, per le sue implicazioni regionali, continentali e globali, costituisce senza dubbio il primo atto di un dramma, dalle conseguenze incalcolabili: quello di una revisione delle frontiere sorte dai conflitti mondiali del novecento. 
Il primo a parlarne già nell'aprile del 2014 fu Aleksej Fenenko, storico ed ex membro dell'Accademia delle Scienze russa, secondo cui una "revisione coordinata" della frontiere poteva essere messa all'ordine del giorno.
Tuttavia avvertiva Fenenko, eventuali modifiche in Ucraina avrebbero necessariamente comportato spostamenti delle frontiere anche in Europa centro-orientale, nello specifico in Polonia e Ungheria. Più che una proposta, una minaccia. 
Lo stesso Putin ricorda che in quell'aria vi sono almeno 12 paesi che potrebbero avere rivendicazioni territoriali parlando di territori trasferiti da un paese a un altro dopo la seconda guerra mondiale:"se qualcuno vuole aprire quel vaso di Pandora, prego, alzi la sua bandiera e si faccia avanti".
Una minaccia, di nuovo, che non impedisce però alla Russia di cercare, piuttosto spregiudicatamente, uno scambio Crimea contro Siria. 
Il mondo aspetta con ansia la sistemazione della questione mediorientale, ma quali sono le idee in campo?
L'idea di ridisegnare la mappa del Medi Oriente ha cominciato a circolare con insistenza dal 2014, dopo l'avvenuta proclamazione del cosiddetto califfato nelle regioni dell'Iraq e della Siria.
Le ipotesi in campo sembrano essere tre e tutte mirano a superare l'accordo Sykes-Picot del 1916. 
Il diplomatico inglese davanti alla carta geografica dispose:"Vorrei che ci tenessimo il territorio a sud di Haifa.... vorrei tirare una riga dalla "I" Acri fino all'ultima "K" di Kirkuk". 
Così, Londra e Parigi, senza tener conto di altri fattori di interesse tracciarono confini e crearono Stati e inventarono tre paesi privi di retroterra storico e di logica politica: un Irak, collage di tre parti sciita al sud, sunnita al centro nord e curda a nord est, una Giordania tagliata col coltello per bloccare ogni eventuale velleità di espansione saudita, e una Palestina promessa sia gli ebrei che agli arabi e alla fine rimasta in mano inglese. La laica Repubblica francese, dal canto suo, bombardò Damasco, schiacciando il neonato regno arabo laico e costituzionale, frazionò il paese secondo una connotazione etnico-religiosa che non fece altro che peggiorare la stabilità del paese e solo due anni dopo, Parigi rimpasto il tutto e diede vita a una Siria mussulmana è una vagheggiata Siria cristiana (Libano). 
Oggi si parla sempre più spesso di dividere gli sciiti iracheni da una parte, sunniti iracheni e siriani dall'altra e curdi da un'altra ancora, con una Siria alauita in mano ad Assad o chi ne farà le veci.
In realtà, è assai improbabile che tale soluzione venga adottata, per almeno tre ragioni:
la prima è che la situazione sul terreno e assai più complessa di quanto non appaia. Sul territorio vi sono anche cristiani, ismailiti, drusi, yazidi, turcomanni, e assiri. 
Se prevalesse il principio di ridisegnare le frontiere secondo criteri etno-religiosi, nel migliore dei casi si tornerebbe al ingovernabilità della Siria francese, e nel peggiore proseguirebbe la pulizia etnica già iniziata nel corso della guerra.
La seconda è che la guerra, è scaturita dalle ambizioni e dalle apprensione degli attori locali, innanzitutto iraniani, sauditi, turchi e curdi oltre che, naturalmente, iracheni e siriani: quale che sia il tracciato delle nuove ipotetiche frontiere, necessariamente scontenterebbe qualcuno; e questo qualcuno dovrebbe o essere compensato in qualche maniera, oppure sbaragliato prima di arrivare a un accordo. In entrambi i casi, si creerebbero le condizioni per una futura instabilità. Se poi, a questo quadro, si aggiungono ambizioni e apprensioni delle grandi potenze, il calcolo diventa estremamente aleatorio e complesso.
La terza è che il tentativo di modificare i confini in Medio Oriente darebbe ragione a Putin nello scoperchiare il vaso di Pandora. 
Un'altra ipotesi che circola insistentemente e che permetterebbe di lasciare intatte le frontiere del Medio Oriente con un altra finzione giuridica: la soluzione bosniaca. Si tratterebbe di una sorta di cantonizzazione come quella realizzata in Bosnia-Erzegovina, divisa al suo interno fra le due entità serba e musulmano croata. Resterebbe però sempre il problema di trovare, una divisione cantonale accettabile per tutti gli attori, locali e internazionali.
Che la crisi in Medio Oriente sia di ardua soluzione lo pensano in molti. L'idea che, modificando i confini, le cose vadano a posto è una scorciatoia intellettualmente seducente, ma politicamente assai pericolosa, per questo nessuno se ne assumerà la responsabilità.

Tratto e ispirato dall'articolo di Manlio Graziano, pubblicato su "La Lettura", supplemento culturale del Corriere della Sera il 6.11.2016