venerdì 5 maggio 2017

LE GRANDI MIGRAZIONI (Terza e ultima parte)

Gli Argonauti
seconda parte le-grandi-migrazioni-ii-parte.html
prima parte le-grandi-migrazioni

di Gianni Fabbri

Dal Mediterraneo verso il "Nuovo Mondo": le migrazioni dell'età moderna

Le grandi scoperte geografiche di Cristoforo Colombo - "Buscar El Levante por El Ponente" -, del veneziano Giovanni Caboto - e successivamente il di lui figlio Sebastiano - che nel 1947 esploro' l'isola di Terranova e le coste atlantiche del Canada, del portoghese Pedro Alvares Cabral, che nel 1500 scopri' le coste dell'odierno Brasile, di Amerigo Vespucci che nel 1507 esploro' il litorale Atlantico del Sud-America, rendendosi conto, per primo, di aver esplorato un nuovo continente, del portoghese Ferdinando Magellano, che trovo' la nuova via - lo Stretto che prese il suo nome - di collegamento tra Oceano Atlantico e Oceano Pacifico;
le grandi scoperte geografiche, dicevamo, segnarono una svolta importante nella storia dell'umanità, perché diedero il via, di lì a pochi anni, alle grandi migrazioni verso il "Nuovo Mondo".


Il galeone "Mayflower" fu la nave con la quale i padri pellegrini, vittime delle divisioni interne alla Chiesa Anglicana, salparono il 6 settembre 1620 da Plymouth (Inghilterra) e, dopo due mesi di navigazione atlantica, sbarcarono sulla costa del Nuovo Mondo, esattamente presso l'attuale Cape Cod, negli Stati Uniti d'America, dove fondarono la colonia di Plymouth.
Era l'11 novembre del 1620. La suddetta colonia fu riconosciuta ufficialmente dalla Madre Patria l'1 giugno 1621. Il punto esatto dove i pellegrini/migranti toccarono per la prima volta il suolo del Nuovo Mondo, e' contrassegnato dalla "Roccia di Plymouth", ben visibile tutt'ora, sul lungomare della cittadina del Massachusetts.
I padri pellegrini avevano ottenuto dalla Compagnia inglese in Virginia, una concessione nella valle del fiume Hudson.
Il gruppo, formato da un centinaio di passeggeri, con un numero consistente di famiglie, sperava di migliorare la propria situazione economica, e può essere considerato il primo flusso migratorio europeo verso l'America.
A questa prima comunità, altre ne seguirono, dando vita a quel fenomeno storico noto con la denominazione di "colonizzazione europea delle Americhe", fenomeno che porto' all'esplorazione, prima, e alla successiva occupazione-conquista delle nuove terre del continente americano da parte di diversi Paesi europei, quali Inghilterra, Francia e Paesi Bassi, che volsero il loro interesse all'America del Nord, Spagna e Portogallo, che indirizzarono le loro mire espansionistiche all'America centro-meridionale.
L'obiettivo "dichiarato" era la "civilizzazione del Nuovo Mondo" e l'evangelizzazione dei nativi. Lo scopo sotteso era ben altro (!)
Le Compagnie di navigazione con la colonizzazione dei nuovi territori volevano espandere i loro traffici e i loro affari commerciali, sfruttando le immense risorse che i nuovi territori offrivano; nel contempo le nuove comunità di migranti, coloni e allevatori, occupavano le nuove terre per farne campi da coltivare e da dedicare all'allevamento del bestiame.
Il processo di colonizzazione - compresa l'evangelizzazione forzata (!) - produsse una sistematica distruzione delle popolazioni indigene: un vero e proprio genocidio che solo recentemente la storiografia ufficiale ha riconosciuto e condannato.
I pochi sopravvissuti furono ridotti in schiavitù, oppure rinchiusi nelle "riserve" come "specie in via di estinzione da salvaguardare"(!)

Nel 1544, il navigatore francese Cartier era approdato sul suolo canadese. Nel 1608, Champlain aveva fondato Quebec e aveva creato un insediamento a Montreal, dando vita alla prime due colonie francesi nel Nuovo Mondo.
Di qui, poi i Francesi avevano raggiunto la Regione dei Grandi Laghi e il Bacino dell' Hudson River (1603 - 1635).
Dal 1670 al 1685, fu un continuo fluire di migranti francesi: mercanti di pellicce, missionari, avventurieri, ma anche intere famiglie, flusso che ben presto determinò un'espansione dei territori occupati dalla "Nuova Francia".
A seguito di questi primi flussi, si calcolano che siano stati tra i 12.000 e i 15.000 i coloni francesi che emigrarono nel Nuovo Mondo.
Un ventaglio molto variegato di popolo: braccianti, soldati, mercenari, orfani, nullatenenti, che abbandonava il suolo natio per... "tentare l'avventura di un mondo nuovo", una nuova vita, una vita migliore (!).

L'Inghilterra aveva cominciato la sua penetrazione nel Nuovo Mondo molto prima, a seguito della "guerra corsara" condotta dai grandi esploratori-corsari come Francis Drake, Hawkins e Frobisher, durante il Regno della Grande Elisabetta.
Fu l'Ammiraglio di Sua Maestà Britannica Walter Raleigh che diede vita al primo insediamento inglese del Nord America (1584), nella Regione che venne denominata Virginia, in onore della Regina Elisabetta - la Regina Vergine -.
Questa prima impresa di Raleigh segno' l'inizio ufficiale della colonizzazione britannica del Nord-America.
In Inghilterra esisteva, allora, una massa enorme di manodopera disposta ad emigrare perché disoccupata.
Dopo il "Mayflower" e la fondazione di Plymouth, la Corona assicuro' il carattere legale dei nuovi insediamenti, purché le nuove colonie avessero provveduto autonomamente al loro governo e al loro sostentamento, e ciò, nonostante la durezza dell'ambiente e l'ostilità dei nativi.
I primi coloni richiamarono, a ondate successive, nuovi flussi migratori, nuovi migranti che andavano ad insediarsi nei nuovi territori, fondando nuove colonie.
I nuovi arrivati pretendevano più terra disboscata: un uso della terra per aumentarne lo sfruttamento al fine del loro sostentamento, un utilizzo delle enormi risorse naturali per guadagnare di più, per guadagnarsi una vita migliore.

I primi tentativi di colonizzare l'America Settentrionale non ebbero un grande successo. Da una parte i nativi americani, i "Pellerossa", non si adattavano minimamente ad essere assoggettati come manodopera, essendo essi per cultura e tradizione popoli nomadi, dediti essenzialmente alla caccia, alla pesca e alla raccolta di frutti spontanei. Dall'altra, condizioni climatiche ostili non favorivano gli insediamenti dei nuovi migranti.
Mentre i migranti francesi, come riportato più sopra, si inoltrarono nel bacino del fiume San Lorenzo, dove fondarono le città di Quebec e Montreal, e di qui penetrarono all'interno verso la Regione dei Grandi Laghi; puntarono a Sud, solo in un secondo tempo, con l'obiettivo di raggiungere la Florida e la foce del Mississippi, dove fondarono "La-Nouvelle Orleans" (New Orleans). I migranti inglesi, invece, scelsero di dominare l'intera fascia costiera atlantica, dove crearono insediamenti e costituirono colonie: il nucleo fondamentale di quelli che, un secolo più tardi, sarebbero diventati gli Stati Uniti d'America - 2 luglio 1776, Dichiarazione d'Indipendenza -.
L'ultima colonizzazione da parte del civilissimo "uomo bianco" si concluse sul finire del 1800, con la conquista del "Far West" - Il Lontano Ovest, fino alla costa sul Pacifico - da parte degli Stati Uniti d'America, divenuti già nazione indipendente.

La colonizzazione del Centro e Sud America
Nel 1494, i sovrani di Spagna e il Re del Portogallo, Giovanni II, sottoscrissero il "Trattato di Tordesillas", che spostava la linea di demarcazione fra le rispettive aree di influenza - il "Limes" - a Occidente, nei territori del Nuovo Mondo. Questo trattato assegnava tutta l'area dell'attuale Brasile al Portogallo. Assegnazione che veniva sanzionata, nel 1500, dal navigatore portoghese Pedro Alvares Cabral che prima esplorava le coste del Brasile, poi ne prendeva possesso in nome della corona portoghese.
Nel 1506, lo spagnolo Juan Diaz de Solis raggiunse la Penisola dello Yucatàn, nel Messico, ponendovi la bandiera spagnola.
Ebbe così inizio la fase storica dei "Conquistadores" spagnoli e portoghesi - emblematica e' la stessa definizione (!) -. Una delle storie sciagurate e vergognose di cui la "civilissima" Europa non può certamente vantarsi.
I Conquistadores si comportarono nei confronti dei popoli indigeni del Centro e Sud America non diversamente di come si sarebbero comportati, successivamente, i loro "cugini" britannici e francesi, e di cui si è scritto sopra.
Il periodo dei "Conquistadores" va dal 1519 al 1560.
Fino al 1519 non si aveva ancora una chiara consapevolezza di trovarsi in un "Nuovo Mondo". Gli esploratori erano spinti dall'idea di poter raggiungere le Indie e l'Estremo Oriente, per commerciare spezie, tessuti, tappeti, pietre preziose e metalli, senza dover percorrere le interminabili e insicure "carovaniere" della Via della Seta.
A partire dal 1519, quando, per merito soprattutto di Amerigo Vespucci, fu acclarato che l'America oltre ad essere un "Nuovo Mondo", era separata dall'Asia da un immenso oceano, inizio' la conquista da parte di Spagnoli e Portoghesi delle nuove terre.
Spinti da scopi di dominio, convinti di portare la "civilizzazione", anche con l'evangelizzazione forzata (!), sicuri della "superiorità dell'uomo bianco", penetrarono nei nuovi territori, incuranti dell'esistenza di civiltà millenarie, li occuparono, soggiogarono e distrussero popolazioni intere, con le loro città, ponendo ovunque il vessillo della "Santa" corona di Spagna, oppure di quella del Portogallo.
Siccome i nativi americani facevano largo uso di monili in oro e in argento, si diffuse la leggenda dell' "Indio Dorado", abbreviato in "El Dorado".
Quando Hernan Cortes conquisto' il Messico e poi Francisco Pizarro il Perù, entrambi si appropriarono di grandi quantità d'oro, e la leggenda di una città nascosta, lastricata d'oro, si diffuse e s'ingrandì.
Fin dopo i primi viaggi di Cristoforo Colombo, flussi di migranti spagnoli organizzarono nelle isole caraibiche insediamenti stabili: vere e proprie colonie con tanto di governatori coloniali, come l'Isola di Hispaniola (Cuba).
Attratti dalla prospettiva di un facile arricchimento, numerosi avventurieri raggiunsero il Nuovo Mondo ed Hispaniola divenne un "crocevia" importante.
I "Tainos", i nativi dell'isola, furono sottomessi e costretti in schiavitù, per il lavoro durissimo della ricerca dell'oro.
Esaurito il "ciclo dell'oro", tra il 1515 e il 1520, i "colonizzatori" si affidarono allo sfruttamento delle grandi piantagioni di canna da zucchero e di tabacco, colture che consentivano lo sfruttamento su vasta scala.
Le popolazioni indigene, sottomesse, furono ridotte schiave nelle piantagioni, dove morivano di fatica, stenti ed epidemie provocate dalle nuove malattie "d'importazione".
Non meno deleteria fu l'evangelizzazione forzata. Nelle "missioni" che a macchia di leopardo si diffusero in tutto il Centro e Sud America, oltre a portare la "Parola di Dio", i missionari furono portatori, dall'Europa, di nuove patologie: epidemie a ciclo continuo decimarono intere popolazioni.
La "cristianizzazione" nelle tristemente famose "Mission" avveniva con il ricorso al "Requerimiento": documento scritto in latino che costringeva gli indios a convertirsi al Cristianesimo e riconoscere il Papa... "Padrone del Nuovo Mondo" (!)
Questa conversione forzata porto' alla distruzione del loro universo religioso, spirituale e simbolico, l'abbandono delle loro tradizioni, l'oblio della loro cultura: in una, la morte della loro civiltà.

E fu proprio dall'Isola di Hispaniola che nel 1518 salparono due spedizioni spagnole verso lo Yucatàn. Per la prima volta i "Conquistatores" entrarono in contatto con la Civiltà Maya.
Il 18 febbraio 1519, Hernan Cortes salpo' con undici navi alla conquista dell'odierna Messico. Dallo Yucatàn, dopo aver sconfitto et sottomesso il popolo Maya, mosse verso l'altopiano interno. Conquisto' la capitale dell'Impero Atzeco, Tenochtitlan, dove fu accolto con grande ospitalità dall'Imperatore Montezuma II, ospitalità non ricambiata. I Conquistatores uccideranno Montezuma e stermineranno il suo popolo: un vero genocidio, e ridurranno in schiavitù i sopravvissuti.
La "conquista" dei nuovi territori, che segno' la fine di due civiltà millenarie: l'Impero Atzeco e la civiltà Maya, nonché il genocidio di intere popolazioni, decimate dalle battaglie, ma anche dalla diffusione di patologie non curabili portate dall' "uomo bianco", quali il vaiolo, l'influenza, la varicella, il morbillo... I pochi sopravvissuti vennero ridotti in schiavitù, per sfruttare al meglio le enormi ricchezze delle loro terre fertili e del sottosuolo ricchissimo di minerali.
Questo fu il costo che il "Nuovo Mondo" dovette pagare per favorire lo sviluppo economico in tutta Europa, non solo Spagna e Portogallo, ma anche Regno Unito, Francia e Paesi Bassi.
Non meno letale per le popolazioni indigene fu l'operato di altri due "Conquistadores" spagnoli: Francisco Pizarro e Diego Almago
Dal 1522 le brame di conquista si rivolsero verso un regno situato tra gli altopiani andini, nel Sud America: l'Impero Inca, del quale giungevano notizie sulla sua prosperità e sulle sue ricchezze minerarie, si estendeva nella catena andina che va dalla Bolivia al Perù e al Cile.
Nel 1532, Pizarro organizzo' la conquista del Perù e dell'Impero Inca. Approfittando anche delle divisioni interne alle varie tribù, Pizarro sconfisse, stermino' e soggiogo' gli Incas. Nel 1533 entro' a Cuzco, la capitale dell'Impero Inca; dopo aver assassinato l'Imperatore Atahoualpa, si diede a uccisioni e devastazioni di massa, che, con le conseguenti epidemie, posero fine a quest'altra millenaria civiltà.
L'ultimo imperatore Inca, Tupac Amaru, fu catturato e giustiziato nel 1572.
È stato calcolato che la popolazione degli "Amerindi" - Maya, Aztechi, Inca... - nel 1560 si aggirasse attorno ai 7 milioni di unità .

I territori spagnoli nel Nuovo Mondo furono "colonizzati" da flussi di migranti e organizzati secondo un sistema di tipo "feudale".
Ai "Conquistadores" e alle loro famiglie la Corona Spagnola concedeva grandi appezzamenti di terra: le "encomiendas".
Il feroce sfruttamento dei nativi sopravvissuti, nonché le malattie d'importazione, provocarono un enorme crollo demografico.

La colonizzazione portoghese del Brasile fu meno cruenta.
In Brasile, i Portoghesi realizzarono fattorie, colonie e porti fortificati lungo le rotte delle loro navi. Non penetrarono mai troppo verso l'interno.
Iniziarono a stabilirsi nei nuovi territori intorno al 1532, con la fondazione di Sao' Vincente. La capitale della "Colonia portoghese del Brasile", Salvador, fu edificata nel 1549, e nello stesso anno arrivarono i primi Gesuiti - missionari - per fondare le loro "Mission".
La colonizzazione si basò soprattutto sulla concessione di grandi latifondi per la coltivazione della canna da zucchero, prima, e, successivamente, del caffè, del cacao e del caucciù - gomma naturale ricavata dal lattice dell'Hevea Brasiliensis, pianta selvatica tipica del Bacino del Rio delle Amazzoni -. Lo sfruttamento del caucciù fu iniziato su vasta scala nella prima metà del 1800, quando l'americano Goodyear introdusse il processo di "vulcanizzazione della gomma". I baroni del caucciù avevano pianificato di trasformare Manaus, città della foresta amazzonica nella "Parigi dei Tropici". "Soldados da borracha" venivano chiamati i supersfruttati come schiavi, impiegati nella foresta amazzonica per estrarre il lattice dalla corteccia.
Molto diffuso era anche lo sfruttamento intensivo del "Pau Brasil" o pernambuco, una pianta molto diffusa nella foresta vergine brasiliana, dalla cui "resina rossa" si ricavava una tintura molto usata, mentre il "legno rosso" veniva utilizzato in ebanisteria e per la costruzione di strumenti musicali.
Essendo il numero dei migranti portoghesi nelle colonie limitato, per lo sfruttamento delle abbondanti risorse naturali, si ricorse al lavoro degli schiavi neri dall'Africa... Un'altra storica vergogna
del civilissimo "uomo bianco" europeo (!).

Le migrazioni forzate: la tratta degli schiavi neri africani.
Il commercio di schiavi di origine africana attraverso l'Oceano Atlantico, interesso' un arco di tempo piuttosto lungo, fra il XVI e il XIX secolo. La pratica di deportare schiavi africani verso le Americhe fu elemento "fondamentale" della nascita e successivo sviluppo delle "colonie europee", prima del Sud e Centro-America, poi anche del Nord America.
A causa della "tratta" e delle sue conseguenze, si calcola che morirono dai due ai quattro milioni di africani, e molti altri vennero strappati per sempre dalla loro terra.
Molti afro-americani e africani chiamano la tratta degli schiavi "Black Holocaust" o "Olocausto Africano" - giustamente! -
La creazione di grandi piantagioni di canna da zucchero, di tabacco, di caffè e di cacao nelle colonie portoghesi del Brasile e, successivamente, le piantagioni di cotone negli Stati Uniti del Sud richiedevano un numero crescente di schiavi che solo la tratta, il commercio di schiavi operato su vasta scala tra la costa atlantica africana e quella atlantica americana, potevano garantire.
Gli schiavi africani erano decisamente più adatti, dal punto di vista fisico, a sopportare il "lavoro forzato". Perciò Portoghesi, Spagnoli, e successivamente anche Nord Americani, alimentarono la tratta degli schiavi neri d'Africa su vasta scala, dando inizio al più grande commercio degli schiavi della storia.
Complessivamente, qualcosa come 12 milioni di schiavi attraversarono l'Atlantico. Si tratta della più grande deportazione o migrazione forzata della storia dell'umanità. Deportazione che porto' anche a notevoli squilibri tra la popolazione bianca e quella nera in America. Squilibri, conflitti, contraddizioni che durano tutt'ora.
"Middle Passage", venivano chiamate le rotte effettuate dalle navi che salpavano dai porti spagnoli, portoghesi, francesi e inglesi, navi piene di prodotti commerciali (stoffe, liquori, armi, perline e manufatti) da utilizzare come merce di scambio per l'acquisto degli schiavi da deportare nelle Americhe; da dove le stesse navi ripartivano cariche di materie prime, completando in tal modo quello che veniva chiamato il "commercio triangolare", estremamente proficuo e vantaggioso per le economie dei rispettivi Paesi.
Nel 1850, circa, questo traffico sciagurato e vergognoso, lungo le rotte del "Middle Passage" cesso' quasi completamente.
Ma la schiavitù e lo schiavismo continuarono in molti paesi del Nuovo Mondo (Brasile, USA...)
Solo nel 1822 il Brasile riuscirà a dichiarare la propria indipendenza dal Portogallo.
Negli USA, l'abolizione ufficiale dello schiavismo si avrà solo con la "Guerra di Secessione".
Gli strascichi della schiavitù e del commercio degli schiavi, la conseguente discriminazione razziale, sono continuati, soprattutto in USA, per tutto il XX secolo e, nonostante Martin Luther King e le marce al canto di "We Shall Overcome", Malcom X e le "Pantere Nere", ancora oggi costituiscono contraddizioni irrisolte.

" We shall Overcome
We shall Overcome
We shall Overcome, Some Day

Oh, deep in my heart
I do believe
We shall Overcome, Some Day..."

("We Shall Overcome", Pete Seeger)

"Thousands are sailing Navigano a migliaia
Across The Western Ocean Oltre l'Oceano Occidentale
To a Land of opportunity Verso una terra di opportunità
That Some of them Che qualcuno di loro
Will never see Non vedrà mai
Fortune prevailing Con buona sorte
Across The Western Ocean Oltre l'Oceano Occidentale
Their bellies full Le loro pance piene
Their spirits free I loro spiriti liberi
They'll break Spezzeranno
The chains of poverty Le catene della povertà

("Thousands Are Sailing", The Pogues)

Questo brano dei Pogues, famoso gruppo musicale irlandese, descrive molto bene la...
Grande Emigrazione Irlandese negli Stati Uniti d'America
L'emigrazione fu causata in parte dalle persecuzioni religiose - l'Irlanda e' sempre stata Cattolica e mai ha aderito alla Chiesa
Anglicana - e soprattutto dalle condizioni economiche ridotte allo stremo dalla "grande carestia delle patate".
È stato calcolato che nel 1890 il 40% degli Irlandesi era emigrato all'estero.
Una volta arrivati nei porti dell'East Coast degli USA, per guadagnarsi da vivere, dovevano svolgere i lavori più umili e pesanti, come la costruzione delle ferrovie. Chi non trovava lavoro, spesso entrava a far parte di bande di strada.
Quasi tutti vivevano nei ghetti irlandesi delle rispettive città, ghetti dove la vita media non superava i 40 anni.
La politica economica britannica registrava, alla fine del 1700 e primi anni del 1800, l'inizio della "Rivoluzione industriale".
Ma, nonostante la vicinanza dei due Paesi, la Rivoluzione non aveva coinvolto l'Irlanda, ad eccezione di un'area limitata del Nord-Ovest, che aveva visto decollare l'industrializzazione della produzione del Lino. L'economia del resto del Paese rimaneva legata alla produzione agricola, di conseguenza la grande carestia seguita al crollo della produzione della patata - colpita dal fungo della peronospera -, principale risorsa per la sopravvivenza della popolazione, fu la causa scatenante per la "grande emigrazione" degli Irlandesi.
La "peronospera" distrusse un terzo del raccolto nel 1845, l'intero raccolto nel 1846, così pure nel 1848 e negli anni a seguire.
La carestia e la situazione economica sempre più drammatica costrinse la maggior parte della popolazione a emigrare e a cercare altrove fortuna.
A partire dal 1846, vi fu un esodo senza precedenti, "biblico".
Masse enormi di Irlandesi vendettero tutti i loro beni per comprare un imbarco su ogni possibile nave diretta in un porto USA o verso le colonie del Canada.
I disperati si portavano dietro anche le malattie derivanti dalla denutrizione, malattie che scatenavano vere e proprie epidemie nei luoghi di destinazione.
L'enorme flusso di migranti rese pressoché inutile qualsiasi tentativo di istituire "siti di quarantena".
La "Great Famin", la grande carestia, e' stato uno degli eventi storici che più hanno segnato il popolo Irlandese.

La Grande Emigrazione Italiana

"Cosa intende per nazione Signor Ministro?
Una massa di infelici?
Piantiamo grano, ma non mangiamo pane bianco.
Coltiviamo la vite, ma non beviamo mai il vino.
Alleviamo animali, ma non mangiamo carne.
Ciononostante, voi ci consigliate di non
abbandonare la nostra Patria.
Ma è un Patria la terra dove non si riesce a vivere
del proprio lavoro?"

("Memoriale dell'immigrato" di San Paolo del Brasile)

Le grandi migrazioni della storia recente non richiedono troppo spazio: ancora fresca e' la memoria delle famiglie.
Milioni di migranti italiani si sono imbarcati nei porti di Genova, Napoli, Palermo, per affrontare i... sentieri dell'Oceano mare ed arrivare in America: l'America per tanto tempo sognata. Gli Stati Uniti d'America, la terra della ricchezza e del benessere, oppure gli sconfinati territori dell'Argentina, della inospitale Terra del Fuoco, dell'Uruguai, del Cile... Nuove terre, ricche di risorse, poco popolate, quindi con possibilità per i migranti di una accoglienza e di una prospettiva di vita migliori.
La grande emigrazione italiana ha avuto come molla d'origine la diffusa povertà di vaste aree d'Italia. Povertà, da una parte, unita ad una forte e determinata voglia di riscatto di intere fasce di popolazione.
I flussi migratori italiani ebbero come destinazione i paesi che offrivano grandi estensioni di terre non sfruttate e richiedevano quantità notevoli di manodopera .
Tra il 1860 e il 1900, sono state registrate più di 10 milioni di partenze dall'Italia. Si trattò di un esodo massiccio che tocco' tutte le regioni italiane.
Tra il 1876 e il 1900, interesso' prevalentemente le regioni settentrionali, Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Piemonte, soprattutto.
Tra il 1900 e il 1920, il primato migratorio passo' alle regioni meridionali. Si calcola in 3 milioni, i migranti che lasciarono le loro terre di Calabria, Campania, Puglia e Sicilia.
Si può distinguere l'emigrazione italiana in due grandi periodi:
- quello della "Grande emigrazione" tra la fine del Diciannovesimo secolo e gli "Anni Trenta" del Ventesimo secolo, periodo in cui fu preponderante l'emigrazione verso le americhe;
- quello dell' "emigrazione europea", a partire dagli Anni Cinquanta del Ventesimo secolo, con destinazione la Svizzera, Il Belgio e la Germania, soprattutto.
Nessun altro Paese europeo ha avuto un flusso migratorio costante per un periodo così lungo.
Tutte le regioni italiane, nessuna esclusa, hanno contribuito alla grande massa di emigrati italiani nel mondo.
L'emigrazione italiana non ha avuto motivazioni politiche, ma è stata una "via di fuga" da condizioni socio-economiche difficili; l'emigrazione offriva opportunità di riscatto con la dignità di un lavoro e anche un'importante fonte di sostentamento per i familiari che rimanevano in Patria, con le "rimesse degli emigranti".

" Partono 'e bastimente
Per terre assaje luntane...
Cantano a buordo:
So' napulitane!
Cantano pe' tramente
'O Golfo già scumpare
E 'a luna, 'a miez 'o mare
Nu poco 'e Napule
Lle fa vede'...

Santa Lucia!
Luntano a te,
Quanta malinconia!
Se gira 'o munno sano,
Se va a cerca' fortuna...
Ma, quanno spunta 'a luna
Luntano 'a Napule
Nun se po' sta'!
...
Santa Lucia, tu tiene
Suolo nu poco 'e mare...
Core nun vo' ricchezze:
Si è nato a Napule,
Ce vo' muri'! "

("Santa Lucia Luntana", E. A. Mario)

Cos'altro aggiungere ai versi di questa splendida canzone?

C'era sempre qualche passeggero che, dal ponte della nave - " o' bastimente" -, primo, vedeva spuntare dalla nebbia la grande Statua della Libertà, e gridava: "America!... L'America!"
L'America, tanto sognata e fantasticata... Il Nuovo Mondo... Una nuova terra, una nuova patria, in cui riacquistare dignità attraverso il lavoro...
Ma spesso - troppo spesso! - erano grida e gioia effimere, perché lo sbarco racconta un'altra storia... Un'altra America (!)
Tutti gli emigranti venivano portati a Ellis Island, un'isoletta nella Baia di New York attrezzata come "centro di identificazione e accoglienza" (!), dove i nuovi arrivati erano sottoposti a ispezioni mediche e legali; perché negli USA non dovevano entrare ne' malattie contagiose, ne' delinquenza (!), né disabilità...
Un vero "centro di identificazione e espulsione" (CIE), come quelli istituiti recentemente anche in Italia (!).
Quando i medici e gli ispettori riscontravano qualche anomalia, qualche irregolarità, segnavano delle sigle sugli abiti degli immigrati - come agli Ebrei nei ghetti! -
Tutti i "segnati" venivano portati in "quarantena" negli ospedali o in altre strutture dell'Isola, per ulteriori accertamenti. E qui alcuni rimasero per anni, prima di essere rimpatriati (!)

La fine del Diciannovesimo secolo registro' anche una consistente emigrazione verso l'Africa, emigrazione che interesso' principalmente Egitto, Tunisia, Marocco e, nel Ventesimo secolo, anche le nuove "colonie italiane dell'Impero", Libia, Eritrea (!)
Notevole, in Italia, e'stata anche la "migrazione interna", soprattutto negli Anni Cinquanta e Sessanta, del 1900, migrazione dalle Regioni Meridionali e dal Triveneto verso il "Triangolo Industriale": Genova-Torino-Milano.

I Turchi in Germania
Nell'ottobre del 1961, dopo l'edificazione del "muro" di Berlino, la Turchia firma un accordo con la Repubblica Federale Tedesca (Germania dell'Ovest), per permettere ai cittadini Turchi di trasferirsi in Germania e incrementare la forza lavoro, di cui si avverte un gran bisogno (!). Appena concluso il negoziato, l'afflusso di manodopera turca e' massiccio e immediato...
Inizialmente il periodo di soggiorno concesso a qualunque "gastarbeiter" straniero e' limitato a tre anni. Alla fine degli Anni Sessanta, però, lo Stato tedesco abolisce la restrizione e molti operai turchi vengono raggiunti in Germania dalle loro famiglie.
Gli operai turchi già insediati sono diventati indispensabili per la rinascente industria tedesca e per le varie attività economiche, e non possono più essere rimpatriati. Conseguentemente, pur tra difficoltà, con lentezza e gradualità, si integrano, insieme alle loro famiglie, nel tessuto sociale tedesco.
Si instaura un clima di coesistenza multiculturale fra i giovani tedeschi e gli immigrati di "seconda generazione", loro coetanei, conosciuti tra i banchi di scuola e ritrovati in fabbrica e negli uffici...
Oggi, se ponete la domanda ad un abitante di Kreuzberg, quartiere berlinese a forte immigrazione turca, lui vi risponderà di sentirsi cittadino tedesco a tutti gli effetti (!).

L'emigrazione maghrebina in Europa Occidentale

Le migrazioni dal Nord-Africa mediterraneo (Tunisia, Algeria e Marocco) verso la Francia metropolitana, il Belgio, l'Olanda e la Germania, trovano la loro origine nella colonizzazione dei paesi africani da parte della Francia e tali migrazioni continueranno, nel tempo, ad essere condizionate da suddetta colonizzazione, nonché dalla successiva indipendenza dei paesi maghrebini.
Negli ultimi tre decenni, sono emerse differenze significative nel movimento migratorio dei tre paesi interessati: Algeria, Tunisia, Marocco.
È con la prima grande guerra mondiale che si scatena veramente l'emigrazione maghrebina in Francia. Per soddisfare i bisogni della nascente macchina bellica francese - reclutamento compreso - furono reclutati e trasferiti in Francia più di mezzo milione di maghrebini, di cui tre quinti impiegati nell'esercito.
Il secondo conflitto mondiale porto' con se', ancora una volta, il reclutamento di massa dei maghrebini, sia come forza lavoro, sia come soldati.
Nel dopoguerra, poi, le necessità relative alla "ricostruzione del Paese" indussero l' "Ufficio Nazionale dell'Immigrazione" a reclutare in massa i maghrebini per il lavoro in miniera e nell'industria.
A questo scopo, gli Algerini ottennero libertà di ingresso in Francia.
La crisi politica dell'inizio degli Anni Cinquanta del 1900, seguita dalle guerre di liberazione nazionale (Tunisia, Algeria), provoco' un aumento del controllo sull'emigrazione, quindi una sua significativa riduzione.
Proprio quando la lunga guerra d'Algeria rallento' il ritmo delle partenze verso la Francia, l'indipendenza del Marocco e quella della Tunisia contribuirono ad intensificare i flussi migratorio da questi due Paesi.
Gli "accordi bilaterali" siglati nel 1963 e nel 1964, costituiscono una svolta decisiva sul piano quantitativo, qualitativo e spaziale dell'emigrazione maghrebina in Europa. Le partenze venivano effettuate nel quadro degli accordi bilaterali tra ciascun paese maghrebino e i paesi importatori di forza lavoro (Francia, Belgio, Olanda, Germania...)
Una evento particolare fu la "migrazione di ritorno" dei
"Pieds Noirs" (Piedi Neri). Così venivano chiamati i francesi d'Algeria rimpatriati a partire dal 1962, dopo la guerra d'Algeria.
In alcuni mesi, tra la fine della primavera e l'inizio dell'autunno 1962, 900.000 "Pieds Noirs" lasciarono l'Algeria, in una situazione caotica e in preda alla disperazione, a seguito dell'esito della guerra e della dichiarazione d'indipendenza dell'Algeria, non amati ne' dagli Algerini ne' dai Francesi.
Circa 17.000 "Pieds Noirs" furono dirottati in Corsica, causando ulteriori tensioni tra la Francia metropolitana e l'isola.
La maggior parte di questi "migranti di ritorno" in Francia non aveva mai messo piede, e non vi aveva ne' famiglia, ne' appoggi.
Molti nuovi arrivi dovettero dormire per strada o in ricoveri d'emergenza (!).

(La parte che segue e' "dedicata" a Orban, Victor Orban, attuale Premier ungherese... Quello dei "muri" e delle "barriere di filo spinato"... Per difendere la purezza della stirpe magiara dalle contaminazioni straniere!)

Budapest: 23 ottobre - 4 novembre 1956
I carri armati delle truppe sovietiche del Maresciallo Ivan Stepanovic Konev invadono le vie di Budapest, corrono e sparano di continuo, soffocano nel sangue l'insurrezione ungherese a sostegno del Governo, democraticamente eletto, di Imre Nagy, contro la dittatura del "Governo fantoccio" di Matyas Rakosi, voluto da Mosca.
La "Rivoluzione Ungherese" provoco' 2.700 morti e costrinse 250.000 ungheresi a lasciare il loro Paese e chiedere - e ottenere -accoglienza e solidarietà ai Paesi dell'Europa Occidentale.
Il Premier Victor Orban farebbe bene a ripassare le pagine della storia recente del suo Paese (!).

Ma veniamo all'oggi.
Solo ora, che il fenomeno è "esploso" in tutta la sua portata e le sue dimensioni, anche numeriche, l'Europa ha (finalmente!) preso coscienza, si è resa conto che non si tratta di un "problema esclusivamente italiano" - o greco -, ma di un evento "epocale" di portata planetaria... Non una semplice "emergenza".
"Epocale", come epocali sono state le "grandi migrazioni" che hanno, in diversi periodi, contraddistinto la storia dell'umanità, e delle quali si è scritto.
Bisogna rendersi conto che in piena "globalizzazione", in un mondo divenuto più "piccolo", dove le comunicazioni sono diventate più rapide e le distanze si sono accorciate, questi flussi sono inevitabili e come tali vanno "governati", con politiche adeguate.
Nel terzo millennio non ha senso, e' antistorico, erigere muri, barriere... Ridefinire confini e frontiere... -Di quale Stato Nazionale?!?-.
Come hanno fatto recentemente paesi gretti, xenofobi, razzisti, come l'Ungheria di Orban, la Slovenia, la Bulgaria...
Oppure ribadire l' "invalicabilita'" del proprio "Limes", come ha fatto la Francia di Hollande (!), tra Ventimiglia e Mentone e tra Calais e Dover.
Flussi migratori da governare, ma non con la "politica delle quote" - I migranti sono persone, non numeri, oggetti! -, bensì con una politica dell'ACCOGLIENZA, dell'INSERIMENTO, dell'INCLUSIONE, della CITTADINANZA, abolendo, o modificando radicalmente, il "Trattato di Dublino", in modo che ogni emigrante sia libero di decidere in quale Paese vivere, lavorare e far crescere la propria famiglia... - "Nostra Patria e' il Mondo intero!" -
Si', perché il migrante per il Paese che lo accoglie e lo fa cittadino e' un ARRICCHIMENTO.
Questo la Merkel, pur tra contraddizioni ed evidenti risvolti a fondo elettoralistico, lo ha capito, cambiando in parte atteggiamento e politica.
Il migrante e' un arricchimento:
- Arricchimento demografico: la "vecchia" Europa diventa sempre
più vecchia, demograficamente non cresce più. I "vecchi" europei
non sono più disposti a fare certi lavori e a svolgere certe attività
ancora basilari;
- Arricchimento sociale-previdenziale: gli esperti hanno calcolato
che la "vecchia" Europa abbia bisogno di non meno di 250 milioni
di nuovi cittadini, entro il 2060, per continuare a garantirsi il
"Welfare", previdenza, pensione, assistenza sanitaria...
- Arricchimento economico: svolgendo lavori, attività produttive ed
economiche, pagando i relativi tributi e tasse, i migranti-cittadini
contribuiscono alla crescita del PIL e del Reddito Nazionale;
- Arricchimento culturale: le diverse etnie, religioni, lingue, culture e
civiltà di cui i migranti sono portatori, contribuiscono a costruire la
"Società Plurale", multi-religiosa, multi-culturale, "meticcia",
poliglotta, cosmopolita... Una Società più "laica", più civile.

Nel terzo millennio, quando lo sviluppo della "mobilità" e delle "comunicazioni" - trasporti, viaggi, TV, Rete, Internet, Web... -, ha reso questo pianeta "più piccolo", riducendo tempi e distanze, ha ancora senso parlare di "Stati nazionali", confini, frontiere?
Oggi, siamo sempre più "cittadini del Mondo" (!).
La "globalizzazione" dei paesi sviluppati, per evidenti interessi economico-finanziari, ha decretato la "libera circolazione delle merci" e il "mercato globale", ma nel contempo i suddetti paesi costruiscono "muri", "barriere", definiscono "manu militari", confini e frontiere, nell'assurda pretesa di limitare, VIETARE, la libera circolazione degli umani, delle persone, bollandole come
"clandestino"

"Solo voy con mi pena
Sola va mi condena
Correr es mi destino
Para burlar la ley
Perdido en el corazon
De la grande Babylon
Me dicen El Clandestino
Por no llevar papel
Pa' una ciudad del Norte
Yo me fui a trabajar
Mi vida la deje'
Entre Ceuta y Gibraltar
Soy una raya en el mar
Fantasma en la ciudad
Mi vida va prohibida
Dice la autoridad
...
Mano Negra clandestina
Peruano clandestino
Africano clandestino
Marijuana illegal... "

("Clandestino", Manu Chao)

Cos'altro aggiungere?!?

Papa Bergoglio ha colto bene, per parte sua, l'aspetto "umanitario" dell'accoglienza - La Misericordia (!) -.
Ma li' si ferma... È il suo limite.
Con senso di responsabilità e lungimiranza, come ha fatto in parte la Merkel, che, va ribadito, non è "buonista", va colto l'aspetto tutto politico della questione.
A chi fugge dalla guerra, dalle dittature, dalle violenze, dai soprusi e dalle umiliazioni, dalla fame, dalla miseria, non possono essere di ostacolo barriere naturali, come mari, fiumi, montagne, oppure barriere artificiali, come muri, reti di filo spinato, sbarre e frontiere, per fermarne il flusso, il cammino, il percorso, verso la meta prefissata e agognata: la "giusta" meta.
Nel terzo Millennio, l'uomo - finalmente! - deve essere libero di muoversi su tutto il Pianeta. Lo sviluppo delle forze produttive e della tecnologia hanno reso ciò possibile.
Di conseguenza, ognuno deve essere libero di decidere dove, come e con chi vivere.

Le "nuove rotte" dei flussi migratori.
Se fino a uno o due anni fa Lampedusa era il paradigma del migrante e il Mediterraneo la "rotta" dei flussi e dei "traffici", ora non più. Con le recenti esplosioni dei flussi migratori, le "onde sismiche" si sono estese all'intera Europa: dal Mar Egeo, a Gibilterra, da Ventimiglia a Calais, dalla Macedonia alla Slovenia, dalla Croazia, all'Austria, all'Ungheria...
La "rotta africana", controllata oggi da bande senza scrupoli di "trafficanti di uomini" e' caratterizzata da continui "check-point" - Somalia, Etiopia, Niger, Ciad, Sudan, Libia... -, dove il "migrante" viene venduto da una banda all'altra di criminali che infieriscono sui malcapitati, specie se donne, con abusi, violenze e maltrattamenti di ogni genere e dove, il povero disperato, può avanzare di cento, duecento Km. lungo la rotta del suo percorso, solo telefonando col cellulare ai parenti (già in Europa) per ulteriori pagamenti, senza peraltro avere la certezza di arrivare alla meta, perché di mezzo c'e' sempre il Mediterraneo da attraversare, con tutte le incognite (!).
I migranti arrivano sulle nostre coste - quelli che arrivano... Ma migliaia giacciono in fondo al mare (!) - stremati per la fame, la sete, le sevizie che subiscono lungo l'estenuante e pericolosa navigazione.

La "rotta turca": la Turchia e' considerata un "paese di transito" nella nuova rotta. Nuova rotta che vede il passaggio dai Paesi del Medio Oriente alla Turchia, dove, dalle spiagge di Bodrum, Marmaris, Izmir, Kas, i migranti vengono "traghettati" dai trafficanti di uomini sulle vicine isole greche di Lesbo, Samos e di lì, a seguire, in Macedonia, Serbia, Croazia, Slovenia, Austria, Ungheria, Germania, Nord-Europa. In alternativa, ma è più incerta e rischiosa, c'è la rotta dei Dardanelli, Mar Nero, Bulgaria e, a risalire, tutti i Balcani.
Sono soprattutto Siriani, Iracheni, in fuga dalla guerra e dall'ISIS, ma anche Afghani, Indiani, Pakistani, gente del Bangladesh, che sconfinano in Turchia, per proseguire - Erdogan permettendo!?! - sulla "rotta balcanica", rotta che sulla carta appare meno "rischiosa" anche se, spesso, più costosa della "rotta africana".
Un'altra rotta e' quella che passa lungo i paesi del Magreb e, attraverso le frontiere dell'Algeria e del Marocco, arriva ai "check-point" di Ceuta e di Melilla: frontiere "caldissime" in terra africana tra Marocco e Spagna, dove sono sono stati eretti muri e altissime barriere di filo spinato, e dove le autorità marocchine sono state autorizzate a fare il "lavoro sporco" che non può fare la polizia spagnola.
Queste tre "rotte", una ad Oriente, una al centro del Mediterraneo e una a Ponente, sono le più "calde", quelle che registrano il maggior flusso di migranti, perché sono altrettante "porte" aperte sull'Europa Mediterranea, indi sul Centro e Nord Europa.
Altre frontiere "calde" su "nuove rotte", venute prepotentemente alla ribalta negli ultimissimi mesi sono quella tra Italia e Francia - Ventimiglia/Mentone - e tra Francia e Regno Unito - la "giungla" tra Calais e Dover -; frontiere dove la polizia francese non delega, ma fa lei direttamente il "lavoro sporco", con buona pace delle dichiarazioni ufficiali di Hollande (!).
Tutte le "rotte" sono gestite e controllate dai "trafficanti di uomini".

"Dietro alle decine di migliaia di migranti che ogni anno arrivano in Europa c'è un'industria fatta di grandi professionisti del crimine, gente in doppiopetto, uomini d'affari il cui fatturato mondiale e' secondo solo a quello della droga"

("Confessioni di un trafficante di uomini", Andrea Di Nicola/Giampaolo Musumeci - Sono stati ospiti degli Incontri del Mediterraneo)

Per quanto riguarda l'Italia, la risposta data a questa "emigrazione epocale" - le responsabilità politiche e umanitarie -, come la maggior parte delle sue scelte politiche in generale, e' stata contraddittoria. Dopo l'operazione a sfondo umanitario nota come "Mare Nostrum", iniziata sotto il Governo Letta, operazione che ha permesso alla nostra "Guardia Costiera" e alla nostra "Marina Militare" di salvare nel Mediterraneo migliaia di vite umane, donne e bambini soprattutto, c'è stato un arretramento quando il nuovo Governo Renzi ha accettato - per contenere i costi (!) - la nuova "filosofia" imposta dall'Europa colla nuova operazione chiamata "Frontex-Plus", operazione che ha trasformato quello che era stato primariamente un "intervento umanitario", in un "pattugliamento" delle acque del Mediterraneo, considerate la "nuova frontiera" tra i paesi dell'Africa Mediterranea -Tunisia e Libia in primis - e i Paesi dell'Europa Mediterranea - Italia, Grecia, Malta e Spagna -.
Va riconosciuto, comunque, che quando le unità della Guardia Costiera pattugliano le acque territoriali libiche, svolgono sempre e comunque un'opera umanitaria, intervenendo tempestivamente per salvare vite umane. Così come fanno anche i Greci nelle acque tra le loro coste e la Turchia. Quindi, si può convenire che Italia e Grecia nella "emergenza migranti" del Mediterraneo fanno il loro dovere; mentre l'Europa?
Diverso e' l'altro aspetto dei flussi migratori: il "sistema di accoglienza".
Si può tranquillamente e obiettivamente affermare che si tratta di una "accoglienza" mancata: il sistema di accoglienza emergenziale e', nel nostro Paese, insufficiente e inadeguato.
Malgrado siano trascorsi diversi anni dal tentativo di elaborare una legge di attuazione del Dettato Costituzionale che sancisce il diritto all'asilo politico (art. 10 della Costituzione), a tutt'oggi l'Italia continua ad essere carente di una legge organica che garantisca, in modo adeguato e dignitoso, tale diritto su tutto il territorio nazionale.
Appare evidente come gli interventi in materia di accoglienza siano nati nella maggioranza dei casi in risposta ad emergenze umanitarie - in Italia siamo sempre in "emergenza", in tutto. Mai ci riesce di passare adeguatamente dalla fase dell'emergenza alla fase della post-emergenza (!) -.
L'incapacità di colmare lacune, di garantire standard di accoglienza omogenei su tutto il territorio e di gestire il fenomeno migratorio "in toto", e' alla base delle critiche e delle ammonizioni avanzate da istituzioni umanitarie e da alcuni paesi europei (Francia, Germania... ).
Nell'analisi del sistema di accoglienza ciò che emerge con chiarezza e' la varietà dei "centri" in cui si articola: un ventaglio variegato e differenziato per la natura dell'ente gestore (istituzionale/pubblico o del privato-sociale/cooperazione), per gli obiettivi (di prima o di seconda accoglienza), per l'approccio (assistenziale, progettuale), per la natura più o meno coercitiva dell'inserimento, per il carattere nazionale o locale della "rete" entro la quale il centro d'accoglienza e' inserito, per le caratteristiche strutturali (centri collettivi o appartamenti singoli), per la capacità ricettiva, per la tipologia dei servizi erogati.
A causa di questa disomogeneità, si possono distinguere i centri del sistema in:
- Centri governativi;
- Centri di accoglienza del Sistema Protezione Richiedenti Asilo e
Rifugiati (SPRAR);
- Strutture di accoglienza promosse dal privato
sociale/cooperazione oppure dagli Enti locali, strutture queste
ultime attivate in situazioni d'emergenza.

- I Centri governativi sono strutture che offrono accoglienza a diverse tipologie di migranti. Comprendono:
- CPSA: Centri di Primo Soccorso e Accoglienza
- CDA: Centri di Accoglienza
- CARA: Centri Accoglienza Richiedenti Asilo
- CIE: Centri di Identificazione ed Espulsione
I CIE, finché hanno funzionato sono stati veri centri di detenzione, prigioni dove troppo spesso anche i richiedenti protezione internazionale venivano trattati come delinquenti o potenziali terroristi. Sono stati sospesi per le continue denunce, e, comunque, si sono dimostrati un fallimento.
Stanno per essere ripristinati, "rinnovati", col nome di "HotSpot".

- Il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR) e' costituito da centri gestiti attraverso gli Enti locali, con il supporto del "Terzo Settore" (Ass.ni di volontariato, no-profit, Coop.ve sociali, ONG, Sussidiarietà...).
Questi centri offrono servizi per l'accoglienza e l'integrazione; sono dotati di strutture con un numero di posti piuttosto limitato. Questo "Sistema" e' attivato soprattutto per l'accoglienza dei minori non accompagnati.
-CPSA: "Ospitano gli stranieri al momento del loro arrivo in Italia, che li' ricevono le prime cure mediche, vengono foto-segnalati e, sempre lì, possono fare richiesta di "protezione internazionale"
Questi sono i servizi previsti dallo stesso Ministero degli Interni. Sono stati istituiti solo due CPSA, con decreto ministeriale, il primo a Lampedusa, il secondo a Cagliari.
-CDA e CARA: sono "centri di transizione", nei quali i migranti ricevono un primo soccorso e accoglienza, per poi essere trasferiti presso le altre tipologie di centri.
Il decreto di istituzione di questi centri non ha specificato bene le loro funzioni, limitandosi ad affermare la permanenza temporanea... Giusto il tempo necessario per un primo soccorso.
Non si dovrebbe andare oltre le 48 ore. Ma non sono mancati casi in cui la permanenza - in occasione di "emergenza sbarchi" - si è protratta per settimane.
La permanenza obbligatoria nei centri e il relativo controllo dovrebbero essere regolamentati da norme, delle quali però non vi è alcuna traccia... Una chiara violazione questa dell'Art. 5 della Convenzione Europea dei Diritti Umani (CEDU).
Attualmente le strutture attive con funzioni di CPSA sono quattro, tutte nelle regioni del Sud:
- Agrigento-Lampedusa
-Cagliari-Elmas
-Lecce-Otranto
-Ragusa-Pozzallo
Sono strutture molto grandi che possono arrivare ad ospitare fino a 1.000 persone.

Questa fase iniziale dovrebbe poi aprire l'inserimento nel circuito dell'accoglienza vera e propria, demandata ai centri governativi, denominati "Hub", istituiti nel 2015, di cui però non si sa un gran che: risultano ancora una incognita.
Ogni regione dovrebbe dotarsi di almeno un "Hub", con 150-200 posti letto. In questi centri i migranti dovrebbero chiedere la loro destinazione pressoché definitiva e avviare domanda di protezione internazionale.

- "HotSpot" (Centri bollenti): sarebbe il nuovo nome dei CIE, ripristinati e "rinnovati" per volontà dell'attuale Ministro degli Interni, Minniti. Quando ha presentato, circa un mese fa, il suo "Piano" ai Governatori Regionali ha dichiarato, testualmente:
"Più si è severi con gli irregolari (!), più è possibile l'integrazione".
La nuova "macchina delle espulsioni" alla quale lavora il Viminale prevede "diciotto centri per i rimpatri da aprire in altrettanti regioni"
Strutture di piccole dimensioni, da 80-100 migranti, - HotSpot -, per una capienza complessiva di oltre 1.600 posti...
"Dentro gli irregolari socialmente pericolosi", sempre il Ministro,
che ha poi aggiunto: "Nuovi accordi di riammissione coi paesi d'origine dei migranti per raddoppiare, in tempi brevi, il numero delle espulsioni..."
- Ma non è ciò che chiede anche Matteo Salvini?!? -
I nuovi CIE, "Centri di permanenza per il rimpatrio", saranno uno per ogni regione, esclusi Molise e Valle d'Aosta.
Centri di Identificazione e Espulsione: già nella definizione esprimono tutta la violenza del loro contenuto vessatorio, persecutorio, oppressivo, la negazione totale della libertà.
All'interno dei "centri" non è che i diritti vengono violati: non esistono proprio! Il Diritto, lo Stato di Diritto, rimane fuori dalle sbarre, dalle barriere di filo spinato, che li delimitano come veri e propri "lager". Sono luoghi extragiudiziali.
Identificare ed espellere era la prerogativa delle SA hitleriane, nella Germania del '38 - la "Notte dei cristalli" -.
Le SA procedevano a Identificare gli ebrei, bollarli, "marchiarli" con la stella di Davide, per poi espellerli dal contesto comune, dal "contesto civile", relegandoli nei "ghetti" - i "centri di accoglienza" di allora (!) - in attesa della deportazione futura.
Si dice, a parziale giustificazione, che questi nuovi CIE saranno pochi, piccoli e ben organizzati (!), come se la riduzione del numero e della consistenza limitasse la violenza e la negazione di ogni diritto.
La Repubblica Italiana vanta, e a ragione, di essere uno Stato di Diritto: così l'hanno voluta i Padri Costituenti... Orbene, quando all'interno dei propri confini, all'interno delle proprie istituzioni, si fa violenza anche a una sola persona, lo Stato di Diritto viene violato.
Ipocritamente si "festeggia", con enfasi, il 10 Gennaio di ogni anno, la "giornata mondiale dei Diritti Umani", ma poi di fatto vengono continuamente violati.
Si dice che verranno accelerati i tempi per riportarli - o deportarli ?!? - nel loro paese d'origine. Dove? Nell'Afghanistan dei Talebani? Nella Siria distrutta e martoriata? Nell'Iraq dei sanguinari miliziani del Califfato Nero? Nella Libia in mano a bande armate, senza un governo, senza un'autorita' riconosciuta? Nel Sudan perennemente in guerra? Nella Somalia lacerata dalla guerra per bande? Nella Nigeria di Boko Haram? Nel Centro Africa della fame e della disperazione?
Dove? E sottolineo dove!

"Ho visto occhi colmi di disperazione fissarmi dietro le grate.
Ho visto Zaccaria, rinchiuso a soli tre anni, soffrire di un dolore adulto, con un'espressione che un bambino non dovrebbe mai avere. Ho visto mani cercare un varco tra le sbarre, cercare altre mani, un contatto... Ho visto schiene piagate dal sole e dal sale...
Ho visto gli sguardi attoniti di donne umiliate... Ho visto uomini rompersi la testa contro i muri cercando in ogni modo una via di fuga, o anche solo un po' di pietà"
("La vita ti sia lieve", Alessandra Ballerini, nota avvocatessa dei Diritti Umani per l'immigrazione, ospite degli Incontri del Mediterraneo)

Per i più ottusi e per quelli di "memoria corta", si riportano alcuni "Diritti", quelli più significativi, sanciti dalla "Carta di Lampedusa"
- Testo approvato l'1 febbraio 2014 -
- La Carta di Lampefusa afferma la libertà di movimento di tutte
e di tutti...
- La Carta di Lampedusa afferma la libertà di ogni essere umano
di scegliere il luogo in cui abitare e la conseguente libertà di
opporsi e battersi per rimuovere gli ostacoli che a essa si
frappongono...
- La Carta di Lampedusa afferma la libertà di restare, come libertà di
abitare qualsiasi luogo diverso da quello di nascita e/o di
cittadinanza...
- La Carta di Lampedusa afferma altresì la libertà di lottare,
promuovere, costruire tutte le iniziative necessarie a rimuovere
ogni forma di sfruttamento, assoggettamento economico, politico,
militare e culturale...

"Nostra Patria e' il Mondo intero
Nostra legge e' Libertà
Ed un pensiero libero
Nel cuore sempre ci starà..."

("Stornelli d'Esilio", canzone scritta dall'anarchico italiano Pietro Gori nel 1895)

G.

Bibliografia:
- Dizionario Enciclopedico Treccani
- Wikipedia