sabato 30 luglio 2016

Elogio della follia

Desiderius Erasmus
Titolo originale di questa famosa opera di Erasmo da Rotterdam è: "Stultitiae Laus", in greco "Morias Enkomium" - rispettivamente "Lode della Stoltezza" e "Encomio della Follia" -.
Scritta nel 1509, durante il soggiorno di Erasmo a Bucklersbury presso la residenza di Thomas More - Tommaso Moro, o meglio San Tommaso Moro - a cui l'opera venne dedicata col titolo di "Moriae Encomium", titolo che gioca sul doppio significato di "Moriae", "Follia" dalla radice greca, e che sottintende "Elogio a Moro".
Nella dedica che fa all'amico, nonché 'maestro', Tommaso Moro,
si premura di rimarcare il carattere satirico del saggio, volto a far...
"sorridere gli amici". D'altronde il termine "Stoltezza" del titolo originale, nel significato di idiozia, imbecillità, stupidità, incapacità di fare un discorso intelligente, di comportarsi in modo intelligente, è meno forte e decisamente serio di quello di "Follia", "Pazzia".
Erasmo rimane sorpreso dal successo dell'opera quando viene pubblicata una prima volta nel 1511, perché lo scopo suo non era quello di pubblicarla, ma di farla circolare in forma privata tra gli amici.


La trama è presto detta: la "Follia", che dice essere figlia di Plutos, Dio della ricchezza, e di Ebe, Dea della giovinezza, e sostiene di essere stata allevata dalla Dea dell'ignoranza e dalla Dea dell'ubriachezza - o Dio, Dioniso/Bacco Dio del vino, delle feste, dell'ubriachezza, dell'estasi, del caos... della "Follia" -, rappresenta lo stato animale, selvaggio, istintivo dell'uomo. Sue più fedeli compagne, e suoi più fedeli compagni, sono Philautia, la Vanità, Kolakia, l'Adulazione, Lethe, la Dimenticanza, Misoponia, l'Accidia, Medone, il Piacere, Anoia, la Demenza, Tryphe, la Licenziosita', Komos, l'Intemperanza, Eegretos Hypnos, il Sonno Mortale (l'Ipnosi). In una, vizi, difetti, colpe, intemperanze e peccati: buone compagne e buoni compagni di strada... tutte le migliori "virtù"... D'altra parte con cotanti genitori?!?
La "Moria", o "Follia", descrive se' stessa come portatrice di allegria e spensieratezza e lo fa giustificandosi e sostenendo che l'elogio di se' stessa dipende dalla sua natura schietta e spontanea... "Dice sempre quello che pensa!"
Nell'elogio della pazzia, come trasgressione, rifiuto delle regole, Erasmo ne sottolinea la grandezza e l'utilità per la felicità dell'uomo, riportando esempi e citazioni di ciò. La "Follia" nasce coll'uomo e lo accompagna per tutta la vita, aiutandolo nei momenti difficili, nelle relazioni interpersonali e, soprattutto, nel compiacimento di se' stessi e nell'autoesaltazione, che sono la forza e lo stimolo per arrivare sicuri fino alla vecchiaia che, a detta di Erasmo,
"neppure ci sarebbe se i mortali si guardassero da qualsiasi rapporto con la saggezza" (!).

Nell'ultima parte del Saggio, Erasmo, contemporaneo di Martin Lutero, di cui subisce l'influenza, attacca le pratiche corrotte della Chiesa Cattolica Romana, alla quale era stato sempre fedele.
In particolare, critica ferocemente le gerarchie ecclesiastiche, fino ai pontefici, senza mai mettere in discussione l'Assoluto, Dio, che, sempre a suo dire, "È l'unico essere perfetto, e nella sua perfezione ha un pizzico di follia" (!).
La "Moria", "Follia", conclude l'elogio di se' stessa invitando l'ascoltatore che segue la sua orazione, esortandolo:
"Dimentica quello che hai ascoltato e che ho appena detto!"
Lo esorta, perciò, a non prendersi mai sul serio, cosa che la "Follia" fa anche di se' stessa, e lo sprona ad applaudirla comunque... Ma, soprattutto a vivere bene (!).

"Quant'e' bella giovinezza
Che si fugge tuttavia!
Chi vuol esser lieto sia
Di doman non c'è certezza

Questo è Bacco e Arianna
Belli, e l'un dell'altro ardenti
Sempre insieme stan contenti
Queste ninfe ed altre genti
Sono allegre tuttavia
Chi vuol esser lieto sia
Di doman non c'è certezza

...
Questa soma, che vien dietro
Sopra l'asino, è Sileno
Così vecchio è ebbro e lieto
Già di carne e d'anni pieno
Se non può star ritto, almeno
Ride e gode tuttavia
Chi vuol esser lieto sia
Di doman non c'è certezza

...
Ciascun apra ben gli orecchi
Di doman nessun si paschi
Oggi siam, giovani e vecchi
Lieti ognuno, femmine e maschi
Ogni triste pensier caschi
Facciam festa tuttavia
Chi vuol esser lieto sia
Di doman non c'è certezza..."

("Il trionfo di Bacco e Arianna" - Lorenzo de' Medici, il "Magnifico" -
Firenze 1449/1492)

Corre d'obbligo e spontanea la domanda: "È stato Lorenzo ha influenzare Erasmo, oppure viceversa?".
Essendo i Due coevi, entrambe le tesi sono accreditabili.
"Filosofia di vita", quella di cui sono entrambi portatori, che riprende la tematica del trascorrere del tempo e delle gioie passeggere della vita; tematica tipica della tradizione 'classica', che rimanda al celeberrimo verso:

"Carpe Diem quam minimum credula postero"
("L'Ode 1.11" - Orazio -).

Il CONTESTO, sociale e culturale.
Erasmo da Rotterdam (1466/69?- 1536), vive a cavallo tra il "buio" dell'oscurantismo medievale e la "luce" del Rinascimento.
Desiderius Erasmus Reterodamus - Erasmo lo pseudonimo con cui firmava i suoi scritti - è stato un teologo, umanista e filosofo, considerato il maggior esponente del movimento denominato "Umanesimo Cristiano".
A vent'anni circa, Erasmo entra nel convento agostiniano di Steyn, nei pressi di Gouda; studiando all'interno del convento, diventa un latinista, colto e preparato. Ma se nel convento cresceva la sua istruzione, la stessa cosa non si poteva dire per il suo attaccamento alla vita monastica.
Con tutto ciò, il 25 Aprile 1492 - lo stesso anno in cui moriva il fiorentino Lorenzo de' Medici, il "Magnifico", e il genovese Cristoforo Colombo "scopriva" l'America (!) - viene ordinato canonico agostiniano a Steyn.
Nel 1493, lascia il convento per andare, come segretario e buon conoscitore del latino, al seguito del Vescovo di Cambrai.
Ma questa esperienza è destinata a durare poco. L'irrequietezza di Erasmo non può essere soddisfatta da questa sistemazione.
Nel 1495, con un modesto sussidio garantito dallo stesso Vescovo, si reca a Parigi a studiare presso l'Universita'.
Nell'estate 1499 lascia Parigi per l'Inghilterra, chiamato come precettore del giovane Williams Blount, Barone di Mountjoy, che poi, a sua volta, diverra' il maestro del futuro Enrico VIII, anello di congiunzione della amicizia di Erasmo con Thomas More.
Altre sue opere importanti e conosciute sono "Gli Adagia" - titolo originario "Adagiorum Collectanea" -, una raccolta di pensieri latini e modi di dire filologicamente commentati.
"L'Enchiridion", il cui significato letterale e' "Manuale", ma anche "Pugnale", col quale Erasmo intende dare al lettore un modello di vita cristiana; il cristiano concepito come un guerriero che deve combattere per vivere felicemente nel mondo, e che ha come sue armi - di qui il "Pugnale" - la preghiera e la conoscenza.
Nella visione di Erasmo del Cristianesimo,
"L'uomo si pone davanti a Dio come individuo singolo, e segue solo la voce di Dio e della propria coscienza. (...) E' la via verso l'interiorizzazione. Il dato oggettivo, insignificante, quello istituzionale, non serve. (...) Quello che conta veramente e' solo il cuore, la disposizione individuale." (!)
Erasmo visse e viaggio' anche in Italia. Nel 1506, si laurea in teologia presso l'Universita' di Torino. Poi si trasferisce a Bologna; indi a Venezia, dove prende lezioni di greco dall'umanista Girolamo Aleandro. Dopo aver visitato Padova, Siena e Napoli, nel 1509, e' a Roma, dove lo raggiunge la notizia della morte del Re Enrico VII, e la salita al trono di Enrico VIII, notizia che lo spinge a tornare in Inghilterra dove, con l'amicizia di Tommaso Moro, matura quel "Moriae Encomium", "Elogio della Follia", che gli darà successo e fama imperitura.

"L'unico fatto certo e' che senza il condimento della follia non puo' esistere piacere alcuno." (Erasmo da Rotterdam)

Thomas More, Tommaso Moro, umanista, scrittore e politico cattolico - venerato come San Tommaso Moro -, fu Lord cancelliere al servizio di Enrico VIII, tra il 1529 e il 1532, ma il suo rifiuto di accettare l'atto di supremazia del re sulla Chiesa in Inghilterra e disconoscere il primato del Papa, durante lo scisma della Chiesa Anglicana promosso dallo stesso Enrico VIII, misero fine alla sua carriera politica e gli costarono la pena capitale.

"E chi vol essere gran maestro e' pazzo
Che proprio e' un uccel perdi-giornata
Chi d'altro che di fotter ha sollazzo
E crepi nel Palazzo
Ser cortigiano e aspetti che 'l tal moia
Ch'io per me penso sol trarmi la foia"
(Pietro Aretino)

"Ho sempre constatato che per riuscire nel mondo
bisogna avere l'aria folle ed essere saggi"
(Robert De Montesquiou)

"La follia, mio Signore, come il sole,
se ne va passeggiando per il mondo,
e non c'è luogo dove non risplenda"
(William Shakespeare)

"Il folle come detentore di un sapere occulto e
impenetrabile che può accedere a realtà impercettibili
all'uomo comune"
(Michel Foucault)

"Mi hanno chiamato folle, ma non è ancora chiaro
se la follia sia o meno il grado più elevato dell'intelletto
Se la maggior parte di ciò che è glorioso,
se tutto ciò che è profondo non nasca da una malattia (!)
della mente, da stati di esaltazione della mente
a spese dell'intelletto in generale"
(Edgar Allan Poe)

"In un'epoca di pazzia, credersi immuni dalla pazzia
è una forma di pazzia"
(Saul Bellow)

"Perché per me l'unica gente possibile sono i pazzi,
quelli che sono pazzi di vita, pazzi per pensare,
pazzi per essere salvati,
vogliosi di ogni cosa allo stesso tempo..."
(Jack Kerouac)

"Il pazzo e' un sognatore sveglio"
(S. Freud)

"Cessando di essere pazzo, divento stupido"
(Marcel Proust)

"Abbastanza spesso la gente mi considera pazzo
quando faccio un salto invece di un passo,
proprio come se tutti i salti fossero sbagliati e mai
portassero uno in nessun posto"
(Ezra Pound)

"Come la pazzia, in un certo senso elevato,
è l'inizio di ogni sapienza, così la schizofrenia e' l'inizio
di tutte le arti, di ogni fantasia"
(Hermann Hesse)

"Il luogo della mia passione di pensiero e' il
rapporto tra ragione e follia. Ben consapevole che
La follia ci abita e che è il costitutivo, che è ciò che ci
tratteggia anche somaticamente, per cui abbiamo questa
faccia, per quel tanto di follia da cui ci siamo riusciti
a far invadere"
(Umberto Galimberti)

"I pazzi osano dove gli angeli temono di andare.
Mi piace essere la cosa giusta nel posto sbagliato
e la cosa sbagliata nel posto giusto,
perché accade sempre qualcosa di interessante"
(Andy Warhol)

"L'imperfezione e' bellezza, la pazzia è genialità,
ed è meglio essere assolutamente ridicoli che
assolutamente noiosi... assolutamente normali"
(Marilyn Monroe)

"Alcune persone non impazziscono mai.
Che vite davvero orribili devono condurre"
(Charles Bukoski)

"Ero matta in mezzo ai matti. I matti erano matti nel profondo,
alcuni molto intelligenti. Sono nate li' le mie più belle amicizie.
I matti sono simpatici, non così i dementi, che sono tutti
fuori, nel mondo. I dementi li ho incontrati dopo, quando sono
uscita"
(Alda Marini - "La barzelletta del Pazzo")

"La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste
ed è presente come lo e' la ragione.
Il problema è che la società per dirsi civile,
dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia,
invece incarica una scienza, la psichiatria,
di tradurre la follia in malattia,
allo scopo di eliminarla.
Il manicomio ha qui la sua ragion d'essere"
(Franco Basaglia)

"La pazzia è come il Paradiso.
Quando arrivi al punto in cui te ne frega più niente
di quello che gli altri possono dire, sei vicino al cielo"
(Jimi Hendrix)


La definizione di follia e' influenzata dal momento storico, dalla cultura, dalle convenzioni, per cui è possibile considerare "folle" qualcuno o qualcosa che prima era normale.
Lo "Shamano" - tipico delle società animiste, in antropologia culturale -, il "Guru" o "Santone" - precettore e guida spirituale -, il "Guaritore"... Come vogliamo considerarli? È più "folle" il Guaritore o chi si sente guarito da lui?
In psicologia, psichiatria e nel senso comune (!) con il termine follia o pazzia si indica genericamente una condizione psichica che identifica una mancanza di adattamento, voluta o subita, di un soggetto nei confronti della società e che si manifesta nel suo comportamento, nelle relazioni interpersonali e negli stati psichici alterati e/o considerati anormali.
- E il "ribelle" che non accetta lo status quo, le regole del gioco, e si da' al bosco, si fa lupo? -
Il concetto di neurodiversita' e' stato per la prima volta indicato alla fine del XX secolo. Esso si riferisce a "disturbi" quali l'autismo, la sindrome di Asperger, la sindrome di Tourette, i disturbi dell'attenzione, l'iperattività, la dislessia, i disturbi bipolari...
La clinica descrive tali "diversità" neurologiche attraverso scale che implicano condizioni individuali, disabilità e caratteristiche neuro cognitive di diversa intensità. Come nell'autismo, si fa riferimento al concetto di "bassa" o "alta" funzionalità per indicare il grado di disabilità dei soggetti.
Principalmente negli USA, ma anche in Europa e in altre parti del Mondo, sempre più chi è affetto da disturbi neurologici quali l'autismo, la sindrome di Asperger, la dislessia, la sindrome di Tourette, epilessia, eccetera, si sta organizzando in movimenti che, attraverso il "coming out" (venirne fuori), rivendicano uguaglianza, diritti, e, spesso, anche identitariamente la propria differenza. E ciò partendo dal presupposto che sia possibile accettare differenze nel fondamento dell'individuo, nella modalità di funzionamento del suo cervello.
Negli USA, in Inghilterra, in Australia la questione viene affrontata da due ottiche distinte: le neuro scienze che sempre più cercano di comprendere le meccaniche e i funzionamenti neurali profondi;
la socio-politica organizzando gli individui in associazioni che operano per riconfigurare il discorso pubblico in termini nuovi, facendo accettare le differenze, da un lato, e rivendicando uguaglianza e diritti, dall'altra.

Genialità e follia sono sempre andate di pari passo nell'immaginario collettivo. E non è un modo di dire, un luogo comune, perché la creatività e' davvero parente della follia.
È possibile segnare una demarcazione netta tra genialità e follia?
La schizzofrenia, i disturbi bipolari, neurologicamente parlando, sono simili, nella struttura del cervello, al fantasioso, al creativo, al geniale. Lo dimostra uno studio diretto da Fredrik Ullen dell'Istituto Svedese "Karolinska", studio pubblicato sulla rivista specializzata "PLOSOne"
Storicamente parlando, innumerevoli sono gli esempi di genii, nel campo dell'arte, della letteratura, delle scienze, della fisica, della matematica, che hanno spesso sofferto di disturbi dell'umore, di schizzofrenia, disturbi bipolari... Tanto più che, talvolta, le opere migliori sono state dettate loro da stati d'animo alterati da sentimenti di tristezza, o, al contrario, da picchi di euforia e momenti di schizzofrenia (!), insiti nel proprio cervello, oppure indotti dall'uso di droghe, allucinogeni e alcolici.
Se il 'talamo', quella specie di filtro cerebrale che setaccia le informazioni che arrivano in quelle aree della 'corteccia' responsabili della cognizione e della ragione, non funziona in modo "sano", in modo "normale", cadono quelle barriere che impediscono alla creatività di sfociare nella "genialità", oppure nella "follia".
La genialità creativa avrebbe allora una parziale radice biologica assimilabile a quella della follia.
Chi può, allora, sostenere dove sta il confine tra follia e genialità, e/o, ancor meglio, tra follia e sanità mentale?
Quando si mettono a confronto genialità e follia, vengono alla mente i nomi di artisti celebri che hanno sofferto di disturbi mentali, veri o presunti (!?!). Da Vincent Van Gogh a Virginia Woolf, da Caravaggio a Charles Baudelaire.
- Virginia Woolf, afflitta da tempo da depressione e allucinazioni, si riempie le tasche di sassi e... si lascia annegare nel fiume Ouse.
- Vincent Van Gogh, da poco dimesso dalla clinica di Saint-Remy, per un'ennesima crisi di "psicosi epilettica", va in campagna nei dintorni di Arles a dipingere e... si spara un colpo al petto.
- "... Prendo a prestito dei corpi e degli oggetti, li dipingo per ricordare a me stesso la magia dell'equilibrio che regola l'universo tutto. In questa magia l'anima risuona dell'unico suono che mi riporta a Dio"
Così scrive Michelangelo Merisi, Caravaggio, ma anche la sua vita - arte a parte - e' fatta di luce e fitta ombra. Condannato a morte per decapitazione, per aver commesso un omicidio durante una rissa, e' costretto a fuggire perennemente, anche per seguire il suo animo irrequieto e il suo spirito ribelle.
- Francisco Goya, intossicato da alcune sostanze presenti nei pigmenti dei colori, soffre di encefalopatia, diviene sordo, ed è vittima di una alterazione della personalità.
- Così pure si può pensare di Michelangelo Buonarroti, per le continue turbe psichiche da cui era affetto.
- Charles Baudelaire: anche la sua vita e' caratterizzata da sregolatezza e disordini tra cui la dipendenza da oppio, l'abuso di alcol e essenzio.
Definito "Poete Maudit" (poeta maledetto), conduce una vita da 'bohemiem', assolutamente irregolare, scapestrata, scioperata,
"folle" (!).
- Amedeo Modigliani, pittore "Maudit", mori' a causa dell'abuso di alcool e droghe. Aveva solo 35 anni.
- Ligabue, il pittore vissuto e morto a Gualtieri sul Po, artista visionario, "borderline", fu ricoverato più volte in manicomio per atti di autolesionismo e violenze ripetute.
- Flaubert, ancora giovanissimo, aveva scritto un brevissimo romanzo autobiografico, "Memorie di un pazzo". La prima crisi nervosa vera e propria, però, sopraggiunge qualche anno dopo, nel 1844, quando si ritira in isolamento nella proprietà di Croisset, che non lascia più e dove scrive i suoi capolavori.

Geni da artista: c'è una radice genetica che porta alla creatività dell'artista. Sono stati fatti degli studi, raccogliendo dati sul campo di migliaia di persone, che hanno dimostrato che i portatori di varianti genetiche associate a un rischio aumentato di disturbi mentali hanno una maggiore probabilità di essere anche artisti, essere dei "genii".
"Non c'è genio senza una vena di follia", come hanno sottolineato Aristotele, Seneca e Shakespeare.
Quella di Cristoforo Colombo che sfida l'ignoto non è anche "follia"? La normalità ti trattiene ben tranquillo tra le sicure mura di casa!
E quella del Capitano Achab non è anche genialità, nello spingere la sua sfida allegorica tra il bene e il male, rappresentata dalla caccia a Moby Dick, la "mitica" balena bianca, oltre il limite dell'umana possibilità?
Che dire di Charly "Bird" Parker, perennemente in volo sulle ali della genialità creativa, sospinto dall'ispirazione verso nuovi orizzonti per scoprire nuovi linguaggi e nuove sintassi alla Musica Afro-Americana, e consumarsi giorno dopo giorno nel vortice di droga, sesso e alcool, fino alla morte prematura a soli 36 anni.
Stessa vita è stessa sorte per Janis Joplin e Jimi Hendrix, sempre sul filo tra... genio e sregolatezza.
Anche Syd Barrett, fondatore dei "Pink Floyd", come "Bird" Parker, Janis e Jimi, volava alto tra genialità e follia, tra schizofrenia e uso smodato di droga che lo avrebbe tagliato fuori dal palcoscenico dello spettacolo e della vita.
E l'elenco potrebbe continuare, lunghissimo, includendo scrittori come Cesare Pavese, Hernest Hemingway, Emily Dickinson...
Tutti personaggi che si ricordano per l'estro creativo legato ad una sensibilità fuori del comune e a una contemporanea tendenza a sviluppare depressioni e psicosi, che li hanno portati a dipendere da sesso, droga e alcool, oppure a finire in manicomio.
È la figura dell'artista maledetto.

"A lungo ho vissuto sotto ampi portici
Che i soli marini coloravano di mille fuochi
E che grandi pilastri, dritti e maestosi
Rendevano simili a grotte di basalto
I marosi rotolando le immagini dei cieli
Mischiavano in modo solenne e mistico
I possenti accordi della loro ricca musica
Ai colori del tramonto riflessi dai miei occhi
E la' che o vissuto in calma voluttà
Tra azzurro, onde e splendori
E schiavi nudi che, impregnati di essenze
Mi rinfrescavano la fronte agitando palme,
E il cui unico scopo era di rendere più profondo
Il segreto doloroso in cui languivo"
("La vie anterieure" - Charles Baudelaire, "Les Fleures du Mal" - La sua opera più famosa in cui racconta i meandri di Parigi unitamente a quelli della sua mente, delle sue muse bellissime e pericolose (sesso, droga e alcol), racconta altresì il passaggio dalla "Belle Epoque" alla modernità).

" Tutti morimmo a stento
Ingoiando l'ultima voce
Tirando calci al vento
Vedemmo sfumare la luce.
L'urlo travolse il sole
L'aria divenne stretta
Cristalli di parole
L'ultima bestemmia detta
Prima che fosse finita
Ricordammo a chi vive ancora
Che il prezzo fu la vita
Per il male fatto in un'ora
Poi scivolammo nel gelo
Di una morte senza abbandono
Recitando l'antico credo
Di chi muore senza perdono
...
Coltiviamo per tutti un rancore
Che ha l'odore del sangue rappreso
Ciò che allora chiamammo dolore
È soltanto un discorso sospeso..."
("La Ballata degli Impiccati" - Fabrizio De Andre' -)

"... Donna e albero sono invecchiati
La miseria e la fame più nera
Li sul fiume si toglie le scarpe
Stringe in mano sei fiori strappati
Passa un onda, la donna si butta
Corre l'onda, la donna è annegata
Spezza l'onda la lunga giornata
Strappa l'onda quell'ombra che c'era
... I capelli neri di fumo
Voci delle vedove sull'acqua
Schiaffi delle mani con le spine
Un ombrello aperto sopra l'acqua
La miseria e la fame più nera
..... Con miseri panni
Si è gettata nell'acqua del Po
Dentro ci vive per mille anni..."
("Un Mazzo di Fiori" - Roberto Roversi/Lucio Dalla -)


"Follia e' semplicemente quello che tutti noi possediamo nel nostro inconscio." (Siegmund Freud)
La follia più che un 'essere' e' un 'pensare' (!)
Siegmund Freud ebbe una concezione dell'essenza di ogni persona molto simile a quella di Pirandello, però espressa in forma diversa. Freud parla dell'inconscio e di come sia impossibile conoscere completamente l'essenza di ogni persona.
La concezione dell'essenza dell'uomo in Pirandello e' espressa nella sua "Teoria delle maschere", che, attraverso la metafora della "maschera", spiega come l'uomo scelga di nascondersi dietro una maschera, a noi tutti imposta dalla società, imposta alla nostra famiglia. Questa "maschera", che sia la "normalità" o la "follia", così come la maschera che copre l'inconscio, non può essere tolta dall'uomo perché è la sua identità, l'identità con cui si presenta nella società e ne viene riconosciuto.
L'uomo, di conseguenza, non potrà conoscere la vera propria essenza, la propria personalità.

" To be, or not to be, that is the question!"
("Hamlet", Act III, Scene 1 - W. Shakespeare -)

"La sana follia che aiuta a catturare la felicità "
Questo è il titolo di un intervento di Massimo Cacciari - pubblicato su "la Repubblica" di Giovedì 5 maggio 2016 -, che continua:
"Da Lucrezio a Leon Battista Alberti e Dostoevskij, i classici considerano la malattia mentale anche come portatrice di bellezza e pienezza di vita.
Compito impervio tracciare confini; distinguendo congiungono e congiungendo distinguono. Per quanto saldi, mai tali da impedire la trasgressione. Una soglia, un 'limen', come tra luce e tenebra, tra caldo e freddo, tra dolce e amaro, così tra malattia e salute.
Che vuol dire malattia? Si chiede il protagonista dell' "Idiota" di Dostoevskij, l'epilettico Principe Myskin. Non potrebbe rilevarsi anche in essa una pienezza di vita, un inaudito senso di bellezza?
Vi sono 'insanie' che sembrano mandate dagli Dei, e sono le più tremende: l'amore che delira in passione e travolge Ippolito e Fedra, la follia che colpisce Aiace, quella dionisiaca che impone al coro delle Baccanti il sacrificio di Penteo. Ma è mania divina anche quella poetica e quella apollinea della profetessa che siede a Delfi, protettrice di Socrate, tanto saggio, quanto stra-ordinario fino all'assurdo, 'atopos'.
È certo necessario per vivere cercare di distinguerle, porre la differenza tra i loro ambiti, e tuttavia nessuna distinzione può reggere se non tra ciò che viene 'in uno' pensato. (...)
L' "Alma Venus" lucreziana nulla ha di benevolente materno,accogliente, consolante: lo stesso mondo è in pericolo; la terra è come ci mancasse sempre sotto i piedi, pronta a spalancarsi in un abisso che inghiotta la totalità delle cose (Lucrezio, VI, 600 ss.).
Perciò forse è la nave ad apparirci come la nostra più consona dimora. Tutti imbarcati, fin dalle origini, 'in omni tempestate', il cittadino ateniese esaltato da Pericle come Dante argonauta, gli eroi di Shakespeare come il 'cavaliere vergine' don Chisciotte, errante sul suo ronzino. Nave di eroi o nave di folli, 'Narrenschiff'? (...)
Leon Battista Alberti e Machiavelli 'dipingono' l'uomo come l'animale 'irrequieto e impazientissimo di suo stato alcuno e condizione', non servo del fato o fortuna, poiché agitato, 'infirmissus' è lui stesso, 'vicissitudo' è la sua stessa natura.
Se questo esserci è insano, se è 'stultitia' il suo agire, allora la follia abita in lui in tutte le forme del suo apparire. Folli tutte le 'personae', ovvero le maschere dietro le quali nascondendosi si rivela. (...)
Follia di concepire l'universo a nostra immagine, di considerarlo finalizzato a noi, alla nostra utilità, al nostro piacere. Follia analoga a quella dei teologi che si promuovono a difensori e avvocati di Dio e vorrebbero spiegarci le ragioni del male, della sofferenza, dell'inferno del mondo. (...)
Il potere che ci è dato di essere dannosi a se stessi e agli altri, la follia di voler dominare sulla natura come ci fosse stata data in possesso, non sono astrattamente separabili dalla virtù di conoscere, scoprire, edificare. (...)
Ma anche chi vede e dipinge questi deliri è imbarcato. O costretto a seguire il "Carro del fieno" dipinto da Bosch. In cima all'immenso covone assalito dalla moltitudine insaziabile e 'incurabilis', e seguito da ricchi e nobili, vescovi e re, l'Angelo e il Demone si contendono la nostra anima fino alla fine dei tempi...
Non è 'folle', d'altronde, lo stesso Dio dell'Europa o Cristianità? La suprema 'follia' di un Dio che si incarna e muore tra le più atroci sofferenze! (...)
Non è follia il voler far 'cantare insieme' la 'follia' di questo Dio con gli altri linguaggi d'Europa, senza confonderne i destini in tenebra o luce tutti uguali? Eppure, proprio che a un tale folle compito oggi dovremmo sentirci chiamati"
(Massimo Cacciari)

"Vi sono 'insanie' che sembrano mandate dagli Dei": è
- "L'amore che delira in passione e travolge Ippolito e Fedra".
"Ippolito" è una tragedia di Euripide, dove si narra la storia del figlio di Teseo, Re di Atene, e della Regina delle Amazzoni; giovane tutto dedito alla caccia e al culto di Artemide (Diana per i Romani, Dea della caccia e degli animali) che trascurava la vita sociale e la sessualità. Per tale motivo Afrodite (Venere per i Romani) decide di punirlo suscitando in Fedra, seconda moglie di Teseo, quindi matrigna di Ippolito, una insana e illecita passione per il giovane.
Questa passione fa apparire Fedra sconvolta e "malata", "folle", agli occhi degli altri. Quando la nutrice, pensando in buona fede di aiutare Fedra, rivela questa passione a Ippolito, ne riceve una reazione rabbiosa e offensiva, al punto che Fedra, sentendosi umiliata, decide di darsi alla morte.
Prima di impiccarsi lascia, per salvare il suo onore (!), un biglietto in cui accusa Ippolito di averla violentata. Quando Teseo scopre il cadavere della moglie e il biglietto, invocando Poseidone (Nettuno), lancia un anatema mortale nei confronti del figlio.
Ippolito dichiara al padre la sua innocenza, ma non è creduto e viene bandito da Atene.
Mentre il carro lo sta trasportando, con i suoi compagni, fuori città, la maledizione paterna puntualmente si compie: un toro mostruoso uscito dal mare (mandato da Poseidone) fa imbizzarrire i cavalli che fanno schiantare il carro contro le rocce.
Ippolito viene portato morente al cospetto del padre, quando appare Artemide che espone a Teseo la verità del fatto e consente a padre e figlio di riconciliarsi in punto di morte.

- "La follia che colpisce Aiace".
"Aiace" è una tragedia di Sofocle che racconta la "follia" del guerriero greco che, adiratosi per il torto ricevuto dai capi dell'esercito che hanno donato le armi di Achille morto ad Odisseo (Ulisse) anziché a lui, espressione della forza e potenza fisica, in preda alla "insania mandata dagli Dei", esce dall'accampamento per fare strage di uomini. Atena (Minerva per i Romani, Dea guerriera della ragione, delle arti e della cultura) però interviene, gli offusca la vista e la mente in modo da portarlo a far strage di... buoi.
Resosi ridicolo agli occhi di Odisseo e dei Greci e avendo perduto l'onore, decide di suicidarsi.
La tragedia si conclude con la sepoltura di Aiace, come si conviene agli eroi.

- "La follia dionisiaca che impone al coro delle Baccanti il sacrificio
di Penteo"
"Le Baccanti": tragedia di Euripide. Dioniso (Bacco), il Dio che va e viene in qualsiasi e da qualsiasi luogo, il Dio atopos, si presenta in veste di straniero a Tebe, dove un tempo le Cariti (Le Grazie, figlie di Giove) cantarono le nozze di Cadmo e Armonia.
Dioniso ha intenzione di introdurre il suo culto associato all'uso "stupefacente" del vino anche a Tebe, dove, però, Penteo, a cui Cadmo-padre ha ceduto il regno, è determinato ad ostacolare gli effetti del culto: l'infedeltà coniugale, l'emancipazione femminile, la voluttà, il rilassamento dei costumi e dei sensi...
Dioniso dice a Penteo che per introdurre il suo culto "ha punto di follia" le donne di Tebe e se lo dovesse ostacolare scatenerebbe le Menadi (Baccanti) in guerra contro la città.
Inizia, quindi, il coro delle Baccanti, invasate da Dioniso, coro a cui partecipano anche il vecchio Cadmo e Tiresia, 'mascherati'.
Interviene Penteo per ripristinare l'ordine in città, ma viene condannato a morte: travestito da Menade (la maschera di morte!), viene trasformato in vittima sacrificale e scambiato per un leone.
Dilaniato dalle Baccanti, che intonano il loro coro di morte, è ridotto in brandelli. Invano Penteo cerca di farsi riconoscere dalla madre Agave, unitasi alle Baccanti. Ma Cadmo deve guarire Agave dalla "follia" e la invita a guardare il cielo e le cose che stanno intorno, a riconoscere a poco a poco l'orrore che stringe tra le mani: la testa di Penteo/leone... E la scena rimane vuota (!)

Della vita di Lucrezio si sa molto poco. Non compare quasi mai sulla scena politica romana. Viene però spesso citato da Cicerone, Seneca, Ovidio, Vitruvio, Plinio il Vecchio.
Un'altra fonte che lo cita è San Girolamo; nel suo "Chronicon", cinque secoli dopo, scrive di lui indicando come data di nascita il 94 a.C. e data della sua morte, suicida, il 50 a.C. (Data dubbia).
Afferma San Girolamo che Tito Lucrezio Caro, dopo essere impazzito per un 'filtro d'amore' - la notizia di un filtro d'amore velenoso, soministratogli da una amante gelosa, viene riportata anche da Svetonio -, e dopo aver scritto alcuni libri negli intervalli della "follia" (!) - libri che Cicerone pubblicò postumi - si suicidò all'età di 44 anni.
Altre fonti riportano come località di nascita Pompei (o la vicina Ercolano?) e ne attribuiscono l'appartenenza ad una famiglia nobile: quella dei "Lucretii". Studiò l'Epicureismo, proprio ad Ercolano, dove si trovava un centro della "Filosofia del Giardino", diretto dal filosofo greco Filodemo di Gadara, allora ospite della "Villa dei papiri" di Lucio Capurno Pisone, il ricco suocero di Giulio Cesare.
Lucrezio avrebbe sofferto di quello che oggi è definito 'disturbo bipolare' - improvvisi sbalzi di umore -, ma non sarebbe stato pazzo.
- Siamo sempre lì: qual'e' il confine tra genialità, schizzofrenia, disturbo bipolare, follia? Come dice una vulgata popolare: "ci sei o ci fai?" -.
In disaccordo con le guerre civili che vedono sgretolarsi la Repubblica, avrebbe lasciato Roma e non sarebbe morto suicida, ma avrebbe viaggiato in Grecia, ad Atene, nei luoghi di Epicuro (!), e forse anche in Asia Minore.
Se Lucrezio soffrì di disagi psicologici, non fu a causa del 'filtro d'amore', e se suicidio ci fu, potrebbe essere stato per motivi politici.
Virgilio parla di Lucrezio nelle "Georgiche" e nelle "Bucoliche", definendolo "felix" e "prediletto della Dea Fortuna", e non "folle" (!).
Comunque sia, fu personaggio scomodo: gli ideali epicurei, di cui era sostenitore e propagatore, minavano alle fondamenta il potere di Roma alla vigilia della congiura di Catilina.
- Lucio Sergio Catilina, fu militare e senatore romano, noto per aver congiurato contro il Senato, all'epoca di Cicerone, e per aver tentato di sovvertire la 'Repubblica Romana' -.
" Quo usque tandem abutere,
Catilina, patientia nostra?"
In un'epoca di forti tensioni repubblicane, isolarsi dalla realtà politica nell' "hortus epicureo" equivaleva abdicare ad un ruolo importante, tradire le aspettative di chi deteneva il potere.

La natura poetica della sua opera massima, "De Rerum Natura", col suo pessimismo esistenziale, fa sì che Lucrezio avanzi profezie apocalittiche, visioni allucinate e allucinanti, di conseguenza teologi cristiani come San Girolamo hanno - e danno (!) - di lui l'immagine di un "ateo folle in preda alle forze del male".
In realtà, l'ipotizzata pazzia di Lucrezio corrisponderebbe al tentativo voluto di screditarne l'immagine, così pure la presunta morte per suicidio.
Scritto in esametri e suddiviso in sei libri, raccolti in tre 'diadi', il "De Rerum Natura" può essere classificato come "poema didascalico", di natura scientifica-filosofica. Riproduce il modello prosastico e filosofico epicureo. Ogni 'diade' - copia di due libri - contiene un inno a Epicuro. Il secondo libro inizia con un inno alla scienza e con l'esposizione dell' "estetica di Lucrezio".
" Perciò è sempre necessario che i corpi deviino un poco,
ma non più del minimo, affinché non ci sembri di
poter immaginare movimenti obliqui che la
manifesta realtà smentisce...
Io dico, codesta volontà indipendente dai fatti,
questo libero arbitrio che infrange le leggi del fato,
in virtù del quale procediamo dove il piacere ci guida
e deviamo il nostro percorso quando lo decide la mente...
Così è difficile rescindere da tutto il corpo le nature
dell'animo e dell'anima, senza che tutto si dissolva...
Ed è chiaro che le facoltà del corpo e dell'anima separate
non potrebbero avere senso..."
("De Rerum Natura" - Lucrezio -)

Secondo Lucrezio, che riprende in maniera ancor più radicale la tesi che fu già di Epicuro, la religione con tutte le sue negazioni legate al 'peccato' (non fare questo perché è peccato!) è la causa dei mali dell'uomo e della sua ignoranza. La religione offusca la ragione - "Religione oppio dei popoli", avrebbe poi sostenuto Marx nel XX secolo - impedendo all'uomo di realizzarsi degnamente e, soprattutto, di poter usufruire dei piaceri della vita è accedere alla felicità terrena.
- E questo sarebbe il prodotto della "follia" di Lucrezio? ...Elogio della follia! Con buona pace di San Girolamo -.
Il poema ripropone la lacerante antinomia fra "ratio" e "religio".
"Ratio" intesa da Lucrezio come la chiarezza folgorante della verità che:
" Squarcia le tenebre dell'oscurità"
"Religio" è per Lucrezio ottundimento dottrinale e cieca ignoranza e che denomina spesso col termine "superstitio".
Lucrezio nega ogni sorta di 'creazione', di provvidenza e di beatitudine originaria, e afferma che l'uomo si è affrancato dalla condizione di bisogno tramite il progresso e lo sviluppo economico che gli derivano dalla scienza e dalla conoscenza della natura.
- Alla faccia della follia! -
Per Lucrezio, però, il progresso non è positivo a priori, ma solo se e finché libera l'uomo dal bisogno e dall'oppressione. Se, invece, è fonte di degradazione morale, lo condanna duramente (!)
- forse, si può affermare che Lucrezio sia stato un antesignano di Carlo Marx (!?!) -

" Aeneadum genetrix, hominum divomque voluptas
Alma Venus...
Madre degli Eneadi, piacere degli uomini e degli Dei,
Venere datrice di vita, che sotto i corsi celesti degli astri
dovunque ravvivi della tua presenza il mare percorso
dalle navi, le terre fertili di messi, poiché grazie a te
ogni specie di viventi è concepita e sorta, vede la luce
del sole.
Te, o Dea, Te fuggono i venti, Te le nuvole del cielo,
e il tuo arrivare; a Te soavi fiori sotto i piedi
fa spuntare l'artefice terra, a Te sorridono
le distese del mare e placato splende
di un diffuso lume il cielo..."

(Questo l'incipit)

" Così con grande clamore ponevano
i propri consanguinei sopra roghi eretti per altri
e di sotto accostavano le fiaccole,
spesso rissando con molto sangue
piuttosto che lasciare i corpi in abbandono.
... Nec poterat quisquam reperiri,
quem neque morbus nec mors nec luctus
temperat tempore tali."

(Questa, la fine del Poema "De Rerum Natura" di Lucrezio)

"Ecco i pazzi, i disadattati, i RIBELLI, i facinorosi, le spine nei fori quadrati. Quelli che vedono le cose diverse. Non sono appassionati di regole e non hanno alcun rispetto per lo 'status quo'.
Si possono citare, essere in disaccordo con loro, glorificarli o denigrarli. L'unica cosa che non si può fare è ignorarli, perché loro cambiano le cose, spingono la razza umana nel futuro.
Mentre alcuni possono vederli come pazzi, noi li vediamo come geni, perché le persone che sono abbastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo, che coltivano l'utopia, sono quelli che lo fanno davvero".
("Apple, Think Different" - Slogan di "Apple Computer", creato per accompagnare la campagna pubblicitaria relativa al lancio sul mercato del computer prodotto dalla Apple. Slogan che ebbe un discreto successo e una certa diffusione tra la fine degli anni Novanta e l'inizio degli anni 2000. Slogan che esprime in modo esemplare l' ELOGIO DELLA FOLLIA -).

"Le donne, i cavallier, l'arme, gli amori, le cortesie
l'audaci imprese io canto, che furo al tempo
che passaro i Mori d'Africa il mare,
e in Francia nocquer tanto,
seguendo l'ire e i giovenil furori d'Agramante
loro re, che si die' vanto
di vendicar la morte di Troiano
sopra Re Carlo imperator romano..."

Con questi celebri versi - impressi nella memoria di reminiscenze scolastiche - si apre l' "Orlando Furioso" il poema cavalleresco di Ludovico Ariosto, in 'ottave' e suddiviso in quarantasei 'canti', pubblicato per la prima volta nel 1516 a Ferrara.
L'opera dell'Ariosto si presenta come la prosecuzione del meno celebre "Orlando Innamorato" di Matteo Maria Boiardo e rientra, più in generale, nel solco della "Chancon de Roland", nel filone della "Chanson de Geste" - 'Ciclo Carolingio' e 'Ciclo Bretone' -.
Tre sono i temi principali attorno ai quali ruota tutta l'opera:
1) gli amori di Orlando e Rinaldo, cavalieri cristiani, per la bella
Angelica, che Carlo Magno affida al vecchio Namo di Baviera
per evitare la contesa tra i due, follemente innamorati. Bella
Angelica che finirà invece tra le braccia, e sposa, di Medoro,
giovane Saraceno, la qual cosa farà impazzire Orlando il cui senno
volerà sulla luna. Senno che sarà in seguito recuperato da Astolfo
che in groppa al cavallo alato Ippogrifo volerà prima a Nubia per
rompere l'incantesimo e poi sulla luna col carro di Elia
( Helios, Dio del sole, sul suo carro di fuoco) e scoprire
così che lì di senno umano "se ne trova una gran quantità",
mentre di pazzia ovviamente non c'è traccia, perché essa
"sta qua giù e non se ne parte mai"
- come è attuale questa affermazione, basta fare un volo radente sul Pianeta, oggi, guardando gli scenari che ci si presentano, per rendersene conto! -
Ciò permetterà ad Orlando di rientrare in se' e poter di nuovo
combattere al fianco di Carlo Magno per sconfiggere i Mori.
2) La guerra tra l'esercito cristiano al seguito di Carlo Magno e i
Mori guidati dal Re Saraceno (Califfo) Agramante.
3) Il fine encomiastico per elogiare la famiglia d'Este di Ferrara,
indicandone le origini dalla unione tra Ruggiero, guerriero
saraceno e Bradamante, sorella di Rinaldo e guerriera cristiana, e
per il tramite di Ruggiero, risalente addirittura alla stirpe troiana di
Ettore.
Orlando e la sua "follia" sono la chiave di lettura del poema:
le sorti della guerra sono affidate ad una 'sfida' tra i tre migliori guerrieri saraceni, Agramante, Gradasso e Sobrino e i tre campioni cristiani, Orlando, Bradimarte e Oliviero; sfida combattuta sull'isola di Lampedusa (!).
Orlando sbaraglia i nemici e assicura la vittoria al suo Re, Carlo Magno.

"Tutto questo, e le innumerevoli altre storie di amore, disperazione, tragedia e follia, che costituiscono la trama oltre ogni immaginazione del poema, convergono a costruire la descrizione di un sistema contraddistinto della non unitarietà e non armonicita' del cosmo, sia umano sia naturale...
Importante è il ruolo giocato da follia e infrazione nella prospettiva umanistica italiana ed europea, un tempo interpretata e valutata sui binari di una rigorosità razionalistica senza cedimenti"

(Alberto Asor Rosa, da un articolo dal titolo "Noi italiani siamo folli come Orlando", apparso su' "la Repubblica" di Martedì 21/06/2016)

Di nuovo ELOGIO DELLA FOLLIA, e del senno "ritrovato" di
Orlando.

"Leon Battista Alberti 'dipinge' l'uomo come l'animale 'irrequieto e impazientissimo di suo stato alcuno e condizione"
"La forza dell'Alberti sta nell'esasperare il contrasto, mantenendo insieme legati i termini dell'opposizione: ragione e follia, maschere e volti, luci e tenebre - rifiutando sia una scelta che una soluzione pacificatrice"
(Eugenio Garin, storico della filosofia, della cultura, dell'Umanesimo e del Rinascimento).

- La visione albertiana della dimensione sociale rispecchia l'immagine dell'uomo che emerge dalle sue opere morali, in particolare dal "Momus" (Momo o del Principe), opera a cui lavora a partire dal 1450; per l'Alberti gli esseri umani sono costitutivamente 'duplici'. Nell'aneddoto sulla creazione dell'uomo narrato nel "Momus" si legge, infatti, che Dio, dopo aver creato l'umanità, le indica il suo Palazzo, dove avrebbe trovato "tutti i beni in grande abbondanza", ma lungo il percorso molti "omuncoli" si sviano e assumono fattezze bestiali e mostruose, alle quali rimediano applicandosi sul viso delle maschere di fango che ne nascondono i tratti (Pirandello!?!), al fine di non essere "respinti dai loro simili".
L'insistenza albertiana sul tema della 'doppiezza' dell'uomo non è circoscritta al contesto satirico del "Momus", ma affiora, come è già stato detto, da tutte le sue opere morali.

"Che vuole dire malattia? Si chiede il protagonista dell' "Idiota" di Dostoevskij, l'epilettico principe Myskin"

- Il principe Myskin è l'ultimo erede di una grande famiglia decaduta.
Spiritualmente elevato, è uomo in cui la generosità d'animo e la fede nella bontà del prossimo si accompagnano ad una sostanziale inesperienza di vita, il tutto fa sì che scaturisca in lui una debolezza della volontà e del carattere.
Dopo un periodo trascorso in Svizzera per curare una malattia nervosa, torna in patria, avendo per compagno di viaggio un giovane esuberante di nome Rogozin, il quale gli parla del suo amore disperato per la bella Nastasja Filippovna.
Giunto a Pietroburgo, Myskin si reca in visita al generale Espancin, suo parente, dal quale apprende che il di lui segretario, Ganja, avrebbe in animo di sposare proprio Nastasja Filippovna, mirando alla sua dote. La sera in cui devono essere decise le nozze, tempi e modalità, Rogozin fa irruzione nella casa di Nastasja chiedendole di diventare la sua amante e di rifiutare Ganja, provvedendo lui a pagare una cifra pari alla dote.
Myskin, che scopre di essersi a sua volta innamorato della Filippovna, si dichiara pronto a sposarla pur di sottrarla a quel mercato umiliante. Nastasja, commossa ma incredula, fugge con Rogozin.
Nel frattempo di Myskin si è innamorata la giovane Aglaja, figlia del generale Espancin, ma ciononostante il principe insiste nel suo amore verso Nastasja, cercando di strapparla a Rogozin che, folle di gelosia, la uccide.
Chiamato da Rogozin come unico testimone del delitto, Myskin di fronte alla salma dell'amata cade in una "follia" senza ritorno, e per lui si riaprono le porte della clinica in Svizzera.

Fedor Dostoevskij scrive l' "Idiota" durante il suo esilio sul lago di Ginevra, in fuga dai troppi debiti contratti, a partire dal settembre 1867, lavoro che porterà a termine a Firenze, nel 1869.
Considerato uno dei massimi capolavori della letteratura russa,
l' "Idiota" vuole rappresentare "un uomo positivamente buono", un Cristo del XIX secolo (!).
Va sottolineato come l'aggettivo "buono", letteralmente "prekrasnyi"
nella lingua originale russa, significhi anche "bellezza", splendore.
L'accostamento del principe Myskin (l'Idiota), uomo completamente buono e bello (!) a Gesù Cristo è confermato dalle ripetute citazioni in tal senso nel romanzo, in particolare il riferimento al quadro del "Corpo di Cristo Morto nella tomba" del pittore Hans Holbein il Giovane, dipinto che Dostoevskij aveva visto, nel 1867 a Basilea, e di cui era rimasto profondamente impressionato.

"Tutti imbarcati, fin dalle origini, 'in omni tempestate', il cittadino ateniese esaltato da Pericle come Dante argonauta, gli eroi di Shakespeare come il 'cavaliere vergine' don Chisciotte, errante sul suo ronzino. Nave di eroi o nave di folli, 'Narrenschiff'?"
(Massimo Cacciari, già citato sopra)

- "Don Chisciotte della Mancia" (titolo originario "El Ingenioso
Hidalgo Don Quijote de la Mancha") di Miguel de Cervantes
Saavedra è unanimemente considerato uno dei più grandi romanzi mai scritti - l'inizio del romanzo moderno - uno dei personaggi più belli mai concepiti, uno che ostinatamente segue e persegue una visione più romantica del mondo e rifiuta di rinunciarvi, uno che lotta contro i "mulini a vento" della storia, fantasticando e inseguendo l'utopia.
In un anonimo villaggio della Mancia vive Alonso Quijano, un hidalgo della piccola nobiltà spagnola, appassionato lettore di romanzi cavallereschi. Passione, la sua, che diventa una vera e propria ossessione, al punto che decide di rinverdire le gesta dei cavalieri erranti, con l'intento di aiutare i deboli e sconfiggere i potenti. Assume il nome di Don Quijote de la Mancha, ribattezza il suo macilento cavallo 'Ronzinante', si sceglie una dama ideale fantasticando la figura di una giovane contadina, cambiandole il nome di Aldonza Lorenzo in quello più nobile di Dulcinea principessa del Toboso, e parte lancia in resta all'avventura.
In una locanda, che nella sua fantasia risulta essere un 'castello', si fa ordinare, dall'oste (!), 'cavaliere' e in sella a Ronzinante inizia la sua... "Chanson de Geste".
Le prime gesta lo vedono sconfitto e bastonato, per cui viene raccolto stremato da un contadino e riportato a dorso di mulo al villaggio. Qui riesce a convincere un povero contadino, Sancho Panza, a fargli da scudiero e a ripartire per nuove avventure...
Perseguendo ostinatamente l'utopia di un mondo diverso, scambia sistematicamente le proprie fantasticherie per la realtà e, disilluso, si convince di essere vittima di un maligno incantatore.
Vediamo, infatti, il 'cavaliere errante' caricare i "mulini a vento" che per la sua fantasia sono "giganti", combattere "eserciti" nemici che in realtà sono greggi di pecore e montoni. Porta il disordine in un pacifico corteo funebre per impedire, secondo la sua visionarieta', il trafugamento della salma di un nobile cavaliere.
Fa della bacinella di un barbiere l' "elmo di Mambrino" - l'elmo d'oro meraviglioso che "costò così caro a Sacripante" (parole di Don Chisciotte), infatti era costato la vita all'eroico cavaliere dell' "Orlando Furioso" -. E via a seguire di... "follia in follia", finché di nuovo bastonato e bistrattato ritorna a casa per la seconda volta.
Il... "guerriero a riposo" sente il devoto Sancho Panza rivelare che è apparso un libro, "El Ingenioso Hidalgo Don Quijote de la Mancia", che narra le sue avventure. Inorgoglito, Don Chisciotte riparte ancora all'avventura.
Incontra nel suo errare "il Cavaliere del bosco" - o "Cavaliere degli specchi" -, ed è una nuova sfida, dove, inaspettatamente, Don Chisciotte ha la meglio...
Di avventura in avventura il "cavaliere errante" e il suo fido scudiero si dirigono a Saragozza, attraversano il fiume Ebro, per ritirovarsi a... Barcellona, dove Don Quijote viene sfidato a duello dal "Cavaliere della Bianca Luna", che lo sconfigge e gli impone di tornare al villaggio, Cavaliere della Bianca Luna che altri non è che il baccelliere Carrasco.
Sconfitto e afflitto, malconcio e malinconico, Don Chisciotte fa rientro alla propria magione e dopo una febbre altissima e un lungo sonno, si risveglia 'rinsavito' (!), rinnega le sue imprese e fa testamento, firmandolo col nome di Alonso Quijano detto il "Buono".

Il tema che Cervantes pone al centro del suo Don Chisciotte, basandosi sulla tradizione epico-cavalleresca riletta in chiave di parodia, è il rapporto tra realtà e finzione, tra storia e utopia, tra il mondo com'è e come lo si vorrebbe, in una, tra normalità e "follia".
Don Quijote è infatti la sublimazione del sognatore, del visionario, del "folle", che inevitabilmente si scontra con il principio di realtà.
Le sue tre partenze alla ostinata ricerca dell'avventura cavalleresca, le sue eroiche e comiche battaglie, rappresentano tutte manifestazioni di un rapporto alterato con la realtà, vista con l'ottica del fantastico e dell'utopia.
Questo ripetuto straniamento trova, però, una precisa componente razionale e intellettuale: Don Alonso Quijano, alias Don Chisciotte, non è pazzo, è volutamente "folle", si fa "cavaliere errante", "cavaliere vergine", per una applicazione meticolosissima del proprio raziocinio. Egli si fa "cavaliere cortese" accettando e imponendo a se' e agli altri le regole e le ragioni della cavalleria, in evidente contrasto con la realtà in cui vive.
A perfezionamento della figura del protagonista c'è quella di Sancho Panza che funzione da perfetta "controparte", all'interno del legame tra verità e illusione: Sancho Panza è il popolano di senno che deve ricondurre il "folle" padrone Don Chisciotte alla realtà, ma spesso cedera' anche lui alla seduzione dei sogni e dell'utopia.

"Nulla è più facile che illudersi, perché l'uomo
crede ciò che desidera". (Demostene)

"Sparita la lebbra, cancellato o quasi il lebbroso dalla memoria, resteranno queste strutture (...)
Poveri, vagabondi, corrigendi e "teste pazze" riassumeranno la parte abbandonata dal lebbroso. E vedremo quale salvezza ci aspetta da questa esclusione, per essi e per quelli stessi che li escludono.
Con un senso tutto nuovo e in una cultura differente le forme resisteranno: soprattutto quella importante di una separazione rigorosa che è esclusione sociale, ma reintegrazione spirituale"

Michel Foucault scrive "Storia della Follia nell'Eta' Classica"
- titolo originale "Folie et Deraison. Histoire de la Folie a' l'Age Classique" - nel 1961, come tesi di dottorato e sua prima opera.
È praticamente uno studio sugli sviluppi della follia attraverso la storia. Come si evince dal brano riportato sopra, Foucault parte da lontano, analizzando i "lebbrosari" del Medioevo, veri e propri "ghetti" dove i lebbrosi venivano rinchiusi, separati e dimenticati dalla società del tempo. Ma, nonostante la scomparsa della lebbra, i "lebbrosari" continuavano ad esistere, per cui è lecito chiedersi a cosa servissero e cosa fossero diventati una volta scomparsa la malattia. La risposta? L'uomo "normale" ha sempre temuto è tenuto a debita distanza, erigendo muri e lì confinandolo, il diverso, l'altro. Chi è oggi l'altro? Il migrante, il "clandestino"... colui che
"ti porta via il lavoro, la casa, la donna..." e perciò bisogna difendersi erigendo barriere, muri, ghetti (!).
Ma torniamo alla storia della follia. Un dato certo è la fondazione per decreto, nel 1656, di un "Hopital General" come luogo di internamento per pazzi, ma anche per poveri e criminali (!).
Un luogo quindi dove albergava un mix di "repressione e carità".
Nell'età "Classica" sorgono sì luoghi riservati a soli folli, come l'Hotel-Dieu, ma nella generalità dei casi, i pazzi, i furiosi, saranno "confusi" con altri internati, emarginati. Quelli rifiutati dalla società e rinchiusi in una sorte di prigione.
Per Foucault la "confusione" non è frutto di un errore dell'età classica, ma anzi di una esperienza omogenea dell'esclusione.
Gli "asili" riservati ai folli non sono una novità dell'età classica, la vera novità di tale epoca sta proprio nella "confusione", nell'internare in detti luoghi sistematicamente "folli" e non folli, i furiosi insieme a quelli che la società vuole escludere come i poveri, gli handicappati, gli eretici, i libertini, i criminali (!).
Istituti, quindi, dove si confondono carità e repressione.
Foucault poi dedica un'attenzione particolare al modo in cui lo "status di folle" evolve nell'ordine sociale. Dalla figura "riconosciuta" come tale, da seguire amorevolmente nel chiuso delle mura familiari (!), all'esclusione in quanto malato irrecuperabile da isolare in una sorta di prigione, applicandogli una "terapia dell'avversione", che prevede le 'camicie di forza', le 'docce gelate', e, arrivando ai tempi moderni, l'elettroshock (!).
Una vera e propria brutalizzazione reiterata del paziente, in una continua alternanza tra cura e punizione.
Il "folle" nell'età classica è visto anche come il possessore di un sapere oscuro e proibito, capace di vedere realtà superiori che nascondono segreti misteriosi, realtà precluse agli uomini "normali".
Spesso il folle è associato alla figura del mago, del sapiente e del guaritore - lo Shamano delle società primitive -.
Complementarietà della follia con la ragione, così come nell'opera di Erasmo da Rotterdam.
Si affermano due modi di intendere la povertà/follia: quello della sfera del bene, dove la povertà è sottomessa, è conforme all'ordine che le viene imposto; quello della sfera del male dove la povertà/ribelle non accetta quest'ordine, cerca di sfuggire ribellandosi allo 'status quo'. La prima accetta l'internamento e vi trova la... "sua pace"; la seconda lo rifiuta ed è proprio questa la ragione per cui merita la repressione, oltre che la cura (!), nel manicomio.
Mentre nel Medioevo il problema della follia era ancora inserito nella problematica del bene e del male, propria della "tragedia umana", nell'età classica - Illuminismo - l'analisi etica dell'uomo contrappone fortemente la ragione alla follia, escludendo e condannando irrimediabilmente quest'ultima all'internamento nei manicomi, compiendo, in tal modo, la più grande delle follie: pretendere di poter eliminare la follia isolandola e definendola come una malattia (!).

IL PITTORE DELLA FOLLIA
Jeroen Anthoniszoon van Aken, in arte Jeronimus Bosch, nasce a Hertogenbosch, una città nel Sud dei Paesi Bassi vicino a Tilburg, il 2 Ottobre 1453, e sempre a Hertogenbosch muore il 9 Agosto 1516 - esattamente cinquecento anni fa (!) -.
La visionarieta', la stranezza, la "follia", delle sue opere hanno chiamato in causa anche la psicoanalisi che ha dato una sua lettura, una sua interpretazione, non sempre corretta e compatibile storicamente. Sicuramente la sua opera sentì l'influenza delle dottrine religiose e dei movimenti culturali dell'Europa Centro-Settentrionale. Va infatti ricordato che Jeronimus Bosch fu contemporaneo del Martin Lutero della "Riforma Protestante" e di Erasmo da Rotterdam.
Con grande ironia, con spirito visionario, e, si potrebbe anche dire, con "follia", Bosch mise su tela i conflitti dell'uomo rispetto alle regole imposte dalla morale religiosa, e, non diversamente, dalla morale corrente e imperante della società d'allora, dallo 'status quo'. Quindi, la caduta nel vizio, nel piacere della trasgressione e il successivo percorso infernale per redimersi, per uscire dalla "follia", dichiararsi sano e convincere della riacquistata normalità è il 'focus' di tutto il suo lavoro.
Nasce in una famiglia di pittori, per cui Jeronimus può disporre di un proprio studio privato in casa. Il suo nome appare tra i Confratelli di "Nostra Diletta Signora", associazione di laici ed ecclesiastici che si dedica al culto della Vergine, organizzando la partecipazione alla processione annuale e ai diversi eventi previsti dalla liturgia. La Confraternita gestisce anche case d'insegnamento della Scuola Latina, e una di queste è frequentata, tra il 1485 e il 1487, dall'allora diciassettenne Erasmo da Rotterdam. Di qui il rapporto tra Erasmo e Jeronimus, le affinità elettive tra i due, estese anche all'artista Sebastian Brandt, la cui opera "Nave dei Folli", sarà una delle principali fonti di ispirazione sia per l' "Elogio della Follia" di Erasmo, sia per la pittura di Bosch.
Nella sua "Nave dei Folli" il poeta satirico alsaziano Sebastian Brant - nato e morto a Strasburgo 1458/1521 -, in forma di allegoria, descrive una nave stipata di folli e guidata da folli... Nave che fa rotta in un viaggio fantastico verso il Paradiso dei folli, "Narragonia", puntando al "Paese di Cuccagna", con relativa visita, fino al tragico epilogo del "naufragio finale".
La satira didascalica del Brant sferza con implacabile severità e rigore i vizi e le debolezze umane, espressione tipica della sua epoca popolata da "esseri rozzi e volgari".
Nonostante fosse un religioso osservante, non mancò mai di vigilare sugli abusi della Chiesa e stigmatizzarli.

Alcuni studiosi per spiegare i 'soggetti' della pittura di Bosch hanno ipotizzato la sua appartenenza (e/o relazione) a sette come quella degli "Homines Intelligentiae" che prevedeva il nudismo e il libero amore come tramite per approdare alla "innocenza paradisiaca" antecedente al Peccato originale, oppure ad una cellula della eresia Catara (!).
Non è dato sapere con certezza quale sia stato il percorso formativo e quali siano stati i maestri di Bosch. Sicuramente sviluppò un proprio stile, diverso, molto diverso da quello allora dominante, stile basato sulla finezza dei dettagli e la resa dei volumi plastici, che prendeva spunti anche dall'arte della 'illustrazione miniata', in particolare nell'esecuzione piatta, a due dimensioni, più grafica che pittorica.

"Comme nombre d'anciens peintres, il avait coutume de tracer completement ses compositions sur le blanc du tableau et de revenir ensuite par une teinte legere et trasparente pous ses carnations, attribuant, pour l'effet, une part considerable au dessous".
Così di lui e del suo stile, uno storico dell'arte olandese.

Tra il 1490 e il 1500 realizza la "Nave dei Folli", ispirata al poema satirico dell'umanista Sebastian Brant. Nel dipinto i "folli" sono stipati su una nave che per nocchiere ha un suonatore di cornamusa e come albero, "l'albero della cuccagna".
In quell'epoca, i pazzi non venivano isolati ed esclusi dal contesto sociale, perché la religione predicava che: "a volte Dio si esprime attraverso i pazzi". Per questo venivano lasciati liberi di girare per le campagne (!) - o di darsi al bosco, come il ribelle di Junger -, oppure erano caricati sulle cosiddette "navi azzurre" che viaggiavano liberamente, senza una rotta o una meta precisa.
Databile sempre tra il 1490 e il 1500 è l' "Allegoria di Yale" , forse un lavoro che prelude alla "Nave dei Folli".
Pure di quel decennio prolifico sono:
- "Estrazione della Pietra della Follia"
- "I sette peccati capitali".
Il "Trittico del Carro di Fieno" è invece databile il 1516.
Altra opera fondamentale, basilare nello sviluppo della "poetica" di Jeronimus Bosch.
Nei pannelli laterali chiusi del 'trittico' è dipinta un'unica rappresentazione, come nell'opera del "Venditore Ambulante".
Si tratta di un personaggio che si incammina solitario lungo un sentiero, con un enorme sacco in spalla, appoggiandosi ad un bastone. Attorno a lui scene di vita molto particolari: veri e propri fattacci, come la rapina di un viandante, un'impiccagione sullo sfondo, un atto di violenza... Quindi, simboli di peccato e di morte.
Lo stesso viandante col bastone caccia via un cane randagio.
Le interpretazioni date dai critici sul viandante, sono molteplici, variegate, e spaziano in tutte le epoche: per alcuni un 'vagabondo', per altri un 'venditore ambulante', per altri ancora un 'figliol prodigo', e via elencando... La più accreditata, e recente, lo identifica in un "viandante che si incammina sulla via dell'esistenza"
resistendo alle lusinghe dei peccati e guardandosi dalle tentazioni e dalle malvagità. Viandante che percorre la... "via del matto" (!), vale a dire la via della esperienza, con cui si entra nel 'regno della materia' - contrapposto al regno dello spirito - per contemplarlo nel profondo e scoprirne i segreti.
"Percorrere la 'via del matto' è come compiere un equilibrismo.
La via del matto e la via del viaggiatore solitario in cammino verso l'iniziazione". Concetto, questo, ancora molto diffuso.
La parte irredenta dell'uomo, la sua ombra scura (!), è sicuramente nel fardello che il "matto" si porta dietro la schiena - fardello molto pesante - e lì dentro ci sono i suoi debiti e i suoi crediti spirituali. Il "matto", attraverso un continuo allargamento della sua coscienza, diventa sempre più saggio, in effetti a definirlo "matto" sono le persone immerse nel sonno e nelle illusioni puramente terrene, obnubilate dalla "normalità" quotidiana che non li fa pensare e perciò non riescono a scrutare i misteri che si celano dietro la naturalità del ciclo vitale, morte e rinascita comprese.
Sono distratte da altre cose per loro più importanti, si attardano sui 'fattacci' che avvengono ai bordi del sentiero, mentre non dovrebbero distrarsi e continuare a 'percorrere la via', vale a dire 'ricercare la verità'.
- Come giudichiamo, oggi, il "barbone" che fa la scelta radicale di rifiutare la vita comune, la vita sociale, per percorrere, anche lui da viaggiatore solitario, il sentiero dell'esistenza, portandosi sulle spalle il 'fardello' ?!? -.

Nel lato di sinistra del 'trittico' aperto sono dipinti quattro episodi distinti. In alto, la "caduta degli Angeli ribelli",
- e come definire l' "Angelo ribelle" che rinnega e si rivolta all'Assoluto, si oppone alla sua autorità, venendone condannato per l'eternità, se non "Folle" (?!?) -,
che mentre precipitano cambiano forma ed assumono l'aspetto di rospi e insetti.
Più in basso, la "creazione di Eva da una costola di Adamo";
ancora più in basso, sulla destra, il "Peccato Originale", con il serpente dalla testa di donna e mani con artigli; infine, la "cacciata dal Paradiso Terrestre", la cui porta è coronata da una pianta irta di spine, con vari frutti, uno di questi beccato dall'uccello della "lussuria", mentre il cardo rappresenta l' "eccitazione dei sensi".
Nel pannello centrale è dipinto il "Carro di Fieno", e la confusione che scatena al suo passaggio: "il mondo è come un carro di fieno che passa, ciascuno ne arraffa quel che può".
Sulla cima del carro, un "concertino" tra un angelo che prega Gesù apparso in cielo, e un demonio azzurro col naso a tromba e con la
coda di un pavone, simbolo della "vanità" - uno dei tanti mostri che popolano il simbolismo visionario del genio Bosch -.
Dietro di loro, nascosti da un cespuglio, una coppia di contadini, amanti, si bacia.
Certamente il "demonio azzurro", con la dolce musica della sua tromba, vuole rappresentare l'adescamento suadente al peccato.
La "civetta" è il simbolo dell'inganno che sovraintende al peccato.
- nella caccia, tuttora, la civetta viene usata per attirare col suo richiamo gli altri uccelli -.
Evidente la genialità di Jeronimus Bosch nel rappresentare l'allegoria della vita, il "concertino della vita", tra tentazioni, piaceri, peccati e... interventi evangelici: "pecchiamo, concediamoci pure ai piaceri della carne, tanto poi... c'è la confessione e la redenzione (!)"
La visione pessimistica di Bosch è rappresentata dai diavoli che trascinano il "carro" verso destra, dove, nella terza anta, si apre all'inferno.
In basso, sotto e attorno al "carro" gli umani, di ogni ordine sociale, si dimenano e si accapigliano per accaparrarsi il "fieno", con forconi, scale e strumenti più svariati; dietro il "carro"... un "corteo" guidato dal re di Francia, dal Papa e dall'Imperatore; corteo di personaggi di varia umanità che raffigurano un ventaglio variegato di peccati propri dell'uomo, che vanno dall'ingordigia, alla superbia, dalla accidia, alla lussuria... e via elencando.
Meta finale del corteo: l'Inferno, rappresentato da una città incandescente, in preda alle fiamme, con diavoli intenti a costruire una torre, forse la biblica "Torre di Babele".
Che dire: un autentico capolavoro universale, di una mente geniale, visionaria... "folle" (!)

"...Il vescovo, il re, l'imperatore,
Persino il cardinale,
L'han mezzo rovinato
Gli han portato via:
La casa, il cascinale, la mucca,
Il violino, la scatola di Kaki...

E sempre allegri bisogna stare
Che il nostro piangere fa male al re,
Fa male al ricco e al cardinale
Diventan tristi se noi piangiam
(ripete)..."

("Ho visto un re" - Dario Fo/Enzo Jannacci-)

"La fossa del leone
È ancora realtà
Uscirne è impossibile
È uno slogan falsità
Il nostro caro Angelo
Si ciba di radici e poi
Lui dorme nei cespugli sotto gli alberi
Ma schiavo non sarà mai
(L'angelo ribelle che... si dà al bosco !)
Gli specchi per le allodole
Inutilmente a terra balenano ormai
Come prostitute che nella notte vendono
Un gaio un cesto d'amore
Che amor non è mai
Paura e alienazione
E non quello che dici tu
Le rughe han troppi secoli oramai
Truccarle non si può più
(La Chiesa è vecchia più di 2000 anni !)
Il nostro caro Angelo
È giovane lo sai
Le reti il volo aperto gli precludono
Ma non rinuncia mai
Cattedrali oscurano
Le bianche ali bianche non sembrano più
Ma le nostra aspirazioni il buio filtrano
Traccianti luminose gli additano il blu"

("Il Nostro Caro Angelo" - Mogol/Battisti -)

"Estrazione della Pietra della Follia"
Il soggetto del dipinto è tratto da una storiella popolare, secondo la quale uno stolto, un "folle", si fa convincere da un "ciarlatano", da un "guaritore", a farsi togliere dalla testa la "pietra della follia", ovvero "stultitiae" (stoltezza)
"Meester snyt die keyeras/Myne name is Lubbert Das"
(Maestro che fori le pietre, il mio nome è Bassotto Castrato)
Si legge nell'iscrizione, con una grafica di eleganti arabeschi disegnati tutt'intorno al tondo all'interno del quale il ciarlatano/guaritore, con uno strano imbuto per copricapo, simbolo di 'stupidità', sta tagliando con un bisturi la fronte del malcapitato per estrarne un fiorellino (!), sotto lo sguardo "distaccato" di due assistenti:
- un monaco con un boccale argenteo;
- una suora con un libro sulla testa.
Assistenti che probabilmente rappresentano la "Chiesa credulona della superstizione".
Il "chirurgo" con l'imbuto è uno dei tanti personaggi grotteschi della "poetica" di Jeronimus Bosch, qui rappresenta l'ignoranza e la presunzione di certa medicina che pretende di curare la "follia".

"Sette Peccati Capitali"
"Cave Cave Deus Videt", questa scritta in latino, tradotta "Attenzione, Attenzione, Dio Vede", si trova sotto la figura di Cristo che si erge dal proprio sepolcro, esattamente dentro una fascia di raggi dorati che simboleggiano l' "Occhio di Dio". Il tutto, al centro del dipinto, in forma circolare.
Quattro piccoli 'medaglioni' agli angoli della tela, rappresentano rispettivamente:
- "la morte di un peccatore" - ars moriendi -
- "il Giudizio Universale"
- "l'Inferno"
- "il Paradiso".
Nella parte centrale, un cerchio più grosso circonda il Cristo, e vi sono raffigurati i vizi capitali. In senso orario:
- "Invidia"
- "Avarizia"
- "Gola"
- "Accidia"
- "Lussuria"
- "Superbia".
"Gens absque consilio est et sine prudentia/Utinam saperent et intelligerent ac novissima providerent"
(È un popolo privo di discernimento e di senno/O, se fossero saggi e chiaroveggenti, si occuperebbero di ciò che li aspetta)
Si legge nel cartiglio in alto.
"Nascondam faciem meam ab eis considerabo novissima eorum"
(Io nasconderò il mio volto davanti a loro e considererò quale sarà la loro fine)
Si legge nel cartiglio in basso.
Due testi biblici.
Di questo dipinto è stato scritto che: "Sette Peccati Capitali" è la "Divina Commedia" in un dipinto, la proiezione delle scene di un film, una 'saga' in un solo dipinto... In ogni caso, è un altro capolavoro che fa' gridare alla genialità e alla follia.

"Il Ciarlatano/Prestigiatore"
Ciarlatani, guaritori, imbonitori, venditori di pozioni miracolose, persuasori, arruffapopoli, predicatori, conta frottole, falsi scienziati, spacciatori di bufale, che pullulano ovunque, nella società, sui "media", sulla "rete", e che assomigliano tanto ai ciurmatori che imperversavano nel Medioevo, nella società pre illuminista. Quelli che vendevano nelle pubbliche piazze i loro 'specifici', ovvero preparati miracolosi in grado di fermare il tempo, vincere le malattie, ridare vigore all'eros, far diventare ricchi... e via elencando; tutti... "imbrogli che si commettono contro gli 'ammalati' in piazza", perché era proprio il luogo pubblico per eccellenza: la piazza, dove gli acchiappagonzi mietevano vittime tra ingenui e babbei.
Così, oggi, creduloni onniscienti e complottardi diffidenti popolano la civiltà dell'informazione e ne costituiscono il paradosso: sappiamo sempre di più, ma capiamo sempre meno. E la realtà ci sfugge da ogni parte, inondati come siamo da una moltitudine, da un eccesso di particolari. Inondati quotidianamente da immagini, notizie, informazioni, note di agenzia, newsletter, blog, forum... chi più ne ha, più ne metta, che il 'web' sversa su di noi come un fiume inarrestabile.
Siamo sempre più "bipolari". Per un verso malfidenti verso i vari esperti, ricercatori, professori, giornalisti o studiosi, e per l'altro pronti a prestar fede a tutte le voci che corrono in rete.
Ma veniamo al "Ciarlatano/Prestigiatore" di Jeronimus Bosch.
È un dipinto attribuito al grande maestro e/o alla sua 'Bottega'.
Dubbia, quindi, sia l'autografia, sia la datazione.
Il soggetto del dipinto dovrebbe essere quello dello stolto - ma qui i critici sono divisi e hanno avanzato varie ipotesi -, che, 'forte' della propria stupidità, viene derubato da un prestigiatore/ciarlatano e dal suo complice.
La "scena" può essere divisa in due metà:
- sul lato destro, il prestigiatore/ciarlatano che esegue un gioco con palline - il gioco delle "tre carte" di oggi (!) -, e tiene alla cintura un canestro con dentro una 'civetta', rapace notturno, perciò simbolo negativo, simbolo molto frequente nei lavori di Bosch, anche con significati e simbologie diversi;
- sul lato sinistro, nell'altra metà, si vede, confuso tra la folla, il 'sempliciotto', lo stolto, che è piegato in due di fronte al ciarlatano/prestigiatore, di cui segue "a bocca aperta" il gioco di prestigio e nel contempo vomita rane - il "grottesco" di Bosch -, forse per effetto del trucco del prestigiatore, o forse come simbolo della sua immoralità - un arricchito ?!? -.
Dietro il 'sempliciotto' un complice del ciarlatano, con fare indifferente, gli sta rubando la borsa dei denari appesa alla cintura.
Tra la folla si distinguono distintamente una copia di amanti, dei borghesi, una monaca, un fanciullo con girandola che guarda incuriosito la scena: uno spaccato di varia umanità (!).
Quest'altro capolavoro mette in risalto l'attualità del messaggio che sottintende al dipinto: ciarlatani e creduloni, persuasori e diffidenti, sani e folli... convivono, si alimentano e si nutrono a vicenda.
Domada: "cosa è cambiato in questi 500 anni?"
Sì, perché proprio il 9 Agosto 2016 ricorre l'anniversario dei 500 anni dalla morte di quel genio che corrisponde al nome di Hieronymus Bosch.

"Tu prova ad avere un mondo nel cuore
E non riesci ad esprimerlo con le parole
E la luce del giorno si divide la piazza
Tra un villaggio che ride e te, lo scemo, che passa
E neppure la notte ti lascia da solo:
Gli altri sognan se stessi e tu sogni di loro
E sì, anche tu andresti a cercare
Le parole sicure per farti ascoltare:
Per stupire mezz'ora basta un libro di storia,
Io cercai di imparare la Treccani a memoria,
E dopo maiale, Majakowsky e malfatto...
Continuarono gli altri fino a leggermi matto.
E senza sapere a chi dovessi la vita
In un manicomio io l'ho restituita:
Qui sulla collina dormo malvolentieri
Eppure c'è luce ormai nei miei pensieri,
Qui nella penombra ora invento parole
Ma rimpiango una luce, la luce del sole.
Le mie ossa regalano ancora alla vita:
Le regalano ancora erba fiorita.
Ma la vita è rimasta nelle voci in sordina
Di chi ha perso lo scemo e lo piange in collina:
Di chi ancora bisbiglia con la stessa ironia
Una morte pietosa lo strappò alla pazzia".

("Un Matto/Dietro ogni Scemo c'è un Villaggio" - da "No al denaro, non all'amore né al cielo" - L'Antologia di "Spoon River" di Edgar Lee Master - Fabrizio De Andre' -)

"Perché si vede sorgere d'un tratto la sagoma della "Nave dei Folli" (Das Narrenschiff), e il suo equipaggio insensato che invade i paesaggi più familiari? Perché, dalla vecchia alleanza dell'acqua con la follia, è nata un giorno, e proprio quel giorno, questa barca? (...) La follia e il folle diventano personaggi importanti nella loro ambiguità: minaccia e derisione, vertiginosa irragionevolezza del mondo, e meschino ridicolo degli uomini".
(Michel Foucault)

Giasone e gli Argonauti, Odisseo, il Capitano Achab, Herman Melville, Robert Louis Stevenson, James Cook, Charles Darwin, Joseph Conrad... Ma anche Hieronymus Bosch, Caravaggio, Michelangelo, Vincent Van Gogh, Ligabue e... compagnia bella, tutti imbarcati sulla "Narrenschiff"

G. (2016)

Bibliografia"
- "Elogio della follia", Erasmo da Rotterdam -
- "La Santa Follia che aiuta a catturare la Felicità", Massimo
Cacciari, articolo apparso su "La Repubblica" di Giovedì 5/05/2016
- "De Rerum Natura", Lucrezio -
- "Orlando Furioso", Ludovico Ariosto -
- "Noi Italiani siamo folli come Orlando", Alberto Asor Rosa, articolo
apparso su "La Repubblica" di Martedì 21/06/2016 -
- "Momus" (Momo o del Principe), Leon Battista Alberti -
- "Idiota", Fedor Dostoevskij -
- "Don Chisciotte della Mancia", Miguel de Cervantes -
- "Storia della Follia nell'età Classica", Michel Foucault -
- Dizionario Enciclopedico Treccani, Enciclopedia Treccani