domenica 6 luglio 2014

Corsari nel nostro mare


artemagazine.it
Contributo di Gianni Fabbri - Incontri del Mediterraneo -
Una MOSTRA dedicata alla storia affascinante e non molto nota dei CORSARI nel MEDITERRANEO, illustrata nei suoi vari e curiosi aspetti con immagini, carte nautiche e documenti.
Una vicenda che ha condizionato la navigazione e le coste del 
MARE NOSTRUM tra il XVI e il XIX secolo, dando vita ad una intensa produzione di arte e folclore.

Quella dei corsari è una delle tante storie che racconta il nostro mare, inteso sia come Mare Nostrum Mediterraneo, sia come il "più nostro" Adriatico, per la parte che bagna le coste di Romagna, le cui spiagge sono ora un luogo sicuro e familiare per eccellenza, ma dove tra le ultime incursioni dei corsari e i primi stabilimenti balneari, tra il 1820 e il 1840, passarono solo due decenni.
Anche il Mediterraneo ebbe infatti i suoi Corsari - e i suoi Pirati -, meno famosi, ma certo non meno interessanti dei loro "colleghi" dei Caraibi.
Essi furono una presenza costante e pericolosa soprattutto tra la fine del secolo XVI e l'inizio del secolo XIX, nel quadro della contrapposizione, ma anche della convivenza e del reciproco interesse e curiosità, tra il mondo della Cristianità e quello Islamico dell'Impero Ottomano, che dopo Lepanto vedono le loro forze ed insediamenti in equilibrio sulle opposte sponde del Mediterraneo.
Una "guerra inferiore", come la definì il grande storico Fernand Braudel, che vide protagoniste le navi corsare e pirati che avevano le loro basi nelle "reggenze barbaresche" di Algeri, Tunisi, Tripoli, senza dimenticare tuttavia la miriade di piccole imbarcazioni che trovavano rifugio un po' ovunque nei tantissimi anfratti delle coste del Mediterraneo, come ad esempio, in Adriatico, a Dulcigno e
Valona.


Pertanto, oltre alle incursioni periodiche dei Pirati Saraceni, dei Pirati Barbereschi e dei Pirati Turchi - "...Lo nero periglio che vien dallo mare ad ogni inizio di Primavera..." -, che, sbarcando sulle nostre spiagge, saccheggiavano, depredavano e uccidevano. l'Adriatico (Il Golfo di Venezia, come veniva allora definito) fu teatro, per secoli, di scorribande continue di pirati e corsari che avevano loro basi lungo tutta la costa e le isole della Dalmazia, dall'Albania (allora Illiria) all'Istria.
Dapprima i Pirati Illirici (Gli Illiri: un'antica popolazione di lingua indoeuropea che popolava un territorio compreso tra l'attuale Montenegro e l'Albania. Gli Albanesi si vantano di discendere dagli Illiri), con basi a Dulcigno, l'attuale Ulcinj, città costiera del Montenegro, Vallona e Durazzo (Albania), furono una vera e propria piaga per marinai e imbarcazioni che solcavano l'Adriatico. 
A seguire, i Pirati Narentani che avevano i loro rifugi nella Pagania, la costa Dalmata alla foce della Nerevta (o Narenta, di qui il termine Narentani), con tutte le isole prospicenti: Meleda (Mljet), Curzola (Korcula)
Lesina (Hvar), Lagosta (Lastovo), Lissa (Vis), Brazza (Brac), Solta.
Questi pirati erano un tale flagello da indurre Papa Onorio II ad organizzare contro di loro una vera e propria Crociata.
Nel 1278, dopo aver perso le basi strategiche di Brazza, Lesina e Lissa, furono definitivamente sconfitti e integrati nella Serenissima Repubblica di Venezia.
Da ultimi (ma solo in ordine di tempo), i Pirati Uscocchi, con base a Segna, l'attuale Senj, città costiera della Dalmazia settentrionale (nel Canale del Velebit). Furono il terrore dell'Adriatico del Cinquecento, quando era conteso fra l'Impero Ottomano, la Repubblica di Venezia e l'Impero Asburgico.
Agli inizi del 1600 erano "Corsari" appoggiati dall'Austria per nuocere alla Serenissima, al punto di spingere la Repubblica a dichiarare loro guerra; una guerra che durò due anni, dal 1615 al 1617, e si concluse con la vittoria veneziana.
L'Austria fu costretta a bruciare tutte le navi uscocche e a deportare gli Uscocchi in Carinzia.

"Corsari", non Pirati: la differenza può sembrare marginale e non sempre è facile da cogliere, anche perché in pratica Corsari e Pirati facevano le stesse cose; ma la differenza c'era, perché i Corsari agivano sempre grazie alla "patente di Corsa" o "lettera di Marca" rilasciata loro da uno Stato Sovrano - nella fattispecie le potenze contrapposte degli Stati Cristiani e dell'Impero Ottomano - e che li autorizzava ad assaltare e depredare navi nemiche e catturare marinai e passeggeri come schiavi.
Va detto, infatti, che la pratica della "Guerra di Corsa" era comune a entrambi gli schieramenti che si fronteggiavano, e dava vita ad una curiosa sarabanda di reciproche catture, riscatti, scambi, dove, a volte, era difficile districarsi e, secondo il detto diffuso allora, "una volta o l'altra, tutto finisce in Barberia".
Strettamente legato alle azioni corsare era quindi il fenomeno della "schiavitù", che oltre a coinvolgere gli equipaggi, messi ai remi sulle galee, interessava anche pescatori e le popolazioni costiere, abituata per secoli a temere l'arrivo delle "vele nere" barberesche e turche sulle spiagge. Storia e leggenda si confondevano attraverso la "vox populi" e la sua trasmissione "orale", di generazione in generazione, dando vita ad una ricca produzione di un mix di arte, cultura e folclore, sia nelle rappresentazioni teatrali, sia nelle canzoni popolari, come le celebri "L'Italiana in Algeri" - opera lirica di Gioacchino Rossini - e "Alle armi, alle armi la campana sona / li Turchi so' arrivati alla marina" - canzone popolare -. 

Il complesso fenomeno della schiavitù e del riscatto, con l'interessantissimo e ambiguo capitolo della reciproca "fascinazione e attrazione" che, in qualche modo, legava due mondi contrapposti - quello Cristiano e quello Musulmano -, e dove, da parte Cristiana il "farsi Turco, il convertirsi all'Islam" era, a volte, una condizione di sopravvivenza, a volte opportunità di riscatto economico e sociale, come mostrano le vicende di molti "rinnegati".

"Teste fascié 'nscià galéa Teste fasciate sulla galea
E sciabbre se zeugan a lùn-a Le sciabole si giocano la luna
A mea a l'è restà duv'a l'éa La mia è rimasta dov'era
Pe nu remenalu à fortùn-a Per non stuzzicare la fortuna
.....
E au posto d'i anni dexeneuve E al posto di anni diciannove
Se sun piggiaé é gambe e mae Si son presi le gambe e le mie
Brasse nueve Braccia nuove tamburo
D'allua a cansùn l'à cantà u tabùu D'allora la canzone l'ha cantata il 
E u lou s'è gangiou in travaggiu dùu E il lavoro è diventato fatica
Vuga t'è da vugà prexuné Voga devi vogare prigioniero
E spuncia spuncia u remmu E spingi e spingi il remo
Vuga t'è da vugà turtaiéu Voga devi vogare imbuto
E tia tia u remmu fin a u cheu E tira tira il remo fino al cuore
E questa a l'è a me stòia E questa è la mia storia
E t'à veuggiu cuntà E te la voglio raccontare
'n pò primma ch'à vegiàià Un po' prima che la vecchiaia
A me peste 'ntu murtà Mi pesti nel mortaio
E questa a l'è a memòia E questa è la memoria 
A memòia du Cigà La memoria di Cicala
Ma 'nsci libbri de stòia Ma sui libri di storia
Sinàn Capudàn Pascià Sinàn Capudàn Pascià 
.....
E suttu u timun du gran càru E sotto il timone del gran carro
C'u muru 'nte 'n broddu de fàru Con la faccia in un brodo di farro
'na neutte ch'u freidu u te morde Una notte che il freddo ti morde
U te giàscia u te spùa e u te remorde Ti mastica ti sputa ti rimorde
E u Bey assettòu u pensa a Mecca E il Bey seduto pensa alla Mecca
E u vedde é Uri 'nsce 'na secca E vede le Uri su una secca
Ghe giu u timùn a lebecciu Gli giro il timone a libeccio
Sarvàndughe a vita e u sciabeccu Salvandogli la vita e lo sciabecco
Amù me bell'amù Amore mio bell'amore
A sfurtùn-a a l'è 'n grifun La sfortuna è un avvoltoio
Ch'ù xeua 'ngiu a testa du belinum Che gira intorno alla testa dell'imb.lle 
Amù me bell'amù Amore mio bell'amore 
A sfurtùn-a a l'è 'n belin La sfortuna è un cazzo
Ch'ù xeua 'ngiu au cù ciù vixin Che vola sul sedere più vicino 
E questa a l'è a me stoìa (Ripete)
.....
E digghe a chi me ciamma rénegòu E digli a chi mi chiama rinnegato
Che a tutte e ricchesse argentu e òu Che a tutte ricchezze argento e oro
Sinàn gh'a lasciòu de luxì au sù Sinàn ha lasciato luccicare al sole
Giastemmando Mumà e no Segnù Bestemmiando Maometto no il Signor

Intu mezu du mà In mezzo al mare
Gh'è 'n pesciu tundu C'è un pesce tondo 
Che quandu u vedde é brutte Che quando vede le brutte
U va 'nsciu fundu Va sul fondo
Intu mezu du mà In mezzo al mare
Gh'è 'n pesciu palla C'è un pesce palla
Che quandu u vedde é belle Che quando vede le belle
U vegne a galla Viene a galla. "

("Sinàn Capudàn Pascià" - Fabrizio De André - Mauro Pagani -)

Questa bellissima canzone di De André descrive mirabilmente la storia di un "rinnegato", prima prigioniero e schiavo dei Pirati Barbareschi, poi, salvato il Bey d'Algeri... "convertito" all'islam.

La mostra si avvale della preziosa collaborazione di tre studiosi che hanno curato aspetti specifici:
- Marco Bonino, storico navale, descrive le navi utilizzate nella "Guerra di
Corsa";
- Marco Asta, collezionista ed esperto di carte nautiche d'epoca, ha fornito
il materiale cartografico, corredato di interessanti note;
- Veronica Pari, archivista, ha curato una approfondita indagine negli 
archivi alla scoperta di lettere e documenti che riportano testimonianze 
sugli eventi riguardanti la storia dei Corsari nel nostro mare.

Immagini e documenti in mostra, sono stati reperiti grazie alla preziosa collaborazione di Musei, Biblioteche e Archivi italiani.
La mostra è organizzata dal MUSEO DELLA MARINERIA DI CESENATICO con il Patrocinio della AMMM - Association of Mediterranean Maritime Museums -, il network dei musei marittimi Mediterranei, e dell'ISTIAEN -Istituto di Storia e Archeologia Navale.
Il Catalogo della Mostra, a cura di D. Gnola, con testi di M. Asta, M. Bonino, V. Pari, è pubblicato da Minerva Edizioni, Bologna.