domenica 25 agosto 2013

Quale alternativa ? (parte 2)

FERNAND BRAUDEL

" La Mediterranee et le Monde mediterraneen a l'epoque de Philippe II "

Un contributo di notevole rilievo teorico al dibattito sulla questione mediterranea e' stato offerto nel corso del Novecento dalle ricerche di storici ed etnografi... In particolare dall'opera storiografica di Fernand Braudel ...con l'imponente opera sul Mediterraneo, a tutt'oggi insuperata per rigore, originalità e ricchezza tematica.
La passione intellettuale per il tema mediterraneo nasce in Braudel grazie all'incontro con il pensiero di Henri Pirenne. Ma e' soprattutto l'UMANESIMO MEDITERRANEO di Paul Valery, con la sua apertura al mondo islamico, che lo attrae e lo riempie di ammirazione...

...Braudel valorizza il pluralismo delle fonti culturali che danno vita alla civiltà mediterranea. La tradizione greca e quella latina interagiscono con la cultura ebraica e il mondo arabo-islamico, grazie, fra l'altro, alla feconda mediazione degli ebrei spagnoli e dei 'moriscos' (i Mori, i musulmani di al-Andalus) rifugiati in massa (dopo l'espulsione dalla Spagna a partire dal 1942) nel Maghreb nel corso del Cinquecento.
Contro gli stereotipi dell'egemonia greco-latina, dell'orientalismo e del razzismo coloniale, Braudel tende a rivalutare la cultura araba: il suo immaginario artistico, la grande tradizione speculativa, medica e matematica. In questa chiave il Mediterraneo acquista una legittimità retrospettiva poiché viene costruito come una entità storica "globale" che merita di essere studiata in quanto tale. Il Mediterraneo diventa una sorta di "personaggio storico" che si impone come un protagonista nel mondo delle discipline storiche, antropologiche e politiche, non solo in Francia e non solo in Europa. E la "QUESTIONE MEDITERRANEA" assume uno statuto scientifico indiscusso e irreversibile.

Nella scia della lezione di Braudel si e' sviluppata nella seconda meta' del secolo scorso una ricca storiografia mediterranea entro la quale spicca la monumentale ricerca di Peregrine Horden e Nicholas Purcell, "The Corrupting Sea: A Study of Mediterranean History".
E' un lavoro di largo respiro in cui il Mediterraneo antico viene studiato come uno spazio unitario e in una prospettiva di lungo periodo.

Secondo Horden e Purcell c'è un elemento che dal punto di vista storico-ecologico unifica il Mediterraneo e lo distingue da ogni altra area geografica: e' la rara coesistenza fra un ambiente naturale nel quale le comunicazioni umane si sono agevolmente sviluppate lungo le sponde marine e una topografia costituita da nuclei sociali di ridotte dimensioni, dislocati e frammentati lungo le coste e nelle isole...
"Unita'", "coerenza", "medesimo destino", "grandezza" del Mediterraneo, non sono assunti ideologici o politici, o almeno non intendono esserlo. Braudel e la sua Scuola fondano queste "verità" attenendosi ai canoni della storiografia positiva delle 'Annales' (Scuola francese di storiografia). La ricostruzione storica si avvale dei risultati delle scienze sociali: dall'antropologia alla sociologia, alla geografia umana, alla demografia, all'ecologia storica.
Alla luce della letteratura e della storiografia che abbiamo sin qui passato in rassegna, e' possibile tentare una risposta ragionevole all'interrogativo sopra formulato: quale significato non banale o non puramente intuitivo e' possibile attribuire al termine "MEDITERRANEO" ?
Ciò che oggi sembra legittimo sottoscrivere - e assumere come eventuale presupposto di una "ALTERNATIVA MEDITERRANEA" - sono alcuni assiomi molto generali, più o meno direttamente ispirati al mediterraneismo catalano, alla lezione della Scuola di Algeri e alla storiografia mediterranea fondata da Braudel. Eccoli:
Il Mediterraneo, in quanto spazio geografico, demografico e culturale
può essere considerato un oggetto legittimo di analisi e di valutazione
storica "olistica", o "globale", perché si tratta di una realtà che può vantare, come poche altre aree del pianeta, una struttura omogenea, coerente e originale.
La singolarità orografica, il clima temperato e una vegetazione particolare
- la vite, l'ulivo, gli agrumi - hanno fatto del Mediterraneo uno spazio
ecologico che per millenni ha favorito, lungo tutte le sue sponde, la
formazione e la stabilizzazione di strutture abitative, di colture rurali e di
Sistemi commerciali spazialmente dislocati e frammentati, ma nello
stesso tempo in stretta comunicazione fra loro.
La intensità delle relazioni comunicative, dei travasi culturali, dei
rapporti commerciali, degli incroci demografici e degli scambi piu'
diversi, inclusi i conflitti, le guerre, le Crociate, le scorrerie piratesche,
hanno contribuito a forgiare una solida 'koinè' culturale e civile.
Essa ha radici non solo nella tradizione ebraica e nella filosofia greca e nella loro assimilazione entro il mondo latino e cristiano, ma anche nell'universo culturale, artistico e religioso arabo-islamico. Lo sviluppo della cultura europea, a cominciare dalla eccezionale esperienza di Al-Andalus (Sull'esperienza andalusa e il suo valore di anello di congiunzione fra il mondo arabo e la cultura europea si veda: J. Berque, "Andalousies" - J. Zozaya Stabel-Hansen, "Al-Andalus y el Mediterraneo") si è intrecciata con la tradizione coranica. Finora, queste radici comuni non sono state divelte neppure dai più' aspri antagonismi e hanno prodotto frutti ricchissimi. Basti pensare che l'area mediterranea vanta la più grande concentrazione artistica del mondo.
La "grandezza" del Mediterraneo, sostiene Braudel, e' durata molto
oltre l'epoca di Colombo e di Vasco de Gama. E' una tesi che si
oppone all'opinione diffusa secondo la quale la crisi della grandezza e
della unita' mediterranea si profila già con la "reconquista", la caduta
di Granada nel 1942 e la fine della grande esperienza andalusa.
Secondo questa opinione la decadenza dell'Impero Ottomano e il declino della civiltà arabo-musulmana iniziano quando le potenze cattoliche della Spagna e del Portogallo si proiettano nella dimensione oceanica. (dopo la battaglia di Lepanto -n.d.r.-).
Ma ciò che Braudel sembra qui sostenere e' piuttosto che la durevole "grandezza" del Mediterraneo sta nella longevità del suo "pluriverso" culturale (IDENTITÀ MEDITERRANEA -n.d.r.-) che a rigore si e' articolato, come egli scrive, non entro "un mare", ma entro un "complesso di mari". E si e' trattato di mari "ingombri di isole, tagliati da penisole, circondati da coste frastagliate [...] la cui vita si e' mescolata alla terra e non e' separabile dal mondo terrestre che l'avvolge".
In questo senso il Mediterraneo ha preservato la sua grandezza civile in quanto "mare fra le terre", resistendo nel lungo periodo alla sfida proveniente dai grandi spazi oceanici e continentali scoperti dai navigatori spagnoli e portoghesi.
Si potrebbe dire, attualizzando, che le "civiltà mediterranee"(IDENTITÀ MEDITERRANEA) sono sopravvissute in particolare all' "atlantismo" americano ( e che il Mediterraneo e' di nuovo "strategico" sullo scacchiere geo-politico internazionale... Nonostante la "globalizzazione" -n.d.r.-).

segue ( di Gianni Fabbri )