lunedì 5 agosto 2013

L'immaginario mediterraneo in un museo


Marsiglia
Museo delle civiltà dell’Europa e del Mediterraneo, inaugurato a giugno, cerca di valorizzare la cultura di una regione la cui identità culturale e politica non è sempre facile da definire.

di Joseph Hanimann Suddeutsche Zeitung

È come in barca a vela, se non si sfrutta ogni minimo soffio di vento, non si va avanti. Iniziato 13 anni fa, il progetto di un museo sulle civiltà dell’Europa e del Mediterraneo si era rapidamente arenato a causa dell’indecisione su dove collocarne la sede, se a Parigi o a Marsiglia.

In realtà la ragione pratica che giustificava la creazione di questo museo era piuttosto artificiosa. Infatti il Museo nazionale delle arti e delle tradizioni popolari, vecchio e polveroso istituto creato nel 1936 a Parigi, doveva chiudere e trasmettere la sua considerevole collezione a Marsiglia. Alla fine è stata scelta la sua posizione, sul porto davanti al vecchio forte Saint-Jean, e il concorso è stato vinto dall’architetto del sud della Francia Rudy Ricciotti.
Marsiglia aveva però ben altri problemi, come le tensioni sociali fra i quartieri nord e sud, e il progressivo impoverimento della sua popolazione, il 15 per cento della quale vive al di sotto della soglia di povertà. Di conseguenza il progetto del museo è stato accantonato fino a quando, cinque anni fa, Marsiglia è stata scelta come Capitale europea della cultura 2013. Questa scelta ha dato nuovo slancio al progetto e ha segnato l’inizio di una vera e propria frenesia immobiliare.

Così di fronte alla Marsiglia del 
traffico di stupefacenti, delle mafie e dell’economia parallela, si è affermata un’altra Marsiglia, quella dei progetti culturali, del rinnovamento urbano e del conseguente imborghesimento.

Terra di accoglienza del Nordafrica e unica grande città francese a non emarginare la sua popolazione più povera nelle periferie, Marsiglia sta scoprendo che la cultura può essere un motore dell’economia. Il palazzo Longchamp e il museo Borély sono stati rinnovati e trasformati in musei di belle arti, il Vecchio porto è stato ristrutturato da Norman Foster e il Museo delle civiltà dell’Europa e del Mediterraneo (MuCem), inaugurato all’inizio di giugno, è stato affiancato, su iniziativa della Regione, dalla “Villa Mediterranea”.

Avvolto in una rete di cemento nero, l’imponente parallelepipedo di Rudy Ricciotti è accessibile dal tetto attraverso due passerelle o dal pianoterra lungo le banchine. In entrambi i casi l’edificio trasmette un’impressione di qualità. Si tratta probabilmente di uno dei musei più riusciti di questi ultimi anni in Europa.

Con una superficie espositiva di quasi quattromila metri quadrati e il suo collegamento al Forte Saint-Jean e alla vecchia villa attraverso queste passerelle vertiginose, l’edificio è al tempo stesso un museo, un’attrazione e un nuovo simbolo per la città.

Tuttavia le collezioni in suo possesso non facilitano il compito del MuCem. Infatti il museo etnografico è un concetto ormai superato che risale al diciannovesimo secolo. Il MuCem vuole creare un museo delle civiltà di nuovo genere. Resta da capire come potrà riuscire in questa impresa viste le collezioni che ha ereditato – mezzo milione di strumenti, di oggetti rituali, di mobili, di costumi, di manifesti e di foto – e l’immensità del perimetro geografico coinvolto.

Una cosa è certa: si metterà l’accento soprattutto sui legami che uniscono il Mediterraneo e l’Europa. Evitiamo di contrapporre l’Europa del nord e quella del sud, esorta Thierry Fabre, responsabile della programmazione del MuCem, per il quale la visione di un “impero latino” – così come stata definita dal filosofo 
Giorgio Agamben – è stata erroneamente interpretata dal nord come una dichiarazione di guerra. Per Fabre l’Europa prova per il Mediterraneo un’inclinazione naturale, che però si è andata sclerotizzando dopo Goethe, la campagna d’Egitto di Napoleone e la moda per l’orientalismo.
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Un nuovo orizzonte culturale

Fabre prova un vero e proprio orrore per i “discorsi retorici sul Mediterraneo, culla della civiltà”. Il ritorno di attualità per questa inclinazione naturale non è diretta contro il nord – si tratta soprattutto di affermare una specificità troppo spesso trascurata. Per lui il Mediterraneo possiede una forte “identità narrativa”, ricca di storie e di un immaginario condiviso. Per Fabre non esiste alcun immaginario paragonabile, né atlantico né baltico, con l’esclusione forse dei Caraibi.

Per il responsabile della programmazione del MuCem, il 
sussulto democratico che si è avuto nei paesi del Nordafrica e l’instabilità politica che lo accompagna sono la conferma che il vento soffia ormai da sud. Dai primi sogni mediterranei dei pionieri del socialismo con Saint-Simon all’attrazione di Nietzsche per Carmen passando per le odi al sole di Picasso, si tratta di un nuovo orizzonte culturale che si sta delineando nell’Europa meridionale, come afferma il MuCem attraverso scelte un po’ arbitrarie.

Un orizzonte culturale le cui lacune saranno ormai colmate – anche da un punto di vista politico – dal sud. A questo proposito il contributo del MuCem dipenderà dalla capacità di superare il suo scopo iniziale, piuttosto vago. Infatti, anche se la grande affluenza fatta registrare dall’inaugurazione (350mila persone) è un segno di successo, questo non basta. Posti lungo una sorta di confine europeo, Marsiglia e il suo museo intravedono comunque la possibilità di un futuro di cui non sono gli unici depositari.