venerdì 5 luglio 2013

GRECIA, vademecum degli errori


Atene si è addossata lo scomodo ruolo di esempio e contenitore di tutte le
debolezze contenute nella costruzione della moneta unica e soprattutto nella
sua gestione. Ma questo non le viene mai riconosciuto
Kostantinos Karamanlis, il primo premier della Grecia che tornava alla
democrazia nel 1974 dopo gli anni oscuri e violenti dei Colonnelli, impegnò
tutto il suo prestigio personale e i suoi contatti internazionali, stretti
durante il lungo esilio a Parigi, per fare entrare Atene nella Comunità
Europea
.
La sua filosofia, condivisa dalla stragrande maggioranza dei greci,
era che il Paese sarebbe stato così meglio protetto da possibili future minacce
provenienti dalla Turchia, che aveva appena occupato il nord di Cipro. L’Europa
era l’ombrello sotto il quale i greci si sentivano davvero al sicuro. Atene
firmò il trattato di adesione alla Cee nel 1979, una vittoria di Karamanlis, ma
anche il coronamento di un sogno spesso contrastato dall’attrazione fatale
della Grecia verso oriente: quello di ancorarsi una volta e per sempre all’
Europa occidentale, dalla quale il mare Ionio e i Balcani separano il Paese che
di quell’Europa è uno dei pilastri storici, culturali e filosofici.
Da qui il sincero e tetragono europeismo dei greci, una visione che si è
naturalmente adattata alla moneta unica, l’Euro: in Grecia, nel gennaio 2002,
non sfuggì a nessuno il simbolismo di quelle prime banconote europee che
uscivano proprio dai bancomat ellenici. E proprio per l’europeismo greco,
quando alla fine del 2008 esplose la crisi finanziaria, e poi economica,
globale e la Grecia iniziò ad apparire come il grande malato d’Europa, l’
argomentazione di chi si schierò contro ogni ipotesi di uscita di Atene dalla
comunità della moneta unica ha avuto spesso a che fare con la necessità di
evitare che l’Europa fosse privata del piccolo paese che ne è in qualche
maniera alla base filosofica. L’impatto ideale – si disse – sarebbe stato
probabilmente più devastante di quello economico, visto che Atene produceva
circa il 2% del Pil continentale. Al contempo, anche nei momenti più violenti
della protesta sociale e politica, una larga maggioranza di greci ha sempre
espresso la sua preferenza a restare nell’Euro. Fino alle due drammatiche
tornate elettorali del 2012, quando i greci – nonostante le preoccupazioni e la
rabbia infinita verso la classe politica – hanno alla fine premiato i partiti
filo-Ue, temendo l’onda sismica di una vittoria di Syriza, il partito di
sinistra radicale che prometteva di stracciare gli accordi “sacrifici in cambio
di aiuti” stipulati con la comunità internazionale.
La crisi ha colpito tutta l’Eurozona, e l’intero pianeta, con qualche notevole
quanto rara eccezione. Tuttavia, è stata proprio la Grecia ad addossarsi lo
scomodo ruolo di esempio e contenitore di tutte le debolezze contenute nella
costruzione della moneta unica e soprattutto nella sua gestione, aggravate
dalle specificità nazionali elleniche, un fattore determinante nell’implosione
economica e sociale della piccola nazione. A indicare questo sprofondamento, è
nata prontamente sulla stampa l’espressione, tanto concisa quanto imprecisa,
“crisi greca”. Ma cosa c’è dentro a queste due parole? E perché, vista la
situazione non dissimile in altri paesi, solo qui la congiuntura economica ha
assunto proporzioni drammatiche, tali da far deflagrare non solo l’economia e
la vita di 11 milioni di abitanti ma da far scricchiolare l’intero sistema
Europa? La prima risposta, ovvia, è che si tratta di una crisi dalle molteplici
facce e ragioni, che affondano nelle attività spericolate del mercato
finanziario internazionale, nella politica economica dissennata degli ultimi
trent’anni ad Atene (con i conti truccati a più riprese e i debiti nascosti,
grazie anche all’operato dei consulenti della Goldman Sachs, ancora prima della
nascita dell’Euro), nel clientelismo, nell’inefficienza e nella corruzione –
dai partiti al sindacato al tessuto economico – prosperate a cavallo di
economia e politica. Ma anche nelle ambiguità interessate dell’Ue (che
conosceva o perlomeno sospettava che Atene, sotto vari governi, avesse fatto il
gioco delle tre carte) e dei principali partner economici della Grecia,
Germania in primis (che bacchettava l’indisciplina di Atene ma non ha
rinunciato a vendere al paese in crisi nera le sue armi).
La Grecia, in buona sostanza, si è trovata senza soldi quando è arrivata la
crisi finanziaria internazionale, che ha travolto, stritolandolo, il sistema
del credito. Il suo indebitamento, come nazione e come debito delle famiglie
(vissute per anni grazie alle atokes doseis, le rate senza interesse usate
persino per comprare le scarpe o fare la spesa), l’accanimento degli
speculatori, un sistema bancario fortemente esposto a investimenti ad alto
rischio: tutti questi elementi hanno contribuito a un rapido tracollo. Ma
cruciale è stata anche la lentezza della risposta delle istituzioni greche,
impastoiate in un sistema di veti incrociati, lobby e clientele, che hanno reso
difficile, se non impossibile, ogni riforma tempestiva che potesse mettere in
sicurezza l’economia nazionale. Da qui l’impossibilità assoluta di aumentare la
già abnorme spesa pubblica – come avveniva in paesi più stabili, al fine di
contenere i drammi della disoccupazione in crescita.
La risposta, anche in questo caso lenta e spesso errata, è arrivata dall’
esterno, da “quell’ombrello” europeo che avrebbe dovuto proteggere la Grecia da
attacchi esterni. Ma che non era abbastanza largo da proteggerla sul piano
economico, prima di tutto per la pecca strutturale dell’esistenza di una divisa
comune, ma non di una vera unione fiscale, bancaria ed economica dell’Ue. Poi
per l’impossibilità di cambiare il dna della classe dirigente ellenica,
generatrice infaticabile di un clientelismo malato ed improduttivo. E come la
classe politica greca, quella europea è stata farraginosa e goffa nella
reazione. Un salvataggio tempestivo della Grecia, ancora nel 2010, sarebbe
costato infinitamente meno, ma quando l’allora premier Giorgos Papandreou,
proprio per far digerire rapidamente ai propri connazionali le misure di
austerità, propose di sottoporle referendum, l’Europa intera, le opposizioni
greche e persino il suo partito, il socialista Pasok, lo sbranarono
politicamente, fino alle dimissioni. Si sarebbe così perso un anno e mezzo
decisivo, mentre l’economia ellenica si scioglieva.
Dal canto suo, il Fondo monetario internazionale (parte, insieme a Ue e Bce,
della troika, forse la parola e l’entità più odiata dai greci) ha saputo solo
promuovere una ricetta “lacrime e sangue”, che è stata peraltro confutata e di
fatto ripudiata nelle ultime settimane in due studi dello stesso Fondo: uno nel
quale si misuravano gli effetti dei tagli alla spesa pubblica sul Pil di una
nazione (il Fmi ha scoperto di essere stato eccessivamente ottimista sulla
ripresa a fronte dei tagli, che nel caso della Grecia l’hanno affossata senza
generare in tempi ragionevolmente brevi la ripresa); nell’altro, sulla
ristrutturazione del debito sovrano (la Grecia nel 2012 ha attuato la più
grande operazione del genere mai compiuta), il Fondo fa un mea culpa sui tempi
lunghi in cui questa è stata effettuata. Meglio sarebbe stato, si argomenta, se
l’Europa avesse immediatamente creato un fondo salva stati subito ed iniettato
denaro (in quantità assai minore di quello che poi è stato, si calcola circa
410 miliardi di euro complessivi tra aiuti e cancellazione del debito) per
fermare la deriva di Atene e scongiurare contagi.
Tra errori e ritardi, è venuto alla luce un “Memorandum” che ha decretato che
gli aiuti Ue-Fmi-Bce, giunti poi in varie tranche, sarebbero stati erogati solo
in cambio di un vasto programma di privatizzazioni e di una massiccia
trasformazione della macchina pubblica ellenica, gravata da un numero eccessivo
di addetti (un greco su cinque lavora nel settore pubblico), da una gestione
dispendiosa e molto spesso corrotta, da sindacati ferrei nel dire No ad ogni
forma di cambiamento contrattuale (i dipendenti pubblici greci non possono
essere licenziati, sancisce la Costituzione) . Una trasformazione che oggi, all’
inizio dell’estate 2013, vede ancora il governo impegnato a compilare liste dei
dipendenti pubblici da far “uscire” tramite scivoli e prepensionamenti (15.000
entro la fine del 2014, secondo l’ultima intesa con la troika).
Ma al di là dei numeri, la “crisi greca”, è la storia dei greci “comuni” (non
i grandi evasori o coloro che tengono gelosamente i propri conti all’estero,
solo minimamente coinvolti dalle campagne antievasione), che hanno portato e
stanno portando sulle loro spalle cinque anni di recessione profonda, la
scomparsa di larga parte del settore privato (negozi, alberghi, ristoranti,
imprese hanno chiuso in percentuali spaventose), aumenti di tasse (come quelle
sulla casa, che vengono imposte sulla bolletta elettrica, ragion per cui a
30.000 case ogni mese viene tagliata la corrente per morosità), tagli alla
sanità e all’istruzione. Ci sono stati i suicidi, c’è stata la ripresa
massiccia dell’emigrazione (dal 2008 se ne sono andate all’estero quasi 360.000
persone), c’è stata la risposta della “pancia” furiosa della società greca, che
ha mandato in parlamento 18 deputati di un partito filonazista, Alba Dorata,
che ora i sondaggi danno costantemente oltre il 10%, terzo partito nazionale.
La mole dei sacrifici, il ridimensionamento dell’economia, il crollo di
inflazione, il taglio nella carne viva della spesa pubblica hanno fatto
risalire diversi indicatori sullo stato di salute economica della Grecia, negli
ultimi mesi. Tanto da far comparire dichiarazioni ottimistiche del premier
conservatore Antonis Samaras (che guida un governo con socialisti e
socialdemocratici) sull’uscita dal tunnel entro la fine del 2014.
Il deficit primario di bilancio è sceso del 10% dall’inizio della crisi,
mentre il disavanzo corrente è calato del 7. La Borsa di Atene ha mostrato le
performance migliori di tutta l’Ue; i buoni greci sono scesi sotto al 9% di
interesse per la prima volta dal 2010, e le agenzie di rating hanno fatto fare
un balzo in su, dopo molto tempo, ai loro giudizi su debito e alcune banche
elleniche. Le proteste di piazza e l’instabilità politica sono scese a livelli
minimi. Le privatizzazioni, a lungo impantanate, hanno preso slancio (basti
pensare a quella, rilevantissima, dell’ente pubblico per le scommesse, Opap). L’
umore, dicono ad Atene ma anche a Bruxelles e a Berlino, è cambiato, e questo
in sé rappresenta una grossa spinta ad uscire dalla crisi: della Grecia, si
mormora, si può ora iniziare a fidarsi, non è più l’inaffidabile partner di
qualche anno fa. Perché ha rispettato gli impegni, e i risultati iniziano a
vedersi: è questa, naturalmente, anche la linea che il governo Samaras ha
intenzione di pubblicizzare.
Ma parlare di un “successo” della Grecia rischia di fornire una percezione
errata della realtà. Che resta durissima e priva di reali prospettive, per
molti greci. Un milione e trecentomila sono ancora disoccupati – 800.000 dei
quali sono senza lavoro da abbastanza tempo da aver perso benefit e sanità
gratuita – e circa 400.000 famiglie non hanno neanche un membro che guadagna.
Circa 300.000 lavoratori dipendenti non vengono pagati da mesi, accanto a
centinaia di migliaia che non guadagnano abbastanza da coprire anche le spese
di prima necessità (le leggi passate per accogliere il Memorandum fissano a
meno di 500 euro lordi mensili il salario di ingresso nel settore privato,
mentre gli stipendi pubblici sono stati tagliati nel tempo del 25%). L’
emigrazione dei giovani continua a crescere. Le cifre sulla migliore condizione
della bilancia dei pagamenti hanno a vedere più con il crollo delle
importazioni che con una crescita dell’export. Infine, c’è il dato etico: la
crisi viene pagata in larghissima parte da chi – dipendenti e pensionati – ha
avuto un ruolo secondario nel provocarla. E nonostante qualche successo contro
i grandi evasori, l’aumento della pressione fiscale è stato sostenuto
essenzialmente da queste categorie, tanto da far dire al Fmi, nell’ultimo
rapporto degli ispettori inviati ad Atene, che “i ricchi e i lavoratori
autonomi non pagano la parte che dovrebbero”.
Tutti auspicano che la “crisi greca” diventi presto un ricordo del passato e
che la ripresa si manifesti davvero, a partire dal 2014 (le previsioni Ue
parlano di un +0,6% del Pil, dopo sei anni di crollo, ma l’Ocse prevede invece
un’ulteriore contrazione, dell’1,2%). Ma per il momento la cautela è d’obbligo,
ed occorre trovare un sano equilibrio tra la sbandierata fiducia dei mercati e,
si spera, degli investitori stranieri, e la condizione aspra che vivono molti
greci. E’ importante che la percezione economica cambi, ma per parlare di
svolta deve farlo anche la realtà.

autore di “Ouzo amaro”. La tragedia greca dalle Olimpiadi al gol di Samaras”
(Fazi, 2012). E’ attualmente il responsabile di ANSAmed, l’agenzia multilingue
per il Mediterraneo dell’ANSA