martedì 4 giugno 2013

Dietro le proteste in Turchia


Chi conosceva poco la Turchia, ma in questi giorni ha seguito l’hashtag #occupygezipark, ha di sicuro notato che i turchi scrivono con l’alfabeto latino, lo stesso in uso in gran parte del mondo occidentale. La Turchia è l’unico paese del Medio Oriente – oltre a Israele – a non utilizzare l’alfabeto arabo: fu una decisione presa 90 anni fa, alla fine della Prima Guerra Mondiale, dalla nuova classe dirigente che sostituì il governo del Sultano.

Usare l’alfabeto occidentale fu uno degli elementi della rapida modernizzazione della società turca negli anni Venti. La modernizzazione, con cui i riformatori cercarono di trasformare la Turchia in un paese moderno ed europeo, portò il paese ad essere uno dei più laici e secolarizzati del mondo. Recep Tayyip Erdogan, l’attuale primo ministro al centro delle proteste di piazza di questi giorni, è il primo importante politico della storia recente ad essere apertamente islamico e ad aver vinto diverse volte le elezioni. Buona parte delle proteste, secondo quasi tutti gli osservatori, sono causate proprio dalla “strisciante islamizzazione” che Erdogan ha introdotto in Turchia negli ultimi anni.


Le proteste di piazza Taksim e i cambiamenti di Erdogan hanno entrambi a che fare con i grandi mutamenti che sta affrontando la Turchia: la crescita economica, le ambizioni in politica estera, la “ottomania” e le pressioni verso l’islamizzazione. In tutto questo ha una piccola parte anche l’alfbeto latino, con cui i manifestanti hanno twittato in questi giorni. Per capire tutto il quadro bisogna fare un grande passo indietro.

Un po’ di storia
Per circa quattrocento anni, tra il sedicesimo e il diciottesimo secolo, la Turchia è stata la più grande superpotenza del mondo a ovest della Cina. All’epoca non esisteva uno stato chiamato “Turchia”: esisteva l’impero ottomano (dal nome della dinastia che lo governava). Al momento del suo massimo splendore dominava dal Marocco, ad ovest, fino ai confini di quello che oggi è l’Iran a est. Dalla penisola di Crimea, a nord, fino ai confini meridionali dell’Egitto, a sud.

Per molti secoli l’impero ottomano è stato per l’Europa “il nemico” per eccellenza. Decine di Papi si sono succeduti supplicando od ordinando ai re europei di fare la pace tra di loro e di concentrarsi contro il vero nemico che minacciava la cristianità. Non furono ascoltati spesso, e anche quando accadeva, gli sforzi europei si rivelarono inutili o tragici. Quasi ogni volta che un esercito cristiano ne incontrava uno ottomano la battaglia si tramutava in una rovinosa sconfitta. In questa lunga serie di sconfitte, tra le più gravi Nicopoli nel 1396, Costantinopoli nel 1453 e Algeri nel 1541, le battaglie in cui vinse l’Occidente, come quella di Lepanto nel 1571, per quanto celebrate, furono solo una breve parentesi.

Gli eserciti ottomani arrivarono per due volte, una nel Cinquecento e l’altra nel 1683, ad assediare la stessa Vienna (sul secondo assedio di Vienna è da poco uscito un film di Renzo Martinelli, lo stesso regista di Barbarossa, il film in cui appare come comparsa Umberto Bossi). Nel Settecento le cose cambiarono piuttosto rapidamente: i rapporti di forza si invertirono e gli stati europei, la Russia e l’Austria in particolare, presero l’iniziativa.

Il diciannovesimo secolo e i primi anni del ’900 furono una continua umiliazione per l’impero ottomano: in pochi anni i sultani persero l’Algeria, poi la Tunisia, gran parte dei Balcani e poi la Libia, conquistata dall’Italia insieme alle isole greche del Dodecaneso. La Turchia era divenuta “il malato d’Europa”, una definizione che stava a significare come l’impero ottomano fosse ormai un gigante con i piedi d’argilla, incapace di reggersi in piedi e la cui caduta avrebbe causato più problemi di quanti ne avrebbe potuti risolvere.

Nel 1908 un gruppo di giovani ufficiali e intellettuali, che si erano soprannominati “i giovani turchi”, fece un colpo di stato e costrinse il Sultano ad adottare una serie di riforme costituzionali e modernizzatrici. I giovani turchi erano dei nazionalisti ammiratori della Germania e spinsero il Sultano in un’alleanza che trascinò l’impero nella Prima Guerra Mondiale. Sconfitto insieme alla Germania, l’impero non sopravvisse alla guerra e con i trattati di pace firmati a Parigi nel 1919 la Turchia perse tutti i territori che le rimanevano e venne ridotta agli attuali confini.

La modernizzazione
La fine della Prima Guerra Mondiale portò in Turchia una serie di scontri e disordini, sfociati in una guerra civile. Nel 1922 il movimento nazionalista turco, di cui facevano parte molti ex-giovani turchi, conquistò il potere. Il sultanato venne abolito e in pochi anni la Turchia subì una rapida serie di drastiche riforme. Il leader di questo movimento fu un ufficiale dell’esercito turco, Mustafà Kemal, che da allora venne soprannominato Atatürk, padre dei Turchi.

Atatürk e gli altri nazionalisti credevano che la lunga serie di umiliazioni subite dalla Turchia fosse causata dalla sua arretratezza e che l’unico modo per rimediare fosse seguire rapidamente il percorso che avevano tracciato i paesi occidentali. Questo significava abbracciare tutto ciò che era europeo e abbandonare tutto ciò che ricordasse il fallimentare passato imperiale: la religione islamica, il multiculturalismo e tutto il resto delle antiche tradizioni.

I riformatori imposero come unico alfabeto quello latino – in Turchia fino ad allora si era scritto soltanto in caratteri arabi. Abolirono il sultanato e qualunque riferimento alla religione islamica nella nuova costituzione del paese. Uno stato laico e secolare, secondo i riformatori, era l’unico modo di creare uno stato forte, in grado di riportare la Turchia al posto che meritava tra le grandi nazioni. D’altro canto, nella loro concezione, uno stato doveva anche essere una nazione: con una sola lingua e una sola cultura.

L’impero ottomano era stato inclusivo, aperto alle altre culture. Sotto il sultano vivevano greci, albanesi, bulgari, armeni, curdi e arabi e per loro non era difficile raggiungere anche le posizioni più alte dell’esercito e della burocrazia imperiali. Atatürk e gli altri riformatori decisero di rendere la Turchia uno stato esclusivamente turco e questo significò sterminare gli armeni (lo sterminio cominciò già nel 1915) e perseguitare le altre minoranze, come i curdi e i greci.

Il presente
La storia turca negli ultimi cinquant’anni è stata spesso turbolenta: ci sono stati attentati, repressioni, disordini e colpi di stato. L’esercito si è sempre considerato il garante dello stato laico creato da Atatürk ed è più volte intervenuto nella politica del paese. Tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta, i generali hanno compiuto tre diversi colpi di stato. Nonostante l’esercito si sia sempre presentato come il difensore dei valori laici e occidentali della Turchia, il suo nemico principale sono quasi sempre stati gli attivisti di sinistra e i comunisti, contro i quali vennero organizzati i vari colpi di stato. In quegli anni l’esercito ha spesso compiuto esecuzioni, omicidi e torture con scopi politici.

Le elezioni vinte nel 2002 dall’AKP, il partito di Erdogan, sono uno spartiacque nella storia recente della Turchia. L’AKP, il Partito della Giustizia e dello Sviluppo in turco, è un partito islamico da molti definito “moderato”, ma che ha compiuto comunque gesti rivoluzionari per un paese laico come la Turchia. Nel 2008, ad esempio, Erdogan ha abrogato la legge che vietava agli impiegati pubblici di indossare vestiti che fossero anche simboli religiosi, come ad esempio il velo per le donne (la legge è stata successivamente bocciata dalla Corte Costituzionale). Più recentemente è stata approvata una legge che limita il consumo di alcolici nelle ore notturne.

Erdogan si è scontrato anche con l’esercito. Attualmente diversi ufficiali, tra cui anche alcuni generali, si trovano sotto processo o sono in prigione, accusati di aver pianificato dei colpi di stato o di aver compiuto altri crimini. Alcune di queste accuse sono da molti ritenute delle montature, utilizzate da Erdogan per mettere sotto controllo l’esercito.

La politica di Erdogan in materia di religione e le sue azioni contro l’esercito sono soltanto una parte di quello che lui e il suo partito hanno fatto negli ultimi dieci anni. La Turchia ha avuto una rapida crescita economica e ha cominciato a far sentire la sua voce nelle questione dei suoi vicini mediorientali – la Turchia confina con la Siria, l’Iraq e l’Iran.

Questa nuova ascesa della Turchia al rango di potenza ha contribuito a quella che alcuni hanno definito “ottomania”. Attualmente la soap opera più vista in Turchia è Il Secolo del Magnifico, una serie di complotti e intrighi a corte, in qualche modo simile a Game of Thrones, ma ambientata nel Cinquecento, all’epoca del sultano Solimano, detto il Magnifico. Il film che ha fatto più incassi nell’ultimo periodo è La conquista del 1453, che parla della conquista di Costantinopoli – un film criticato anche in patria per i suoi toni nazionalisti. Le nuove uniformi della compagnia aerea nazionale, la Turkish Airlines, sono di chiara ispirazione ottomana: fez – il tipico cappellino turco a tronco di cono, vietato dai modernizzatori – e abiti molto castigati per le donne.

Secondo i critici di Erdogan, che lo hanno soprannominato “il Sultano”, anche la sua politica è macchiata da questa nostalgica “ottomania”. Erdogan vorrebbe un ritorno a una Turchia fortemente islamizzata, con un ruolo di leadership in Medio Oriente, una sorta di potenza regionale come era, appunto, in passato l’impero ottomano.

Lo scrittore turco Cinar Kaper sostiene in un articolo pubblicato di recente sull’Atlantic che l’obbiettivo di Erdogan sia un altro. Quando alla fine dell’Ottocento il Giappone subì un rapido processo di modernizzazione simile a quello che la Turchia avrebbe avuto cinquant’anni dopo, il motto dei riformatori fu: «tecnologia occidentale, spirito giapponese». Secondo Kaper, il motto di Atatürk e di quelli che hanno proseguito la sua opera fino all’arrivo di Erdogan poteva probabilmente essere riassunto in «tecnologia occidentale, spirito occidentale».

Per Kaper quella turca è stata una vera e propria imitazione, ma «se passi novant’anni a dire di essere una copia dell’Occidente, allora l’Occidente non avrà ragione di guardarti come qualcosa di diverso da una copia scadente di sé stesso». E questo non sarebbe un problema per una nazione soddisfatta dell’irrilevanza internazionale. Ma non è questo il caso della Turchia di Erdogan. L’obbiettivo di Erdogan non è creare un nuovo impero regionale, ma non essere irrilevante: e per non essere irrilevanti è necessario avere un’identità propria.
di Davide Maria  De Luca "Il Post" 02.06.2013