mercoledì 18 gennaio 2017

LE GRANDI MIGRAZIONI

Giasone e gli Argonauti
Da sempre, la storia dell'umanità è storia di migrazioni, fin dai tempi remotissimi della prima comparsa dell'uomo sulla terra.
"... La migrazione più recente è la nostra, quella delle popolazioni di 'Homo sapiens' che fuoriuscirono dall'Africa in più ondate a partire da 130.000 anni fa e attraversarono quello che allora era il mare Mediterraneo, un'area acquitrinosa e paludosa.
Molto tempo prima, intorno a 800-650 mila anni fa, 'Homo heidelbergensis' si diffonde in Europa e Asia: sono gli antenati di 'Neandertal'... Di questa migrazione, ma sarebbe più corretto dire 'espansione di areale', poco è dato sapere. Quando una specie va ad occupare un territorio vasto quanto l'Africa e l'Eurasia, le enormi distanze separano le popolazioni, che non si mescolano più fra loro e tendono a differenziarsi in varietà regionali - Ieri come oggi (!) - e, a volte, in specie nuove. È così che nascono le specie ed è così che si è formato l'albero cespuglioso dell'evoluzione umana!
Queste molteplici espansioni fuori dell'Africa, fecero si che i fuoriusciti più recenti incontrassero i discendenti di chi era uscito prima. Insomma, è una storia di spostamenti geografici.
Siamo migranti da due milioni di anni, e sempre a partire dall'Africa (!) - Forse a qualcuno potrebbe spiacere venirlo a scoprire! -."
(Telmo Pievani: "Sulle tracce degli antenati - L'avventurosa storia dell'umanità - Editoriale Scienza)
- Telmo Pievani è uno dei massimi conoscitori dell'evoluzione e delle sue sfumature antropologiche e sociali, comprese le grandi migrazioni che nelle varie ere hanno portato l' Homo primitivo dall'Africa all'Europa, all'Asia e alle Americhe. -


Nel nostro passato remoto, molto più di oggi, i popoli erano nomadi, vivevano una vita nomade, senza mai mettere radici stabili in un delimitato territorio.
I popoli che praticavano - e praticano ancora - il nomadismo lo fanno per motivi principalmente economici: la loro forma di mobilità è legata alla forma economica dalla quale dipende la loro sopravvivenza. Il nomadismo dei popoli che vivevano essenzialmente di caccia, o semplicemente raccogliendo i frutti del suolo, derivava dalla necessità di provvedere direttamente ai loro bisogni con una economia di mera sussistenza, legata alle risorse di un territorio, o a eventi naturali ciclici dipendenti dall'avvicendarsi delle stagioni.
Il nomadismo dei pastori-allevatori è legato al soddisfacimento delle esigenze del bestiame, alla ricerca di nuovi pascoli. Può essere di tipo itinerante o stagionale, come lo è quello dei pastori d'Abruzzo, noto col termine "transumanza", lungo le secolari vie naturali dei tratturi: dai monti al mare, in inverno, dal mare ai monti, in estate.
Il nomadismo dei "Pellerossa" o "Indiani d'America", più correttamente "Nativi d'America", come i Blackfeet (Piedi Neri),
i Sioux, i Cheyenne, gli Arapaho, ma anche Shoshoni e Comanche, iniziò in misura consistente a partire dall'introduzione nelle praterie del Nord-ovest del cavallo da parte degli europei (l'uomo bianco!), a datare dal XVII secolo, che ben presto si diffuse in tutte le grandi pianure. Queste tribù che anticamente erano dedite al raccolto dei frutti delle piante selvatiche e all'agricoltura stagionale, cominciarono ad organizzarsi in accampamenti di alcune decine di "tepee", tipiche tende indiane a forma di cono, facilmente trasportabili e montabili, disposte in cerchio, solitamente in luoghi con abbondanti risorse d'acqua. Gli accampamenti dovevano seguire gli spostamenti stagionali del 'bisonte', di cui praticavano la caccia in maniera intensiva, ma "sostenibile", per nutrirsi, vestirsi e costruire con le pelli le loro tende.
Il clima freddo del Nordest e della regione dei Grandi Laghi tendeva a limitare stagionalmente l'agricoltura, l'orticoltura soprattutto, costringeva a determinati periodi dell'anno la raccolta di piante selvatiche. I cibi più importanti erano il pesce, la carne di animali cacciati, in primis i bisonti, per l'appunto, lo sciroppo d'acero, il riso selvatico e un uso copioso e diversificato di frutta e bacche.
Per i "Nativi d'America" non esisteva il concetto di "proprietà delle terre", non combattevano mai per il possesso delle terre... La terra era di tutti: la "Madre terra" o "Pachamama", come la chiamavano.
Ci pensò "l'uomo bianco" a... ristabilire l'ordine costituito: i "Nativi" furono massacrati - un vero genocidio (!) - e i sopravvissuti relegati nelle "riserve", prigioni a cielo aperto - i "campi profughi" e i "centri di accoglienza" d'allora (!) -.

Il nomadismo dei popoli delle Steppe permane, in parte, nei costumi e nella tradizione delle genti mongole.
Così pure il nomadismo praticato tra le nazioni berbere dell'area sahariana, dell'Algeria, del Marocco, della Mauritania, Mali e Niger, tramandato dalle tribù di Tuareg, un tempo dominanti lungo le "rotte carovaniere" dell'intera regione. Genti dedite ai traffici e al commercio, soprattutto a quello del sale.
La vita nomade può essere praticata anche per motivo di tradizione storica (ancestrale) e culturale. Vedi, ad esempio, quella delle tribù Rom, nomadismo il loro che, anche se in misura minore, continua oggigiorno, nonostante il "Decennio di integrazione Rom": iniziativa intrapresa da otto Paesi 'Est-europei', Romania, Bulgaria, Serbia, Montenegro, Ungheria, Slovacchia, Croazia, Repubblica Ceca, che dal 2005 attuano un progetto multinazionale per l'integrazione delle minoranze Rom nella Regione, per migliorare sostanzialmente le loro condizioni di vita e "sradicare" la loro insita tendenza al nomadismo.

Il nomadismo, le migrazioni di massa, gli spostamenti geografici qual dir si voglia, dipendono dall'esistenza di una "legge di natura" che afferma: "non si possono consumare risorse, in un arco di tempo definito, solitamente un anno solare, più di quante la terra sia in grado di rigenerare, nello stesso arco di tempo" (principio di 'Economia Sostebibile'). Per cui il depauperamento irreversibile di un territorio costringe la popolazione stanziale a migrare, pena l'estinzione. Questo è vero non solo per l'uomo ma per qualsiasi specie di animali.
Questa legge, valida da sempre, lo è ancor più oggi: noi siamo la generazione che per la prima volta nella storia dell'umanità ha registrato e messo in debito conto l' "Overshootday", termine scientifico che sta ad indicare il giorno dell'anno in cui sono esauriti i beni naturali che il Pianeta è in grado di rigenerare ogni anno.
Il 22 agosto 2012, è stata una data storica per l'umanità; a quella data, per la prima volta con esattezza scientifica, il Global Footprint Network di Londra (Istituto di Ricerca del 'Deficit ecologico planetario') ha calcolato il primo Overshootday. Da quel giorno fino ad arrivare al 31/12/2012... "ci siamo mangiati il 'futuro' dei nostri nipoti".
Mentre le economie, la popolazione e la domanda di risorse crescono, le dimensioni del nostro Pianeta rimangono le stesse. "Atteggiamento miope e pericoloso", avvertono gli scienziati, che va drammaticamente a smentire la possibilità di tornare ai ritmi di crescita e di sviluppo degli ultimi cinquant'anni del XX secolo. Ricerche recenti hanno potuto stabilire che il primo "Overshootday" in assoluto sia stato probabilmente il 19 dicembre 1987.
Inoltre, come sostengono ancora gli scienziati, nel 1960 per soddisfare i bisogni di tutti gli abitanti del Pianeta era sufficiente metà terra, mentre oggi per sfamare i sette miliardi e mezzo della popolazione mondiale occorrono già una terra e mezzo - in poco più di cinquant'anni ci siamo giocati una terra (!) -, e, proseguendo con gli attuali ritmi di crescita demografici e di consumo, si stima che:
"entro la metà del secolo ci serviranno due terre".
Ne consegue che all'ordine del giorno dell'attenzione della Comunità Internazionale ci siano urgenti e radicali cambiamenti: di stile di vita, di gerarchia dei consumi... "Non possiamo più permetterci gli sprechi fatti finora! Vivere in una situazione di Overshoot non è sostenibile nel lungo termine - Oversshootday 2016: 8 agosto (!?!) -.
Scarsità idrica, desertificazione, ridotta produttività dei campi coltivati, collasso degli stock ittici nei mari più pescosi, cambiamenti climatici per "effetto serra", prossimo esaurimento dei giacimenti di alcune delle principali materie prime, in primis il petrolio, questi alcuni degli effetti del sovra-consumo di risorse e degli sprechi che caratterizzano gran parte delle economie globali, a scapito di intere popolazioni che vedono depauperarsi irrimediabilmente il loro territorio e, per non soccombere, sono costrette a migrare, oggi come in passato! Ma in una situazione globale notevolmente peggiorata, ai limiti dell'emergenza (!)
A meno di trovare altre terre? E dove? In galassie distanti miliardi di anni luce?!?

La migrazione umana è lo spostamento di un numero rilevante di individui da un territorio ad un altro, con l'intenzione di stabilirsi temporaneamente o permanentemente nella nuova posizione.
La migrazione viene effettuata tipicamente su lunghe distanze, da un Paese all'altro, anche se è possibile una "migrazione interna" - da Sud a Nord, o viceversa, da Est a Ovest, o viceversa, nello stesso Paese -. La migrazione può interessare i singoli, le famiglie o intere comunità.

LE MIGRAZIONI NELLA STORIA

I Fenici
L'attitudine al commercio dei Persiani è stata tramandata ai Fenici, un popolo originario dell'Asia minore che si era stabilito sulla costa libanese del Mediterraneo, fondando alcune città portuali: Biblos, Tyro, Sidone, Arvad (oggi, Tartus, Siria).
Mentre gli Egizi commerciarono tra di loro, principalmente lungo il Nilo, i Fenici, che abitavano una stretta lingua di terra fertile lungo la costa, in pratica disponevano di poca terra con poche risorse, per continuare a sostenersi e svilupparsi non potevano che guardare verso il mare, verso il Mediterraneo. Fu così che si dotarono di un buon Naviglio, barche potenti dotate sia di vele che di remi, costruito ricorrendo alla notevole disponibilità di legname: le famose foreste di 'cedri del Libano'. Svilupparono altresì una cultura marinara di prim'ordine - si orientavano con gli astri, il sole, di giorno, le costellazioni stellari, di notte -, che li fece ben presto i più grandi navigatori del Mondo antico.
Con le loro navi praticavano la navigazione sotto costa - navigazione di 'piccolo cabotaggio' -, viaggiavano verso Ovest, sfruttando i venti stagionali di levante, praticando pacificamente il commercio e colonizzando nuove terre.
Tre erano le rotte principali che seguivano nella loro navigazione nel Mediterraneo Centro-Occidentale.
- La prima rotta puntava a Nord, costeggiava la Penisola Anatolica (Turchia), la Penisola Calcidica e il Peloponneso (Grecia) fino ad approdare a Kerkyra (Corfù), di lì, attraversavano il breve tratto di mare dello Stretto di Otranto, pervenivano al "Tacco d'Italia" (Puglia/Capo di Leuca), costeggiavano la Calabria fino allo Stretto di "Scilla e Cariddi", risalivano poi la costa del "Mare Inferium" oggi, Tirreno) fino all'isola d'Elba, e di lì il grande balzo verso la Corsica, la Sardegna e il Mediterraneo Occidentale.
- La seconda rotta puntava verso Sud, per seguire tutto il profilo della costa del Nord Africa, oltre il Golfo della Sirte, sempre rimanendo a vista della terraferma, dove spesso di notte si fermavano, secondo le regole del 'piccolo cabotaggio'. Toccando le coste dell'attuale Tunisia, Algeria, Marocco, arrivavano fino alle mitiche "Colonne d'Ercole" (Stretto di Gibilterra) e oltre...
- La terza rotta puntava direttamente verso Ovest. Venne percorsa, successivamente alle prime due, da marinai più esperti e con strumenti più sofisticati che rendevano possibile l'orientamento nella navigazione notturna, individuando esattamente le diverse costellazioni di stelle, principalmente la "Costellazione di Helice", dell'Orsa Major, visibile per tutto il "Mare Interno", la parte più orientale del Mediterraneo; poi, dal Golfo della Sirte, navigando più a Sud-ovest, quando "Helice" finisce per scendere al di sotto dell'orizzonte, affidarsi a "Cynosaura", la Costellazione dell'Orsa Minore, che, pur essendo meno luminosa, ruota intorno al Polo Celeste, indica correttamente la posizione del Polo Settentrionale, Borea, e risulta visibile in tutta la sua interezza anche dalle regioni meridionali estreme.
Questa terza rotta prevedeva, infatti, una navigazione in alto mare, senza terra in vista, prima verso Cipro, poi verso Creta e di lì puntare direttamente verso il Mediterraneo Centro-occidentale.
I Fenici, come già detto, erano dei mercanti pacifici. Erano interessati ad incrementare i loro commerci, scambiando merci con le popolazioni indigene, e a fondare nuove colonie lungo le loro rotte. Dopo Cipro, Rodi e le isole dell'Egeo, fondarono infatti Tharros e Nora in Sardegna, Tashish, una grande colonia commerciale sulla costa meridionale della Spagna, dove fondarono anche Gadir (Cadice) e Barcino (Barcellona). Dopo aver fondato Cartagine, in posizione strategica al centro del Mediterraneo, le colonie puniche si irradiarono un po' ovunque, formando una rete di collegamenti, con porti in tutti i promontori dove era possibile trovare riparo per le navi, nel tratto di costa sottovento.
È Importante rimarcare che i Fenici furono anche gli inventori della scrittura moderna: l'alfabeto di 22 lettere, utilizzato ancora oggi, che consentiva loro di comunicare indi trafficare tra colonie distanti tra loro.
Commerciavano soprattutto vino, olio, sale, avorio, tessuti di lino, canapa, cotone e lana, oro e argento, metalli come ferro, rame, piombo e bronzo; smerciavano anche la "porpora" che ricavavano dalla conchiglia di un gasteropode (lumaca di mare): il "Murex", la Murice.
Una recente teoria vorrebbe che i Fenici appartenessero allo stesso antico ceppo del popolo Giudaico che abitava la Palestina antica, comprendente anche gli attuali Libano, Israele, Siria e Giordania. Questo spiegherebbe la presenza di Ebrei nelle lontane zone della Penisola Iberica e del Marocco.
Sembra anche accreditata la tesi secondo la quale i Fenici avrebbero circumnavigato l'Africa, quindi molto, ma molto tempo prima del famoso navigatore portoghese Vasco de Gama.
Prendendo il posto che fu in precedenza occupato dai Miceni (Greci) e dagli Egizi sulle antiche rotte del Mediterraneo, i Fenici fin dal X secolo a.C. intrapresero continuamente spedizioni per scoprire nuove terre che li portarono anche al di là delle mitiche "Colonne d'Ercole".
Il nome dei Fenici - prima Cananei, poi Fenici - deriva da quello dell'inchiostro di 'porpora' (phoinix) estratto dal "Murex", che costituiva il prodotto più prezioso delle coste cananee (coste libanesi).
Sebbene i centri cananei avessero in comune la stessa cultura e trafficassero da porti limitrofi, il loro senso di unità era poco spiccato, infatti Sidone, Biblos, Tyro, Arvad erano delle "Città-Stato"
al pari delle città greche di Atene, Sparta, Micene, Corinto, Delfi...
Non esisteva l'idea di una 'Nazione cananea' è pur non essendo in conflitto tra loro come Atene, Sparta, Corinto, non costituivano nemmeno un'unità, uno Stato in senso moderno.
La tesi più accreditata, sostenuta in parte anche da Virgilio nell'Eneide, è che Cartagine potrebbe essere stata fondata dai Fenici di Tyro, guidati dalla loro regina Didone - da alcuni chiamata anche Elissa - che, intenta a fuggire dal dispotico fratello Pigmalione che le aveva assassinato il marito, sommo sacerdote di Eracle (Ercole) - i Greci assimilarono Eracle al Dio cananeo/fenicio Melqart, o Melk-Qart, "Re della Città" -, approdò prima sull'isola di Cipro, esattamente a Kition. Di lì, la regina decise di dirigersi a Ovest, prendendo nel suo seguito anche ottanta giovani donne, sacerdotesse del culto cananeo/fenicio, che nel contempo potevano assicurare la continuità della specie nella eventuale nuova patria. I fuggiaschi puntarono direttamente verso la costa Nord Africana e sbarcarono nel luogo in cui avrebbero fondato Cartagine... Correva l'anno 812 a.C. Le rovine dell'antica Cartagine (Carthago delenda est!) sono alla periferia di Tunisi (Tunisia); il sito archeologico, visitabile, è la testimonianza della grandezza della città punica. Nel IV secolo a.C., Cartagine controllava un ampio territorio che andava dal Golfo della Sirte (Libia) a Est, fino alle coste della Numidia (Algeria), Mauritania (Marocco) e dell'Iberia (Spagna) a Ovest. Il Mediterraneo Occidentale e tutta l'area marittima dei traffici e dei commerci erano sotto il controllo dei Cartaginesi.
Città cosmopolita di 200.000 abitanti circa, un porto importante con scalo mercantile e depositi per le merci, nel suo settore di Mediterraneo Cartagine, prima di Roma - che fu fondata sessant'anni dopo - fu una potenza navale di grande rilievo.

I ricercatori sono concordi nell'indicare che l'espansione coloniale dei Fenici, sin dalle sue fasi iniziali, sia stata frutto della programmazione e dell'impegno delle classi dirigenti dei suoi centri più importanti, dirigenti "illuminati"che volsero lo sguardo verso il Mediterraneo, vedendo colà quel futuro per le loro genti che una lingua di terra troppo stretta quale era la loro patria non sarebbe stata in grado di garantire.
In particolare, Tyro giocò un ruolo fondamentale promuovendo l'insediamento dei centri fenici più importanti, strategici per l'espansione in tutto il Mediterraneo Centro-occidentale ed economicamente appetibili.
È nel ventennio che va dal 740 al 720 a.C. che il processo storico di questa espansione registra il suo apice. Non è da escludere però che l'inizio di tale processo possa essere datato anche prima, addirittura al X secolo a.C. A questo periodo sono fatti risalire i primi insediamenti fenici nella Penisola Iberica, come Toscanos, Morro de Merquitilla, la conferma verrebbe anche dalle relazioni che villaggi indigeni come Ronda, El Cerro de la Mora, Alcacova de Santarem, stabilirono ben presto con le "genti d'Oriente".
La fondazione di una colonia non è un fatto casuale, ma si spiega con una approfondita e precisa conoscenza dei territori da colonizzare, conoscenza frutto di spedizioni precedenti: la "pre-colonizzazione".
L'iniziale frequentazione fenicia dell'isola di Malta (!), collocabile fra la fine dell' VIII e gli inizi del VII secolo a.C., è legata al ruolo geograficamente strategico che l'isola era in grado di svolgere per il controllo della ragnatela di rotte che di lì si irradiavano in tutto il Mediterraneo Centro-occidentale.
La colonizzazione di Mozia, nella Sicilia occidentale - vicino all'attuale Marsala -, rispose alla stessa esigenza: "aprire una località-ponte proiettata a Occidente". Ciò era ancor più un'esigenza, per i Fenici, se si pensa che la parte occidentale della "Trinacria" era già controllata da due 'città Siciliote': Agrigento e Selinunte. Va aggiunto, poi, che la parte orientale dell'isola era terra di espansione greca (Magna Grecia), che vedeva come centro principale della colonizzazione la Siracusa dei 'Tiranni' - Nel 397 a.C., la Città di Mozia, dopo un lungo assedio, venne conquistata e devastata dalle truppe di Dionisio Tiranno di Siracusa -.
Pressati da Oriente, da Sicilioti e Greci, i Fenici pensarono bene di fondare altre due colonie nella Trinacria di Nord-ovest:
- Palermo, l'antica Panormos, come hanno testimoniato gli scavi, si trovava esattamente sotto la città moderna;
- Solunto, sicuramente fondata dopo la distruzione di Mozia, era probabilmente ubicata in prossimità della Conca d'Oro, sul Promontorio di Solanto, poco distante da Palermo.
L'altra importante e geograficamente strategica Isola del Mediterraneo, la Sardegna, vide i primi insediamenti fenici nei territori del Sulcis, con proiezioni sul mare in direzione di Carloforte e verso l'isola di Sant'Antioco. Siamo sempre nel periodo storico che va dalla metà dell'VIII alla metà del VII secolo a.C.
Secondo le documentazioni dello storico Diodoro si può collocare nel 379 a.C. la costruzione della cinta muraria della prima vera colonia fenicia nel Sulcis. Il nucleo più antico delle fortificazioni puniche si trova, esattamente, sull'altura del "Fortino Sabaudo", la cui mole domina il moderno abitato di Sant'Antioco.
È quasi certo che si possa datare attorno al 520 a.C. la conquista cartaginese della Sardegna, in particolare la zona del Monte Sirai.
Ma la consistente ripresa degli insediamenti punisci si ebbe solo nel IV secolo a.C., quando Cartagine decise di consolidare la sua presenza sull'isola. Sorsero così i sistemi fortificati delle città puniche di Cagliari, Nora, Tharros (Golfo di Oristano) e la stessa Sulcis; successivamente fu fondato l'antico porto di Bitia, la cui ubicazione è stata localizzata all'interno della foce del "Riu Chia", dove è stata scavata l'acropoli sul promontorio della "Torre di Chia".
Spostando l'attenzione sul settore Centrale del Sud della Sardegna, occorre segnalare l'importante posizione occupata da un altro insediamento punico: Nora - poco distante da Cagliari - località strategica per il processo di colonizzazione della Sardegna, forse la più antica delle città sarde.

Questa l'ampia e complessa "geografia" delle migrazioni e delle colonizzazioni dei Fenici, che dove si insediarono, con i loro traffici e il loro commercio portarono risorse, sviluppo economico, crescita sociale, arte e cultura, con grande vantaggio anche per le popolazioni autoctone.

I Greci e la Magna Grecia
"Si sceglieva il mare come via di fuga anche se Poseidone era temuto come il peggior nemico"
Quella degli antichi Greci è storia di migrazioni, di colonizzazioni, che sconfina nel mito.
Secondo i miti più antichi, i primi a prendere la via di fuga sul mare furono i giovani, uomini e donne, di Troia. Non furono costretti/e ne' dalla guerra, ne' dalle minacce di un nemico, ne tantomeno dall'oppressione di un tiranno. A spingerli su barche solide e capaci, di notte, nel silenzio del mare nero di pece, furono i loro genitori, terrorizzati dalle richieste di Apollo. Appartenevano alle migliori e più importanti famiglie della città. Essendosi, queste ultime, rifiutate di pagare il tributo agli Dei che avevano aiutato Troia a costruire le sue mura impenetrabili e invincibili, provocarono l'ira delle divinità dell'Olimpo, in particolare di Poseidone e Apollo che inviarono mostri marini e epidemie. Di fronte alle richieste di perdono da parte dei troiani, gli Dei proposero che venissero sacrificati i giovani rampolli delle famiglie più in vista.
Inspiegabile il fatto che, pur essendo Poseidone il nemico più temuto sul mare, avessero scelto come via di fuga proprio il mare.
Fatto è che dei ragazzi troiani si salvò dal naufragio solo una giovane, Egesta, figlia di Ippote, la cui barca, dopo aver costeggiato l'isola greca di Chios, si spinse in mare aperto verso le coste del Peloponneso, risalì verso Nord fino alle isole ioniche e di lì raggiunse il sud d'Italia, superò il Capo di Leuca per approdare in Sicilia - Riflessione: la rotta è più o meno la stessa che fanno oggigiorno i profughi Siriani che si imbarcano dalle coste turche per raggiungere la Grecia e, a seguire, i Balcani o l'Italia (!) -
Quando Egesta raggiunse la Trinacria, di lei si innamorò Crimiso, Dio fluviale. E per possederla sì trasformò in orso. Il bimbo che nacque divenne famoso come Egeste - fino qui, il mito -.
Sarebbe stato proprio Egeste ad aiutare Enea quando l'eroe troiano, col vecchio padre Anchise, avrebbe condotto prima in Sicilia eppoi in Italia i primi veri profughi (!), quelli destinati a fondare e creare la grandezza di Roma - e questa è storia -.
Oggigiorno, andando sul sito archeologico di Troia (Turchia), non è facile individuare le 'mura invincibili' che determinarono il conflitto tra gli Dei (falsi e bugiardi!) e le famiglie dell'oligarchia troiana.
Ben undici sono i livelli delle stratificazioni che nei secoli hanno segnato la storia della mitica città omerica.
La Troia sconfitta dagli Achei, di cui narra Omero nell'Illiade, potrebbe essere quella del settimo livello, quella del 1300 a.C.
Storia e mito riportano che le sue mura riuscirono a contenere ogni attacco e solo il celebre 'inganno' del cavallo di legno, ordito da Odisseo permise ai Greci di penetrare all'interno e mettere a ferro e fuoco la città. - Troia o Ilio, secondo la mitologia greca, fu fondata da Dardano, presso lo stretto dei Dardanelli, in posizione strategica per l'accesso al Bosforo e al Mar Nero. Dardano era figlio di Zeus e di Elettra, una delle Pleiadi. Uno dei nipoti di Dardano, Ilio, diede il nome alla città -.
Fu in quella notte di tragedia che peraltro Enea... caricandosi sulle spalle il vecchio padre Anchise, seguito da un gruppo di cittadini, riuscì a prendere il mare e...
"Aprire le vele ai fati..."
come scrive mirabilmente Virgilio.
Era primavera, la fuga troiana di allora non viene in mente a nessuno di coloro che vedono scorrere le immagini televisive che riprendono gli attuali "profughi", siriani e afghani, in fuga, come allora, dalle stesse coste turche di Bodrum (Alicarnasso), Izmir (Smirne), Focea, sul mar Mediterraneo verso le isole di Chios, Lesbo... Verso la Grecia, verso un probabile futuro.
Bisogna tornare su quelle spiaggie... dove la storia recente, che è ancora storia di profughi, e' palpabile e s'intreccia con la storia antica.
Le rotte da seguire, ossia i "sentieri del mare", secondo la lirica omerica, oggi come allora, sono visibili a occhio nudo. Piccole isole disabitate garantiscono approdi di passaggio e il mare e' 'piatto' e tranquillo come un lago. Quando gli antichi Greci decisero di insediarsi su queste coste alla ricerca di nuove terre, di nuove risorse, di nuovi raccolti, alcune città, alcune 'acropoli', furono edificate su promontori sacri, da cui fosse possibile controllare il mare... e i suoi sentieri (!) Come, ad esempio lo straordinario "Capo Sunion", all'estremità meridionale del Peloponneso.
A Foca, oggi cittadina di vacanza sulla costa turca, allora Focea, tutto accadde in una notte. Era la primavera del 545 a.C. e Arpago, comandante delle truppe persiane, intimo' ai Focei la resa. Essi risposero chiedendo una notte per pensare: per decidere se consegnarsi o continuare a combattere. Ma già sapevano bene cosa fare. Scesero in massa, nel buio, dall'Acropoli fino alla marina e li' calarono in acqua le navi con cui erano abituati a solcare i mari. Vi salirono, portandosi dietro mogli e figli, masserizie, scorte d'acqua e di cibo per il viaggio. Poi, col favore delle tenebre, remando silenziosamente s'allontanarono dalla costa, lasciandosi alle spalle la città vuota. In poche ore raggiunsero l'isola di Chios.
La stessa sorte, secondo Erodoto, tocco' agli abitanti di Teos (l'odierna Akkun), che segui' l'esempio di Focea. Poi tocco' a Colofone da dove altri 'profughi' in fuga dalla guerra presero la via del mare su imbarcazioni di fortuna.
Nel 1922, finita la guerra greco-turca con la disfatta greca, i Greci fuggirono dalle città che avevano occupato fin dall'antichità (Magna Grecia) e furono di nuovo costretti a mettersi sui... sentieri del mare, lasciandosi dietro Smirne, Efeso, in fiamme.
Storia antica, storia recente, cronaca odierna - corsi e ricorsi della storia (!) -, da sempre, a ondate successive, queste coste si sono affollate di uomini, donne, bambini, in fuga da guerre, tirannie, oppressioni, carestie, prendendo la via del mare, rischiando naufragi pur di 'approdare' al loro futuro: un vita meno amara di quella lasciata alle spalle, un futuro di speranza.

Tutto è immobile, come sei secoli prima di Cristo. Risalendo l'antico fiume Silarus (Sele), tra i canneti e un ronzio incessante di grilli e cicale, dove campi bruciati, arsi dal sole, si perdono all'infinito. Nella notte dei tempi, Giasone e i suoi compagni, tutti giovani eroi greci, come Laerte (padre di Ulisse), Peleo (padre di Achille), Menezio (padre di Patroclo) e i Dioscuri Castore e Polluce (semidei, figli di Giove)
- siamo di nuovo tra mito e storia (!) -, dopo infinite peripezie nel Mar Nero, con la loro mitica nave Argo alla ricerca della Colchide e del "Vello d'oro", dopo aver risalito il Danubio, prima, navigato nel Mar Egeo e nel Mar Adriatico, risalendo anche l'Eridano, nome antico del Po, approdarono a Paestum, in uno scenario che da allora non è cambiato.
I cinquanta "Argonauti" scesero a terra, lasciarono ben nascosto il "Vello d'oro", del sacro ariete alato, che si portavano dietro, e si misero a costruire un santuario in onore di Hera Argiva (Giunone). Dell'antico tempio Heraion, della Magna Grecia, ne resta il perimetro, oggigiorno, tra i campi abbandonati, quasi invisibile, nascosto tra le piante erbacee. Sono poche pietre ma in quelle pietre risuona un tesoro: il tesoro della testimonianza di una civiltà antichissima. È sparito anche il ronzio degli insetti, e oggi, come allora, pare ancora di sentire il flauto che suono' uno degli Argonauti, il divino Orfeo, mentre Argo, dopo aver sostato davanti al promontorio della Maga Circe (il Circeo) e aver virato la prua verso Sud, trovando la foce del Silarus, lo risali' a suon di remi. Una melodia quella di Orfeo che risuonava ancora nel canto degli Argonauti mentre costruivano il tempio. Tempio, che è ritornato alla luce con gli scavi fatti a partire dal 1927.
Le 'metope', che si possono osservare nel Museo, raccontano gesta eroiche, storie letterarie e danza leggere.
La città fu chiamata dai Greci della Magna Grecia Poseidonia, in onore del Dio del mare. Successivamente, dai Lucani, Paistom, e, infine, i Romani la ribattezzarono Paestum.
Di essa restano non solo le mura perimetrali del tempio di Heraion, ma colonne doriche massicce e, soprattutto, tre templi magnificamente conservati e di bellezza straordinaria... da lasciare a bocca aperta.
I coloni fondatori, che avevano abbandonato la Foce del Silarus, provenivano da una delle località greche del sud d'Italia, fra le più lussuose, Sibari, nella Piana di Sibari (Calabria).
I primi ad arrivare, attorno al 600 a.C., si lasciavano alla spalle la costa calabra e una città ricca, ma sovraffollata. Circa novant'anni più tardi, quando Sibari fu distrutta da Crotone - siamo all'epoca delle "Città-Stato"... l'una contro l'altra armata (!) -, i primi furono raggiunti da tutti gli altri "profughi", e in quel secolo breve, costruirono i templi, dedicandoli, rispettivamente, a Atena, Dea della sapienza e delle arti - successivamente dai Romani dedicato a Cerere, Dea della fertilità della terra e delle messi -, a Hera (Giunone), e probabilmente a Poseidone (Nettuno). Templi che possono essere ancora ammirati in tutto il loro eterno splendore.
Contemplando il sito archeologico si ha come l'impressione che i miti antichi non finiscano mai e che possono essere riletti nei luoghi
antichi che essi continuano ad abitare. Così come a Punta Licosa, più a Sud, dove par ancora di sentire il canto ammaliante della Sirena Leucosia che incantava e seduceva i marinai che si trovavano a navigare in quelle acque. Così come par di vedere Odisseo, che dopo aver otturato le orecchie dei compagni, e fattosi legare all'albero della nave, implora gli Dei di liberarlo da quell'attrazione fatale e fargli cambiar rotta.

Lo narrano i miti, lo conferma la storia, ne sono testimonianza inconfutabile i siti archeologici, che gli antichi migranti, i "profughi" che dalla Grecia navigarono verso l'Occidente, furono per l'Italia del Sud fonte di grande arricchimento: la Magna Grecia.
Una storia su cui riflettere oggi (!).

"E già rosseggiava l'Aurora, fugate le stelle,
Quando vediamo lontano oscuri colli e bassa
L'Italia. Italia! Grida per primo Acate,
Italia! Salutano i compagni con lieto clamore.
Allora il padre Anchise pose una corona su un grande
Cratere, e lo colmo' di vino puro, e invoco' gli Dei,
Eretto sulla regia poppa:
O Dei, signori del mare e della terra e delle tempeste,
Date un'agevole via con il vento, e spirate favorevoli!"

Così, Virgilio nell'Eneide, raccontando minuziosamente, per bocca di Enea che riporta a Didone, l'entusiasmo e la felicità che coronano il lungo viaggio cominciato sulla spiaggia di Troia, viaggio che ha portato i "profughi" troiani alle prime sponde italiane. Viaggio che li aveva visti navigare per il Mar Egeo, lasciandosi a poppa le isole Cicladi, per far rotta su Creta, poi verso il Sud del Peloponneso, indi le Isole Strofadi e, a seguire, le più note Isole Ioniche di Zacinto Troia, Cefalonia, Kerkyra, fino a Butroto, sulle coste dell'Epiro - oggi Butrinto, Albania, importante sito archeologico -, dove viveva Andromaca, la moglie di Ettore.
Nel racconto di Enea, il viaggio della nave prosegue con il timoniere Palinuro (!) intento a evitare le coste pugliesi e calabresi, dove eroi Achei sono già venuti ad insediarsi, anch'essi dopo la lunghissima guerra di Troia.
La meta finale dei "migranti dell'Eneide" e' la Trinacria, la Sicilia dove anni prima è nato Egeste, figlio dell'esule troiana Egesta e del Fiume Crimiso. L'approdo avviene esattamente a Drepano (Trapani), dove Enea indice grandi giochi funebri in onore del padre morto. Da Drepano Enea si sposta più nell'entroterra, dove fonda una città in onore di Egesta. Segesta e' il nome della località, oggi uno dei siti archeologici più visitati di Sicilia, dove il tempio dorico, in perfetto stato di conservazione - suscitò l'ammirazione anche di Goethe, nel suo celebre "Tour" -, unito al piccolo teatro greco a strapiombo sulla vallata, costituiscono un tesoro inestimabile:
uno dei doni eterni lasciati dai primi "profughi" di cui si ha testimonianza in Italia e di cui andiamo giustamente fieri noi italiani.
I miti cantati da Virgilio, che si alternano alla storia vera, ci raccontano di un tempo lontano in cui popoli, Greci e Troiani, in fuga - allora come oggi (!) - da guerre e carestie, lasciarono le coste dell'Asia minore, delle isole greche, del Peloponneso e dell'Epiro, sfidarono il mare per trovare un posto che per risorse possedute fosse adatto al nuovo insediamento.
Si tratta di miti cresciuti su ciò che veramente accadde - mito e storia si confondono da sempre ! -.
Di una migrazione micenea del II millennio a.C., si trovano parecchie testimonianze in siti archeologici sparsi in tutta l'Italia meridionale.
La mitica 'civiltà micenea' prende il nome da Micene, città fondata da Miceneo e fortificata da Perseo, città che vide tra i suoi re anche il mitico Agamennone che sposo' Clitennestra, sorella di Elena, moglie di Menelao... L'importantissimo sito archeologico di Micene - patrimonio dell'umanità, UNESCO - si trova nell'Argolide, poco distante da Argo e dal mare (!).
Altre testimonianze storiche sono quelle del sito archeologico di Siri, in Lucania, la prima colonia fondata da "profughi" provenienti sempre dall'Asia minore che, attorno al 675 a.C., lasciarono la loro città di Colofone (vicino a Alicarnasso/Bodrum, Turchia), assediata da Gige, re dei Lidi, prendendo ancora una volta la via del Mediterraneo.
E che dire dei "Bronzi di Riace", ennesima testimonianza di arte greca sul suolo italico, che possono essere ammirati a Riace, località della costa ionica calabra, dove l'attuale sindaco da' accoglienza ai profughi dei nostri tempi.

"Senza nascita e' l'Essere e senza morte
Tutto intero, unigenito immobile. E incompiuto
Mai e' stato o sarà, perché è tutto insieme adesso,
Uno, continuo".

È la voce di Parmenide, il filosofo dell'essere che qui nacque e fondo' la sua Scuola, che par ancora di ascoltare di fronte alla "Porta Rosa" dell'antica Elea, oggi Velia.

"La' e' la porta che segna il cammino della Notte e del Giorno
Le fanno da cornice un architrave e la soglia di pietra.
La chiudono grandi battenti che toccano il cielo".

Continua la voce di Parmenide, uno dei più grandi poeti filosofi dell'antichità, che proprio qui, di fronte alla Porta Rosa, scrisse il proemio del suo poema. Era l'anno 468.
Il "venerando e terribile Parmenide", come lo avrebbe chiamato Platone con rispetto e deferenza, era nato il 510 a. C., quasi trent'anni dopo la fondazione di Elea, da parte di quei Focei che in quella mitica notte di primavera lasciarono, in silenzio, le mura di Focea, imbarcandosi sulle loro navi che... "tagliarono l'Egeo color del vino" fino a Chios. Ci restarono pochissimo però.
Dopo una navigazione intensa sui... sentieri del mare, seguendo le rotte segnate dagli Argonauti, sbarcarono una prima volta in Corsica
ad Alalia, una colonia fondata da altri Focei vent'anni prima.
Qui la permanenza duro' cinque anni, ma ancora una volta, la nuova dimora mostro' di non avere risorse sufficienti per tutti.
Una successiva navigazione lungo le italiche coste del "Mare Inferum", come venne chiamato dagli Etruschi prima e dai Romani poi il Mar Tirreno, scrutando i vari panorami, permise loro di trovare il luogo più adatto: un paesaggio capace di placare la nostalgia per la natia Focea. Ossia un colle proteso sul mare a dividere due insenature. Esattamente tra Punta Licosa (quella delle Sirene) e Capo Palinuro - dove annego' il timoniere di Enea, nella navigazione verso la futura Roma (!) -.
I Focei sbarcarono e costruirono abitazioni sui due versanti del colle e le congiunsero con una bella strada di pietra. E fu così che nacque la colonia greca di Elea.
A dir il vero, la linea costiera si è spostata di molto rispetto ad allora. I due golfi sono interrati e il colle su cui, oggi, si trovano le rovine della Velia medievale (l'antica Elea) si trova lontano da quel mare che un tempo occupava il verde degli attuali campi coltivati.
Ma basta l'immaginazione, basta sostare davanti la mitica Porta Rosa e... riascoltare i versi di Parmenide.

"Ecco che ora ti dico quelle che sono le sole due vie
di ricerca possibili:
L'una com'"è" e come impossibile sia che "non sia"
Di persuasione e' la strada, che a verità si accompagna
L'altra come "non è",
Come sia necessario "non sia",
Che ti dichiaro sentiero del tutto estraneo al sapere"

"Filosofia dell'essere" su cui Parmenide avrebbe fondato una Scuola, il cui primo discepolo fu Zenone, anche lui nato a Elea nel 485 a.C.
Filosofia e pensiero non facili quelli di Parmenide, ma chiunque legga della 'Scuola eleatica', la filosofia dell'essere contrapposta a quella del "divenire" di Eraclito, dovrebbe venire a Velia, davanti alla Porta Rosa.

"La notte incombeva, le stelle chiare indicavano la via al timoniere. Palinuro, credeva di poter resistere alle lusinghe del Dio
(Morfeo) che spargeva sonno sulle sue tempie, rilassandone le pupille oscillanti. Cadde in acqua e nessuno lo senti' mentre invocava i compagni. Finché Enea stesso se ne accorse, prese i comandi e piloto' nelle onde notturne.
Molto gemendo, e turbato il cuore dalla sventura dell'amico:
"O troppo fiducioso nel cielo e nel mare tranquillo,
Nudo, o Palinuro, giacerai su una ignota spiaggia..."

La spiaggia non è più ignota, avendo preso il nome dell'incauto timoniere di Enea: Palinuro, spiaggia magnifica e celebrata dal turismo di massa, che ci ricorda il ritorno cantato da ogni mito e ogni filosofia.

Odisseo non può essere annoverato tra i "migranti" o i "profughi" della Grecia antica. Lui navigava lungo i... sentieri del mare, non per fuggire dalle guerre o dalle carestie. Lui navigava per andare, tornare, prima o poi all'amata Itaca. Uno dei primi navigatori del Mediterraneo, uno dei primi navigatori della storia.
La voglia di libertà, muoveva il suo spirito insaziabile, la voglia di scoprire il mondo alimentava al suo animo inquieto. Voglia di conoscenza, o meglio "canascenza", lo ha spinto ad errare in lungo e in largo nel Mediterraneo mare per ben lunghissimi dieci anni.

"Quando mi diparti' da Circe, che sottrasse
Me più d' un anno la' presso Gaeta,
Prima che si' Enea la nomasse,
Ne' dolcezza di figlio, ne' la pietà
Del vecchio padre, ne' il debito amore
Lo qual doveva Penelope far lieta,
Vincer potero dentro a me l'ardore
Ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto
E de li vizi umani e del valore.
Ma misi me per l'alto mare aperto
Sol con un legno e con quella compagna
Picciola da la qual non fui diserto..."

E ancora:

"Considerate la vostra semenza:
Fatti non foste a viver come bruti
Ma per seguir virtute et canascenza... "

Chiaro!

"Rispuose a me: "La' dentro si martira
Ulisse e Diomede, e così insieme
A la vendetta vanno come a l'ira
E dentro da lor fiamma si geme...
Lo maggior corno de la fiamma antica
Comincio' a crollarsi mormorando..."

Uniti da Dante nell'inferno, uniti nelle gesta, in vita.
Ulisse e Diomede: due grandi eroi, due grandi miti, due grandi navigatori. Neppure Diomede può esser considerato un "profugo", forse "migrante" si' (!).
Il mito di Diomede, uno dei celebri eroi omerici, che partecipo' alla guerra di Troia, continuo' con i viaggi, "migrante", lungo i... sentieri del mare, come Ulisse, in particolare lungo le coste italiche del "Mare Superum" - come venne chiamato da Etruschi e Romani il Mare Adriatico -, finché scopri' le Isole Tremiti o "Isole Diomedee"
Secondo il mito, approdo' in una spiaggia del Gargano, in Apulia, da dove... "Getto' in mare tre grandi sassi, che riemersero sotto forma di isole: San Domino, San Nicola, Capraia".
Le Isole Diomedee, oggi Isole Tremiti.

Megale Hellas, la Magna Grecia, e' l'area geografica della Penisola italiana meridionale che fu anticamente colonizzata dai Greci, a partire dall'VIII secolo a.C.
Comprendeva gli antichi territori della Apulia (odierna Puglia), della Lucania (Basilicata e Calabria attuali) e della Campania.
La vicenda storica della Magna Grecia andrebbe tenuta distinta da quella della Sicilia, o meglio Trinacria greca, anche se l'espressione Megale Hellas, citata anche dallo storico greco Polibio nel IV secolo, comprenda il tutto.
Dopo la colonizzazione del Mar Egeo, delle sue isole, tra l'VIII e il VII secolo a.C., genti di civiltà greca, soprattutto mercanti, allevatori, contadini, artigiani, abbandonarono i territori della Grecia antica - isole o città che fossero -, vuoi per sviluppare i traffici e le attività commerciali, vuoi spinti dalle tensioni sociali dovute all'incremento demografico, parallelamente al depauperarsi delle risorse naturali, vuoi, infine, per sfuggire da guerre e carestie, si imbarcarono sulle loro navi, salparono dalle loro coste... volgendo lo sguardo a Occidente. Misero le prue sui... sentieri del Mare Mediterraneo e diedero vita, a ondate successive, a flussi migratori di intere comunità, flussi che si prolungarono per secoli.
Dopo aver consultato l' "Oracolo del Santuario di Apollo", nella città di Delfi, i Greci si imbarcavano alla volta della conquista di nuovi territori nel Mediterraneo Centro-occidentale.
Per tradizione, la località dove stabilirsi veniva da una comunità greca scelta seguendo l'indicazione dell'Oracolo, per l'appunto.
Solitamente una colonia greca veniva fondata da gruppi di coloni provenienti da un'unica "Polis" (città), o da un'unica isola, o dalla stessa regione: in una, appartenenti alla stessa comunità.
Giunte sulle coste italiche, le genti greche fondarono, a più riprese, diverse città, quali Pithecusa (Ischia), Kime, Neapoli, Poseidonia, Elea (Velia), in Campania; Metaponto, Sybaris, Kroton (Crotone), Rhegion (Reggio C.), Kaulonia, Hipponion, in Lucania; Taras (Taranto), Kalipolis (Gallipoli), Brendesice (Brindisi), Baron (Bari), in Apulia; Naxos, Messane (Messina), Katane (Catania), Syracusai (Siracusa) - che all'epoca dei "Tiranni" divenne potentissima -, Akagras (Agrigento), Selinunte, Himera, Lipara (Lipari), in Trinacria e nelle Isole Eolie.
Sotto l'impulso dei "migranti" e "profughi" greci, nonché dei loro discendenti, i territori e le città della penisola italica meridionale raggiunsero uno sviluppo economico di massima ricchezza, mai raggiunta prima.
Al benessere economico s'aggiunse lo splendore in campo culturale ed artistico, seguendo appunto le orme della Civiltà greca, nella Filosofia, nella Letteratura, nel Teatro, nelle diverse forme d'Arte.
Come conseguenza di questa realtà di forte impulso e grande magnificenza, le zone colonizzate nel Sud d'Italia e delle isole si sono tramandate con la nomea di Megale Hellas, Magna Grecia, che esprime tutto l'orgoglio del Popolo Greco lontano dalla Madre Patria. Il termine Magna Grecia si riferisce, quindi, alle popolazioni e alla loro civiltà piuttosto che ad una entità territoriale.

Genti originarie della città di Carcide e della grande isola Eubea o Evia (Negroponto per i Veneziani), fondarono prima Pithecusa e poi Kyme, in Campania.
Da Kyme poi alcuni presero la via del Sud, fondando, rispettivamente, Zancle/Messena (Messina) e Rhegion, sulle due sponde dello Stretto.
Greci di stirpe Achea, spinti dalla necessità di sfuggire a carestie e sovrappopolazione, diedero vita, sul versante Ionio, agli insediamenti di Sybaris, nel 720 a.C., poi di Kroton, nel 710 a.C.
Sempre sul versante Ionio, alcuni coloni Spartani fondarono, nel 706 a.C., la città di Taras (Taranto).
Coloni provenienti da Rodi fondarono e fortificarono alcuni centri all'interno della Sila, come Krimisa (odierno Ciro' superiore), Pepelia (attuale Strongoli) e Chone (oggi Pellagorio).
Fra il 710 a.C. e il 690 a.C., popolazioni provenienti dalla regione della Grecia che si affaccia sul Golfo di Crisa, fondarono Lokroi (Locri).

Colonie greche in Adriatico.
All'epoca del Tiranno di Siracusa, Dionisio il Grande, intorno al 387-385 a.C., navi cariche di intere famiglie, di masserizie, e prime risorse alimentari, mollarono gli ormeggi, a più riprese, per far rotta verso l'Adriatico mare, dove fondare nuove colonie. Questo fenomeno interesso' tutto l'Adriatico, anche isole e coste della Dalmazia.
Sulla sponda italiana, porto' alla fondazione di Ankon (Ancona) e di Adria. Sulla sponda Dalmata, vide la fondazione di Issa/Lissa (odierna Isola di Vis), Tharos (oggi StariGrad/Città Vecchia, sulla Isola di Lesina/Hvar), Korkyra Melaina (odierna Curzola/Korcula), Tragyrion (attuale Trogir/Trau).
Sulla costa dell'Albania, venne invece fondata Lissos (oggi Alessio/Lezne).
Anche sul Mar Nero, seguendo le orme di Giasone e i suoi "Argonauti", in rotta verso la mitica Colchide, patria del Re Eete e della Principessa Medea, ma anche delle Amazzoni, donne guerriere, i Greci fondarono molte colonie.
Tra le più note, Teodosia (anche oggi Teodosia/Ucrania), Olbia (odierna Odessa/Ucraina), Trapezunta (attuale Trebisonda/Turchia).

L'organizzazione politico-amministrativa delle colonie della Magna Grecia era stata ereditata dalle "Polis" greche, vale a dire vere e proprie "Città-Stato", governate da una oligarchia aristocratica delle famiglie più potenti.
Potendo disporre di una forte e nutrita organizzazione militare, le colonie si conquistarono e mantennero una loro indipendenza e autonomia.
La flotta, costituita principalmente di "Trireme" - quelle vittoriose nella celebre "Battaglia di Salamina", dove sconfissero la più potente flotta persiana, e protagoniste, anche coi Romani, della storia e dei destini politico-economici del Mediterraneo -, era un'arma micidiale che i coloni utilizzavano sia per incrementare i loro commerci, sia per le espansioni successive alla conquista di nuovi territori. Vedi, appunto, Syracusai all'epoca dei "Tiranni".
L'economia delle colonie si basava essenzialmente sul commercio, ma anche sull'agricoltura, l'allevamento, l'artigianato.
Dalla Madre Patria Grecia, si portarono dietro anche tradizioni, arte, teatro, letteratura, filosofia...
La cultura delle colonie era influenzata dai grandi "Capo-Scuola" Greci, in tutti i campi dello scibile umano.
Pitagora di Samo si trasferì a Kroton, dove nel 530a.C., fondo' la sua Scuola.
Eschilo, Erodoto, Senofonte e Platone visitarono spesso la Magna Grecia. Si è già scritto del poeta-filosofo Parmenide e del suo allievo Zenone, e della loro famosa "Scuola dell'essere" a Elea/Velia.
E che dire del grande matematico, nonché scienziato, Archimede di Siracusa. L'Archimede del "Principio del galleggiamento dei corpi"; del "Principio della Leva"; delle "Macchine belliche" e degli "Specchi ustori", che colpirono con una tempesta di massi, ferro e fuoco, la potente flotta romana, comandata da Marcello, che assediava la città.
Archimede, diventato famoso per la sua imperitura esclamazione:
"Heureka!" (Ho trovato!).

"... Ad un tratto entro' nella stanza un soldato romano che gli ordinò di andare con lui da Marcello. Archimede rispose che sarebbe andato dopo aver risolto il problema e messa in ordine la dimostrazione. Il soldato si adirò, sguainò la spada e lo uccise."
(Plutarco, "Vita di Marcello")

"Vectis mihi et ego commovebo Mundi!"
"A me una leva e solleverò il Mondo!"
(Archimede, "Archimedis Opera Omnia III, Prolegomena XLX)

(Prima parte)
G.

Bibliografia
Telmo Pievani, "Sulle tracce degli antenati - L'avventurosa storia dell'umanità" - Editoriale Scienza
MAtteo Nucci, "Mare Nostrum: Storie di antichi profughi"
Parmenide, "Filosofia dell'essere"
Dante Alighieri, "La Divina Commedia: Inferno, Canto XXVI"
Virgilio, "Eneide"
Plutarco, "Vita di Marcello: Morte di Archimede"