martedì 15 novembre 2016

NAVIGARE IL MEDITERRANEO (Quinta e ultima parte)



In rotta su Dubrovnik, ovvero l'Arcipelago della Dalmazia del Sud

"Arcipelago: irriducibile pluralità dove i singoli elementi convivono in quanto inevitabilmente separati, e le isole dell'arcipelago sono una distinta dall'altra, ma unite dallo stesso mare, dalla comune appartenenza, dal 'logos' comune. Una pluralità di isole, ognuna con la propria morfologia, con le proprie baie, rade, insenature, porti... Ma unite a formare l'arcipelago.
La forma arcipelago è, quindi, una forma plurale di entità, individualità distinte, ma insieme armoniosa, utopistico contrassegno di unione nella separatezza, modello di capacità di convivere nel rispetto della diversità...



Quando Ulisse compie il suo viaggio, il destino, la 'destinazione' dell'Arcipelago si intuisce a fatica. È curioso, sì, del molteplice il 'pelasgico' Ulisse, ma non ancora 'histor', sobrio, disincantato osservatore... Ulisse s'imbatte nel molteplice. Ma il molteplice diviene autentico 'pro-blema', oggetto di ricerca e d'indagine...
'Histor' non è soltanto colui che scopre e narra i multiformi aspetti dell'arcipelago, i caratteri delle sue diverse città, le vie del mare che le congiungono e separano a un tempo; 'histor' sarà chi è capace di indagare dei molti il 'logos' comune.
Esiste un 'logos' delle tante isole che incontro?...
Quale elemento fa di quelle isole un arcipelago? (...)
L'intelligenza dell'Arcipelago 'divide e separa'...
Ma il molteplice è davvero intrinsecamente 'logikos', cioè non 'anarchico' apparire di enti separati, ma insieme di strutture dotate d'ordine e dialoganti tra loro.
Il dialogo tra le individualità dell'arcipelago 'triangola' sempre col Fine sovra-essenziale... Itaca 'sola mente' intuibile...
Le singolarità dell'arcipelago s'appartengono l'un l'altra perché nessuna dispone in se' del proprio Centro, perché il Centro non è in verità che quell'impeto, che obbliga ciascuna a 'trascendersi' navigando verso l'altra e tutte verso una ipotetica Patria, però assente.
Ecco, appaiono isole, appaiono città, apparirà anche, infine, la Patria comune... Quella 'Polis' con un 'logos' comune."
(Massimo Cacciari, "L'Arcipelago" - Adelphi -)

"Parla, Musa, tu dell'eroe scaltro a me: di lui
che andò tanto vagando poi che di Troia la rocca
sacra abbatté; di molti uomini vide le terre e conobbe
la mente; e molto l'animo suo patì sul mare
per tenere se stesso e i compagni vivi al ritorno."
(Omero, "Odissea", Libro primo)

"E come Aurora rifulse che rosee ha le dita,
ordinai ai miei compagni di salir su le navi
e di sciogliere le funi. E salirono subito
e in fila seduti sui banchi
batterono i grigi flutti coi remi
E di là navigammo lontano, lieti
di essere sfuggiti alla morte, e affranti nel cuore
piangemmo i cari compagni periti."
("Odissea", Libro nono, "Polifemo")

"Poi, quando licenza gli chiesi di andarmene
non rifiutò, ma prese a cuore il mio viaggio;
spogliò delle cuoia un bove novenne,
un otre ne fece, e dentro vi chiuse
dei venti ululanti le vie: custode l'aveva
dei venti fatto il Cronide, e poteva
quieti tenerli o incitarli a sua voglia...

E finalmente nel decimo apparve la terra nativa;
vedevamo i pastori accendere i fuochi
già da vicino; ma un sonno mi prese soave,
stanco com'ero, e sfinito: ero stato
sempre teso alla rotta, a regger la nave
e a nessuno degli altri mai l'affidai
volendo più presto giungere ad Itaca...

sciolsero l'otre e i venti balzarono fuori
tutti: ed ecco li afferra un subito turbine
e in mare li porta piangenti lontano
dalla terra materna..."
("Odissea", Libro decimo)

"La nave dal vento di Borea, che valido e bello spirava,
spinta, passò in alto mare in vista di Creta,
mentre Zeus meditava rovina.
E quando, lasciata già Creta, nessuna
Terra appariva, ma cielo e mare soltanto, una plumbea
nube il Cronide abbassò su la concava nave,
e sotto si fece livido il mare. Ad un tempo
Zeus tuonò e lanciò sulla nave
il fulmine: quella girò su se stessa, da Zeus
folgorata, e fu piena d'odore sulfureo.
Caddero tutti di fuori; e come cornacchie intorno
alla nave nera giranti, travolti eran dai flutti..."
("Odissea", Libro quattordicesimo)

Fra i tanti modi di leggere l'Odissea, non è da sottovalutare quello legato alla navigazione.
L'Odissea, a ben vedere, è infatti anche un 'portolano' prezioso, un manuale di navigazione che segnala ai marinai quanto è utile sapere, con la necessaria precisione e il fascino della descrizione poetica. Omero avvisa i naviganti dei pericoli per chi va per mare nel Mediterraneo. Ad esempio, nel Libro dodicesimo, Omero da' questo avviso:
"Nessun navigante s'e' ancora vantato d'aver fatto passare la nave di la' senza danno o che alcuno sia illeso rimasto.
Scilla, sporgendo ogni testa di fuori, un uomo in preda rapisce alla concava nave. Molto più bassa vedrai l'altra rupe, Odisseo, distante da quella un tiro di freccia: grande ivi un albero sorge frondoso: un caprifico; al di sotto del quale Cariddi divina inghiotte con strepito l'onda nerastra..."
È chiaro il consiglio: visto il primo scoglio, poco distante ce n'è un altro, segnalato da un grande albero di fico, dal quale bisogna navigare ben lontano...
Poco lontano, poi, è attivo un "gigante" con un occhio solo che, per la rabbia scaglia massi sul mare. Poco importa che si tratti di Polifemo, figlio di Poseidone, incazzato nero per aver perso l'unico occhio, oppure del vulcano - Etna - attivo, che, visto di notte, pare che abbia un "occhio rosso" in vetta... Importante è navigare comunque lontano dalla costa.
E che dire, poi, del consiglio che Omero dà per costruire una barca (vedi Quinto libro)
"Una grande scure gli diede, a due tagli, di bronzo, munita di un manico saldo, bello, di legno d'ulivo; e un'ascia gli diede lucida (tipico arnese del 'maestro d'ascia'); e si avviò verso l'ultimo lembo dell'isola, là dove alberi alti sorgevano (!)..."
E per la 'cambusa'? "Cibo abbondante ed acqua e rutilo vino
io porrò nella zattera, e voglio di vesti coprirti (anche la 'cerata' per le burrasche!) e prospero vento mandarti alle spalle..."

"Navis bona est stabilis, et firma, et iuncturis aquam claudemtibus spissa, ad ferendum incursum maris solida, gubernaculo parens, velox et consentiens vento"

Seneca ci dice che la buona nave deve essere stabile, forte, stagna, marina, manovriera, veloce, buona veliera.
In realtà la buona barca, ferme restando le giuste indicazioni di Seneca che di mare conferma di intendersene, è quella in cui ci si sente bene: una barca generosa, che sa bene affrontare il mare, di carattere, ma che sa anche perdonare gli errori... E, poi, ci si può sempre raccomandare agli Dei del mare.
Afrodite (Venere), Dea dell'amore e della bellezza, spesso identificata come Callipigia o Calligluta, per alcuni aspetti del suo fisico non privi di fascino, facilmente identificabili se inquadrata di spalle (!), figlia di Zeus - oppure di Urano? -, nasce dal mare, dalla sua schiuma, per cui non può non essere anche la Dea dei marinai.
I Greci la chiamavano Anadiomene, cioè colei che sorge dal mare, oppure Pontia, "protettrice dei naviganti", Euploia, "della buona navigazione", o ancora Pelagia, "marina".
Afrodite viene, quindi, invocata dai marinai per una navigazione tranquilla, perché è in suo potere calmare le acque.
Secondo la mitologia greca è, però, Poseidone (Nettuno) il Dio del mare, o meglio delle burrasche. Fratello di Zeus e figlio di Cronos, era venerato dai marinai che lo pregavano e facevano sacrifici in suo onore affinché concedesse loro una navigazione sicura. Quando mostrava il lato benigno della sua natura, Poseidone, o Posidone, creava nuove isole come approdo sicuro per i naviganti e offriva un mare calmo senza onde o tempeste.
Quando invece veniva offeso - come nel caso di Odisseo - o si sentiva trascurato... "svegliava i suoi figli" e insieme a loro colpiva la terra con il suo 'tridente', provocando mari tempestosi, terremoti e maremoti, affondando imbarcazioni e annegando chi si trovasse in navigazione.
Sua consorte è la Nereide Anifrite - le Nereidi sono ninfe marine - che gli ha dato quattro figli: Tritone, un essere mezzo uomo e mezzo pesce, Roda, ninfa marina protettrice dell'isola di Rodi, Cimopolea, Dea minore delle tempeste marine particolarmente violente, Bentesicima, Dea minore delle onde...
Ergo ne deduco che... quando si va per mare è meglio tenersela cara una siffatta famiglia!
L'iconografia classica ritrae Poseidone alla guida del suo carro, trainato da cavallucci marini, con in mano il 'tridente', contornato da tritoni e delfini.
Eolo, secondo la mitologia greca, è il Dio dei venti.
Quando Zeus decise di rinchiudere i venti in alcune anfore, perché pericolosi se lasciati in libertà, seguì il suggerimento di sua moglie Era (Giunone), vale a dire nasconderli in una grotta del mar Tirreno - probabilmente una grotta delle Isole Eolie - e di affidarne la custodia a Eolo.
I rapporti tra Eolo e Poseidone non erano tra i più amichevoli:
Poseidone si riteneva lui il padrone assoluto del mare e dell'aria.

Da quanto sopra se ne deduce che prima di mollare gli ormeggi per... Navigare il Mediterraneo, bisogna ottemperare scrupolosamente le seguenti prescrizioni:
- accertarsi che il proprio "legno" risponda esattamente alle indicazioni di Seneca;
- leggere accuratamente il "Portolano Odissea", scritto a suo tempo da Omero;
- studiare attentamente le carte nautiche di Agrippa - Marcus Vipsanius Agrippa, amico e fedele collaboratore di Ottaviano Augusto, artefice della vittoria navale nella storica Battaglia di Azio contro le forze di Marco Antonio e Cleopatra -;
- aver ben chiaro il concetto di "arcipelago";
- da ultimo, ingraziarsi devotamente gli Dei, in particolare Poseidone e Eolo, per renderli benevoli e propizi alla navigazione.
È vero che il mare Adriatico non è l'Oceano mare,
- Oceano, figura della mitologia greca, esattamente un Titano, figlio di Urano e di Gea (Madre Terra), divinità fluviale che avrebbe dato origine, con la sua forza generatrice, a tutte le acque del Pianeta -
ma, come affermano i marinai, l'Adriatico è un mare "nervoso", "incrociato", "capriccioso", cambia d'umore rapidamente, per cui è pericoloso... sottovalutarlo mai! Prudenza, sempre!

"Nec vagus Adria
secura patitur currere navitam pinu perpetua fide"

(Ne' l'Adriatico instabile consente che il navigante corra con la nave sempre sicura - Orazio, poeta latino di origine greca -)

"Oceano mare: sulla destra una scura scogliera emerge dall'acqua. Onde altissime, frangendosi sugli scogli, schiumano in modo spettacolare. Nella tempesta si scorgono due navi che stanno soccombendo al mare. Quattro lance pendono sull'orlo di un vortice. Sulle lance sono stipati i naufraghi. Alcuni di essi, caduti in mare, si stanno inabissando. Ma questo mare è alto, molto più alto laggiù verso l'orizzonte... sembra alzarsi come se tutto il mondo si alzasse e noi sprofondassimo qui dove siamo, nel ventre della terra mentre un coperchio sempre più maestoso infinitamente sta per coprirci e con orrore la notte cala su questo mostro...
Lentamente. 'Benedice il mare'.
Ed è una cosa enorme, dovete riuscire a immaginarla, un debole vecchio, un gesto da niente, e d'improvviso l'immenso mare ha una scossa, tutto il mare, fino all'ultimo orizzonte, trema, si scuote, si scioglie, scivola nelle sue vene il miele di una benedizione che incanta ogni onda, e tutte le navi del mondo, le burrasche, gli abissi più profondi, le acque più scure, gli uomini e gli animali, quelli che hanno paura, quelli che lo stanno guardando, stregati, terrorizzati, commossi, felici, segnati... quando d'improvviso, per un istante, china il capo, l'immenso mare, e non è più enigma, non è più nemico, non è più silenzio ma fratello, e grembo mansueto, e spettacolo per uomini salvi.
La mano di un vecchio. Un segno, nell'acqua. Guardi il mare, e non fa più paura. Fine.
Silenzio."
(Alessandro Baricco, "Oceano mare" - Rizzoli Libri S.p.A. -)

Adriatico Mare, Jadransko More.
Un piccolo mare, un "golfo", che segna il confine, il limes, del nostro abitare, uno spazio che avvicina piuttosto che dividere: un 'ponte' tra culture, appartenenze, identità... "una faccia, una razza" (!), apparentemente diverse, ma che, come un 'Arcipelago', costituiscono una forma plurale nella loro 'unità', un insieme armonioso, un'unione nella separatezza, la capacità di convivere pur con linguaggi, tradizioni e storie diversi.
Viaggiare in Adriatico significa ripercorrere le mille trame che, dipanandosi sulle sue onde, hanno intrecciato nei secoli il tessuto, l'ordito di relazioni, scambi, sentimenti, storie, avventure, tra le sue sponde e che continuano a stimolare speranze, incontri tra le genti, dall'una all'altra riva, incontri per ricomporre antichi legami nell'ottica geopolitica della costituzione di una 'Euroregione' adriatica che, al pari della forma 'Arcipelago' amalgami l'insieme eterogeneo, multiforme di popoli, lingue, civiltà, una Euroregione adriatica che si riconosca, da un lato, nella comune 'identità mediterranea', dall'altro, nella comune 'casa europea'.

Già in passato, nel Medioevo, all'epoca della Serenissima Repubblica di San Marco, l'Adriatico è stato una "maxi regione", "Uno spazio di conservazione e difesa della civiltà".
"Il mito umanistico di due città adriatiche: Ancona e Ragusa (Dubrovnik)" . Frasi, queste, stralciate dal saggio di Domenico Defilippis (professore di studi umanistici presso l'Universita'di Foggia) l'"Itinerarium Adriatico" di Ciriaco d'Ancona, negli anni che vanno dal 1441 al 1454. Nell'Itinerarium la descrizione dell'Adriatico abbandona il valore esclusivamente geografico tipico del Medioevo per connotarsi di una valenza storica e civile che lo identifica come "culla di tutte le civiltà".
Lo spazio adriatico si pone come luogo di contaminazione di archetipi culturali e sociali del mondo cattolico italiano, da un lato, e quello ortodosso serbo, quello musulmano montenegrino-albanese dall'altro.
Uomini, come i dalmati, che esprimono un'attenzione verso il mare, piuttosto che alle valli e ai monti dell'entroterra. Si assiste al fitto legame tessuto tra le terre adriatiche sotto l'egida dell'arte: lo "stile adriatico" che si irradia da Ragusa, Trau (Trogir) e Sebenico, sulla sponda dalmata, come da Urbino, Rimini, Ravenna e Venezia, sulla sponda italica.
L'arco storico che va dal XIV al XVI secolo contrassegna questo
"brazo de mar", densissimo di traffici, commerci e viaggi tra la Serenissima Repubblica di San Marco, all'apice del suo splendore, e Ragusa, o piccola Repubblica di San Biagio, che andava sviluppando una crescente autonomia politica ed economica, grazie ad una classe dirigente competente e qualificata.
Dall'una all'altra sponda, questo mare si fa mare della circumnavigazione, percorso da peripli incessanti di uomini, navi, mezzi, viaggi, idee, culture, relazioni, incontri... Vele e voci si rincorrono tra le coste opposte, le cui luci notturne appaiono come veri e propri baluardi di prossimità, mete da fissare sulle rotte e da raggiungere all'alba, alla prima luce del sole.
"Terre baciate dal mare" dove "l'adriaticita'" prevale sovente sulla latitudine. Sulle sponde adriatiche, quelle dalmate in primis, il tempo della storia sembra ripetere da sempre gli stessi rintocchi, oggi come nei secoli che vanno dal XIV al XVIesimo. La grande confusione di popoli e culture che ondeggia tra i Balcani e le spiaggie italiane, bussa prepotentemente, dopo anni di silenzio alle porte dell'Occidente, approdando ai porti e alle città frequentati per secoli da un poliedrico panorama umano: pellegrini e crociati diretti in Terra Santa, dignitari in trasferimento da Roma a Bisanzio, mercanti veneziani e ragusei impegnati nei loro traffici e a creare 'fondaci', magazzini e uffici nelle città del Mar Nero e nella Penisola anatolica e di lì fare il gran balzo lungo la "Via della Seta" verso le Indie, il Katai, il Cipango e l'Estremo Oriente.
Navigare nel bacino adriatico diventa metafora di una condizione irrimediabilmente perduta; significa spesso tuffarsi in un passato remoto, tra luoghi, genti, tradizioni, costumi del tempo andato, tramandati e perpetuati per secoli; navigare in Adriatico ancora oggi ha il sapore di una navigazione nella storia.
L'Adriatico approda al patos narrativo della modernità e diviene scena esistenziale di un percorso che implica sempre un ritorno...
oppure determina un immaginario denso di vita e complesso, un immaginario emblematico dei rapporti di uomini con la storia dei luoghi.

"Quella del mare è una forza irresistibile che sembra voler strappare l'uomo dalla sua città, confuso intreccio di strutture urbane (...) strapparlo alla sua insensatezza e all'immobilità del tempo"
(Matteo Majorana, "Un'anima coloro blu mare").

Viaggiare, navigare in Adriatico è una continua apertura mentale alla conoscenza dell'altro: altri luoghi, genti altre; una conoscenza vera, promotrice di percorsi culturali che innestano nuovi processi di crescita sociale tra i popoli che vivono sulle sue sponde, le sponde del Mediterraneo tutto, processi che sfociano in incontri-confronti-dialogo: conoscersi per capirsi, che portano quelle... "anime blu mare che si affacciano e si riflettono nelle onde dell'Adriatico, nelle aurore e nei tramonti sul Mediterraneo, a ricercare nella storia comune l'appartenenza... L'identità mediterranea"
(Matteo Majorana)

"Veneti, Croati, Greci, Armeni, Albanesi, Tedeschi, Rumeni, Bulgari... uniti dalla stessa ecumene, la stessa lingua franca. Mille origini, un popolo solo"
(A.M. Magno, "Il Leone di Lissa. Viaggio in Dalmazia" - Il Saggiatore)

"L'Adriatico delle antiche rotte, solcato in verticale,da Nord a Sud, dalle galee veneziane poste sulla rotta canonica che sarà storicamente ratificata da Fernand Braudel; attraversato da schiere di pellegrini in viaggio verso la Terra Santa e percorso in lungo e in largo da scorribande di pirati e navi corsare; scenario di epocali trasmigrazioni di interi popoli, Illiri, Greci, Slavi, e teatro di guerre, saccheggi e devastazioni, sull'una e l'altra sponda.
Così l'Adriatico degli itinerari antichi e della grande storia emerge da portolani, diari di bordo e resoconti di viaggi redatti tra il XIII è il XVIII secolo.
Principalmente esso si rivela un 'mare di transito'. Sul versante italiano, punto di partenza per transazioni commerciali e avventurose esplorazioni monopolizzate le une e le altre dalle insegne di San Marco. Ma anche approdo di illustri viaggi della cultura - il "Grand Tour" - e il punto di arrivo del peregrinare dell'esule...
Proprio la rotta da Ovest a Est e ritorno, denominata ancora oggi "Diomedea" - dalla figura mitica di Diomede, epico alter ego di Ulisse, che scoprì, primo, le isole Tremiti, dette anche "Diomedee"-, costituisce una delle più agevoli vie di comunicazione transadriatica
- oggi è conosciuta come "Corridoio Otto" lungo il Mediterraneo, collegato al "Corridoio Adriatico" e successivamente al Centro e Nord Europa e al mar Baltico -
"Su questa rotta che scivola silenziosa nel cuore dell'Adriatico, muta testimone di una assenza millenaria dalle pagine della storiografia ufficiale, hanno veleggiato per secoli, giorno dopo giorno, anonime imbarcazioni di mercanti, di pescatori, dell'una e dell'altra sponda, intessendo una trama di ben lunga durata con piccole storie di vita quotidiana e dura lotta per la sopravvivenza, riuscendo in tal modo a configurare (...) la dimensione più squisitamente "domestica" del "sinus" Adriatico..."
(Marilena Gianmarco, "Sull'Adriatico delle Antiche Rotte")

Ma proviamo a ripercorrere questa "antica rotta" con i versi del poema di Tommaso Grossi "Lombardi alla Prima Crociata"

"... Sciolte le vele, uscimmo salutati dal suon de bronzi e di festosi evviva d'una devota turba, onde affollati i moli brulicavano e la riva; da un ponente piacevole cacciati la terra a poco a poco ne fuggiva, e quasi nuvolette in mar vaganti ci sorgevano infinite isole innanzi. I nove sbocchi di Timavo e Pola lasciando e i gioghi di Morlacca (Regione meridionale della Croazia, all'interno di Sebenico e Spalato) a tergo, e Pelagosa in mezzo all'onda sola, nido occulto dell'idro e dello smergo (tipo di anatra).
La sacra flotta il Gargano trasvola, la Tusca e Grongo di Pirati albergo saluta, Polignan, Brindisi e rade ormai d'Italia l'ultime contrade.
Di maraviglia un grido e di contento allor destossi fra le ciurme ignare che da ponente rinfrescato il vento si vider corse in un immenso mare: declinando a mancina, al guardo intento l'amena spiaggia di Corcyra (Corfù) appare: ecco Leucadia (Leuka) e Cefalonia e Zante (Zacinto), verace isola d'ora, fior di Levante."

Sulla rotta di Dubrovnik (Ragusa)

"Vela ventis dare"... "Navigare necesse est!"
Dopo aver sacrificato il montone agli Dei - c/o Konoba "Barba", con splendida vista sulla rada di Komiza e sul mare aperto - e... posizionato a prua il "vello" propiziatore, il "Suf IV" molla gli ormeggi.
"... E come Aurora rifulse che rosee ha le dita, ordinai ai miei compagni di salir su la nave e di sciogliere le funi... E di là navigammo lontano, lieti..."
"Svolte le vele uscimmo salutati dal suon de bronzi (campane)... Da una brezza di terra piacevole cacciati la riva a poco a poco fuggiva..."
Doppiata la punta di Sud-Ovest ci si allontana vieppiu' dall'isola di Vis (Lissa), facendo rotta su Korcula (Curzola), 120 gradi Est-Sudest, confortati dal 'carteggio' e dal 'GPS'.
Venticinque, circa, le miglia da percorrere, per una navigazione di tre o quattro ore, a seconda di come se la tira... Eolo.
"Le ore del mattino hanno l'oro in bocca", recita un vecchio proverbio, ed è particolarmente vero in navigazione, perché nelle prime ore del mattino il mare è solitamente calmo e il vento spira leggero a regime di brezza.
La meta è "Vela Luka" (Vallegrande) che si trova all'estremità occidentale dell'isola di Korcula.
Il sole non è ancora allo 'zenit' quando il "SUF IV" mette la prua nella baia che ha dato il nome alla località.
L'approdo non è dei più felici, perché a pochi metri dalla banchina si spegne il motore: penuria di carburante?!?
Tempestivamente da prua viene lanciata una 'gomena' d'ormeggio al marinaio del "Marina" che è in attesa sulla banchina: lentamente, con qualche imprecazione (!), la barca viene assicurata all'ormeggio, 'all'inglese'.
Quando, dopo una risata liberatoria, è tornata la dovuta serenità tra l'equipaggio, c'è chi provvede a recuperare dal 'gavone' la tanica della 'riserva' e a mettere carburante nel serbatoio del motore.
Fatto lo 'spurgo' con l'apposita 'pompa C', il motore... ritorna a cantare ed è possibile completare le manovre.
Dopo aver fatto carburante al distributore del "Marina"... "la berca la è ti pel", la barca è al suo posto-ormeggio.
Vela Luka è l'abitato più grande dell'isola e si trova in una baia profonda 9 chilometri che sembra un lago. Questa è la zona più mite dell'isola, con 2700 ore di sole all'anno temperature estive di 25/30 gradi, mitigate dal fresco maestrale: "il Maistro", come lo chiamano gli isolani.
Gli abitanti dediti un tempo all'agricoltura e alla pesca, oggi esercitano attività legate, più o meno direttamente, al turismo, come lo è il cantiere Greben, per imbarcazioni da pesca e da diporto, come il conservificio Jadranska, che inscatola tonno, sardine e alici.
Ovunque si leggono cartelli con su scritto "Appartmani" (Affittasi appartamento), diversi pure gli Hotel e, soprattutto lungo la riva, konoba Beta, konoba Lucica, Konoba Skalinada, Konoba Mirakul... Beppo Rest., Gulin Rest., tutti consigliati da "TripAdvisor".
L'equipaggio sbarca per andare alla scoperta degli angoli reconditi di Vela Luka e, in primis, per ordinare "scarpina" e "scarpun" (scorfani) alla Konoba Mirakul, per una cena a lume di candela a... pelo d'acqua (!)
In un bel palazzo in stile barocco, l'antica Villa Castello, rimodernato, è ospitato il "Centro Culturale", dove si può visitare una preziosa collezione archeologica, con reperti di una grotta neolitica
"Vela Spilja" (Grotta Grande) e reperti di epoca romana rinvenuti in diversi siti circostanti. Nel Centro Culturale si può visitare anche una dignitosa pinacoteca d'arte moderna e sculture di artisti croati e stranieri.
Tra gli edifici degni di rilievo, la Chiesa Parrocchiale di San Giuseppe e la Cappella votiva di S. Vincenzo del 1589.
Nel paese sono attive alcune "Clappe", gruppi vocali di musica folk e tradizionale.

"Vanno alla chiesa i Dalmati
Con il fez rosso in testa
L'alba è d'un dì di festa
Odo squilli echeggiar
È di rose in ciel fulgida
L'alba, e il mar blu marino
Io lo sognai bambino
E il Levante m'appar..."
(Canzonetta dalmata)

Documenti medievali riportano l'esistenza in Vallegrande, fin dal 1427, di una chiesa a una navata, ora in rovina, consacrata a San Giovanni di Gradina e del castello.
Vela Luka è anche promotrice d'arte e cultura: ogni anno, infatti, organizza un convegno internazionale di scultori, pittori, architetti e artisti del mosaico. Le opere da essi create durante il convegno restano nella cittadina.
Prima di lasciare questa baia e dire "good bye" è consigliato fare un trekking di 7 chilometri circa per arrivare a "Punta Sakanj" e di lì salutare...
L'equipaggio del "SUF IV" preferisce, però, lasciare "Punta Sakanj" sulla dritta... dire "good bye", sfiorare l'isolotto di Osjak, che la... "bocca spalancata" di Vela Luka sembra voler inghiottire, far rotta sulla città di Korcula, navigando lungo la costa meridionale, ridossati dalla bora.

L'isola di Korcula (Curzola) è "coronata" da numerose isole, isolette e scogli: lungo la costa Nord-Orientale esiste una vera e propria Micronesia di venti isolette. Un altro piccolo Arcipelago di diciassette isolotti lo si trova lungo la breve costa Meridionale. Una terza Micronesia di diciotto tra isolotti e scogli è raggruppata sulla costa Settentrionale della vicinissima penisola di Peljesac (Sabbioncello), in una profonda baia.
I suoi nomi antichi "Korkyra Melaina", "Corcyra Nigra" (Curzola: l'isola nera), rimandano al mito di Antenore, illustre cittadino di Troia, uno dei più saggi tra gli anziani, che, fuggito dalla città natale dopo la distruzione, raggiunse l'Adriatico, sbarcò sull'isola di Curzola e vi fondò Korkyra Melaina, Corfù Nera, per i Romani Corcyra Nigra, "Nera", per evidenziare l'aspetto dell'isola fittamente coperta dalla macchia mediterranea, costituita in prevalenza da pini e lecci, oltre che da un fitto sottobosco.

"Aenea dum genetrix, hominum divomque voluptas
Alma Venus...
Madre degli Eneadi, piacere degli uomini e degli Dei.
Venere datrice di vita, che sotto i corsi celesti degli astri
Dovunque ravvivi della tua presenza
Il mare percorso dalle navi
Le terre fertili di messi
Poiché grazie a te ogni specie di viventi
È concepita e sorta vede la luce del sole
Te, o Dea, te fuggono i venti
Te le nuvole del cielo e il tuo arrivare
A te soave i fiori sotto i piedi
Fa spuntare l'artefice terra
A te sorridono le distese del mare
E placato splende di un diffuso lume il cielo...
("De Rerum Natura" - Lucrezio -)

Certi della protezione di Afrodite Callipigia e "della buona navigazione" che la Dea assicura, procedendo a poca distanza dalla linea di costa, piuttosto ripida, rocciosa e non di facile accesso, si ha l'opportunità di vedere bene il profilo dell'isola e di avere piena conferma dell'origine del nome antico Corcyra Nigra, l'Isola Nera.
È sicuramente l'isola più boscosa di tutto l'Adriatico. La mitezza del clima ha fatto sì che Madre Natura fosse particolarmente prodiga verso l'isola. Oltre ai già citati boschi di pini e lecci, si trovano in abbondanza querce, olivi selvatici, carrubi, lauri e, soprattutto un fittissimo sottobosco costituito da biancospini, prugnoli, mirti, ginestre...

"Mirto, rosmarino, intrico di rovi che sbarrano il passo.
Gialli papaveri di mare sulla riva, dinanzi al blu fondo
come la notte è splendente di luce..."
(Claudio Magris)

L'orografia dell'isola si presenta come collinosa, altezza media 300 metri circa, con due punte di 500 metri, Gorga Glava e Klupac,
Sul versante orientale si sono formate piane come quella di Lumbarda, in prossimità di Korcula-Città.
Sul versante occidentale, la Piana di Blato è la più ampia e la più fertile, ricca di vigneti e oliveti, anche grazie alla presenza abbondante di acqua, che si raccoglie nel sottosuolo nelle formazioni di 'dolomie' e prelevata poi con i pozzi artesiani.
La costa settentrionale è relativamente bassa con alcuni buoni porti, baie e insenature, esposte però alla Bora e al "Maistro" (Maestrale).

I reperti archeologici rinvenuti testimoniano che l'isola fu abitata fin dal neolitico e dall'età del bronzo. Verso il Secondo Millennio a.C.
approdò sull'isola una tribù degli Illiri.
Come loro usanza, i nuovi arrivati costruirono castellieri fortificati sulle colline e seppellirono i morti sotto 'tumuli' di pietra.
Durante l'età del ferro fu popolata da quei Liburni che, Tito Livio descriverà come "latronis maritimis infames", ladroni del mare, vale a dire pirati.
Nel VI secolo e/o V secolo a.C. arrivarono i primi coloni Greci dall'isola di Cnido che fondarono la città Korkyra.
Nel IV secolo a.C., provenienti dall'isola di Lissa (Vis), approdarono altri Greci.
In seguito scoppiarono conflitti tra gli Illiri e i Greci, finché nel 229 a.C., i Romani sconfissero gli Illiri ed estesero il loro dominio sull'isola, affidandola, però, ad un governatore locale, tal Demetrio da Corcyra. Quando Demetrio, successivamente, volse le spalle a Roma, i Romani inviarono in Adriatico una flotta al comando dei consoli Marco Livio Salinatore e Lucio Emilio Paolo, per ripristinare il loro dominio. Demetrio fuggì in Macedonia, e Corcyra insieme a Lesina (Hvar) e altre isole divenne romana a tutti gli effetti e tale rimase per circa sette secoli.
Con la divisione dell'Impero Romano, avvenuta a seguito della morte di Teodosio I il Grande, correva l'anno 395 d.C., la Dalmazia viene aggregata all'Impero d'Occidente, per passare poi, era il 430 d.C., all'Impero Romano d'Oriente, subendo successivamente il dominio dei Goti, prima di Odoacre e poi di Teodorico.
Con l'avvento dell'imperatore bizantino Giustiniano, i Goti vengono sconfitti e si ripristina il potere dell'Impero Romano d'Oriente sull'Adriatico Orientale. E l'isola di Curzola segue le sorti e le vicende della Dalmazia, vicende caratterizzate da mutamenti politico-territoriali continui.
Nell'anno Mille tocca alla Repubblica di Venezia conquistare l'isola, con la trionfale spedizione del Doge Pietro II Orseolo.
Con alterne vicende Curzola rimase sotto le insegne del Leone di San Marco fino al 1358. Con la "pace di Zara", l'isola passa per una breve stagione ai re Angioini di Napoli, al tempo pure sovrani ungaro-croati, per essere ceduta, nel 1413, unitamente alle isole di Lesina e Brazza (Brac) alla "Repubblica di San Biagio" di Ragusa.
Ma appena tre anni dopo quelle isole ricaddero sotto il dominio della Serenissima, e da allora il Leone di San Marco continuerà a sventolare imperterrito su Curzola fino alla caduta della gloriosa Repubblica Marinara (1700).
Negli anni a seguire, sull'isola sbarcano a ondate austriaci, francesi, russi, inglesi e, di nuovo, gli austriaci, fino alla prima guerra mondiale. Dopo due brevi periodi di occupazione italiana (!) - 1918/1921 e 1941/1943 - l'isola entra a far parte della Repubblica Socialista di Jugoslavia. Il resto è storia recente.
Merita di essere ricordata la storica battaglia navale, combattuta nelle acque dì Curzola tra la flotta veneziana, comandata dal Doge in persona, Andrea Dandolo, e la flotta genovese al comando di Lambo Doria. Nonostante l'inferiorità numerica, la flotta genovese sconfisse quella veneziana...
"Quasi tutti i legni veneziani furono presi con gran numero di prigionieri, e fra questi lo stesso Doge Andrea Dandolo, il quale, per non subire l'umiliazione, preferì suicidarsi... Tra gli altri prigionieri vi fu Marco Polo."
(Così, le cronache dell'epoca)

Dopo alcune ore di navigazione tranquilla, spinti da una leggera brezza di maestrale, il "SUF IV" è all'ormeggio all' ACI-Marina di Korcula (Città).
Dice, testualmente, il portolano: "ACI-Marina (Yachts fino a 60 m.), 150 posti in acqua, 15 a terra, gru da 10 t., assistenza tecnica, lavanderia, bagni. Attenzione: i traghetti in arrivo e la Bora sollevano un'onda piuttosto fastidiosa. Mantenere un'adeguata distanza dallo spigolo del molo e assicurare molto bene le cime d'ormeggio..."
Eseguite alla lettera le indicazioni del portolano, per prudenza, anche se le condizioni meteo sono ottimali, un sol grido:
"Tutti a terra!"

Alla scoperta del "museo di pietra".
"La città di Curzola somiglia a una grossa barca panciuta,
stracarica di case antiche... Un'isoletta perfettamente ovale, cinta di mura, di torri e bastioni, collegata all'isola madre da un sottile istmo che appare come la prora allungata della barca.
Specchiandosi nel mare, dà l'impressione di poggiare su una liquida città gemella capovolta e tremolante, non su una roccia
ma sopra un cuscino d'acqua"
(Giacomo Scotti, "Nell'azzurro isole verdi")
Nei secoli della Serenissima Repubblica di San Marco Curzola ebbe la funzione di porto-fortezza sul canale... È come se fosse la sentinella del canale, lo controlla e lo difende.
Il canale di Peljesac separa la penisola, che ha lo stesso nome (Sabbioncello in italiano), dall'isola di Korcula. Nel punto più stretto non supera i 1000 metri e proprio lì si erge la cima di Sant'Elia, con relativo convento e chiesa della Madonna dell'Angelo.
Percorrendo la rotta dalmata da Nord a Sud non c'è nave che non penetri nel canale di Peljesac per approdare a Korcula, stesso approdo arrivando dal Sud. Quando una nave si allontana dal porto o vi entra, quasi sempre i marinai salutano con la sirena, alla quale fanno eco le campane dei frati del convento di Sant'Elia sull'altra sponda.
Il centro storico, ricchissimo di monumenti e opere d'arte, è un vero e proprio museo all'aperto: uno scrigno di tesori.
Le mura, originariamente altissime, furono abbassate nella parte settentrionale e in quella orientale nella seconda metà del 1800.
Robuste e ampie, vi si può passeggiare come su un lungomare.
Uscendo dal nucleo storico si passa per la "Porta di Terraferma" che conduce a una torre monumentale del Duecento a base rettangolare, detta il "Grande Revelin", ricoperta da numerose lapidi e con quattro stemmi: quello della Serenissima Repubblica di San Marco, quello del Doge Mocenigo e quelli dei due rettori Barbato e Loredan; stemmi apposti durante i lavori di ricostruzione e restauro effettuati fra il 1493 e il 1496. Alla torre si può accedere salendo gli scalini di un ponte in pietra; su questo ponte comincia la passeggiata sulle mura di cinta, quello che un tempo costituiva il "cammino di ronda", si possono in tal modo raggiungere le altre torri, che in passato erano una ventina, attualmente ne restano otto.
La cinta muraria fu continuamente aggiustata, fortificata e restaurata durante il dominio di Venezia, ma dalla fine del Settecento, con la decadenza della Serenissima, venne lasciata in stato di abbandono e in parte anche demolita; questa la ragione per cui, oggi restano le otto torri e le mura sul lato meridionale, ritenuto però il più antico dell'intero sistema difensivo.
Proseguendo lungo il "cammino di ronda", dopo il "Grande Revelin", si trova la torre quadrangolare del "Piccolo Revelin", risalente all'anno 1499, e a seguire la torre rotonda detta "Torre di Ognisanti", della stessa epoca della precedente. Su quest'ultima torre, il cui nome le deriva dalla vicina Chiesa d'Ognisanti, sono piazzati tre grandi cannoni settecenteschi in bronzo.
Sempre lungo le mura, si trova l'"Arsenale", che risale al 1400, dove venivano depositate armi e munizioni. Sulla sua porta d'ingresso fanno bella mostra gli stemmi della Serenissima, del Doge Mocenigo e del rettore Bragadin.
La "Piccola Torre del Rettore", di forma cilindrica, costruita nell'anno 1449, porta invece lo stemma del rettore Lombardo. A seguire, quasi affiancata alla precedente, si trova la "Grande Torre del Rettore", a forma di tronco di cono, risalente all'anno 1483. Queste due ultime torri proteggevano il Palazzo del Rettore e il porto sottostante.
Nella doppia cinta muraria situata sulla parte occidentale del porto è inserita una grande cisterna detta "Tre Pozzi", risalente al V secolo. La "Torre della Porta di Mare", a forma quadrangolare, collegava la città dentro le mura al porto, e sul suo portale erano collocati, naturalmente, gli stemmi del Leone di San Marco dei dogi e dei rettori.
Dal porto, fanno la spola, ad ogni ora, delle imbarcazioni per portare, attraversando il breve tratto di mare, turisti, bagnanti e surfisti sull'isoletta di Badija (Badia).
Viene chiamata "Perdun" (Perdono) la processione per mare e per terra verso e sull'isola di Badija che, a datare dal 2 agosto 1897 quando cinquemila pellegrini giunsero su barche da tutte le località di Curzola e di Sabbioncello per onorare la Madonna della Cappella della Santa Croce, viene ripetuta ogni anno proprio nella giornata del 2 agosto. La Madonna dell'isola difese i Curzolani dai Turchi nei secoli bui, ma è anche la protettrice dei costruttori di barche, degli scalpellini e dei pescatori.
Sempre vicino al porto si trovano le torri semicircolari di "Kanavelic" e di "Tiepolo" costruite attorno agli anni fra il 1481 e il 1488, con stemmi murati che ricordano il dominio di Venezia.
Una strada che parte dalla "Porta di terraferma", conduce all'ultima fortezza costruita a Curzola, durante l'occupazione inglese, nel 1813, conosciuta come "Fort Wellington" o anche "Forte di San Biagio"; a forma di tronco di cono, sorge su una collinetta che domina la città antica e il canale.
Mura e torri hanno protetto la città antica e l'hanno conservata per secoli. Oggi ci ritroviamo una città che ha preservato pressoché intatto l'aspetto gotico e rinascimentale.
Il nucleo storico, molto circoscritto, è caratterizzato da viuzze e calli molto anguste: in certi vicoli due persone riescono a malapena a passare senza toccarsi. Tutte le case, costruite in pietra calcarea bianca, molte di pregio, sono fittamente addossate le une sulle altre, senza soluzione di continuità. Molti di questi edifici riportano stemmi e insegne gentilizie e diverse figure di animali, sempre scolpite in pietra. Di qui la definizione di Curzola come "Museo o Zoo di pietra".
"In nessuna parte del mondo si trova un giardino zoologico di pietra come quello di Curzola"
(Annotazione sul diario di viaggio di un celebre visitatore)

Tra i tesori dello scrigno, dominano l'antico "Castello dei Barbarigo" e il Duomo o Cattedrale di San Marco. Quest'ultimo è sicuramente il monumento più importante e di maggior spicco della città e tra i migliori della Dalmazia, sia per gli ornamenti architettonici, sia per alcuni capolavori pittorici ivi custoditi.
L'edificio, costruito sui resti di una precedente cattedrale del Trecento, risale alla prima metà del Quattrocento ed è in stile 'gotico', con elementi del 'gotico fiorito pugliese'.
L'impronta italiana traspare ovunque: il portale principale romanico-gotico e' opera di Bonino da Milano, così pure il portale della navata meridionale. Magnifico il 'rosone' che si trova sull'armoniosa facciata su cui si apre il portale, ai lati del quale si trovano due leoni con agnello negli artigli.
All'interno si trovano opere di Jacopo Tintoretto, di Leandro Bassano e altri pittori di scuola veneta.
Merita di essere annoverata una icona italo-cretese della Madonna dell'Isola che è l'immagine sacra più venerata dai Curzolani.
Da segnalare anche la "Cappella di San Rocco"' contigua alla "sagrestia" nella quale oltre ai paramenti sacerdotali sono custodite opere di valore.
Da ultimo (last but not least!) il gioiello architettonico della cattedrale: il "Campanile". Originariamente era la torre dell'orologio, affiancata alla loggia, poi con la costruzione della cattedrale prese il suo stile definitivo. Inconfondibile, con le 'bifore gotiche', dal secondo piano, un'ampia terrazza sulla parte terminale dove è situata una loggia con una cupola ottagonale, cupola impreziosita da decorazioni e da una ariosa lanterna anch'essa finemente decorata e sul cui vertice e' innestata una croce metallica con palle alle estremità e bandierina segna-vento. Nella cupola pendono quattro grandi campane.
Da lassù, ...appesi al cielo blu, vi si apre uno dei panorami più belli della Dalmazia. La città di Kurcola sul suo isolotto, la penisola di Peljesac e il suo canale, l'isola di Badia, non hanno più misteri, si mostrano "impudicamente" nelle loro più intime bellezze...
Continuando a girare per calli e piazze, si scoprono via via i tesori: il "Piccolo Palazzo Arneri", in stile gotico fiorito; il "Palazzo Gabrielis", un edificio tardo-gotico di tre piani con grande 'trifora' centrale, edificio che ospita il Museo Civico; il "Grande Palazzo Arneri", in stile barocco; il "Palazzo Ismaelis", con lo sfarzoso stemma Patrizio scolpito sul portale.
E... ci si può imbattere in un edificio, di cui un segnale turistico indica "Casa di Marco Polo" (!). Si', per i Curzolani, Marco Polo e'... sangue del loro sangue, guai a toccarglielo.
Nessun documento o registro storico attestano che Marco Polo sia qui nato o vissuto, ma i cognomi Polo, Depolo, Poli sono molto diffusi a Korcula, per cui la... disputa storica con Venezia, per chi ha dato i natali all'illustre personaggio, continua (!)

"Qui dove il Turco schiaccia gli altari
trovi un avel!
Questa patria dal Turco insultata
piange e attende il conflitto crudel!
Dalmati, avanti! Avanti!
La patria e' in servitù.
Guerra, guerra! I cangiarri snudati
benedisce San Giorgio dal ciel!"

Con questi versi il poeta ragusano Federico Seismit-Doda richiama la "Moresca", una rappresentazione cavalleresca delle battaglie tra Dalmati e Turchi, alle quali presero parte anche i Curzolani sotto le bandiere della Serenissima.
La "Moresca" si ripete ogni anno, il 27 luglio, sulla Piazza S. Marco, antistante il Palazzo Gabrielis, dove nel 1515 venne eretta la "Colonna dello Stendardo", con il leone di San Marco e gli stemmi della Serenisima. La danza-scontro con le spade, di origine cavalleresca, fra i Rossi (Cristiani) e i Neri (Mori) si conclude con la sconfitta dei Mori (Turchi) che giacciono a terra; la bella ragazza, una principessa, per la mano della quale hanno lottato, va naturalmente in sposa al re dei Rossi.
"Le prime notizie sull'esecuzione della Moresca (...) risalgono al Seicento/Settecento e la situano a Curzola-Città . Non si tratta di folklore locale originale, ma di uno spettacolo qui importato dai Paesi mediterranei vicini, eseguito come una simbolica battaglia fra cristiani e musulmani: in Corsica, Sicilia, Spagna e altrove.
A Curzola prese piede, pare, dopo l'assedio turco del 1571 e unicamente qui e' conservato finora".
Queste le informazioni storiche sulle origini della Moresca che si possono leggere su una guida turistica di Korcula, redatta dalla studiosa croata Alena Fazinic.
Una danza guerresca simile alla "Moresca" viene eseguita a Blato, altra località dell'isola, ed è nota come la "Kumpanija" ovvero "Compagnia".

Ma è tempo di lasciare Korcula, per far rotta su un'altra isola dell'arcipelago meridionale. Mollati gli ormeggi del Marina, si esce nel Peljeski Kanal, puntando verso Sud-Est; si passa attraverso lo stretto passaggio tra l'isola di Badija, che si lascia sul lato mancino, e la punta di baia Luka a dritta; procedendo sempre sulla rotta di Sud-Est si lasciano in successione l'isolotto di Planjak a manca e l'isolotto di Vrnik a dritta; passate la riva e il Marina di Lumbarda, si doppia il capo di Sud-Est dell'isola, si entra in mare aperto, e si mette la prua a Sud-Ovest, facendo rotta su Lastovo (Lagosta), la prossima meta.

"Lagosta e' l'isola dove l'uomo è raro,
ma conta quarantasette chiese,
quarantasei fertili piane,
altrettante colline ed è circondata
da quarantasei isolotti
sparsi nell'arcipelago,
con centoundici insenature.
Non c'è nulla di simile
in altre parti del mondo
dice un vecchio marinaio..."
(Giacomo Scotti)

"Il mare vira in tutti i colori,
tutte le sfumature possibili,
dal blu cobalto all'azzurro,
dal turchese al verde smeraldo,
al grigio verde.
Nessuno sa bene i nomi degli isolotti
e degli scogli. Neanche i pescatori
che li abitano nella stagione della pesca.
Piane coperte di terra rossa, ferruginosa,
fertile, dove crescono l'ulivo, la vite, il fico,
il mirto, il ginepro, la ginestra...
alberi, come i cipressi, che spuntano
dal folto verde-nero della macchia mediterranea"
(Claudio Magris)

Lastovo dista circa venti miglia da Korcula per cui, poco dopo più di tre ore di navigazione, il "SUF IV" sta aggirando l'isolotto di Mrcara per poter entrare nella baia di Velji Lago (Grande Lago) e andare all'ormeggio a Ubli.
Letteralmente dal portolano: "Ubli e' il porto e lo scalo principale dell'isola; tranquillo paese isolano con un molo per traghetti. Alla banchina i pescherecci hanno la precedenza. Diversi corpi morti con elettricità ed acqua..."
Presa la cima del corpo morto e assicurata la barca a prua, si da' di volta alle due cime di poppa alle apposite bitte sulla banchina e... l'ormeggio e' fatto! Siamo a Lastovo.
L'antico nome e' Ladesta, da cui Lagosta e Lastovo in Croato.
Dai molti viene considerata l'isola della Ninfa Calipso cantata da Omero nell'Odissea, Ninfa che trattenne Odisseo, senza più navi e compagni, per ben sette lunghi anni, prima che gli Dei pietosi decidessero di fargli riprendere il mare per tornare ad Itaca. Quindi Ladesta sarebbe la mitica Ogigia... "L'isola che non c'è" (!)
Per alcuni, infatti, Ogigia corrisponderebbe all'isola di Gozo, vicino a Malta, dove... è possibile visitare la "Grotta di Calipso"; per altri sarebbe l'isola di Gavdos, nel Sud della Grecia; altri ancora sosterrebbero trattarsi dell'isola di Pantelleria... e via elencando.
Dove si trovasse in realtà non è dato sapere, per cui tutte le ipotesi sono ugualmente accreditabili. Quel che è certo, Ogigia viene descritta da Ulisse come un posto paradisiaco: l'isola che non c'è, per l'appunto, tra mito, storia e leggenda (!).

"Parla, Musa, tu dell'eroe scaltro a me: di lui
che andò tanto vagando poi che di Troia la Rocca
sacra abbatte'; di molti uomini vide le terre e conobbe
la mente; e molto l'animo suo patì sul mare
per tenere se stesso e i compagni vivi al ritorno.
.....
Tu di queste avventure da un punto qualsiasi muovendo,
racconta, o figlia di Zeus, anche a me qualche cosa.
Tutti gli altri in quel tempo, quanti la morte
scansarono, erano a casa salvi tornati
dalla guerra e dal mare: lui solo che aveva
la mente fissa al ritorno e alla sposa,
Calipso, ninfa sovrana, dea luminosa,
teneva segreto in fondo caverne:
essa bramava di farlo suo sposo..."
(Omero, "Odissea", Libro primo)

Secondo il Tommaseo, a Ladesta dimoro' Cadmo - sempre per coltivare il mito -, figura della mitologia greca, figlio di Agenore, re fenicio di Tiro, e di Telefassa, nonché fratello di Europa; e' considerato il fondatore della città greca di Tebe e sposo' Armonia, figlia di Ares (Marte, Dio della guerra) e di Afrodite (Venere, Dea della bellezza).

"Una volta che resti a Lastovo, vi resti affossato fino alla gola"
Così, un vecchio marinaio del porto.
Se la si guarda bene, l'isola di Lastovo, ha il profilo che rimanda ad un montone, con le gambe anteriori puntate e la testa pronta per colpire. La testa e' l'isola di Prezba a Ovest, mentre le zampe sono i promontori alle due estremità della costa meridionale.
Ad occidente di Lastovo, verso il mare aperto, si trovano le isole di Kopiste (Cazziol) e di Susac (Cazza), molto più lontana, montuosa e brulla, con costa rocciosa e acqua limpidissima: un vero e proprio paradiso per lo 'snorkeling', da praticare in perfetta solitudine... o quasi!
Solo qualche scoglio sia lungo la costa settentrionale che lungo quella meridionale. Ad oriente, dietro la... coda del montone, di nuovo una folta schiera di isolotti, chiamati Lagostini divisi in due gruppi: "Vrhovnjaci" (Scogli di Sopra), quelli più lontani, in direzione della terraferma; "Scogli di Sotto", quelli più prossimi all'isola madre.
L'isola è caratterizzata da un terreno tipicamente carsico, con un andamento orografico di rilievi avvicendati ad avvallamenti e con la presenza di numerose grotte; fra esse Raca e' la più famosa, perché è accreditata come la grotta nella quale Ulisse visse con la divina Calipso, ed e' situata nella parte Sud-orientale.
Come Vis (Lissa), anche Lastovo fino al 1989 fu base militare, per l'esattezza base per sommergibili che trovavano rifugio sicuro nelle sue diverse grotte, occultati agli occhi indiscreti. In particolare a Jurjeva Luka, la baia interna dell'isola di Prezba, la... testa del montone (!), si possono ancora vedere le tracce del vecchio porto della marina militare, con le gallerie scavate nella roccia.

L'isola fu certamente abitata al tempo dei Romani: una lapide sepolcrale trovata proprio nella baia di Jurjeva, come diverse fondamenta di case a Ubli, risalgono all'epoca romana.
I Croati vi sbarcarono e vi si insediarono nel Medioevo e... una fortezza costruita da pirati Narentini, che ne fecero una loro base, venne distrutta dal Doge Pietro Orseolo II nell'anno 998, che sbarco', si impossessò dell'isola e la pose sotto il dominio della nascente Serenissima Repubblica di San Marco.
Nell'anno 1185, durante la "slavizzazione" della Dalmazia, insieme con Brazza, Lesina e Curzola, Lagosta venne in possesso
dei sovrani ungaro-croati e il re Andrea II la cedette in feudo ai principi Frangipani di Veglia (Hvar) che vi rimasero fino al 1221. Poi, nel 1252, l'isola entro' a far parte dei domini della Repubblica di San Biagio, di Ragusa.
Nel 1310, l'isola ottenne anche lo Statuto di "Comune autonomo di uomini liberi", autogovernato con norme molto simili a quelle dell'antica "Polis" greca, avendo infatti come massima autorità politica l' "Assemblea dei contadini".
L'isola rimase sotto l'influenza della Repubblica di San Biagio fino alla sua caduta, nel 1813, per mano e decreto di Napoleone Bonaparte.
In epoche successiva passo' per diverse mani (Inglesi, Austriaci e pur anco Italiani, dal 1920, in virtù del Trattato di Rapallo, fino al 1943...), per entrare poi a far parte con tutta la Dalmazia della Repubblica Socialista di Yugoslavia.

Il clima è caratterizzato da estati calde e lunghi periodi, cinque o sei mesi, di siccità. La rugiada notturna e l'umidità elevata nell'aria compensano parzialmente le scarse precipitazioni per cui la vegetazione subisce solo un rallentamento nei tempi di crescita e così pure la maturazione delle culture. Lastovo, infatti, vanta una rigogliosa macchia mediterranea, con la presenza di pini, lecci, cipressi, è un fitto sottobosco di corbezzolo, mirto, rosmarino. La macchia e' particolarmente sviluppata nella baia di Skrivena Luka (Porto nascosto) che è anche l'unica zona costiera bassa e sabbiosa.
Le coste sono infatti in prevalenza ripide, dove le rocce precipitano a strapiombo nel mare.
Nella parte di Nord-Ovest, nella zona dell'isola di Prezba e della grande baia di Jurjeva Luka, si è venuto a creare un labirinto di canali e di insenature che sembrano laghi. Si parla, appunto, di "Velji Lago" o Lago Grande e "Malo Lago" o Lago Piccolo, collegati da uno strettissimo canale.
Lastovo con la sua "micronesia", si trova sulla cosiddetta "soglia perigarganica", la linea che separa il rialzo dell'Adriatico centro-settentrionale dalla "fossa" dell'Adriatico meridionale.
Poche le anime che vivono stabilmente sull'isola, non superano le mille unità. Anche perché a partire dal 1976, l'isola venne dichiarata zona militare, vietata al turismo e all'insediamento di qualsivoglia straniero. Le ragazze, ad esempio, furono costrette a maritarsi con i soldati della base.
Ora, con il rilancio del turismo, gli abitanti rimasti vivono di questo, integrando l'economia familiare con la pesca e quel poco di agricoltura che l'orografia del suolo rende possibile.
Come indica la costante del numero "quarantasei", Lastovo e' l'isola delle chiese, alcune anche antiche, risalenti al X e all'XI secolo, e gli "stili" vi sono tutti rappresentati: dal 'romanico' al 'gotico', dal 'rinascimentale' al 'barocco'.

"In Christi nomine amen. Anno a nativitate eiusdem 1469, a di' primo di giuglio li magistri de la fabricha de Sanctorum Cosmi te Damiani. Item ano ricevuto per la calchara perperi 38 li quali sono per nome diti magistri Lucha Ciprianovic li quali se chiamano contenti di nuj officiali i diti magistri Zoe de la calchara..."
Documenti come questo, scritti in italiano (!), riportano le varie fasi e dettagli delle costruzioni delle chiese.

"La berca la sta ben, ti pel!" (La barca sta bene, assicurata all'ormeggio!). L'equipaggio decide, quindi, di esplorare l'isola, con baie, insenature, isolotti, utilizzando il "tender", il gommone, dotato di fuoribordo "Mercury" di cinque 'cavalli' (HP), e con qualche breve escursione "by foot" (a piedi).
Prima meta, ovviamente, Jurieva Luka, il vecchio porto della marina militare, per entrare nelle gallerie scavate nella roccia, dove trovavano rifugio i sommergibili.
Passando sotto il ponte - altezza media due metri - che collega l'isola di Lastovo, dove c'è l'Hotel, all'isolotto di Prezba, dove si trova un Ristorante, si accede al Mali Lago (Lago Piccolo), il posto ideale, nella insenatura di Borova in particolare, per... perpetuare il rito di... "Sapore di Sale": bagno nelle acque più limpide del pianeta, tra sfumature di turchese, smeraldo e blu cobalto... Un incanto!
Uscendo dalla rada di Mali Lago, percorrendo la costa settentrionale, in direzione Nord-Est, si arriva alla baia di Krucica, dove è possibile l'ancoraggio in otto metri d'acqua, successivamente nella caletta di Korito, completamente disabitata, infine nell'ampia baia di Zaklopatica, protetta a Nord, dai venti del primo quadrante - Bora, Tramontana, Maestrale - dalla presenza di un isolotto che si trova sull'ingresso della baia.
Il portolano riporta che sulla riva principale della baia si trovano tre ristoranti che dispongono di posti ormeggio con corpi morti, elettricità e possibilità di approvvigionamento d'acqua.
Anche il locale rustico "Brain", nella parte occidentale della baia, e' facilmente raggiungibile; vi si può ormeggiare ai corpi morti messi a disposizione dall'azienda "Felicitas" che noleggia biciclette e scooter.
I "nostri eroi" - intesi come equipaggio del SUF IV - noleggiano degli scooter per andare a visitare l'abitato di Lastovo.
Situato in una sorta di anfiteatro posto tra le colline, non proprio vicinissimo al mare, nella parte settentrionale dell'isola, e' praticamente il capoluogo dell'isola, ed è noto come il paese delle chiese. Di epoche diverse, vi si "leggono" stili diversi che vanno dal 'romanico', al 'gotico', dal 'rinascimentale', al 'barocco'.

"In 1350 ani fu comensada questa glisia p. ma: di p. Andrea di Scrina. In 1418: fu compita questa glisia p. ma di Marin di Blacan".

Questa epigrafe, poco leggibile, in italiano medievale, si può leggere sul rudere della chiesa più antica, "romanica", oggi in rovina, dedicata a San Giovanni.
Risale al Trecento anche la parte originaria della "Chiesa parrocchiale dei Santi Cosma e Damiano", situata sulla piazza del borgo, perciò "chiesa-agora'", infatti, fin dai primi anni del Quattrocento, vi si tenevano pubbliche assemblee dei capi famiglia per decidere sulla vita e sulle attività della comunità.
Nel corso dei secoli la chiesa ha subito modifiche e ristrutturazioni, di cui parlano contratti e documenti.

"In Christi nomine amen. Anno a nativitate eiusdem 1469 a di' primo di giugno li magistri de la fabricha de Sanctorum Cosmi et Damiani. Item ano ricevuto per la calchara perperi 38 li quali sono per nome diti magistri Lucha Ciprianovich li quali si chiamano contenti di nuj officiali i diti magistri Zoe de la calchara"
(Firmato: Nichola de Goze chonte de Lagusta).
Sulla "Glavizza", in cima alla collina che sovrasta il borgo, dove è possibile ammirare un incredibile panorama spaziando dagli "Scogli di Sotto" agli isolotti "Lagostini", verso Oriente, anticamente esisteva un castelliere preistorico, sulle cui rovine fu successivamente costruita una fortezza medievale che, nell'anno Mille, fu distrutta per ordine del Doge Pietro Orseolo II, quando l'isola passo' sotto il dominio di Venezia e ne furono cacciati i pirati.
Nello stesso posto, con la costruzione dell'abitato di Lagosta, venne nuovamente edificato un castello con il concorso in denaro di tutti i cittadini riuniti in confraternite. Quando, nel 1607, l'isola torno' a far parte della Repubblica di Ragusa, il suo Senato ordino' la demolizione del castello e con le sue pietre la costruzione della chiesetta votiva di San Biagio (!) e della "Casa del Cancelliere".
Nel 1808, infine, i Francesi fecero costruire nello stesso posto una grande e robusta torre, che ancor'oggi spicca lassù sulla "Glavizza", ben visibile a distanza, soprattutto quando si arriva dal mare.
Il "Palazzo del Rettore" serviva da ufficio dello stesso rettore e da dimora dei Conti di Lagosta, mandati dalla Repubblica di San Biagio. Sorgeva accanto alla chiesa dei santi patroni Cosma e Damiano; per la gente era il "Palaz" e anche quando venne demolito, sul finire del XIX secolo, con lo stesso termine si continuo' a denominare l'area su cui sorgeva...
La colonna di Carnevale, nel dialetto locale "Kolona od Poklada", e' una piccola colonna alla quale i "mascari" - gli abitanti in costumi popolari - vi legano una fune lungo la quale fanno scivolare il fantoccio di Carnevale dalla collina sovrastante - ricorda Piazza San Marco e il "Volo della Colombina o Volo dell'Angelo" che apre ufficialmente i festeggiamenti del Carnevale veneziano -.
Il "Pokland" e' una festa che dura tre giorni e che si svolge a metà febbraio, per Carnevale. Ricorda un evento legato alla battaglia che i Lagostani combatterono contro i Pirati. Durante la festa indossano costumi popolari bellissimi, soprattutto quelli femminili.
"... fazzoletti da testa, camicie e camicette, corpetti, gonne e gonnelle e altri capi di vestiario, confezionati in casa oppure portati alle loro donne dai marinai che li acquistavano a Ragusa... fazzolettoni lunghi fino a cinque braccia, ricamati con garofani rossi o bianchi... un fazol depento con la seda a garofali, che diventano poi di panno o di seta rossa... e si alternano con cappellini di paglia"
(Giacomo Scotti).
I "mascari" - maschi - eseguono una cavalleresca danza delle spade, rappresentando simbolicamente l'esercito lagostano che combatte' contro i pirati - danza che rimanda alla "Moresca" di Korcula -.
La danza è anche accompagnata da canti e si conclude con il...
"rogo del Turco", festeggiato dal suono delle campane.
Le feste di Carnevale a Lagosta erano così chiassose e licenziose che più di una volta i rettori le vietarono.
"... e tuti altri quali son stati in dette compagnie - i "mascari" - ali quali sopra nominati fo intimata penala di essere banditi dal insula et de lo territorio de la Signoria di Ragusi per anni 10 et pagar comun perperi 150".

La prima volta del "SUF IV" a Lastovo fu, come per Vis, il 1989, quando fu riaperta al turismo. Allora, mollati gli ormeggi da Vis, l'equipaggio decise di far tappa per cena e pernottamento a Vela Luka, nella parte occidentale di Korcula; all'indomani, rotta direttamente su Lastovo: 140 gradi bussola per Sud-Est.
Entrati nella baia di "Velji Lago", attirati dalla curiosità di far visita al porto della marina militare di Jurieva Luka e alle gallerie dei sommergibili, si decise poi di proseguire per la più riparata e tranquilla baia di Skrivena Luka (Porto Rosso), dove il "Suf IV" si mise all'ancora - allora non esisteva ancora la possibilità di andare all'ormeggio in banchina e ai corpi morti, né erano presenti gavitelli ai quali assicurarsi di prua -.
Mentre l'equipaggio oziava, abbrustolendosi al sole, si avvicinò un barchino di un pescatore che mostro' un paio di aragoste, prelevate poco prima dalle apposite nasse calate nella baia, e indico' sulla riva orientale poco distante una sorta di capanno di canne con tavoli e l'indicazione di "Konoba" (taverna). Era il suo ristorante e ci invitava per la sera: prenotazione detta e fatta!
Non solo aragosta, ma anche tartufi di mare crudite', datteri alla 'busara' - dei datteri non era ancora stata vietata la pesca (!) -, il tutto bagnato da "Malvasia" d'annata. E per chiudere... "palacinka" e "rakjia" per tutti... Brindisi finale: "Lunga vita a tutti noi!", come dicono a Pesaro: "roba da nu muri' mei!" E... crepi l'avarizia!
Il conto, portato dall' "oste della malora", sull'abituale foglietto di 'block notes', ammontava a 3.500.000 vecchi dinari, corrispondenti a circa 30.000 vecchie lire a cranio... Da registrare sul diario di bordo (!) - Era ancora Jugoslavia, il Paese sottoposto a tensioni e pressioni, sia interne che esterne, si stava disgregando, attraversava momenti difficili, sia sotto il profilo politico che economico, una svalutazione galoppante aveva portato le autorità monetarie a coniare una banconota da 500.000 dinari. Fosche nubi di guerra si stavano profilando all'orizzonte (!) -.

Via da Lastovo... Rotta su Mljet, l'ultima delle grandi isole dell'Arcipelago meridionale, "l'isola dei miti".

"Un'antica leggenda dice che un principe,
condannato all'esilio perpetuo
sull'isola di Meleda, scrisse al re
'Mi hai bandito su quest'isola solitaria,
ma essa è l'ombelico del mondo'.
È l'isola del tesoro... Ognuno può
trovarvi il suo..."

"Gli alberi scendono dalle vette giù giù
fino al mare, e ombreggiano la costa:
te ne vai in giro in barchetta,
e in realtà navighi per il bosco.
Nelle acque affondano le radici curve,
e le fronde, sulle quali scorgi grappoli
di conchiglie che puoi cogliere
come frutti da un ramo.
Circondata d'acqua da ogni parte,
che il vento raramente intorbida,
riflette come uno specchio,
di pesci rivelando giochi d'ogni sorta,
e conchiglie d'ogni tipo
sul fondo sparse. Qui si pescano triglie
e la' grandi aragoste e pesce,
a cui l'abbondanza di banchetti antichi
ha dato precedenza.
Ti giuro, in confidenza, che la grazia
della natura ha qui creato
meglio dell'arte umana."
(Ignazio Giorni, nato a Ragusa nel 1675, fu abate nel convento di Meleda)

"... Que nihil in toto pulcherius est Adria".
(Poeta latinista raguseo del XV secolo)

"Crederesti a un miracolo:
qui con la mano cogli i frutti dal ramo fiorito
e l'inverno si cinge la fronte con la primavera;
e il di' più breve passa senza ghiaccio e neve,
l'autunno è seguito dalla primavera.
In queste piacevolezze, o signore, io mi riposo
ed esse mi allietano migliaia di crucci.
La mia barca spossata dalle tempeste
può finalmente riposare in pace
su queste acque quiete."
(Aelius Lampridius Cervinus, alias Elio Cerva, poeta ragusino, vissuto dal 1463 al 1520)

"Last but not least", ultima sulla rotta di Dubrovnik, ma non per fascino e bellezza. Esaltandone l'incanto, un altro poeta consiglio':
"Rimandate quanto più possibile la visita di quest'isola, affinché sia l'ultima immagine della bellezza".

Diversi i suoi nomi antichi: Melita, Melada, Meleda, Melta, Malta (!), tutti vogliono significare "Isola del miele".
Gli antichi greci la nominarono Melitenesos, e Melitenoi i suoi abitanti. Per i Romani fu Insula Melitae, mentre per Venezia Meleda, nome che è rimasto per gli italiani e dal quale è derivato quello croato, abbreviato, Mljet.
Tra i tanti miti di Meleda c'è, di nuovo, quello di Odisseo. Anche qui viene accreditata la presenza della "grotta di Ulisse e Calipso".
Meleda a sostegno della propria tesi porta la straordinaria bellezza dei suoi luoghi che rimanderebbero direttamente alla descrizione che ne fece Omero.

"Ma quando nell'isola giunse, ch'era lontana,
Ermes uscito dal mare violaceo (!) alla riva,
percorse la terra, finché alla grotta pervenne
vasta dimora alla ninfa bene chiomata;
la trovò che era dentro...
Un bosco aggirava la grotta tutto fiorente;
ontani e pioppi e cipressi odorosi,
dove uccelli di vaste ali avevano i nidi...
e c'era davanti una vite carica d'uve;
e quattro fontane, l'una all'altra vicine,
di fila, una chiara acqua mandavano in rivoli opposti;
e intorno un fiorire era di viole e di apio
su morbidi prati..."
("Odissea", Libro Quinto)

Meleda risponde esattamente alla descrizione: le sue grotte, chiamate "il tempio delle fate", il bosco fiorito, con qua e là le viti curve sotto il peso dei grappoli d'uva; le sorgenti d'acqua che si ramificano in ruscelli; i morbidi prati che sono un tappeto multicolore di fiori profumati.
L'isola è quasi interamente ricoperta di boschi e la parte di Nord-Ovest è protetta perché dichiarata Parco Naturale Nazionale dal 1960. All'interno dell'area a parco si trovano due laghi di acqua salata, collegati tra loro da uno stretto canale (come a Lastovo):
- Veliko Jezero (Lago Grande), che al centro ha un'isola interamente occupata dal Monastero di Sveta Marjia, Santa Maria di Meleda, un antico monastero benedettino, oggi ristrutturato, visitabile e destinato a residence;
- Malo Jezero (Lago Piccolo), che è collegato con una galleria sotterranea al mare aperto.
Le sponde dei laghi verdeggiano all'ombra di fitti boschi di pini i cui rami vanno a lambire l'acqua. Una leggenda racconta di un pino che, curvatosi sull'acqua, ne fu affascinato e vi affondò la cima; sul ciuffo sommerso si insediarono ostriche, mentre tra i rami emersi, dai loro nidi, gli uccelli salutavano quelli che si tuffavano per pescarle.
L'isola ha una forma molto allungata - 37 Km. circa -, sulla direttrice SudEst-NordOvest, e una larghezza molto stretta - 2 Km. di media -. Il suo profilo cartografico assomiglia a un pesce martello o alla punta di una lancia, deformata per aver colpito un bersaglio troppo duro.
Punta Goli, la sua estremità nord-occidentale, dista solo venti miglia da Korcula, mentre Punta Gruj, la sua estremità meridionale, dista poco meno di 15 miglia dalla terraferma.
La parte rocciosa dell'isola è di origine calcarea e sulla costa occidentale, verso il mare aperto, si presenta più scoscesa e inaccessibile rispetto a quella orientale, verso la terra ferma.
Solo poche baie offrono riparo per le imbarcazioni, e le uniche spiaggie sabbiose si trovano nell'estremità meridionale dell'isola, a Saplunara-Sabbionara. Letteralmente dal "Portolano": "Baia per ancoraggio e bagni. Acqua limpida e una bella spiaggia di sabbia..."
L'isola è percorsa da Sud a Nord da una strada asfaltata che corre sul crinale come una "spina dorsale" e dalla quale, improvvisamente, si aprono scorci panoramici meravigliosi.
Una interpretazione di alcuni passi biblici e di alcuni testi sacri, accrediterebbe la tesi che sull'isola possa essere naufragato anche l'apostolo Paolo, durante il suo peregrinare nel Mediterraneo. Negli atti si parla infatti di un naufragio del Santo in Adriatico, finito poi con uno sbarco a Meleda, il cui nome viene tradotto spesso con Malta, confondendolo con quello della più famosa isola mediterranea.

Il Golfo di Polace, una delle insenature più profonde, situato nella parte di NordOvest, lungo la costa orientale, ha un fondale melmoso, ottimo per l'ancoraggio, ed essendo ridossato da tutti i venti, in quanto chiuso da un gruppo di isolette, è un vero porto naturale. Riporta il "Portolano" che è possibile l'ormeggio ai corpi morti dell'ex molo del traghetto, dove però c'è poca profondità, mentre altri corpi morti, con elettricità e acqua a pagamento, sono stati collocati in alcuni posti barca predisposti dai Ristoranti fronte mare. Infine gavitelli sono stati collocati da altri ristoranti presenti in baia.
Altra insenatura abbastanza rimarcata, sempre lungo la costa orientale è quella di Sobra (Sovra), che però è aperto al mare ed esposto alla bora.
Procedendo lungo la costa orientale, in direzione SudEst, si trovano altre due piccole baie: Prozura, riparata da due isolotti, con corpi morti e gavitelli a disposizione degli ospiti dei due ristoranti; Okuklje che è anche il nome di un piccolo villaggio di pescatori, sufficientemente protetta e piacevole, si può ormeggiare vicino alla banchina del postale e presso l'accogliente ristorante "Maran" che ha piazzato alcuni corpi morti e la colonnina della corrente. Altri tre ristoranti presenti nella baia hanno installato corpi morti e gavitelli per l'ormeggio e offrono una buona cucina.
La già citata baia di Slapunara (Sabbionara) si trova sulla punta di SudEst: la maggior parte dei gavitelli sono per gli ospiti del ristorante "Kod Ante", ma vi sono altri due ristoranti e si può "cagare" l'ancora in 5-10 metri di profondità.
La breve costa nord-occidentale presenta anche la baia di Pomena, davanti alla quale due isolette e scogli vari la riparano dai venti del primo e secondo 'quadrante', consentendo un ormeggio sicuro. Letteralmente dal "Portolano":
"Davanti all'hotel ci sono molti posti barca con acqua ed elettricità. In alternativa, sulla riva di fronte, ci sono cinque ristoranti che offrono posti barca per gli ospiti con corpi morti, acqua e corrente elettrica".
Ed è proprio davanti ad uno dei ristoranti che il "SUF IV" va ad ormeggiare, e mentre viene assicurata la cima del corpo morto alla 'bitta' di prua, essendo già... "l'ora che volge al desio e ai naviganti intenerisce il core" si dà un urlo per prenotare per la cena: "scarpuni (scorfani) e saraghi alla griglia!".

Impronte della presenza dell'uomo preistorico sull'isola sono alquanto numerose, come numerosi sono i resti di abitati, castellieri e tumuli illirici. I castellieri, in particolare, situati in posizioni strategiche sulle cime delle colline, erano fortificazioni a forma circolare irregolare, costruite con grandi blocchi lavorati rozzamente con asce litiche. Quelle genti vivevano di agricoltura, pastorizia e...
pirateria.
Reperti archeologici rinvenuti nei tumuli rimandano all'età del bronzo e all'età del ferro.
Antiche cronache riportano che i marinai greci usavano l'isola di Meleda e i suoi ridossi come riparo dal maltempo, sostando alcuni giorni per riposarsi, rifornirsi d'acqua e dei frutti che la terra offriva loro in abbondanza, e ciò prima di riprendere la navigazione verso le loro colonie di Issa (Vis), Pharos (Hvar) e Korkyra Melaina (Korcula).
Nessuna traccia significativa è mai stata però rinvenuta sull'isola di insediamenti greci, mentre abbondanti e sparse un po' ovunque sono quelle di insediamenti romani.
Nel trattato "De rebus Illyricis", lo scrittore romano Appiano, vissuto nel I secolo a.C., riporta le guerre condotte dall'imperatore Ottaviano Augusto contro gli Illiri, in particolare come nell'anno 35a.C., quando decimò gli Illiri su Meleda e Curzola per punirli degli atti di pirateria commessi contro navi romane. Da quel momento, l'isola di Meleda divenne possedimento imperiale, con un governatore insediato nel palazzo fatto costruire nella località che, dalla parola "palazzo", si chiama oggi Polace.
Di quella residenza sono ancora visibili imponenti rovine; accanto ad esse si vedono pure i ruderi di due basiliche paleocristiane del V secolo, nonché delle 'terme romane'.
L'insediamento romano di Polace fiori' soprattutto dal I secolo e durò per buona parte del primo Medioevo, fino all'XI secolo.
Altre cronache riportano che l'imperatore Odoacre donò al suo "comes domesticorum" (incaricato locale) Pierius i possedimenti di Meleda... correva l'anno 489 d.C., esattamente le... idi di marzo (!)
Con la caduta dell'Impero Romano d'Occicente, l'isola divenne per un certo periodo dominio dei Goti, per passare poi sotto la sovranità di Bisanzio-Costantinopoli.
Nel VII secolo, con la calata degli Avari e degli Slavi (i "barbari"!) le città romane in terraferma di Salona, Narona e altre furono distrutte e le popolazioni latine cercarono rifugio a Ragusium (Dubrovnik), a Spalato, nel Palazzo di Diocleziano, e sulle isole di Curzola e di Meleda.
Queste ultime, insieme alle isole di Brazza e Lesina divennero poi delle 'basi' dei pirati Narentini.
I Romani di Polace combatterono lungamente per resistere all'invasione dei Narentini, fino alla sanguinosa battaglia del Monte Bijed, inizio XII secolo, in cui furono sconfitti e...
"il sangue arrivò fino al mare"
Da allora i Croati dominarono l'intera isola.
Solo a partire dal XV secolo, con l'avvento delle Repubbliche marinare, Meleda entrò a far parte della piccola Repubblica di San Biagio (Ragusa).

"Abbiamo attraccato davanti alla Konoba Galicija che offre elettricità e acqua. Non si paga nulla per il posto barca. La cena, sulla terrazza di fronte al mare, è stata deliziosa. Bene sia il servizio che la qualità del cibo e... prezzo in linea"

"Cozze come antipasto e spigola alla griglia come piatto di portata, il tutto bagnato da ottimo vino locale..."

"Splendida vista sul mare e sul tramonto... Best pesce fresco e porzioni grandi e generose..."

Questi alcuni giudizi sulla Konoba Galicija riportati da "Trip Advisor". E l'equipaggio del "SUF IV"...
"Seduti a pelo d'acqua, sotto il mitico Pino ricurvo con le punte dei rami immersi, e il 'burin' che ti rinfresca il viso...
Siamo proprio sull'... Isola che non c'è, Ogigia, della Ninfa Calipso che... ci prende per la gola con le sue ammalianti magie... tartufi di mare... scorfani... saraghi... bijelo vino come se piovesse... e... cantare alla vita..."

All'indomani, di buon mattino, seguendo le indicazioni della 'guida' turistica, l'equipaggio tutto noleggia delle biciclette - che sono il solo mezzo autorizzato sull'isola - per pedalare... alla scoperta dell'isola.
"Dichiarata Parco Nazionale, è una delle più belle isole adriatiche, tra le più boscose, tra le più ricche di monumenti della storia e della cultura, climaticamente tra le più miti, e una delle più assolate; è l'isola delle spiaggie, l'isola dei laghi... Chiunque incontri una volta questa storica isola dalle straordinarie bellezze, ne diventa amante e vi ritorna ancora... Isola che incanta e rallegra, dal fascino che non lascia scampo... E che dire dei suoi numerosi vini bianchi e rossi... E i suoi formaggi, dal latte di capra... E il miele, per cui è rinomata e 'nomata' e che in passato veniva offerto... in tutti i castelli dell'impero... Ed è un imperativo godere della sua cucina tipica, ricca di piatti sani e naturali, prosciutto e formaggio di casa, prosecco per bagnare aragoste, pesce, frutti di mare e, per chiudere, palacinka al miele e gelato..." (dalla Guida !)
"... Monasteri Melite ordinis sancti Benedicti Ragusine diocesi"
Nel 1152, l'isola di Meleda venne interamente donata ai monaci benedettini provenienti dall'abbazia di Santa Maria di Pulsano, sul Gargano (Puglia). I frati costruirono il proprio monastero con la chiesa sull'isolotto al centro del Lago Grande.
L'appartenenza dell'isola alla Repubblica di Ragusa non fu mai contestata ne' da Venezia, che riconobbe sempre una certa autonomia ai Ragusini, ne' dall'impero Ottomano, di cui la Repubblica di San Biagio era formalmente tributaria, e durò fino al 1808, anno in cui la piccola Repubblica marinara cesso' di esistere per mano di Napoleone Buonaparte (sempre lui !).
Nel settembre del 1944, vi sbarcarono i partigiani di Tito... Il resto è storia recente.
Il Lago Grande e il Lago Piccolo sono le mete degli escursionisti in bicicletta. Fra loro i laghi comunicano per mezzo di uno stretto canale; ambedue i laghi comunicano poi col mare, per mezzo di un canale naturale ancora più stretto che porta alla baia di Soline.
I benedettini, giunti sull'isola, optarono per l'isolotto che sorge al centro del Lago Grande, provvidero ad ampliare e approfondire lo stretto passaggio del lago al mare, sistemando pure il canale che collega i due laghi. Da allora il mare affluisce e defluisce dai due laghi seguendo le maree.
"Il silenzio del mare e la frescura delle centenarie foreste di pini e lecci ispiravano i religiosi nel loro indisturbato e costante lavoro letterario e artistico. Ai benedettini si deve lo sviluppo non solo della scrittura come arte e della cultura in generale, ma anche quelli dell'arte della musica e dell'architettura..."
(Ivo Dabelic, studioso croato).
Con la soppressione della Repubblica ragusea di San Biagio, nel 1808, i benedettini furono cacciati.
Nel 1960, il convento fu restaurato e trasformato in albergo.
Approdati sull'isolotto e visitato il monastero-albergo, gli escursionisti decidono che... "È tempo per una pausa di riflessione: un 'aperitivo lungo' per gustare le delizie locali!"
Oreste Patuelli - al secolo, Cesare Pritelli... ma per lo "Zio" dislessico... invertendo l'ordine dei fattori il prodotto... (!) - decide di esibirsi in una nuotata, misurare la propria resistenza nel periplo dell'isolotto... "Si accettano scommesse!"
Oreste riesce nell'impresa, la scommessa è persa! Ma c'è di più: arriva al tavolo dell'aperitivo tutto bagnato e trafelato, a stento riesce a vincere l'emozione e a proferire parola. Racconta di aver visto vicino a riva un pesce enorme, boccheggiante, di cui non è grado di indicare la specie... E tutti a correre alla riva per vedere il "mostro": si tratta di un branzino, grande come un bambino, cinque chili circa, legato con un filo per la coda ad un ramo ricurvo a pelo d'acqua. Sicuramente è stato messo 'in fresco' dallo chef del Ristorante annesso al monastero-albergo, per finire "grigliato" nella cena dei clienti... E che cena!
Ripromettendosi di ordinare branzino per cena alla successiva Konoba, l'equipaggio ritorna alla base e, dopo aver riconsegnato le biciclette, decide di mollare gli ormeggi, prendere il largo e far rotta su Ragusa (Dubrovnik).

"A rip tide is raging "La marea sale violenta
And the life guard is away E il bagnino è sparito
But the sea... Ma il mare...
Doesn't want me today Oggi non mi vuole
The sea... Il mare...
Doesn't want me today." Oggi non mi vuole."

("The Sea Doesn't Want Me", Tom Waits)

"I'm leavin' my family "Lascio i miei,
Leavin' all my friends. Tutti gli amici
My body's at home Fisicamente a casa
But my heart's in the wind Ma il cuore nel vento
Where the clouds... Dove le nuvole...
Are like headlines Sono dei titoli
Shiver me timbers Drizza di randa
'cause I'm sailing away Che' veleggio via
Blue water's my daughter L'acqua blu per figlia
I'm gonna skip like a stone Schizzando come pietra
Shiver me timbers Drizza di randa
'cause I'm sailing away" Che' veleggio via"

("Shiver Me Timbers", Tom Waits)

"Blow wind blow Soffia vento soffia
Blow me away here Soffiami via di qui
Blow wind blow" Soffia vento soffia"

("Blow Wind Blow", Tom Waits)

"Blow wind blow", soffia vento soffia... Un'aria fresca di bora, sui venti/venticinque nodi, saluta il "SUF IV" appena mette la prua fuori dalla baia di Pomena, per cui la decisione, quasi obbligata, di navigare lungo la costa occidentale, ridossati dalla bora.
Doppiata la punta meridionale di Mljet si entra nel mare delle Elafiti, una Micronesia di isole, isolotti e scogli: una "flotta pietrificata", come è stata definita dalla fantasia di uno scrittore... accompagna la navigazione prima di approdare a Dubrovnik.
Il primo profilo ad apparire sul... lato mancino è quello dell'isolotto di Olipa, praticamente un'appendice di Peljesac (Sabbioncello), a seguire gli scogli di Tajan e Crkvine, indi l'isoletta di Jakljan (Licignana), poi l'isola maggiore di Sipan (Giuppana) e, allineate sulla verticale, l'isolotto di Ruda, l'isola di Lopud già "Isola di Mezzo", la minuscola Sveti Andrea, infine Kolocep (Calamotta).
"Septem Elaphites", scrisse Plinio il Vecchio nella sua opera "Naturalis Historia", per cui se ne deduce che il nome "Elafiti" è antichissimo. I Romani lo derivarono dal greco "elaphos" (cervo), col significato di "Isole dei cervi". Sette o otto, o più, esse si susseguono fino alla... porta di Dubrovnik, servili cortigiane al servizio della Repubblica di San Biagio.

"... La mia barca spossata dalle tempeste
Può finalmente riposare in pace
Su queste acque quiete."

"Ospite dell'isola felice,
Tu vedi una terra graziosa coperta di verde
E gioiosa di ameni frutti.
... Bacco qui festeggia le sue solennità autunnali.
Gioisce e beve di questo vino...
E gli dice che più non desidera..."

Così due poeti ragusini descrivono il fascino della "Grande Giuppana", Sipan, la maggiore delle Elafiti.
È il malinconico destino delle isole dimenticate, quelle di apparire belle solo perché ne rimane il ricordo sbiadito di una immagine fugace, di un paradiso perduto, dove la solitudine regna sovrana e dove sembra che il tempo si sia fermato.
Giusto il tempo di dare un saluto, da lontano, a Kalocep (Calamotta), l' "isola capovolta" - per uno strano gioco di parole, su quest'isola, ciò che si trova sotto è Nord e ciò che si trova sopra è Sud (!) - che... Dubrovnik appare in tutta la sua maestosità.
Le fanno corona due isolotti, rispettivamente Daksa (Dassa) e Lokrum (Lakroma).
Il boscoso isolotto di Daksa si trova presso la foce del fiume (rijeka) Dubrovacka, davanti all'insenatura-porto di Gruz (Gravosa), il porto di Ragusa, dove esiste un Marina con 40 posti barca, elettricità e acqua; il faro che svetta sull'isolotto serve da orientamento, "isolotto timone", per l'ingresso nel porto di Ragusa.
Nel 1281sull'isolotto fu costruito un convento francescano, con annessa Chiesa di San Sabino: "monasterium sancti Sabini de Daxa", meta di pellegrinaggi in occasione delle festività della Santa Croce e dell'Assunzione. Nel 1890 l'isolotto fu venduto al principe polacco Alexandar Poninsky, che tentò di trasformarlo in un piccolo paradiso, facendovi costruire una grande residenza. Ora il tutto è ricoperto da una fitta vegetazione.
Il "SUF IV" non entra nel porto di Gruz, ma decide di risalire il Rijeka Dubrovacka per andare ad ormeggiare all'ACI-Marina, più isolato, ma anche più tranquillo e sicuro, Bora a parte.

Alla scoperta di Dubrovnik-Ragusa.
È considerata, e non a torto, una delle perle del Pianeta: elegante, raffinata, incredibilmente affascinante, attira turisti e visitatori da tutto il mondo.
Sono rare le città antiche, le perle, sparse secondo una legge impenetrabile, proprio come nel caso delle perle, delle pietre preziose. Lavorate attentamente e con il gusto per il bello, diventano ancora più belle. Sono tali che, quasi sempre, non hanno paragoni né è necessario cercarli.
Circondata da un bel mare azzurro profondo, ricca di storia e di capolavori d'arte che ne esaltano il fascino è come un prezioso scrigno tutto da scoprire, uno scrigno fatato di pietra che incanta per la sua bellezza, la sua armonia, il fasto delle sue misure e dei suoi rapporti architettonici.
"Armonioso" è il termine più ricorrente ed appropriato: armonia nel rapporto tra le piccole e grandi parti, tra il particolare e il totale, fra il presente e il passato.
Anche altre città hanno conservato gli antichi nuclei storici.
Dubrovnik/Ragusa è rimasta interamente rinchiusa entro le sue antiche mura di cinta, sulle quali si può camminare facendo il giro completo della città, godendo di continui panorami mozzafiato.
Si può percorrere l'intero 'cammino di ronda', integro ma col segno dei secoli, di cui la levigazione della pietra ne è traccia indelebile.
Le mura di questa città sono uno scrigno di pietra formatosi e rinchiusosi come la conchiglia che rinchiude la sua perla, come il passato rinchiuso nel presente. La città è rimasta interamente "incastonata" come un brillante entro le sue antiche mura di cinta: senza le sue gloriose mura e torri, senza i forti Minceta, San Giovanni e Revelin, senza le due Porte di città Ploca e Pila, non è possibile immaginare Dubrovnik, immaginare questa perla.
Dicono i Ragusini: "Ce ne sono molte di città antiche, ma c'è soltanto una Dubrovnik/Ragusa al mondo".
Altri fanno eco affermando: "Se Venezia è chiamata la Regina dell'Adriatico, Dubrovnik/Ragusa è la sua Principessina."

Nella prima metà del VII secolo, ed esattamente il 614 d.C., gli abitanti della città di Epidaurum - l'attuale Ragusavecchia, in Croato Cavtat, a Sud di Dubrovnik -, cercarono rifugio dai saccheggi e dalle devastazioni dei "barbari", Slavi e Avari dei Balcani, sulle isole di fronte alla costa, e successivamente sulla terraferma, precisamente sotto le pendici del Monte Srdj (S. Sergio), che dominava una isoletta rocciosa dove si trovava un piccolo villaggio di pescatori che i Romani chiamavano Ragusius.
Di fronte a questo isolotto, sulla terraferma, sorse un insediamento slavo, che prese il nome di Dubrovnik. Nel XII secolo, questi due agglomerati, separati da un canale che nel corso dei secoli si era interrato (quello che oggigiorno è chiamato Placa o Stradum: il cuore pulsante della città) si unirono, per cui Ragusium e Dubrovnik diedero vita ad un'unica entità.
A partire dal secolo XI, la nuova città si impose come città marinara e mercantile, con un raggio d'azione prima in Adriatico e successivamente in tutto il Mediterraneo, diventandone uno dei principali porti commerciali.
Molfetta (Apulia), Ancona (La Marca) furono i porti adriatici con i quali stipulò accordi commerciali, per contrastare lo strapotere dell'allora dilagante Repubblica di San Marco.
Gli interessi commerciali del sodalizio tra Ragusa e Ancona si rivolgevano anche a Costantinopoli e nel vicino Medio Oriente, verso Levante, e alle Fiandre e all'Inghilterra, verso Ponente.
Per questo la Repubblica di Ragusa, nota anche come Repubblica di San Biagio, dal suo santo protettore, è anche definita da alcuni studiosi la "Quinta Repubblica Marinara" di lingua italiana.
"Non bene pro toto Libertas venditur auro"
(La Libertà non si vende per tutto l'oro)
Questo il motto della Repubblica di San Biagio, repubblica marinara dal X secolo fino al 1808, comprendente Ragusa, sua capitale, alcune isole come Lagosta (Lastovo), Meleda (Mljet), il piccolo arcipelago delle Elafiti e, per un breve periodo, anche le isole di Curzola (Korcula), Brazza (Brac) e Lesina (Hvar), passate poi sotto il dominio della Serenissima. Sulla costa dalmata, il suo territorio si estendeva dalla foce della Narenta (Nerevta), comprendendo la Penisola di Sabbioncello (Peljesac), fino alla Punta d'Ostro, presso le Bocche di Cattaro (attualmente Montenegro).
La ricchezza aprì le porte alle arti e alla cultura: arrivarono artisti, scrittori, intellettuali da tutta Europa e la città diede non pochi contributi all'affermazione del Rinascimento.
Dopo la caduta di Costantinopoli, durante la quarta crociata, nel 1204, Ragusa cadde sotto il dominio della Serenissima Repubblica di San Marco, dalla quale ereditò gran parte delle istituzioni, compreso il Senato o "Maggior Consiglio" e una sorta di Costituzione: lo "Statuto Raguseo" (9 Maggio 1272).
Nel 1358, quando Venezia, con la "Pace di Zara" che concluse il suo conflitto contro il Regno d'Ungheria, fu costretta a rinunciare a gran parte dei suoi possedimenti in Dalmazia, Ragusa colse l'occasione per affrancarsi dalla città lagunare e diventare autonoma, ancorché vassallo del Regno d'Ungheria.
Il periodo d'oro della Repubblica di San Biagio, la sua "Golden Age", va dal secolo XV al secolo XVI.
Basando la sua prosperità e le sue fortune sul commercio marittimo, divenne una delle maggiori potenze dell'Adriatico meridionale, rivaleggiando addirittura con Venezia. In questo periodo fu considerata la "Porta dei Balcani e dell'Oriente", grazie ai traffici di spezie, sale, metalli come argento, rame, bronzo...
L'alleanza con la Repubblica di Ancona fu rinnovata, sempre per contrastare lo strapotere della Serenissima, e diede i suoi frutti: fu istituita una fitta rete commerciale, consolidando con propri 'fondachi' e consoli la sua posizione lungo le principali rotte del Mediterraneo, da e per l'Oriente, nonché nelle Fiandre e nella Britannia.
Con il XVII secolo, inizia un lento ma inesorabile declino.
Oggigiorno, Dubrovnik è una città turistica visitatissima, affascinante per i suoi monumenti, i suoi palazzi, le sue opere d'arte,
la sua atmosfera di "città-museo" e al tempo stesso di città viva.
Proclamata Patrimonio Culturale dell'Umanita' sotto la tutela dell'UNESCO e dell'ONU, questa "città-museo" è degna di essere "scoperta", angolo per angolo, con la massima attenzione.
Tutto è degno di interesse:
- la grandiosa fontana di Onofrio del XV secolo;
- il convento dei Francescani, con il suo prezioso Chiostro traforato;
- l'antica farmacia, in funzione dal 1317;
- il Palazzo Sponza: una mirabile fusione di elementi gotici e
rinascimentali, antica sede della Dogana;
- il Palazzo dei Rettori, in stile 'tardo-gotico' con elementi
rinascimentali;
- gli antichi palazzi intorno a Piazza Luza;
- le già menzionate 'Porte di terraferma' Ploce e Pila, che delimitano
il nucleo storico da Nord a Sud;
- infine, "last but not least!", lo "Stradun", la "Placa", la via centrale,
tutta lastricata e levigata come uno specchio, dove si passeggia...
si pratica il "korzo"... lo "struscio" delle città italiane meridionali.

L'orologio di... "Zuane ballistrario" batte dieci rintocchi (sono le 22,00), quando l'equipaggio del "SUF IV", passato il ponte, entra attraverso la Porta Pila, sotto lo sguardo severo e vigile di San Biagio, e si trova sullo "Stradun", dalla parte della "Grande cisterna"
Come una bella ed elegante signora, "Lady D." non finisce mai di sorprendere e affascinare. Sempre puntuale all'appuntamento, si lascia... possedere, sensuale, dall'amante di turno...
Sta diluviando e lo "Stradun", bagnato e liscio come uno specchio, riflette luci e palazzi che vi si affacciano. Non c'è in giro nessuno e lo spettacolo è indescrivibile.
In cerca di riparo e... calore umano, gli "uomini di mare" trovano rifugio in una "tana" per nottambuli alla deriva... Fumo, alcool, birra, musica jazz e... belle donne (!).
Un vecchio trombone a coulisse, accompagnato da chitarra e contrabbasso, tenta un'improbabile improvvisazione sul tema (Thelonious Monk permettendo) di "Round Midnight".
L'atmosfera è quella giusta... sguardi languidi che si incrociano... e i "rude men di mare" si lasciano trasportare.
L'orologio di "Zuane ballistrario" batte dodici rintocchi, quando...
si spegne anche l'insegna di quell'ultimo "Caffè" e... un'ultima carrozza cigolando se ne va... E nello Stradun, solo lui...
un vecchio frack...

"È giunta mezzanotte
Si spengono i rumori
Si spegne anche l'insegna
Di quell'ultimo Caffè
Le strade son deserte
Deserte e silenziose
Un'ultima carrozza
Cigolando se ne va
...
La luna splende in cielo
Dorme tutta la città
Solo va quel vecchio frack..."

("Vecchio Frack", Domenico Modigno)

Un intenso odore di terra bagnata misto a resina ed essenza di pino punge le narici. Gli odori, in particolare l'odore del mare, non sono sempre gli stessi, in ogni dove e in ogni momento. All'alba sono diversi da quelli dell'imbrunire; sulla costa non sono gli stessi delle zone interne; quelli di superficie, portati dalle onde, diversi da quelli in profondità... Odore diverso quando il mare è calmo e quando è agitato; quando evapora sotto la calura, o è spazzato dal vento; quando va a baciare le spiagge, o quando frange violentemente sugli scogli. Quando lo frustano la Bora e la Tramontana, oppure lo dondolano il Levante e lo Scirocco; con l'alta e la bassa marea...
L'odore del mare che penetra attraverso le pinete della costa che sanno di resina, va a lambire la macchia e s'imbeve, s'impregna di essenze: mirto, lavanda, rosmarino, ginestra, malga, mandragora...
Il mare che batte là, dove le posidonie vengono deposte sulla riva e tra le rocce, o seccate su pietre e caverne.
Il mare nel porto e il mare negli squeri... Il mare delle pozzanghere sui moli e sulle scogliere... Il mare delle saline, il mare delle lagune, delle valli e degli stagni retrodunali... Il mare nella conchiglia... Il mare nel cassetto...
Tutto questo, dall'isola di Lokrum (Lacroma). A Sud/Est di Dubrovnik, da cui dista non più di 700 metri. Un breve tratto di mare che pullula di barche, barconi, barchini che... vomitano ondate di turisti.
"Die Insel der sieben Traume", l'isola dei sette sogni, così la decanta lo scrittore tedesco W.E. Decsey. In effetti l'isolotto, quasi soffocato dalla fitta vegetazione, presenta il suo fascino e il suo richiamo, aumentati da antiche storie e leggende che si tramandano ad uso e consumo dei turisti. Un castello posto su un picco con accanto un forte in rovina e un vecchio monastero benedettino, completano il quadro delle meraviglie e... fantasticherie.
Ma, visto il tutto, fatto il tuffo d'obbligo dallo "scoglio del turista" nelle acque cristalline e invitanti, l'allegra brigata dei velisti decide di rientrare a Dubrovnik per... prendere d'assalto le antiche mura.

Meglio salire e percorrere il 'cammino di ronda', immaginare dall'alto com'era Ragusa ai tempi della piccola ma gloriosa Repubblica di San Biagio.
"Ah, qual maraviglia... quale incantamento... fantastico!"
Esclamazioni e imperativi si sprecano. Ad ogni gradino, dietro ogni muro, si incrociano sguardi estasiati, espressioni di gioia, appagamento, misti a incredulità... lo scrigno si è aperto ai suoi tesori, l'ostrica mostra la sua perla più preziosa.
Tanto stupore e fervore storico-artistico in una cornice naturale unica: tra cielo e mare, luci e colori, con "Helios" che sul suo carro di fuoco dispensa calore e vita.

Ragusa e... Ragusei
"... Yo maistro Zuane quondam Antoni, ballistrario olim de Fulgineo nunc civis ragusinus, fazio lo mio ultimo testamento, sendo infermo, piagato e rotto de corpo, tamen sano de mente et cuma buona memoria. Et voyo che de tuto quelo che yo hayo de stabille et mobille la mia dona Ruchna sia domina et padrona cum lo so herede et mio: una caxa de retro del Chorum cum soa apotheca et suis instromentis da conciar e reconciar ballistas a scaphas, cum crochis, a torno et a leva et pro tenir in concio lo rilogio cum campana de la citate..."
Così detto' Johannes (Zuane) al proprio notaio, l'otto gennaio 1401. Quindici giorni dopo muore. Arrivato nel 1379, visse a Ragusa per 22 anni, facendo ed aggiustando balestre, nonché costruendo sulla torre del Minor Consiglio un bel pulsante e nuovo orologio, grande oltre due metri, che comincio' a battere le ore nel 1392...
"... Molto magnifici Signori della gloriosa città di Ragusi,
null'altro bramo che la man de Dio a guiderdon di si' balda terra vostra e l'amistà santissima di lei con la Dominante mia patria.
E si' per questo, con l'anima rotta, ho a dir che certi vostri arnesi da frombolar quadrelli, et pavesi, de signor Zuane, vostro ballistrario, trovati furono a certi armati che la città vostra pigliar voleano...
ma lor magnifiche Signorie sanno lo che s'ha da far.
A me basta aver dato l'aviso, il resto è a la sapienza vostra".
Così, il conte Barbo, signore di Curzola, per vendicarsi del rifiuto di Maistro Zuane ad aprire una seconda bottega di 'ballistrario' a Cursola.
Maistro Zuane e Luca Negoe, suo amico e collaboratore, furono ingiustamente condannati a morte e, torturati dal boia, morirono tra sofferenze e dolori.
Il popolo, amareggiato per tanta perdita, andò a casa del boia e a quella dell'aiutante, inchiodandone gli ingressi e le finestre, sotto lo sguardo indifferente dei fanti di giustizia, per poi incendiarle, dopo aver spalmato resina sui pali di legno con i quali erano fatte.
Morirono con le mogli e i figlioli...
Da allora, l' "inhonestum offitium manugulturiae", così chiamarono l'officio del boia i pregadi, per il quale non si trovava alcuno, fu affidato a boia forestieri, che si fermavano in città il tempo necessario a svolgere la loro mansione..."
("Storie d'Adriatico", Sergio Anselmi)


Ma è già tempo di lasciare "Lady D." e... prendere il largo.
"Vela ventis dare"... "Navigare necesse est!"... lungo le rotte di Odisseo... verso Ogigia... "l'isola che non c'è" (!)

"Une ile, au large de l'espoir
Ou' les hommes n'auraient pas peur
Et douce et calme comme ton miroir

Un ile, claire comme un matin de Paques
Offrant l'ocean langueur
D'une sirene a' chaque vague
Viens Viens..."

("Une Ile", Jacques Brel)

"Ay... si un dia para mi mal
Viene a buscarme la parca
Empujad al mar mi barca
Con un levante otonal
Y dejad que el temporal
Desguace sus alas blancas
...
Mi cuerpo sera' camino
Le darà verde a los pinos
Y amarildo a la genista...
Cerca del mar. Porque yo
Naci' en el Mediterraneo...
Vicino al mar. Perché io
Sono nato in Mediterraneo..."

("Mediterraneo", Joan Manuel Serrat)

G.

Bibliografia
"Nell'azzurro isole verdi" - Giacomo Scotti - Edizioni Diabasis
"Dalmazia, 777 Porti e Ancoraggi - Edizioni Magnamare
"L'Arcipelago" - Massimo Cacciari - Edizioni Adelphi
"Itinerarium Adriatico" di Ciriaco di Ancona, Saggio di Domenico
De Filippis
"Rotta Diomedea" - Matteo Majorana