venerdì 24 giugno 2016

NAVIGARE IL MEDITERRANEO (PARTE IV)


"L'Adriatico è forse la regione marittima più coerente...
Da solo, e per analogia, pone tutti i problemi impliciti nello studio dell'intero Mediterraneo. Più lungo che largo, si presenta come una lunga strada Nord-Sud." (Fernand Braudel)
"L'adriatico è anche... le sue storie.
Le storie si fanno chiare negli epiloghi per dare ali asimmetriche e malinconie evocative. E inducono ai ripensamenti...
L'Adriatico è anche la vecchia filatrice di Kotor (Cattaro), seduta avanti la porta di casa, che vuole farti fumare la pipa; la schiava bosniaca Taha', figlia di Homer Aga', venduta ad un lanaiolo di Matelica da marinai turchi nella fiera di Sinigaglia (Senigallia), nall'anno 1690, poi monacata "per rispetto umano" dai parenti dell'uomo in un convento di Fabriano... I corsari dulcignotti entrati con una fusta nel porto di Pesaro, era il 1573... La bambina della Kraijna portata a Fano e affidata "insciens latina nostra lingua, annorum octo vel circa", ad una famiglia abbiente "ut servat in honestis usque ad nuptiis" nel 1502...
I selvaggi seminudi e barbuti delle Kornat (Isole Incoronate) alle prese con un capretto allo spiedo e un'aragosta nel "caldaro"...
Le tre sorelle innamorate dello stesso comandante di nave, che nelle acque di Kotor fanno murare la propria finestra aperta sulle Bocche a mano a mano che si sentono morire, affinché il capitano sappia e si affretti a decidere...
Ma Adriatico è anche... gli ex voto sbalzati su lastre d'argento che raccontano storie di naufragi e di insperati salvataggi, tempeste
battaglie, incursioni corsare, conservati nella piccola chiesa eretta sullo scoglio antistante Perats (Perasto)... Sono le quadriglie dei cavallari-legnaioli sulle serpentine boscose tra il Cakor e Podgorica (Montenegro), diventata Titograd e tornata Podgorica...
Sono i pini e gli olivi di Makarska... I melograni e gli oleandri di Perats... Le barchette del borgo medievale di Giovinazzo... Le incredibili mini-isole dello Scoglio e di San Giorgio nel mezzo delle Bocche di Cattaro...
E poi la faticosa risalita della Neretva fino a Metkovic... Il suk del Palazzo di Diocleziano a Split (Spalato)... Il mare di Hvar (Lesina)... Il silenzio luminoso e amico dei fari di Veli Rat (Punte Bianche), Sestrice (Talascica), Stoncica (Capo Promontore), Susak (Sansego).
Tutto ciò è Jadransko More... È l'Adriatico mare.
...Tutto questo è ancora qua e là rintracciabile, se lo si cerca, ma l'Adriatico storico se ne è andato e nessun restauro o revival culturale o espediente politico potrà renderlo al suo naturale ruolo di favoloso mare interno nel quale, affluendovi genti d'Asia, d'Europa, d'Africa, del Levante e minoranze di ogni tipo, si scontrarono composero, scomposero culture diverse, tutte integrandosi alfine...
È difficile dire che cosa esso possa diventare... Un Adriatico diverso da quello odierno... E diverso da quello di ieri, ormai quasi scomparso anche dalle persistenze della memoria collettiva e poco familiare ai giovani... Ma la conoscenza dei fatti storici, questa sì, potrà forse aiutare i contemporanei a capire meglio il 'background' del complesso quadro Adriatico e fornire qualche indicazione."
(Sergio Anselmi)

"L'Adriatico antico fu più grande del presente. Secondo il Nuovo Testamento, questo mare si estendeva fino a Creta verso Oriente, fino alla Sicilia verso Occidente, bagnava le coste della Tunisia, giungeva fino a Malta dove, a leggere gli 'Atti degli Apostoli' (XXVII), San Paolo trovò rifugio dopo il naufragio della nave su cui navigava nel suo itinerario apostolico, dalla Terra Santa alla Città Eterna. Il mare Ionio era allora una parte dell'Adriatico, un suo golfo - corrispondente, forse, all'attuale Golfo di Taranto (?!?) -
Ancona ne era allora il porto principale... Che poteva stare al pari degli antichi moli di Alessandria (Egitto) e del Pireo (Atene-Grecia).
Il mare Adriatico veniva inoltre chiamato - dai Romani - 'Mare Superum' (Mare Superiore). 'Mare Inferum' era chiamato - sempre dai Romani - il Tirreno. Forse è da quell'epoca che si è affermata sull'Adriatico un certa idea di grandezza...
L'immagine di un mare superiore e grandioso, confermata dalla Sacra Scrittura e dalla fama di Adriano - non sappiamo se l'imperatore abbia ricevuto il nome dalla città di Adria o dal Mare Adriatico (?) -, dovrà poi confrontarsi con quella più modesta e angusta che gli hanno assegnato la storia e... la sorte. (...)
Non sappiamo quali immagini del mare avessero coloro che per primi si affacciarono all'Adriatico, certo ne erano ammirati gli antichi Greci e i Romani...
Plinio il Vecchio fu attratto dalla "costa illirica con più di mille isole... E le dolci correnti che penetrano fra le strette insenature". Sul versante occidentale, che è più piano, ci sono meno isole...
Orazio chiamava l'intero Adriatico "Hadria turbida et iracunda", Adriatico tempestoso e adirato. (...)
La Bora è forte sotto i monti del Velebit, è fortissima a Senj (Bora di Segna), nel canale di Zara presso Tustica, nel canale di Brazza presso la vrulja di Omis; lo Jugo (lo Scirocco) è pericoloso vicino a Capobianca (Ploce) e di fronte al promontorio di Ostro. (...)
Sulla costa occidentale il sole tramonta dietro le montagne, su quella orientale affonda in mare. Neppure i tramonti sono uguali sulle sponde dell'Adriatico."
(Predrag Matvejevic)

Ai Greci si devono le prime esplorazioni e le prime valorizzazioni, in senso marittimo, dell'Adriatico. Vi cominciarono a navigare sin dal V secolo a.C. D'altra parte solo un popolo abituato al mare e di cultura talassocratica come gli antichi Greci, secondi solo ai Fenici, poteva valorizzare un mare come l'Adriatico, ponte naturale tra Occidente e Oriente.
Sempre nella Grecia antica fu creato il mito, tra storia e leggenda, dei primi grandi navigatori e frequentatori dell'Adriatico mare: Odisseo (Ulisse) e Diomede.
A Diomede, infatti, sembra possa essere attribuita la prima vera esplorazione in Adriatico. Il suo nome, non a caso, è rimasto legato alle Isole Tremiti, chiamate dagli antichi "Insule Diomedee"
Mentre Odisseo, dopo il naufragio, dorme presso la spiaggia, vinto dal sonno e dalla stanchezza, Atena predispone le condizioni perché l'eroe di Troia possa trovare ospitalità presso i Feaci.
Appare, Atena, in sonno a Nausicaa, figlia di Alcinoo, Re dei Feaci, che popolano l'isola di Scheria, mitica Isola identificata dai più con Kerkyra (Corfù), allora nel 'grande' Adriatico, e, sotto le vesti di una ancella, convince la fanciulla a recarsi al fiume a lavare le vesti e i pepli, essendo il tempo delle nozze ormai vicino.
Atena, così, fa in modo che avvenga l'incontro tra Odisseo e Nausicaa, proprio sulla spiaggia in prossimità della foce del fiume.

"Quindi arrivò sull'isola dei Feaci e nascose le sue nudità fra gli arbusti, là dove Nausicaa, figlia del Re Alcinoo, stava portando gli indumenti al fiume per lavarli. Allora egli strisciò fuori dalle fronde e le implorò aiuto. Mossa a pietà, gli diede un manto e lo condusse da suo padre. Alcinoo lo accolse dandogli una decorosa ospitalità, lo onorò con dei doni e lo inviò verso la sua patria, Itaca..."
("Odissea", Libro VI)
- Itaca, oggi Isola del Mare Ionio, ma allora sicuramente nel...
'grande' Adriatico -.

Molte sono le testimonianze della penetrazione, ad ondate successive, dei Romani in Adriatico.
Occupata dai Romani nel 266 a.C., Brindisi, che era stato il maggior centro dei Messapi affacciato sul mare, divenne prima una colonia Latina - correva l'anno 244 a.C. -, poi una delle maggiori basi navali romane proiettata verso l'Oriente.
Testimonianza della Brindisi romana è la colonna terminale della via Appia. Alta 19 metri, regge un magnifico capitello in marmo bianco decorato coi busti di Giove, Nettuno, Pallade e Marte e di otto Tritoni. La colonna gemella crollò in epoca medievale e, oggi, ne rimane solo il basamento.
Nella divisione dell'Italia antica in 'regioni' compiuta da Cesare Augusto, col nome di Apulia venne compresa tutta la parte sud-orientale della Penisola, dal fiume Tifemus (Biferno) al Capo di Leuca; l'Apulia comprendeva quindi un territorio ben più vasto dell'attuale Puglia.

Ariminum (Rimini), fondata nel 268 a.C., alla foce del fiume Ariminus (oggi Marecchia), era un altro importante porto romano in Adriatico. Prima ne fecero una colonia Latina: lo statuto di 'colonia Latina' veniva solitamente conferito alle città fondate per controllare e difendere nuovi territori.
L'Arco d'Augusto, costruito nel 27 a.C., così come il Ponte di Tiberio, la cui costruzione ebbe inizio nel 14 d.C., sotto il governo di Augusto e terminò nel 21 d.C., sotto il governo di Tiberio, sono testimonianze di Ariminum come primo avamposto di Roma nella pianura Padana, collocato proprio sul "limes" con la Gallia, nello specifico, al limite del territorio dei Galli Senoni.
Nel 232 a.C., i Romani eseguirono la bonifica del territorio, per lo più palustre, affacciato com'era sul "Mare Superum", alla bonifica segui la "centuriazione" delle terre e la successiva distribuzione a migliaia di famiglie di 'liberti' di ampi tratti dell'Ager Gallicus Senone, con lo scopo di coltivare il grano e la vite per l'Urbe e, soprattutto, di controllare il 'limes'.
Da Ariminum, perciò, presero le mosse le campagne militari condotte da Roma contro le bellicose genti celtiche e galliche.
Reminiscenze scolastiche fanno, a tal proposito, ricordare che Giulio Cesare, nel 49 a.C., rivolse un discorso alle proprie legioni nel "Foro" di Ariminum, dopo aver passato il Rubicone, dove pronunciò la celebre frase "Alea iacta est!" (il Dado è tratto!)
È del 220 a.C. l'inizio della costruzione della via Flaminia che da Roma, attraverso la valle tiberina e l'Appennino umbro-marchigiano, conduceva a Fano, Pisaurum e Ariminum, ribadendo l'asse strategico Roma-Adriatico settentrionale.
La via Emilia, iniziata nel 187 a.C., collegava Ariminum a Piacenza; la via Popilia-Annia (oggi Romea), iniziata nel 132 a.C., collegava Ariminum a Ravenna, Adria, Padova, Aquileia.
Con la annessione di Aquileia, Roma si era assicurata il controllo dell'estrema propaggine settentrionale dell'Adriatico, quindi pressoché l'intero bacino, ma aveva anche acquisito un centro strategico, un "ponte" verso il Danubio i Balcani e l'Oriente.
Ma la Val Marecchia , abitata fin da epoca remota - i Villanoviani, gli Etruschi... - era al centro di una rete di comunicazioni importanti.
Vi passava la "Via dell'Ambra", l'antico itinerario, costituito da un complesso sistema di vie commerciali, lungo il quale avvenivano il trasferimento e lo scambio dell'ambra - resina fossile considerata una pietra preziosa -, trasportata dai suoi luoghi d'origine sul Mar Baltico e il Mare del Nord verso il Mediterraneo, in particolare verso l'Italia, la Grecia e l'Egitto, paesi in cui l'ambra veniva lavorata e trasformata in oggetti preziosi.
In epoca romana, l'ambra arrivava dal Baltico ad Aquileia, e di qui prendeva due direzioni: una prima direzione verso il Danubio, i Balcani, il Mar Nero, per unirsi poi alla "Via della Seta" - in pratica quello che è oggi il "Corridoio Otto", collegato al "Corridoio Adriatico" e poi al Baltico -, una seconda direzione portava al porto di Ariminum e di qui, attraverso la Val Marecchia, scavalcava gli Appennini per seguire poi la valle tiberina e giungere a Roma e di lì al Mediterraneo.

Altra testimonianza della presenza romana in Adriatico sono i reperti rinvenuti a Cartoceto di Pergola, di epoca romana. Si tratta di bronzi dorati di cavalieri. Pergola si trova nell'ultimo tratto della via Flaminia che collegava, attraverso la valle tiberina e l'Umbria, Roma alla costa Adriatica delle Marche - nell'antichità la terra dei Piceni -.
Qui era il porto romano di Ancona, ampliato sotto l'imperatore Traiano. Porto che poteva assicurare i traffici con la Dalmazia, con Alessandria d'Egitto e le altre città del Levante.
Ancona, le cui origini risalgono all'età preistorica, fu colonizzata dai Greci di Siracusa, nel IV secolo a.C., entrò poi sotto il dominio di Roma ufficialmente nel 295 a.C.

L'anima dell'Adriatico è da sempre caratterizzata da forti connotazioni di luogo, generatrici di etnie e culture locali che, in armonia con la natura, con i ritmi del tempo e delle stagioni, hanno, nel rispetto di un unicum identitario, dato vita in modo proprio ad ogni porto, città e villaggio lungo tutte le sue coste, sia orientali che occidentali.
Tutti i prodotti delle terre che si affacciano sull'Adriatico e lo circondano affluiscono ai suoi porti, per poi dividersi e spargersi un po' ovunque, anche in terre e continenti lontani.
Il mare è il respiro di tutte le economie (economie di mare), col metterle in comunicazione reciproche per dar luogo allo scambio.
L'ambra del Baltico giunge in Egitto... I tessuti damascati siriani, le sete persiane e le spezie dall'Oriente si spandono per suo tramite nel Centro Europa... I vetri e i farmaci veneziani sono portati in tutto il bacino del Mediterraneo... Le pellicce nordiche e russe scendono verso i porti del Mar Nero, e di là, sempre più a Sud e a Oriente...
Le produzioni mediterranee, grano, vino e olio, prendono tutte le direzioni: Ovest/Est, Sud/Nord, all'interno del bacino e oltre, allorché insorge un bisogno, una domanda. Queste 'economie di mare', oltre a traffici e scambi, generano relazioni, comunicazioni, cultura, arte, conoscenza: questa è la "magia del mare"

L'ARCIPELAGO DI SPALATO - "L'arcipelago di luce"

"Navigare necesse est!" "Vela ventis dare"
Che il vento gonfi bene le vele... Barra a dritta: 180 gradi bussola... Rotta verso Sud... "Vuelvo al Sur... Te quiero Sur..."
Navigando nello stretto passaggio tra le isole di Kakan e Kaprije, ci si apre la via verso Primosten, Rogoznica, per inoltrarsi, poi, nelle isole della Dalmazia Centrale.

DALMACIJA... Ancora e sempre Dalmacija!
"In Dalmazia sono riuniti tutti i fascini del Mediterraneo... Non si sa proprio con che cosa paragonare le sue meraviglie".
(George Baumberger - scrittore svizzero -)

"Il suo nome ha il profumo del mirtillo e del rosmarino
Al mattino e nell'ora del tramonto il sole risplende
Fra le chiome dei pini, dei cipressi e degli olivi
Mentre il mare continua il suo eterno discorso
Con la sponda di pietra e le candide spiagge."
(Così il poeta Vladimir Nazor descrive Brac-Brazza)

"Piena di sole, lucente è addormentata
Nel soffio dello splendore meridiano
Trau' ci accoglie nel calore della sua solitudine
Ha l'aria di chi continua a sognare il sogno dei secoli
Quei secoli che hanno creato il suo volto sognante
Riflesso sull'acqua..."
(Frano Alfirevic, poeta dalmat)

"L'interno montuoso ha un sapore e un profumo
Che non ho mai sentiti altrove finora
Qui si falcia la lavanda. In un misterioso paesaggio
Grigio-perlaceo è grigio-roseo, corrono su per le colline
I muriccioli a secco e i filari di lavanda
Che scendono nelle villette e giù fino alle pinete
E ai vigneti, là dove comincia la Costa Azzurra..."
(Così descrive Hvar-Lesina lo scrittore tedesco Wieser Edwim)

"Finalmente, in un deserto bagnato dal mare
Immerso nel verde
Ho ritrovato una cosa impossibile: felicità
È stata una fuga da tutte le oppressioni della realtà
Qui ho assorbito l'anima di tutti i mari infiniti...
Mi sono detto:
Lissa mi è più cara dell'intero Adriatico..."
(Così di Vis/Lissa Giacomo Scotti, scrittore, poeta e amante della Dalmazia)

L'Arcipelago prende il nome dalla città più importante, e con una storia illustre alle spalle, Split (Spalato), che si trova sulla terra ferma a Sud di Sibenik (Sebenico), a circa 80 chilometri, e costituisce il "cuore pulsante" della Dalmazia, sia dal punto di vista politico-economico, che artistico-culturale.
L'Arcipelago consta di cinque isole maggiori e altre minori che fanno da corona.
Brac (Brazza), Hvar (Lesina), Vis (Lissa), Solta (Solta), Ciovo (Bua)
sono le maggiori, ma anche Drvenik Veli (Zirona Grande), Drvenik Mali (Zirona piccola), Sveti Klement (San Clemente), Scedro (Torcola), Bisievo (Busi) e Svetac (S. Andrea) possono essere considerate isole, ancorché minori, senza poi trascurare le decine di isolotti e scogli che affastellano questa "Polinesia" dello Jadransko More. Geograficamente sono situate nel bacino di mare che ha come riferimento la linea ideale che congiunge Pescara a Split.
Il mare che bagna le isole è splendido, con sfumature che vanno dal verde smeraldo al turchese, al blu cobalto; la trasparenza è tale da consentire di vedere fondali profondi fino a 25/30 metri.
Isole, quelle dell'Arcipelago, con una terra fertile, quasi sempre rossastra e sabbiosa, raccolta in doline e valli, oppure su terrazzamenti sostenuti da muri a secco e posizionati lungo i fianchi delle colline. Un susseguirsi di campi e orti coltivati a vigneti, uliveti e frutteti, dove prevale il fico. Ma ovunque domina la macchia mediterranea, dalla quale emergono nude pietraie carsiche o pascoli. Diffuse sono anche le pinete marittime, con essenze di Pino di Aleppo, pino marittimo e pino domestico. Nei boschi sono presenti anche la quercia e il castagno.
L'agricoltura e l'orticoltura, naturalmente, non hanno rilevanza economica, coprendo il fabbisogno degli isolani; così pure la pastorizia e l'allevamento del bestiame, un tempo fiorenti.
La pesca, praticata ancora con sistemi e mezzi piuttosto primitivi, "antichi", è parte integrante della vita degli isolani e ne costituisce una economia complementare.
Le isole hanno scarsissime risorse d'acqua potabile.
Un acquedotto sottomarino collega Dugi-Rat, sulla terra ferma, all'isola di Brac, diramandosi anche sulle isole di Hvar e Solta.
L'isola di Vis (Lissa), molto lontana, e le altre che non sono servite dell'acquedotto sottomarino, sono alimentate da un sistema di navi cisterna.
Il clima è eccezionalmente mite. Hvar vanta ben 2.722 ore di sole all'anno, un vero record, ed è perciò definita giustamente "Isola del sole". La Riviera di Makarska, che si trova sul continente di fronte a Brac e Hvar, registra la minore precipitazione annuale di tutta Europa. Ma tutto l'arcipelago può vantare cielo sereno per gran parte dell'anno e... "L'arcipelago di luce" è la sua giusta denominazione.
Solo la "Bura" fredda dal Velebit può determinare improvvise e temporanee perturbazioni e/o alterazioni nella mitezza del clima.

Il "SUF IV", sospinto dal fresco "burino" mattutino, scivola leggero sul mare increspato, avendo sulla prua il profilo di Primosten immerso nella foschia. La strumentazione di bordo conferma la giustezza della rotta. Sul lato mancino s'intravvede, nonostante la distanza, la terra ferma. Sono circa quindici miglia da percorre, e due orette di navigazione. Tutto procede per il meglio... "Che vita!" È il pensiero che accomuna tutto l'equipaggio.
Primosten (Capocesto): isola, penisola? Come per Murter si pone l'annoso dilemma.
Sorge su una penisola, a 20 Km circa a Sud di Sibenik e 60 Km a Nord di Split. Originariamente però era una piccola isola rocciosa, talmente poco distante dalla terra ferma da indurre dapprima a collegarla con un ponte mobile e successivamente, definitamente, con un terrapieno artificiale, in modo da creare l'istmo - esattamente come a Tijesno per Murter (!) -.
Come a Murter, più di Murter, arrivando dal mare si ha l'impressione di approdare su un'isola.
Appartenne per secoli alla Serenissima Repubblica di Venezia, ne è testimonianza la Chiesa parrocchiale di San Giorgio del 1485, posta sul punto più alto, circondata dal cimitero e dai cipressi, e fiancheggiata dall'alto campanile a guglia, ben visibile a distanza, quindi 'punto cospicuo' per le vele che navigano da Zirje e Kaprije verso Trau' e l'Arcipelago di Spalato.
Il nome croato "Primosten" trae origine dal verbo 'primostiti' che significa "gettare un ponte", mentre quello italiano, "Capocesto", deriva dal latino "Caput Cistae", che ne denuncia l'esistenza fin da epoca romana.
Da sempre borgo di pescatori, Primosten, è stata "baciata" dal turismo, grazie anche alla vicina spiaggia di "Mala Raduca", tra le più belle della Croazia. Pur conservando immutato tutto il suo fascino, negli ultimi decenni è stata un po' imbarbarita dal turismo di massa.
Per l'equipaggio del "SUF IV" rimane una meta d'obbligo, trovandosi sulla più volte citata "rotta della busara".
Quando si ha il... privilegio di attraccare nel molo del porto, o alla banchina vicina attrezzata con 'corpi morti' acqua ed elettricità - 'privilegio', perché oggigiorno, essendo meta ambita da tutti i velisti, bisogna prenotare giorni prima, chiamando col VHF la Direzione del Marina -, sembra di mettere piede in un posto di fiaba, di aprire le pagine di un sogno, tanto è affascinante "perdersi" nelle sue viuzze, tra le sue casupole di pietra che sanno di "antico", fermarsi sulla panca della vecchia osteria per il tradizionale assaggio di "retsina ", o vino resinato, e poi salire in cima alla collina, dove c'è la Chiesa di San Giorgio, per "condividere" in una rara atmosfera di assorta concentrazione ed estatico trasporto uno dei più bei tramonti di tutto il pianeta. "Helios", con la sua folta chioma di raggi dorati, conduce il suo carro di fuoco, trainato dalla quadriga di cavalli alati, dietro il profilo delle Kornati (Isole Incoronate), in un tripudio di fiamme e bagliori dorati.
"Omnia qui video, per quem videt omnia tellus, mondi oculus"
(Ovidio - il disco solare è simile al: "grande occhio che dal cielo tutto vede").

"E noi lo si vedeva ancora il sole
Ma tutto era già tramontato
Se per effetto d'impia rifrazione
Nell'atmosfera era opaco restato

Due minuti, o due secoli... là
Con gli uomini che ne parlavano
A gesti, a ipotesi, contraddicendosi
Sulla banchina in ciò che guardavano...

E qualcosa d'una grande semplicità
Sembrò allora inondare la mente
Da quel riflesso che all'acqua languente
Ancora diceva di un sogno di libertà..."

("Sul Porto" - Gianni D'Elia, poeta pesarese -).

La tappa a Primosten, sulla "rotta della busara", è legata a un nome: "Mediterraneo", esattamente i sapori, gli aromi, gli odori e i profumi che si possono centellinare al Ristorante Mediterraneo, dove si mangiavano i migliori 'scampi alla busara' di tutto l'Adriatico e, a suo tempo, quando non ne era ancora stata vietata la pesca, i 'datteri di mare'. Tempo remoto, perché anche il "Mediterraneo", come tutta Primosten, è stato vittima del turismo di massa.
La qualità e la raffinatezza dei piatti proposti non sono più quelle di un tempo; ora il "target" della clientela è cambiato: vi si trovano sempre più spesso Russi, Ungheresi, Slovacchi, Cechi e Sloveni.
A ben ricordare, un primo declino il ristorante lo subì con la guerra fratricida tra Croati e Serbi, del 1991-1992, quando venne incendiato e distrutto perché gestito da una famiglia serba. Se ne ricordano ancora le rovine fumanti nell'estate del 1992, quando si ritornò a navigare, essendosi il "tuono della guerra" spostato più a Sud, nella Bosnia Erzegovina. Venne poi ricostruito, ma cambiò gestori che si adeguarono alle... leggi del mercato (!).
Fu ancora al Ristorante Mediterraneo che un membro dell'equipaggio del "SUF IV", assaggiato un dolce proposto dal cameriere, chiese: "Come si chiama questo dolce?"
"Palacinke, sono la nostra specialità", rispose il cameriere.
Al che, il "nostro" di rimando: "mi porti pure le pala...cinque!!!"
Ad Est del molo del porto, ci sono diversi 'gavitelli', spesso occupati, e oltre, in rada, si può anche... "cagare l'ancora".
Questo volta una "botta di culo" - come si dice in gergo -, mentre l'equipaggio del "SUF IV" manovra per decidere il "dà farsi", una barca molla le cime d'ormeggio al gavitello e se ne va. È una fortuna insperata, anche perché il gavitello è vicinissimo alla imboccatura del porto.
C'è chi si predispone a... perpetuare il rito di "Sapore di sale... Sapore di mare...", altri, col gommone, decidono di mettere piede a terra.
Ma la pacchia non dura molto. Dopo un'oretta scarsa, a ponente si profilano delle nubi scure e minacciose: la tipica situazione meteo di un "neverino". Si tratta di una 'saccatura depressionaria profonda", una burrasca improvvisa che arriva di colpo senza avvisaglie accompagnata da violente 'trombe d'aria' e 'trombe marine' con sollevamento di masse d'acqua nebulizzata che impediscono completamente visibilità e orientamento, rendendo la situazione estremamente pericolosa per l'incolumità di equipaggi e barche. Si tratta di un fenomeno che, solitamente, non dura più di una mezz'ora.
Ben presto, chi è rimasto a bordo, si rende conto del rischio imminente. Richiama a gran voce gli altri ancora in acqua e, acceso il motore, si prepara a mollare il gavitello a prua.
"Detto, fatto"... Tutti a bordo e... via a tutto motore, speditamente verso il Marina Kremik, situato nella baia successiva, a poco più di un miglio. All'interno di un profondo fiordo naturale, ben protetto da tutti i venti, il Marina consta di 400 posti-barca; organizzato di tutto punto, con assistenza tecnica, è dotato di ristorante, negozi, anche di nautica, mini market e distributore di carburante. È l'approdo ideale per stare tranquilli e sicuri, soprattutto quando il porticciolo di Primosten registra il "tutto pieno". Senza trascurare il fatto che una 'navetta' gratuita assicura il collegamento continuo (ogni mezz'ora!) tra Kremik e Primosten.
Si fa appena in tempo ad assicurare il "SUF IV"... "tra i pali", che si scatena il finimondo: vento, acqua e grandine...
"Che botta di culo!". Esclamazione unanime, di chi si sente al sicuro, rintanato in cabina, con la grandine che batte rumorosamente sulla 'coperta'.
Il tutto dura non più di venti minuti e... "Passata è la tempesta...
Odo augelli far festa..."
Un sol grido: "ai fornelli!"..."Due spaghetti, olio, alio e peperoncino, e... passa la paura!".

Rogoznica, fino a poco più di dieci anni fa era un tranquillo villaggio di pescatori, dove si andava all'ormeggio, 'all'inglese', a fianco dei pescherecci, o per acquistare del pesce fresco, oppure per andare a cena nell'unico ristorante sul porto, gestito dalla cooperativa dei pescatori, con un'ottima cucina all'altezza di quella del "Mediterraneo" di Primosten, ma molto più economica: meno della metà. In ogni caso, si passava una nottata in tutta tranquillità, cullati dai cori sommessi dei marinai: un ritorno all'antico!
Ma anche qui è arrivato il... turismo di massa.
"Marina Frapa": un lussuoso Marina, tra i più esclusivi (e cari !) di tutto il Mediterraneo, con 500 posti barca in acqua, 153 a terra, 'travel lift', assistenza tecnica, ristorante, supermercato, lavanderia...
A bordo di un "Beneteau Oceanis", 43 piedi, si stava risalendo da Milna, Isola di Brac, verso Murter, quando, a causa dell'improvviso peggioramento delle condizioni meteo, si è stati costretti a riparare a Rogoznica e, inevitabilmente nel Marina Frapa. Risultato? 100 euro l'ormeggio per una sola notte, 50 euro "a cranio" per la cena, da ricordare solo per l'esosità del conto. Come si dice in queste occasioni: "Croce di batocco!" - Mai più! -.

La prossima meta del "SUF IV" è Trau' (Trogir). Per arrivarci, bisogna far rotta verso Sud... ancora e sempre a Sud.
Le due "isole sorelle", Drvenik Mali (piccola) e Drvenik Veli (grande), danno il benvenuto nella "collana di perle" che forma l'Arcipelgo di Spalato. Queste due isole costituiscono praticamente la "porta" di Spalato sull'Adriatico mare.
Nel canale tra Punta Ploca e Drvenik Mali passano infatti le navi e i traghetti da e per Spalato. In questo canale, già stretto di suo, non più di un miglio, si trova l'isolotto di Arkangel, disabitato, collinoso e ricoperto dalla macchia mediterranea. Sull'unica spiaggia dell'isolotto approdarono nel V secolo i costruttori della chiesetta dedicata all'Arcangelo Gabriele, da cui l'isola prese il nome. Chiesa abbandonata e poi crollata, tra i ruderi vi pascolano le pecore incustodite dei pastori di terraferma.
Drvenik Veli (Zirona Grande), una delle "due sorelle", è uno degli approdi abituali del "SUF IV", e questo sostanzialmente per due ragioni. Prima ragione: trovare un ormeggio a Trau' è pressoché impossibile. L'ACI Marina, che si trova dalla parte del canale opposta alla città vecchia, ha posti barca limitati, non più di 180, in buona parte occupati dai 'charters', ed è spesso pieno, soprattutto nel week end; inoltre, è piuttosto caro. Si potrebbe "tentare" l'ormeggio, 'all'inglese', direttamente lungo la banchina di fronte al centro storico, ma... anche qui si trova raramente posto, essendo buona parte di essa occupata dai barconi per le gite turistiche, mentre la parte restante viene prenotata per tempo dai 'mega yacht'
dei "Vip", come Carolina di Monaco, William d'Inghilterra, Abramovich... e compagnia bella.
Seconda ragione: si tratta di una "isola rifugio", tranquilla, appartata, fuori dalle rotte abituali e, soprattutto, non ancora contaminata dal turismo di massa. Un vero angolo di paradiso, dove tutto ha il sapore di antico: le piccole e vecchie case di pescatori, l'antica chiesa, le viuzze che scendono al porto e alla marina...
In tutti i documenti medievali è indicata col nome di Gerona, da
qui è derivato quello di Zirona attribuitole dai Veneziani.
Intorno all'anno 1420, vi misero piede i primi coloni dalla terraferma, alcuni provenienti dalla località denominata Drvenik, della Riviera di Makarska. Furono questi coloni a trasmettere quel nome all'isola.
Si può ormeggiare alla banchina di un marina mai completato, privo anche di corpi morti, per cui bisogna manovrare in modo di gettare l'ancora a 30/20 metri dalla banchina, indi procedere a marcia indietro fino ad assicurare le cime di poppa alla bitte situate sul molo. Ovviamente, non ci sono le centraline dell'acqua e della elettricità... Bisogna arrangiarsi in qualche modo... all'antico (!)

La piccola delle "due sorelle", Drvenik Mali, praticamente non ha approdi, per cui, navigando nel canale tra le due isole, ci si limita a guardarla e a meravigliarsi della sua intensa macchia mediterranea, dalla quale emergono, come sempre, il fico e il carrubo.

Per far rotta da Drvenik Veli a Trau' bisogna mettere la prua a Nord-Est, passare sulla punta Ovest di Ciovo e...
"Scivolare sull'acqua immobile come la superficie dei canali veneziani e arrivare alla banchina della città del silenzio di pietra che sta quieta nelle sue linee luminose" (Frano Alfirevic, poeta calmato)

"Città con un piede sull'isola e un altro sulla terraferma,
ovvero né sull'una né sull'altra, ci ha donato Kairos, il Dio della
fortuna, del momento propizio..." (Slavko Janevski)

È considerata una delle "città veneziane" più belle e meglio conservata della Dalmazia e dell'intero Jadransko More. Per questo viene definita la "Piccola Venezia".

"Trau' è un grazioso giocattolo, forse non così bello e affascinante come Dubrovnik (Ragusa), ma con straordinari dettagli, piccoli palazzi e leoni. Questa è una Venezia tascabile"
(Anatole France, scrittore francese, premio Nobel per la letteratura)

"Poche città al mondo annoverano tante opere d'arte in così poco spazio" (Bernard Berenson, critico e storico dell'arte)

Un'autentica perla. Col nome di Tragurion fu fondata dai Greci antichi, quelli della Magna Grecia di Syrakousai (Siracusa).
Fu anche città romana, col nome di Tragurium, un porto fortificato, citata anche da Plinio il Vecchio quale "civium Romanorum... marmore notum". Sede vescovile dall' XI secolo, ebbe una popolazione mista di greci, romani e delmati (dalmati).
Dopo secoli di alterne vicende - fu conquistata anche dai Pirati Saraceni... Lo nero periglio che vien da lo mare (!) -, a partire dal 1420, inizia un lungo periodo di prosperità sotto il dominio della Serenissima Repubblica di Venezia, che ebbe termine nel 1797, ma che lasciò tracce indelebili.
Fece parte del napoleonico Regno d'Italia (dal 1809 al 1813) e dell'Impero AustroUngarico. Al termine della prima guerra mondiale (1915-1918), Trau' entra a far parte del Regno dei Serbi, Croati e Slavi, prima, e poi, al termine della seconda guerra mondiale (1945), della Repubblica Socialista di Jugoslavia - Per una breve parentesi, dal 1918 al settembre del 1943, fu parte delle provincie di Spalato e Zara e annessa con l'Istria al Regno d'Italia -.
La città sorge su due isole collegate alla terraferma da due ponti, ed è unita alla vicina isola dì Ciovo per mezzo di un ponte girevole che consente alle imbarcazione di accedere ad una sorta di mare interno che arriva fino alla punta di Split.
Trau' è un museo a cielo aperto di storia e d'arte. Ha conservato intatto il suo aspetto veneziano medievale.

"Gli snelli campanili, le antiche torri, le alte case, diffondono intorno una luce bianca, quasi il riflesso di qualche altra vita... a vederli da lontano... Dice tante cose col suo silenzio che una passeggiata per le sue anguste e tortuose calli diventa un avvenimento indimenticabile. Ci si sente immersi in una grande vita passata, affondare nei secoli, vivere il respiro di una città eterna...
Ha l'aria di chi continua a sognare il sogno dei secoli, quei secoli che hanno creato il suo volto sognante riflesso nell'acqua."
(Frano Alfirevic)

Ovunque si riscontra un giusto equilibrio tra volume, superficie, altezza, architetture, monumenti e ambiente. L'armoniosa architettura urbana, modellata in tre secoli di storia e d'arte, con intatto anche il nucleo influenzato e nobilitato dal Rinascimento, le sue piazze, piazzette, le vie strette e sinuose che si aprono ai Palazzi e ai cortili interni, impongono una visita attenta e scrupolosa, per cui è consigliato di arrivare all'ormeggio, sulla banchina di fronte al nucleo storico, in tarda mattinata quando è facile trovare posto - le barche hanno mollato gli ormeggi e sono in navigazione - e si ha un'intera giornata, o quasi, per... fare i turisti.
Questa città antica riuscì a sopravvivere entrando nel Medio Evo e a prosperare nei suoi traffici e nelle sue attività marinare.
Vi si trovano le tracce, le testimonianze delle civiltà degli occupanti succedutisi nei vari secoli. Tra il XII e il XVI secolo furono edificati i suoi principali monumenti, inseriti in una struttura urbanistica a 'maglia' o a 'graticcio'. Anche dal mare si distinguono chiaramente i bastioni e il Castello di Camerlengo. Ovunque edifici eleganti, importanti, case patrizie dai portali fregiati di stemmi. Da non perdere due gemme: la Cattedrale di S. Lorenzo, nella piazza principale, con il celeberrimo Portale di Radovan del 1240, il capolavoro della scultura romanica, il Battistero e il campanile, alla quale fanno da cornice la mirabile Loggia, la Torre dell'Orologio, il Palazzo del Comune; un meraviglioso bassorilievo raffigurante Kairos, Dio della fortuna e... dell'attimo fuggente, opera della Scuola di Lisippo, conservato nel Museo d'arte del convento delle Benedettine.
Quando ti rendi conto che stai per smarrirti, confuso da tante bellezze, siedi in una Konoba (taverna), fatti due calamari alla brace, bagnati da qualche bicchiere di "Malvasia", "bielo vino", e rifletti...
Poi, fuori dalla "perla di pietra", passi per la Porta dì Terraferma, percorri tutto il 'Decumano', esci per Porta Marina, giri per le 'rive', ammiri gli... "snelli campanili che trafiggono l'azzurro del cielo", in volo come le rondini e in corsa attraverso i secoli e... ti sorride l'età d'oro della Dalmazia.
Piena di sole, lucente è addormentata nel soffio dello splendore meridiano Trau' ti saluta mentre la barca si allontana dolcemente, volgendo la prua verso un'altra perla di questa straordinaria collana.

""Mare
Ca te scioscia 'stu vento
Tu nun m'affunna' niente
Mare
Chesta varca è do' sole
Accumpagnala bona..."

("Mare" - Enzo Gragnaniello)

L'antica Olyntha (l'isola del miele) per i Greci, Solenta per i Romani e Sulet per i Croati, oggi Solta, saluta il navigante che, attraversato il 'canale' di Ciovo, puntato su Drvenik Veli, poi sceso lungo la costa orientale dell'isola di Stipanska, entra nelle baia di Maslinica, incoronata da scogli affioranti e isolotti che ne precludono in parte l'accesso, e che si trova nella sua parte occidentale.
Isola dalla costa rocciosa che presenta molte insenature, con una vegetazione mediterranea molto florida su cui svetta il cipresso.
Diversi reperti archeologici rinvenuti sull'isola, come pure su quella vicina di Stipanska, fanno risalire l'origine all'età del bronzo.
Al tempo della colonizzazione greca, prima, e romana, poi, vi erano diversi centri abitati.
Quando Salona, l'antica capitale romana della Dalmazia - città vicino a Spalato, che diede i natali all'imperatore Diocleziano -, fu distrutta dagli Avari e Slavi, all'inizio del VII secolo, Solta accolse una parte dei suoi abitanti in fuga.
Sempre nel Medio Evo, fu anche riparo "sicuro" di Pirati, Almissani, Narentini e Veneziani (!)
Non ancora "baciata" da turismo di massa, conserva intatte le sue bellezze naturali, vedi la piccola, smagliante insenatura di Maslinica, con i suoi cipressi che... "in lunga schiera" si riflettono nell'acqua trasparente come pietra traslucida di smeraldo...
La prima volta di Maslinica fu una sorpresa inaspettata, seguita da entusiasmo incontenibile di trovarsi in un autentico angolo di paradiso. Da allora, meta abituale del "SUF IV" e del suo equipaggio. Una torre quadrangolare con feritoie, risalente al XVII secolo, con accanto un castello barocco costruito nel 1708, le conferiscono un "blasone aristocratico", un sapore "antico"...
Come antico e il porticciolo di pescatori che conserva ancora una atmosfera di serena, tranquilla, quasi distaccata, trasfigurazione.
Nelle sue "Konoba" (taverne), ancora autentiche, vi si offrono specialità - 'ribe' (pesce), soprattutto - cucinate secondo ricette tradizionali... e 'bielo vino' (!).
Ma anche la baia di Necujam, orlata di folte pinete e oliveti, non è meno affascinante. Molto frequentata, registra la presenza di un villaggio turistico, alberghi e case-vacanza.
Una curiosità importante: proprio in questa parte orientale dell'isola, esattamente nella piccola insenatura di Piskera, l'Imperatore Diocleziano teneva un suo vivaio di pesci per avere...
"pesce fresco" alla bisogna (!).
Last but non least... la piccola baia di Stomorska, altra meta abituale, dopo Maslinica, per l'ormeggio sicuro, riparato, e... per la buona cucina, che non guasta!

"... La mano affondata
Nel vento del vento
Aria calda
Urlano quelle nostre ore
Strette in pugno
Urlano come uccelli
I sassi si consumano
Non si consuma la vita
La giornata è uguale
A una mano che è ferita

E io sono Ulisse al ritorno
Ulisse coperto di sale
Ulisse al principio del giorno..."

("Ulisse coperto di sale" - Roberto Roversi & Lucio Dalla - )

Mollate a poppa le cime d'ormeggio dalle bitte della banchina, e a prua la cima del 'corpo morto', usciti lentamente dalla baia di Stomorska, con il sole che tra i rami dei pini a pelo d'acqua "spara" i suoi raggi negli occhi... di nuovo rotta per 180 gradi... Ancora e sempre a Sud!
Sulla prua, a una manciata di miglia, il profilo maestoso dell'isola di Brac (Brazza).
Solitamente, le 'vele', spinte dalla brezza di terra, il "burino" che soffia dalle cime del Velebit, si infilano nello stretto passaggio che separa l'isola di Solta dall'isola di Brac, saltando in tal modo la località di Milna per far rotta direttamente su Hvar (Lesina).
Errore! Perché Milna... "vaut bien une messe!", val ben una sosta!
Vi si entra, prima della punta ovest dello stretto, da un'ampia baia verso il mare aperto del "Canale di Brac" - che collega Brac a Spalato -, baia che poi si restringe nella parte interna dove, in fondo al "budello", è situato l'abitato di Milna che dà il nome all'intera baia. Prima di arrivare all'abitato, si costeggiano alcune spiaggie di sabbia e ghiaia.
Milna è un antico borgo di pescatori e uomini di mare. La natura squisitamente marinaresca del luogo è testimoniata dalla fiorente industria di conservazione del pesce, in particolare alici e sardine e dalla presenza in porto, tra i più belli e sicuri di tutta l'isola, di alcune "lampare" attrezzate per la pesca notturna del "pesce azzurro", per l'appunto.
Le sue case strettamente "abbracciate", le strette viuzze che scendono al porto, il vecchio campanile della Chiesa di S. Nicolò, protettore dei marinai, che svetta al di sopra di tutto, costituendo un 'punto cospicuo' di riferimento inconfondibile, che ti dice: "Qui è Milna!" e che saluta coi rintocchi della sua campana i pescatori quando partono all'alba e rientrano al tramonto... ovunque si respira un'atmosfera di "antico", che rimanda a secoli di navigazioni, di naufragi, di raccomandazioni con "ex-voto" al Padre Eterno e alla Madonna, di attività quotidiane legate alla costruzione di barche e di reti.
Le "brazzere", tipiche barche "storiche" da pesca, che si costruivano nei cantieri di Milna, ad opera di "maestri d'ascia" e "maestri calafati", profondi conoscitori dell'antico mestiere della lavorazione del legno, alla fine del 1800 e nella prima metà del 1900, divennero famose in tutto l'Adriatico, al pari dei "trabaccoli" veneziani e dei "bragozzi" chioggiotti.
Nel punto più interno del porto c'è un ACI-Marina, dove si può tranquillamente andare all'ormeggio, scendere a terra dalla 'passerella' e ritrovarsi subito comodamente seduti al tavolo del Ristorante... "a pelo d'acqua" (come dice lo "Zio").

Ma rimaniamo a Brac. È la più grande isola della Dalmazia, detta perciò "La Gran Madre", di forma piuttosto tozza, vagamente somigliante ad un osso di seppia.
Isola di navigatori e di poeti, della macchia mediterranea, del basilico, della malva e dell'erica, ma anche dell'olivo e della vite.
Come da tradizione dalmata, scalpellini e scultori di Brac, esperti della lavorazione della famosa "pietra bianca" presente nelle sue cave, hanno lasciato ovunque testimonianze e tracce del loro lavoro
- famosi 'scalpellini' dalmati furono anche i "nostri" San Marino e San Leo, originari di Arbe (l'odierna Rab) furono chiamati per la ricostruzione delle mura di Rimini. Il primo, sul Monte Titano, nel 301 d.C., fondò l'antica Repubblica di San Marino, il secondo, sul "Mons Feretri", da cui il Montefeltro, fondò San Leo, per l'appunto (!) -.

"Una sola cosa è certa: davanti a noi, a portata di mano, c'è un'isola irreale ma pur sempre esistente, c'è Brazza di là dal mare, sulle cui sponde si abbattono le onde e il tempo... Brazza è un piccolo continente non del tutto esplorato..."
(Jure Kastelan, poeta dalmata)

"Il suo nome ha il profumo del mirtillo e del rosmarino.
Al mattino e nell'ora del tramonto il sole risplende
fra le chiome dei pini, dei cipressi e degli olivi,
mentre il mare continua il suo eterno discorso
con la sponda di pietra
e le candide spiaggie."
(Vladimir Nazor, poeta di Brac)

"Lassù, nel silenzio fuori del tempo, vivono ancora antichi miti, leggende pagane e slave, l'eternità cristallizzata, immobile, arrestata, della luce del mare e della pietra."
(Jure Kastelan)

La zona interna montana di Brac è un altopiano di altitudine media di 500-600 metri, su cui svetta il monte Vidova Gora (778 m.), il più alto di tutte le isole dalmate.

"Sotto il manto della vegetazione
Ora folta ora rada
Brazza conserva il volto di quel gran monte
Mozor
Dal quale, come in un cataclisma
Si staccò un vigoroso sperone
Precipitando negli abissi."
(Giacomo Scotti, scrittore e profondo conoscitore della Dalmazia)

Il nome dell'isola ha origini antichissime, il latino "Brattia" può derivare da "brentos" (cervo) nella lingua dei Messapi (antica popolazione illirica che popolò anche il territorio del Salento sulla costa italiana). Antichi documenti greci riportano il nome di "Elaphusa", da "elafos", cervo in greco. Nei documenti latino-romani ricorrono i nomi di "Braxia", "Bractia", "Brettia", "Bracia", per arrivare all'italiano "Brazza" e da qui il croato "Brac".
Scavi archeologici hanno portato alla luce testimonianze della presenza di comunità umane fin dal Paleolitico. Durante l'Eta' del bronzo' e l' Età del ferro tribù illiriche costruirono tumuli e castellieri nei punti più alti all'interno dell'isola.
Pur non essendo stata colonizzata dai Greci, fu un crocevia importante di traffici dalla terraferma all'isola foranea di Vis (Lissa).
Quando Solona divenne capitale delle provincia dalmata romana le cave dell'isola di Brazza vennero sfruttate per estrarre la pregiata "pietra bianca", usata in tutta la Dalmazia, anche per la costruzione del Palazzo di Diocleziano a Spalato - la stessa pietra è stata usata anche per la famosa Casa Bianca dì Washington (!) -.
Anche Brazza, intorno all'anno Mille, fu rifugio e meta di escursioni dei pirati Saraceni, Veneziani ,Narentini e Almissani.
Dal 1420 fino alla caduta della Sesenissima l'isola fu, per circa quattro secoli, veneziana. Durante il periodo "veneziano" si svilupparono molto i traffici, anche verso il Mediterraneo e il Mar Nero. Si esportava "pietra bianca" e vino, si importavano olio e grano...
Anche Brac, come le altre isole dalmate, negli anni del dopoguerra fu interessata dal fenomeno dell'emigrazione, verso il continente, l'Italia e il Sud America. Oggi, il turismo ha fermato lo stillicidio migratorio e a riportato popolazione dalla terraferma.
Supetar (S. Pietro della Brazza) è il centro più importante dell'isola. Sede amministrativa e porto principale, è anche una vivace località balneare. All'interno di un'amena baia situata nella parte orientale, vi arrivano e partono in continuazione i traghetti e gli aliscafi che la collegano alla terraferma. Oltre alle spiagge circondate dai pini marittimi, per i turisti, vi sono chiese importanti da visitare, il mausoleo neo bizantino della famiglia Petrinovic e, soprattutto, una variegata offerta gastronomica (!)
Poco distante da Supetar e più a Est c'è Spliska, in una baia divisa in due insenature dette Zastup e Spliska, che dà il nome a tutta la baia. Oltre alle spiaggie all'ombra delle pinete, vi si può trovare l'antico castello Cerineo, costruito nel 1577 per difendersi dai Turchi.
La località di Postira, che dista tre chilometri da Spliska, è importante per aver dato i natali alla famiglia di Niccolò Tommaseo, allo scultore e architetto Paolo Dominis e al poeta Vladimir Nazor.
Anche i suoi abitanti sono conosciuti come 'tagliapietra'.

"...Alcune immagini solitarie ma vivide, simili ad attimi
Lucenti di un torbido sogno quasi dimenticato, emergono
dalla memoria e si adagiano sul grigio mare dell'oblio come
un isolotto illuminato dal sole."
(Vladimir Nazor, ricordando Postira)

Sole, ombra di pini secolari, il magico fascino delle case di pietra e dei vicoli che si intrecciano e portano alla marina con le spiagge di sabbia e di ghiaia di un bianco di talco, abbacinante, in particolare quella di Zlatni Rat che si protende nel mare quasi verticalmente per 500 metri, a forma di collo di cigno, e che, a seconda dell'influsso dei venti e/o delle correnti marine, muta la propria forma e posizione da un lato all'altro, come se fosse una "colata d'oro" nel turchese e blu cobalto dell'acqua. Una immagine, quest'ultima, da cartolina, quasi irreale, che è diventata l'emblema dell'isola e della Dalmazia e che ha fatto il giro del Pianeta figurando sulle riviste specializzate e sulle copertine di pubblicazioni mondiali prestigiose.
Tutto questo è Bol, il centro più famoso della costa meridionale dell'isola di Brac, un tempo luogo di vigneti, marinai e pescatori.
La struttura urbana di Bol è costruita attorno a cinque capisaldi:
la villa lungo la diga, la chiesetta di Sant'Antonio, il Palazzo in stile Rinascimentale-Barocco, la Parrocchia Barocca e l'antica fortezza nota come "Kastil" o "Kostilo".
Bol deriva il nome dal latino "vallum" (palizzata fortificata). Nel VI secolo vi si rifugiarono abitanti dell'isola in fuga dai barbari (i Goti) e dai Pirati Narentini, fortificando il villaggio, circondandolo con un "vallum", per l'appunto.
"Nell'anno 872, anche i Saraceni assaltarono la nuova città Brazzana in Balo". Così si legge in una cronaca veneziana di Giovanni Diacono. Altri documenti del 1462 e 1467 menzionano "Vallum", ovvero Bol.
La caverna chiamata "Grotta del Drago" ai piedi della montagna di Vidova Gora, sopra Bol, ha le pareti ricoperte di figure in rilievo di draghi e di altri animali fantastici, nonché teste umane. Inoltre nella roccia sono intagliati dei sedili simili a troni. La Grotta del Drago o "Drakonjina", profonda circa venti metri e divisa in quattro stanze,in una delle quali c'è l'altare della Madonna scavato nella viva roccia, si trova vicino al villaggio di Murvica, poco distante da Bol, e costituisce un'altra attrazione per la località turistica.
Arrampicandosi per la brulla pietraia nel folto delle macchie risalendo il sentiero che porta alla grotta e alla vetta della Vidova Gora, si possono scoprire i resti di antiche cave romane che i Brazzani chiamano "cave di Diocleziano", perché da esse vennero estratti i blocchi di pietra per la costruzione del Palazzo di Diocleziano di Split (Spalato).
Nelle case di pietra, le une addossate alle altre, in cui a suo tempo risiedettero i podestà e i governatori veneziani dell'isola, vivono i pescatori, ma anche chi si dedica alla cura delle viti e degli olivi, sfruttando la fertilità del suolo e, sopratutto, le diverse sorgenti permanenti di acqua dolce. Alcuni si dedicano anche all'allevamento di pecore e muli. Fino a pochi decenni fa, erano in azione anche alcuni mulini a vento per macinare quel poco grano che si coltivava sull'isola. Di questi rimangono, a documento, i ruderi di alcune torri alte e rotonde.
Ma, come altrove, è stato il turismo di massa dell'ultimo ventennio a far decollare l'economia di Bol.
Da quanto sopra descritto, anche Bol... "vaut bien une messe"!

Lasciata Milna a manca e imboccato lo stretto passaggio tra l'isola di Solta, a dritta, e quella di Brac, si mette la prua direttamente su Hvar (Lesina), circa 220 gradi Sud/Ovest, che saluta in lontananza il navigante con la sua azzurra e profonda baia di Starigrad (Cittavecchia).

"Fra tutte le isole maggiori quella di Lesina
Mi sta maggiormente a cuore
Ha una dentiera di montagne ed è allungata come un pesce...
L'interno montuoso ha un sapore e un profumo
Che non ho mai sentiti altrove finora.
Qui si falcia la lavanda. In un misterioso paesaggio
Grigio-perlaceo e grigio-roseo, corrono su
Per le colline i muriccioli a secco e i filari di lavanda
Che scendono nelle villette e giù giù fino alle pinete
E ai vigneti, là dove comincia la costa azzurra..."
(Hugh Johnson, scrittore inglese)

"È un'isola romantica di eterna primavera
Un'isola da mettere interamente in un museo!
Effettivamente, le giornate trascorse a Lesina
Sono giorni di sogno in paradiso".
(Wieser Edwim, scrittore tedesco)

"Lesina è anche l'isola della lavanda
Della salvia, dell'erica, del rosmarino
È l'isola del sole, la 'Madeira dell'Adriatico'
L'isola delle quiete baie
L'isola nella quale comincia, si può dire
La storia di tutte le isole".
(Giacomo Scotti)

"Insula riccha di terra et de bestiami", così la descrisse Gianfranco Camozio nella sua opera "Isole famose, porti, fortezze, terre marittime della Repubblica di Venezia", pubblicata a Venezia nel 1571.
Hvar (Lesina) è la più lunga fra le isole della Dalmazia, circa 70 chilometri. È un'isola baciata dalla Dea Bendata, perché oltre ad avere una grande e fertile pianura costiera, ha sorgenti d'acqua dolce. I pendii delle sue colline sono coperti di pinete, con vigneti, uliveti, frutteti e, soprattutto, campi di lavanda. Inoltre è favorita da un clima estremamente mite, in inverno la temperatura non va mai sotto i zero gradi e le estati sono caldo-secche; la temperatura media annuale si aggira attorno ai 17 gradi centigradi. Vanta anche il primato del numero più elevato di giornate assolate in tutto il Mediterraneo, per un totale di 2.800 ore di sole l'anno.

"Plein Soleil Plein Soleil
Et la ville est toute engourdie
De someil au Soleil
De midi
Je t'attends au Soleil
Pres de la fontaine attiedie
Je t'attends au Soleil
Mon amie..."

("Plein Soleil" - Gilbert Becaud -)

Numerosi reperti archeologici ritrovati nelle sue grotte, come utensili di pietra, d'osso, d'argilla, di bronzo, di ferro, d'ambra e di vetro, nonché oggetti di ceramica colorata testimoniano che l'isola è stata abitata in epoca remota e che i suoi abitanti trafficavano per mare sia con le popolazioni della terraferma, sia con quelle più lontane del Mediterraneo, addirittura con quelle Cretesi e Micenee.
Fin dal neolitico si lavorava la ceramica la cui forma caratteristica diede origine alla famosa "Cultura di Lesina".
Castellieri illirici denunciano la presenza sull'isola di questo antichissimo popolo.
L'Adriatico orientale diventa allora il crocevia dei traffici che attraversano in svariate direzioni le regioni del Nord fino al Baltico, collegandole col Mediterraneo e il Levante. Praticamente collegando la famosa "Via dell'Ambra" con l'altrettanto famosa "Via della Seta".
Messapi, Dauni, Liburni, Japigi e altre tribù illiriche si insediano lungo la costa dalmata e sulle isole. Ma a dettar legge sul mare sono però i Liburni. Ottimi costruttori di navi e intrepidi navigatori - secondi solo ai Fenici - commerciano attivamente con la costa occidentale dell'Adriatico, specialmente con il Piceno (Marche e Abruzzo odierni) e l'Apulia (la Puglia).
La storia sconfina nel mito. Secondo alcuni gli Illiri sarebbero i discendenti di Illo, nato da Ercole, figlio di Giove, e dalla bella Melita
figliola di Nausitoo, re dei Feaci.
Comunque sia, gli Illiri fanno della pirateria un mestiere.
Verso il 500-450 a.C. viene costituito il primo Stato illirico insulare sull'isola di Vis (Lissa), più foranea di Hvar.
Nell'anno 384 a.C. i Greci dell'isola di Pharos, nell'Egeo, con l'aiuto di Dionisio il vecchio, tiranno di Siracusa, dopo aver sconfitto gli Illiri e conquistato Vis, dandole il nome di Issa, fondano la colonia di Pharos, nel sito dove attualmente si trova la città di Starigrad (Cittavecchia), facendone una delle più antiche città del Mediterraneo. Essi attuarono anche la bonifica della terra, con la divisione dei campi agricoli nella "Pianura di Civitavecchia", oggi patrimonio dell'umanità dell'UNESCO.
In seguito alla vittoria romana della "Seconda Guerra Illirica", contro Demetrio Faro, nativo di Lesina e comandante di Corfù, l'isola diventa parte dell'Impero Romano, come colonia Latina, nel 219 a.C. Di conseguenza il nome greco Pharos (Faro) cambia in quello latino di Pharia (Faria).
Nel 59 d.C., Giulio Cesare organizza le terre conquistate dell'Illyricum in provincia romana, stabilendo la capitale a Salona.
Dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente, l'isola entrò a far parte del dominio di Bisanzio come gran parte della Dalmazia. Correva l'anno 410 d.C. Poi è un susseguirsi di dominazioni diverse, da Odoacre a Teodorico, fino a Giustiniano, che nel 536 riunisce l'intera regione dalmata all'Impero Romano d'Oriente.
Va però notato che, nonostante l'avvicendarsi dei dominatori, la struttura amministrativa della Dalmazia, isole comprese, mantiene l'impronta romana, così pure i principi fondamentali sui quali reggono l'economia, il commercio e, soprattutto, lo stato di diritto. Anche le arti i mestieri e le conquiste culturali, rimangono quelle dell'epoca romana o da essa comunque influenzate.
Verso la fine del 500 si riversano sulla Dalmazia e isole Avari e Slavi provenienti dalla Pannonia (la parte occidentale dell'Ungheria odierna) e comincia il processo di slavizzazione di tutta l'area, soprattutto ad opera dei Croati.
Negli ultimi anni del 600, l'intera costa orientale dell'Adriatico cade sotto il dominio di Carlo Magno, ovvero di suo figlio Pipino.
La potenza di Bisanzio è giunta al tramonto. Sul mare, però, dominano i pirati Croati e Narentini (o Narentani, qual dir si voglia)
E Venezia? Inizialmente la Serenissima riconosce il supremo governo di Bisanzio, senza però subirne le pressioni, ricevendone invece carta bianca per il controllo sul mare in Adriatico.
Ma verso la fine del millennio, forte delle vittorie perseguite sui pirati Saraceni, Croati e Narentini, il Doge Pietro Orseolo II, uomo energico e di grande ingegno, fondatore della Serenissima Repubblica di Venezia, città-stato, firma la "Bolla d'oro" con l'Impero Romano-Germanico e con Bisanzio, ottenendo per le navi e i mercanti veneziani notevoli privilegi nel commercio con il Levante.
Essendo Lesina ubicata al centro delle rotte di navigazione dell'Adriatico, diventa e rimane per lungo tempo una base strategica importante per il controllo dei traffici da e per Venezia e, a seguire, per tutto il Mediterraneo, fino al Levante. Fu quindi una pedina fondamentale nello scacchiere della Serenissima. L'arsenale ancora esistente sulla "Riva" di Hvar-città ne è una testimonianza inconfutabile.

Il XVI secolo fu per l'isola un periodo tumultuoso. In questi cento anni si susseguirono la "Ribellione di Lesina" - una ribellione dì plebei contro la dispotica è crudele aristocrazia locale -, le incursioni continue dei Pirati Narentani, l'invasione da parte dell'esercito ottomano, al massimo delle sue mire espansionistiche. La popolaIone locale cercò di difendersi costruendo fortificazioni e mura lungo la costa settentrionale.
Finita l'epopea della Serenissima e del suo dominio su gran parte del Mediterraneo, l'isola passò per un breve periodo sotto il dominio napoleonico, e successivamente venne integrata nel nascente Impero Austroungarico. Fu quest'ultimo, per Lesina, un periodo lungo di pace e prosperità. Sotto gli Asburgo furono ampliati i porti, sviluppata l'attività della pesca e quella, ad essa collegata, della cantieristica. Anche gli scambi commerciali via mare registrarono un notevole impulso, con l'esportazione di vino, lavanda e rosmarino per l'industria francese dei profumi.
La crisi per l'isola si registrò nel XX secolo a causa sia del l'avvento della navigazione a motore, che tagliò fuori l'isola dalle nuove rotte mediterranee e oceaniche, sia per la piaga della "filossera" che colpì i vigneti e fece precipitare la produzione vinicola. Con la crisi, iniziò il periodo dell'emigrazione, sia verso la terraferma, sia verso il Nord Europa e le Americhe.
Oggigiorno, il turismo di massa l'ha scoperta e ne ha fatto una delle mete più esclusive di tutto il Mediterraneo, al pari di Mykonos nel Mar Egeo, e di Fiskardo, sull'isola di Cefalonia, nella Grecia ionica.

Come ha scritto l'inglese Hugh Johnson, "...ha una dentiera di montagne ed è allungata come un pesce...", Hvar ha un'alta dorsale al suo interno sulla linea Est-Ovest, con un tipico paesaggio carsico, il che significa poca o niente acqua in superficie, e quando piove (se piove !?!) scompare rapidamente nei crepacci del terreno.
Le numerose cisterne d'acqua disseminate nei campi e i muretti a secco di pietra che "terrazzano" i pendii delle zone interne, sono fondamentali per il successo odierno dell'attività agricola.
Sull'isola domina la macchia mediterranea, che si fa bosco nelle altitudini più elevate e scoscese, mentre si trasforma in pineta nei declivi che scendono al mare. Molto diffuso è anche il leccio.

Lesina-Hvar è importante nella storia della Croazia per essere stata durante il Rinascimento uno dei centri artistico-culturali più vivi e importanti del Paese. Uno dei centri da cui decollò la "letteratura croata", avendo dato i natali a scrittori famosi come Petar Hektorovic (Pietro Ettoreo) e Hanibal Lucic (Annibale Lucio).
Le chiese dell'isola contengono opere significative di famosi pittori veneti, come Tintoretto, Veronese, Gentile Bellini e... compagnia bella.

Una gemma preziosa incastonata in un collier, questa è Hvar-Città. Incastonata, per l'appunto, in fondo ad una baia splendida, profonda, immersa nel folto della macchia mediterranea, protetta verso Ovest e il mare aperto dall'isola di S. Klement (S. Clemente) e dagli altri isolotti rocciosi delle Pakleni Otoci (isole Spalmadori).
I molti la considerano la località 'regina' della Dalmazia e tra le più esclusive del Mediterraneo. C'è chi la definisce la "Saint Tropez dell'Adriatico". È il nuovo e forse l'ultimo paradiso dei "bohémien-chic', quello che negli Settanta del XX secolo, fu la leggendaria Mustique, l'isola delle Granadine (Caraibi) dove si rifugiavano i vari Mick Jagger, David Bowie, Paul Newman e la Principessa Margaret d'Inghilterra.
"Bellissima cittadina veneziana, molto vivace in estate. Anche in porto c'è un gran movimento. I posti barca per gli yachts alla banchina est sono attrezzati con corpi morti, acqua ed elettricità, ma limitati. La parte rimanente della banchina va lasciata libera.
Alcuni gavitelli nella parte sud-occidentale della baia (si paga una tariffa anche per rimanere all'ancora - "noblesse oblige!" -.
Attenzione: a volte in porto c'è un'onda fastidiosa già con venti lievi da Sud-Est ed Ovest..."
Così, il Portolano "777 - Porti e ancoraggi della Dalmazia e Adriatico Orientale -"
Da quanto sopra si evince che ormeggiare in banchina, lungo la famosa "Riva", è cosa ardua: una conquista! Per cui molti velisti preferiscono "rifugiarsi" nel vicino ACI-Marina di Palmizana, dove un servizio di "barca-taxi" fa la spola tra la baia e il porto di Hvar fino alle ore 22 circa. A dire il vero, in questi ultimi anni, in alta stagione - luglio e agosto - è molto problematico trovare l'ormeggio anche a Palmizana e nelle baie di tutte le Pakleni otoci, che fanno da corona a Hvar, letteralmente prese d'assalto da tutti i velisti in navigazione nel Medio e Sud Adriatico.

Il "SUF IV" è nella baia che porta al porto di Hvar, con l'isolotto di Sveti Klement a dritta e la piccola insenatura di Mala Garska a manca, e... affiorano i ricordi.
"La madre di tutte le battaglie": sono le ore 19, il tramonto... il momento magico! Il sole, sul suo "carro di fuoco", sta incendiando il cielo di un'esplosione di luce e colori... affogando letteralmente dietro le Isole Spalmadore - così chiamate perché lì venivano messe a secco e sbandate su un fianco le galee veneziane per 'spalmare' sulle carene la pece fusa. Per alcuni sono invece "Isole Infernali", perché in serbo-croato la 'pece' e 'l'inferno' hanno vocaboli simili, "Pakleni" -.
In rada, una muraglia di vele alla fonda, in un mare 'dorato', calmo e liscio come uno specchio: "la Mer aux yeux d'or".
Un solo posto in banchina lungo la "Riva", stretto tra le altre barche già all'ormeggio: un 'pertuso'!
Sull'imbarcazione "SUF IV" l'equipaggio è pronto ai rispettivi posti di manovra. Secchi e perentori suonano i comandi: "cagare l'ancora... dieci metri... venti metri... trenta metri... quaranta metri... Stop! Pronti con le cime d'ormeggio a poppa... Allargare le due barche sulle fiancate, ma senza spingere sui 'candelieri'... spingere sulla 'falchetta' o sulle 'sartie'... Uno a terra, a dar di volta alla 'bitta' e riportare le cime a bordo... Fare il 'doppino' e passare le cime di poppa nei 'passacavi'... Mettere in tensione la catena dell'ancora, verificando che il fondo sia 'ben tenitore'...". La barca è all'ormeggio... Si spegne il motore... "La barca è tra i pali", come si dice in gergo marinaro.
"La madre di tutte le battaglie" è vinta!
Sulla "Riva", all'ombra del "Leone di San Marco" dell'antico Arsenale... praticamente col "culo" sulla banchina! Proprio sulla "front-line". Un ormeggio perfetto, salutato dagli applausi delle barche vicine. Un posto prezioso, "strategico" (!).
Per festeggiare... Mao, in livrea bianca, con tanto di 'Panama bianco' (perfetto!), more solito - aduso al rito del "sapore di sale", quando, tutti nel mare del mezzogiorno, attendono Mao, in 'completo' bianco che nuotando trascinandosi il "bell-buoy", boa galleggiante con campanello, con al centro il bicchierone del "Martini Dry + olive" serve direttamente in acqua l'aperitivo -, dà la stura a tre bottiglie di "Prosecco Valdobbiadine", e serve nei bicchieri per "bagnare" schegge di Parmigiano Reggiano, tocchetti di Mortadella Bologna, Salame pepato 'Nostrano', carciofini, cipolline e peperoncini in 'agrodolce'... In una: l'Aperitivo! (con la maiuscola).
Al botto del "quarto tappo" di Mao, dal "Tahiti Ketch", imbarcazione accanto battente "Union Jack", bandiera britannica, si risponde con ugual botto e un fluire di "bubbles" nei calici, che si levano alti, mentre un coro intona:
"It's only me from over the sea
Said Barnacle Bill the sailor
... (Ripete)
Open the door, You dirty whore!
Said Barnacle Bill the sailor
... (Ripete)
It's me myself and nobody else!
Said Barnacle Bill the sailor
It's me myself and nobody else!
Said Barnacle Bill the sailor..."

Al che, dal "SUF IV", di rimando, sempre in coro:
"Sul mare luccica l'astro d'argento
Docile è l'onda prospero il vento
Venite all'agile barchetta mia
Santa Lucia Santa Lucia..."

A seguire, un sol coro, in un inno alla vita:
" My Bonnie lies over the Ocean
My Bonnie lies over the sea
My Bonnie lies the Ocean
Oh bring back My Bonnie to me..."

Sulla "Riva", intanto, è l'ora dello "spasigio" (struscio): un brulicare di colori e... varia umanità, un vociare di lingue e dialetti incrociati, schermaglie di idiomi e linguaggi dal Mondo, voci e suoni di Mediterraneo.
Posto 'strategico' lungo la banchina dell'Arsenale, per seguire lo "struscio" serale. Un... corpo a corpo di ragazza Dalmate - tra le più belle! -, svedesi, inglesi, francesi, tedesche, olandesi e, perché no, italiane. È un interminabile défilé di caftani, pareo, tuniche e... trasparenze con seni al vento... Un'apoteosi, una gioia per gli occhi...

"Et Vous etes passee
Demoiselle inconnue
A deux doigts d'etre nue
Sous le lin Qui dansait..."
(Come cantava Jacques Brel, dalle Isole Marchesi)

Le sorprese non sono finite. Dalla flotta nemica (!), nel bel mezzo della rada, dove la sera distende già le sue dita d'ombra, "Ali' Babà"
al timone di un 'Elan 47', un'imbarcazione di quattordici metri circa, conquista spazio facendo letteralmente lo 'slalom' tra le vele all'ancora, e porta il suo "legno" a... sedersi direttamente al bancone del "Carpe Diem", il locale più 'a la page' di Hvar.
L'atmosfera è da bar esotico, ricercato: legno, palme, tende bianche, e, naturalmente, musica "lounge" e "chill-out", stile "Basil Bar" di Mustique, e/o "Buddha Bar" di Montecarlo.
"Si viene in pareo, per l'after beach Party, dalle 19..."
"È un must" (!)
Sicuramente un "levantino", Ali' Babà, oltre alla bandiera slava, 'di cortesia' - bandiera del Paese ospitante - issa anche una bandiera svedese e una bandiera norvegese, in onore degli ospiti di bordo: ospiti al femminile, come si scoprirà all'indomani, nell'ora del bagno, grazie all'ausilio dello 'Swarosky', inteso come binocolo.
"Dopo la conquista di Hvar, i corsari della Serenissima conquisteranno anche Palmizana, la maggiore delle Pakleni otoci, la più lussureggiante, la più affascinante... un parco botanico, regno della famiglia Meneghello".
Ma di questo si parlerà dopo aver completato la visita di Hvar Città.

C'è, ripetiamo, chi la considera la più bella località della Dalmazia Sicuramente è una "regina", ricca come poche altre di storia, di monumenti, di capolavori d'arte e di cultura.
Situata nella parte occidentale dell'isola, all'interno di una baia profonda sei chilometri e ben protetta dall'isola di Sveti Klement, la città di Hvar fu, in passato, un porto molto importante sulle rotte adriatiche, da e per Venezia, tant'è che venne scelta dalla Serenissima come base invernale per il ricovero della sua flotta di galee. Come riportano le cronache dell'epoca: "...nel porto di Lesina sostano tutte le navi che vanno nel e tornano dal Levante..."
(Leonardo Venerio e Girolamo Contaremo, in una relazione del 1535)
Dell'antica colonia greca col nome di Dimos e di quella romana successiva col nome di Pharia, sono rimaste poche tracce. Il suo massimo splendore lo registrò quando divenne un centro commerciale strategico della Serenissima.
"Lesina divenne una delle città più progredite e civili dell'Adriatico"
Così riporta Giustiniani, un patrizio di Venezia.
Lo sviluppo economico, civile e culturale della città inizia alla fine del XII secolo, quando divenne capoluogo dell'isola e col conseguente trasferimento della sede vescovile da Starigrad.
La città medievale prese corpo tra il XII e il XIII secolo sul lato settentrionale dell'attuale piazza, ed era localizzata ai piedi di un antico castelliere illirico ora sovrastato dalla fortezza.
Ma l'epoca dell'espansione urbanistica della città coincide con il consolidamento del dominio veneziano, all'inizio del XV secolo.
Ovunque si impose lo stile "gotico fiorito" tipico di Venezia.
Fu ampliata la cattedrale risalente al XII secolo, furono completate le mura di cinta tra le porte di città a Sud, a Est e a Ovest, conferendole un assetto triangolare. Sorsero le case "tardogotiche" e, presso il porto, fu costruito il Palazzo del Rettore, in modo che le autorità potessero controllare gli accessi dal mare.
I secoli XV e XVI furono per Hvar città il periodo di massimo splendore. Proprio a quell'epoca si devono i palazzi e i monumenti architettonici più belli, nonché le iniziative culturali più importanti.
Di tutto questo splendore rimangono tutt'ora tracce importanti.
La porta principale, Porta di S. Maria di Lesina, affiancata da torri quadrilatere merlate, conduce alla piazza, centro nevralgico e vivace di Hvar, inconfondibile col suo selciato levigato e con al centro un pozzo.
La "Loggia di città" è considerata uno dei monumenti architettonici più belli della Dalmazia, una "gemma" dell'arte rinascimentale. Con le sue panchine in pietra per il rettore, i giudici e il pubblico era parte integrante del più grande complesso del Palazzo del Rettore. Di quel Palazzo, oltre alla Loggia si sono conservati la monumentale vera del Pozzo, l'architrave di una cappella, due leoni veneziani e la "Torre dell'Orologio", una delle quattro torri angolari dell'antico Palazzo. Davanti alla Loggia si leva la "Colonna dello stendardo", usata al tempo anche come "Colonna infame", dove venivano esposti al pubblico ludibrio i colpevoli di reati gravi.
La Loggia nel 1860 fu trasformata in caffè-bar, attualmente uno dei ritrovi più alla moda di Hvar. Ad occupare parte del sito su cui sorgeva l'antico Palazzo dei Rettori c'è ora l'Hotel Palace.
Vicino alla Torre dell'Orologio e all'albergo Palace, si trova un altro monumento architettonico importante: il Palazzo Ettoreo, in stile "gotico fiorito", con bellissime finestre e numerosi stemmi immurati.
Il lato orientale della piazza è chiuso dalla Cattedrale di Santo Stefano, costruita tra la fine del XVI e l'inizio del XVII secolo, in stile Rinascimentale lombardo, sul sito dove esisteva un'abbazia benedettina del XII secolo, inizialmente fu dedicata a Santa Maria di Lesina. Col l'annesso campanile, ben visibile e inconfondibile, con le sue monofore, bifore, trifore e quadrifore, costituisce un monumento architettonico armonioso che contribuisce a dare un assetto urbanistico 'finito' e stilisticamente perfetto alla piazza e a tutto il nuovo centro cittadino.
L'Arsenale, con la sua facciata inconfondibile rivolta verso la "Riva", chiude in senso longitudinale un altro lato della piazza.
È, senz'ombra di dubbio, l'edificio "laico" più monumentale di Hvar. Costruito nel periodo di massimo splendore della città, tra la fine del 1500 e l'inizio del 1600, durante il dominio della Serenissima, accoglieva la 'galea armata' del Comune che veniva posta a disposizione della flotta veneziana in caso di guerra.
L'Arsenale, provvisto anche di uno scalo per il 'varo' e 'l'alaggio', veniva altresì utilizzato per i lavori di manutenzione delle navi da guerra veneziane, 'galee' e 'galeazze'.
In seguito, fu costruito un piano superiore all'Arsenale da adibire a teatro, mentre accanto ad esso, sul lato settentrionale, venne realizzato un "Fontico" (o Fondaco), come dogana e magazzino per il deposito delle merci.
Attualmente, l'Arsenale accoglie l'Archivio storico e una piccola galleria d'arte, mentre il Fontico è adibito a negozio. Nel Teatro, invece, si può ancora ammirare la 'polena' di prua, raffigurante un drago, appartenuta alla galea di Lesina che partecipò con la flotta veneziana alla battaglia di Lepanto, galea il cui nome era "Il Drago".
Di fronte all'Arsenale e in direzione Ovest si sviluppa la "Riva", detta anche "Fabbrica", con enormi 'bitte' per l'ormeggio.
Costruita tra la metà del 1400 e la metà del 1500, con enormi blocchi di pietra, serviva per l'ormeggio invernale della flotta veneziana dell'Adriatico orientale.
Altro monumento architettonico degno di nota è il "Palazzo Paladini", sempre in stile "gotico fiorito" Veneto e Rinascimentale, restaurato nell'Ottocento, dall'aspetto imponente, si trova contro le mura di cinta. Ma, "perdendosi" tra i vicoli e le 'calli' del centro storico, si possono ammirare altre case monumentali.
Completano il panorama delle 'testimonianze storiche' le Fortezze. Facevano parte dell'intero sistema di fortificazioni la cui costruzione proseguì per secoli.
La più importante la si può trovare risalendo una via a scalinata che parte nei pressi del Palazzo Ettoreo e arriva fino all'antica 'cittadella' che sovrastava la città. Oggi è comunemente nota come "Forte Spagnolo", essendo stata costruita con l'aiuto delle truppe spagnole alleate di Venezia contro i Turchi, ed è adibita a nightclub e discoteca, molto frequentata dai giovani di Hvar, turisti e non.
Dalle sue numerose terrazze si può spaziare lo sguardo su panorami meravigliosi, unici!
Un'altra fortezza, conosciuta col nome di Forte Napoleone perché costruito dai francesi, si trova in cima al colle di S. Nicolò, e funge da Osservatorio astronomico e sismografico.
Una terza fortezza si trova sul promontorio boscoso di S. Caterina, anche questa costruita dai francesi e chiamata "Batterie de droite".
Infine, sul Poggio della punta che chiude il porto a sinistra dell'entrata, si trova la quarta e ultima fortezza, eretta sempre dai francesi, denominata "Batterie de gauche".

Ed è proprio la "Batterie de gauche" che l' equipaggio del "SUF IV" saluta per andare a gustare il miglior 'brodo di pesce' di tutto l'Adriatico... "Chez Meneghello", dai Meneghello, come dicono i francesi, a Palmizana sull'isola di Sveti Klement, nelle "braccia accoglienti" dell'ACI-Marina.
Nonno Meneghello fu il primo della famiglia ad insediarsi sull'isola. Piantò piante tropicali, importate dai mari del Sud, dando vita, appunto, a un vero e proprio orto botanico, lussureggiante e affascinante.
Sua figlia Dagmar, giornalista di Zagabria, amica di scrittori come Predrag Matvejevic (autore di "Mediterraneo: un nuovo breviario"), pittori, musicisti, artisti, ha trasformato la vecchia villa paterna in qualcosa di unico: un "rifugio", spirituale e selvaggio insieme, un vero angolo di Paradiso. Intellettuale, gallerista, collezionista d'arte, è una 'mecenate' ed è l'anima di questo luogo fuori dal tempo, circondato dal mare ed immerso nella natura che esplode di colori e ti ubriaca di essenze e profumi, dal pino, al rosmarino, dal mirto, alla lavanda...
Con la figlia Tarin, gestisce il Resort bohémien e Ristorante "Chez Meneghello"... Un 'must' sulla "rotta della busara".
E mentre sei seduto sotto i rami dei pini che ti sfiorano i capelli, affacciato sul mare e, al lume di candela, stai gustando un antipasto di tartufi di mare nell'attesa del mitico 'brodo di pesce' e, a seguire, degli 'scampi alla busara', tra la penombra, scorgi nel tavolo accanto John Malkovich, impegnato anche lui con la 'busara'... Sì, proprio lui, il famoso attore americano, protagonista di tanti film di successo, che da anni trascorre le ferie estive a Palmizana, ospite dei Meneghello.
E, mentre sei lì tra cielo e mare, colori e profumi, sapori e pensieri... di sotto agli alberi fa' capolino la luna piena... bella, tonda che... "non finiva mai..." A coronamento di una notte magica, dal fondo della sala ti raggiungono le note della tromba "malinconica" di Chet Baker, il preferito di Dagmar, squisita anfitrione, e a seguire la sua voce inconfondibile in...
"My funny Valentine sweet comic Valentine
You make me smile with my heart..."

Prima di lasciare l'isola di Hvar alla volta di Vis (Lissa), due altre località meritano l'approdo: Starigrad (Cittavecchia) e Vrboska (Verbosca).
I velisti solitamente mettono la prua su Starigrad dopo essere approdati a Hvar città e aver navigato tra le Pakleni Otoci, inoltrandosi nel dedalo di isole, isolette e scogli e "scoprendo" baie, insenature e calette meravigliose, con l'acqua di specchio color turchese, smeraldo e blu cobalto. In particolare, non si può lasciare questo 'Eden' senza cagare l'ancora di fronte all'isola di Jerolimin (Girolamo) per fare un bagno "nature" (il rito di "Sapore di Sale"), essendo questa la meta prediletta di tutti i naturisti, con campeggi "KK".

Mollati gli ormeggi dall'ACI-Marina di Palmizana il "SUF IV", riprende la navigazione lasciando Sveti Klement "sul lato mancino" e puntando decisamente su Capo Pellegrin, la punta estrema occidentale dell'isola di Hvar, doppiato il quale si fa rotta per Starigrad. L'aria è buona: una brezza di "maistro" (maestrale) attorno ai dieci nodi. La distanza non è molta, 12/13 miglia, col vento al traverso si dovrebbe arrivare in non più di tre ore.
Entrati nell'ampia e profonda baia - lunga sei chilometri circa - nel fondo dell'imbuto si intravvede Starigrad, in particolare il campanile della Chiesa Parrocchiale di S. Stefano, 'punto cospicuo' d'orientamento. Come sempre, in prossimità di una meta designata si viene colti da un senso dì sollievo e rilassamento. Essendo l'ora giusta - quasi mezzogiorno - si va all'ancora in Luka Tina, una piccola baia disabitata, per celebrare il consueto rito di "Sapore di Sale"...
Dopo il "mezzogiorno di cuoco" (!), si salpa l'ancora e si va all'ormeggio a Starigrad, la Cittavecchia.
Dal 'portolano': "Starigrad-Cittavecchia - Posti barca alla banchina Sud con corpi morti, acqua ed elettricità; di fronte sono presenti alcuni gavitelli. Occasionalmente violente raffiche da Est in porto, soprattutto con lo Yugo (Scirocco). Quando il Maestrale soffia forte da Ovest provoca onda."
Solita manovra... dopo aver fermato la prua alla cima del 'corpo morto' e la poppa con le due cime alle 'bitte' della banchina, si spegne il motore, un sospiro di sollievo: "la berca la è ti pel!" - la barca è nei pali, all'ormeggio, sicura... Per cui... "Tutti a terra!"

Quanto Hvar-città è vivace, frenetica, "agitata" e continuamente invasa da frotte di turisti, tanto Starigrad è tranquilla, appartata, "riposante", solo sfiorata dal turismo di massa; è, quest'ultima, quello che può essere definito il vero rifugio del navigatore solitario, amante del mare e della natura.
Anche se può vantare origini antichissime - si è già scritto della sua fondazione da parte dei Greci dell'isola di Pharos, nel 384 a.C.- e un passato glorioso di capoluogo dell'isola, l'aspetto è quello di un borgo di pescatori, marinai e agricoltori, con le sue piccole case in pietra "abbracciate" le une alle altre lungo vicoli e viuzze che portano al porto, le antiche 'botteghe', l'osteria dove i vecchi del paese si ritrovano al tramonto per raccontare, tra un bicchiere e l'altro, antiche storie di navigazioni, pescate favolose e naufragi, la vecchia, rigorosamente vestita di nero, seduta fuori sui gradini di casa che guarda e saluta tutti quelli che passano... Il tempo si è fermato. Pare di essere piombati all'Ottocento... Un ritorno al tempo andato, al tempo antico.
Testimonianze della Cittavecchia che fu sono: il "Battistero" paleocristiano accanto alla medievale Chiesa di San Giovanni, risalente al XII secolo, la Chiesa Parrocchiale di S. Stefano, costruita nel 1605, il "Covento Domenicano", fondato nel 1482, distrutto dai Turchi nel 1571, poi ricostruito e fortificato.
"Petrus Hectoreus Marini filius proprio sumptu et industria ad suum et amicorum usum construxit"
Questa iscrizione si può leggere sull'ingresso del Palazzo-fortezza che con la sua mole caratterizza il centro della cittadina. Se lo fece costruire, come sua residenza, il poeta Pietro Ettoreo Hektorovic che a Cittavecchia ebbe i natali e visse fino al 1572. Davanti all'edificio si può ammirare il busto del poeta.

Riposati membra e spirito, si mollano gli ormeggi per la meta successiva: Vrboska.
Si naviga lungo il canale che separa l'isola di Hvar dall'isola di Brac, tenendo quest'ultima sempre sul... "lato mancino".
Poche miglia, in tutta tranquillità, procedendo a 'vela e motore', con il "burino" mattutino che ti accarezza il viso, e... affacciata sul mare, circondata da pinete, oliveti e vigneti, ecco apparire Vrboska. Un borgo di poche anime, prevalentemente pescatori e agricoltori, però molto particolare. Il paese è praticamente diviso in due: la "Piazza", sulla riva settentrionale, e la "Padua", sulla riva opposta. Due quartieri separati dall'acqua e collegati da ponti che... "Par proprio d'essere a Murano". Con le case sull'acqua, riflesse nelle onde, le calli strette che formano un labirinto. Una immagine inusuale per la Dalmazia.
I vecchi ti dicono che le oscillazioni dell'acqua nei canali fungono da barometro: "ti dicono che tempo che fa" (!)
Un promontorio: Capo Glavizza, protegge l'insenatura e la cittadina dai forti venti.
Stazione turistica importante per le sue spiaggie. Ovunque, i viottoli che attraversano le pinete portano alla marina.
Anche Vrboska... "vaut bien une messe"! Non foss'altro per i capolavori d'arte che si possono ammirare nelle sue chiese: i più importanti dell'isola.
Nella Chiesa di S. Lorenzo si può ammirare un meraviglioso 'trittico' con i santi Lorenzo, Giovanni Battista e Nicolò, attribuito a Paolo Veronese anche se c'è chi è disposto a giurare che l'autore sia stato Tiziano Vecellio. Notevoli sono pure una 'Madonna con medaglione' di Leandro Bassano - Leandro dal Ponte, detto Bassano, nato a Bassano del Grappa e figlio di Jacopo Bassano, visse a Venezia dalla fine del 1500 fino alla morte nel 1622. Fu influenzato dal Tintoretto - e una 'Deposizione di Cristo' di Giuseppe Alabardi - Giuseppe Alabardi, detto lo Schioppi, visse a Venezia nella seconda metà del XVI secolo, è ricordato tra i pittori di Scuola Veneta, in particolare come 'pittore di prospettive e scenografo' -.
Completano il ventaglio dei capolavori d'arte un notevole 'coro' barocco e una 'croce d'argento' con figure di santi.
La "Chiesa-fortezza" di Santa Maria, del 1575, che domina da una altura l'abitato è di per se' un altro monumento architettonico importante: un edificio rinascimentale di vaste dimensioni, originale e raro a trovarsi in Dalmazia.
Da ultima, la Chiesa di San Pietro sulla riva, che risale al 1300, riporta in una nicchia sulla facciata la statua gotica di un santo attribuita alla Scuola di Niccolò Fiorentino.

"Un'onda rompe su una spiaggia lontana
Lontana... dove non è facile l'approdo
E... il vento porta pioggia da un mare lontano
Lontano... dove la pioggia non bagna
E dopo la pioggia è subito cielo azzurro
Lontano... Lontano..."

("Far Away" di Kepp/Van Hausen, cantata da Jack Jones)

"Voila' l'ete' J'apercois le soleil
Les nuages filent et le ciel s'eclaircit
Et dans ma tete qui bourdonnent?
Les abeilles!
J'entende rugir les plaisirs de la vie
...
Enfin l'ete'
Voila' l'ete'
Enfin l'ete'..."

("Voila' l'ete'" - Les Negresse Vertes -)

"Finalmente, in un deserto bagnato dal mare
Immerso nel verde
Ho ritrovato una cosa impossibile: la felicità
...
Qui ho assorbito l'anima di tutti i mari infiniti...
Mi sono detto:
Lissa mi è più cara dell'intero Adriatico..."

(Giacomo Scotti)

La prima volta del "SUF IV" a Vis (Lissa) fu il 1989, il primo anno che venne aperta al pubblico. Fino ad allora l'isola era stata una base navale militare, "off limits" ai turisti.
Quando si arrivò all'ormeggio in banchina, sulla "Riva" di Vis-città, poche barche, battenti bandiera svedese. Anche se in molti la decantavano come un paradiso terrestre, essendo vietata e trovandosi in mare aperto a più di 20 miglia da Hvar, erano in pochi a metterla sulla loro rotta, solo per ammirarla da lontano senza poter entrare ed ormeggiare in porto. Per cui, per i molti, era un sogno, un "mito"... Ma, dalla sua apertura al turismo, è diventata la meta prediletta dei velisti, in particolare gli svedesi che ne rivendicano la "primogenitura" della scoperta, e in alta stagione viene letteralmente presa d'assalto. Nei giorni di punta si sono contate più di 200 barche all'ormeggio. Per garantirsi un posto barca in banchina, conviene arrivare prima delle ore 12.
Stagliandosi con le sue coste alte e rocciose è l'isola più esterna della Dalmazia - Bisevo a parte, ma è poco più di uno scoglio -
È la "sentinella dell' Adriatico". Da sempre, sul piano strategico militare Lissa/Vis occupa una posizione chiave nell'Adriatico, per questo fu definita a volte la "Gibilterra adriatica", altre volte la "fortezza dell'Adriatico".
Fu abitata fin dall'antichità: col nome di Issa fu la prima colonia Greca, cui seguì Pharos/Lesina. Fu, ancora, l'ultimo rifugio delle popolazioni romaniche di terraferma in fuga dalle invasioni barbariche.
Per quattro secoli, fino al 1797, appartenne alla Serenissima Repubblica di Venezia, quale nodo strategico in Adriatico e crocevia fondamentale nelle rotte del Mediterraneo.
Di tale periodo rimangono tracce indelebili nell'architettura degli edifici e, soprattutto, nel dialetto croato locale, come, d'altronde, in buona parte delle località dalmate.
È storica la "Battaglia di Lissa" del 20 luglio 1866, tra la flotta italiana al comando dell'ammiraglio Persano e la flotta austro-ungarica dell'ammiraglio von Tegetthoff, nella Terza Guerra d'Indipendenza, battaglia che segnò la sconfitta disonorevole dell'ammiraglio Persano e... la morte di uno dei Malavoglia.
Fu anche la prima "capitale" della parte di Yugoslavia liberata dall'oppressione nazista dai partigiani di Tito.

"L'ultimo paradiso naturalistico del Mediterraneo", secondo il WWF.
"Una perfetta via di fuga estiva per vacanze understated (sostenibili)", per il Financial Time, che aggiunge: "Spiagge deserte, mare cristallino e... pesce freschissimo".
Acque trasparenti e calette "nascoste" sono una sorprendente scoperta, così turchesi e deserte, come la Baia di Rogacic o Luka Rogacic, una profonda insenatura blu di una bellezza quasi violenta.
Andare all'ormeggio direttamente in banchina sulla Riva di Vis-città è un "rito" come a Hvar: un "must", con tanto di "aperitivo" e "spasigio" (struscio) serale, ma conquistare un posto barca è, negli ultimi anni, veramente la... "madre di tutte le battaglie".
Conviene riparare a Kut, sempre all'interno della grande baia di Vis. È il borgo più antico di Vis, fu costruito intorno alla cinquecentesca Chiesa di Saint Cyprian. Borgo pittoresco con i suoi vicoli che portano al porticciolo, dove una banchina con 'corpi morti' consente l'ormeggio, protetto dalla bora... E, scesi dalla barca, ci si trova direttamente seduti ai tavoli della Konoba Kantun.

"Lissa è davvero uno scrigno colmo di tesori da proteggere...
Le praterie di poseidonia, quelle 'foreste' marine che lungo le coste assicurano ossigeno e prevengono l'erosione. Le sue grotte sottomarine sono ricche di coralli... E ha un mare pescosissimo..."
(Giacomo Scotti)

È letteralmente baciata dalla Dea fortuna, potendo contare su un clima mite, con temperature che d'estate non superano i 25 gradi e scarsissime sono le piogge.
"Lontano... dove la pioggia non bagna
E dopo la pioggia è subito cielo azzurro
Far Away..."

L'altra località importante dell'isola è Komiza (Comisa), che si trova dalla parte opposta, a Ovest, di fronte al mare aperto, per cui per arrivarvi bisogna fare il giro dell'isola con due ore circa di navigazione.
Komiza giace nell'angolo Nord-orientale di una larga baia, ai piedi del monte Hum che la protegge dai venti settentrionali. Sulle alture scoscese si possono intravedere le rovine di alcuni forti austriaci. In mezzo al porto sorge il "Castello", il cui anno di costruzione, 1585, risulta su uno stemma vicino all'orologio.
I suoi abitanti usano dire che la loro città poggia su fondamenta di 'sardelle' (sardine), essendo la pesca la loro attività principale. E chi non va a pescare lavora nelle fabbriche per la conservazione del pesce.
Qui, si possono gustare le più maestose aragoste del Mediterraneo.
Allora, il 1989, una mangiata di aragoste costò all'equipaggio del
"SUF IV" un conto di 3.500.000 vecchi dinari - era ancora Yugoslavia, con una svalutazione 'galoppante', per cui il dinaro, moneta ufficiale, non valeva più niente -
Altra fonte economica per l'isola è la coltivazione della vite e la produzione del vino. In particolare due vini lissani sono noti e importanti: il "Tibidrago" (rosso) e "Bilza" (bianco), vini che, unitamente al vino "Schiavon", venivano trasportati con i 'trabaccoli'
- antica imbarcazione da trasporto tipica dell'Adriatico - a Venezia per garantire agli abitanti della Serenissima di farsi... le "ombrette".
Dal porto di Komiza, navigando verso Sud per cinque miglia si arriva a Bisevo (Busi). Più che un isola ha l'aspetto di un 'faraglione', ma ne vale la pena per visitare la grotta marina di "Modra", o Grotta Azzurra. Profonda 34 metri, larga 17, alta 6, ha un'apertura molto bassa: m. 1,50 rispetto alla superficie dell'acqua, per cui l'accesso è possibile soltanto quando il mare è piatto, e bisogna entrare con il 'tender', il gommone di bordo.
Ma lo spettacolo che si presenta a chi entra è incomparabile, unico. Nelle ore antimeridiane i raggi del sole si riflettono dal fondo bianco illuminando la grotta di luce azzurra, mentre gli oggetti prendono il colore dell'argento. Sulle pareti le rocce si incendiano di uno splendore giallo-rossastro e riflessi, contrasti, colori... a riprodurre l'intero spettro dell'iride.
I molti sostengono che questa grotta sia più bella della tanto celebrata grotta di Capri.

Con lo sguardo volto a salutare Vis e navigando verso Split (Spalato), il pensiero corre alla tante isole, isolotti, baie, insenature anfratti che compongono gli arcipelaghi dalmati: una vera "manna" per i pirati del... Jadransko More: Narentani, Turchi, Saraceni, Barbarechi, Uscocchi. Rifugi sicuri, possibilità di fare provviste alimentari e scorte d'acqua, ma, soprattutto, la possibilità di piombare improvvisamente e velocemente sui convogli che battevano le rotte adriatiche da e per il Mediterraneo.

"Alle taverne del porto ve lo diranno un po' tutti...
Non è per le tempeste: quelle si conoscono e vanno temute al punto giusto, come sempre. No, è dei pirati che bisogna avere paura: perché questo mare ormai ne è pieno. E mica sono solo turchi, aggiungono dal tavolo accanto: c'è di tutto su quelle fuste e quelle feluche, musulmani e senzadio; ci sono gli Uscocchi di Segna, i pirati di Almissa, i Narentini, i Dolciniotti, quelli di Valona, gli Ottomani (dai Balcani) e i Barbareschi dall'Africa...
La sapete ad esempio la storia dell'uscocco Josip Racic?
Era nato a Pago, in terra veneziana, e a fare il pirata aveva cominciato presto. Poi andò che un giorno finì in mano al turco e lì decise di cambiare bandiera. Cambiò vesti e religione, si imparò la lingua turchesca, mettendosi pure a leggerla e a scriverla. E divenne un grande conoscitore di carte e portolani... con tutte le coste, i porti, le isole, le secche e le città lussuosamente rappresentate a colori. Tanto si distinse che il suo padrone Uluk, in punto di morte lo fece erede della fusta, della sua dimora e già che c'era di una giovane circassa presa in Mar Nero.
Il nostro non se lo fece dire due volte: si armò di tutto punto con cannoni delle Fiandre e si riempì di cose da sparare: granate, palle incatenate, proiettili da fiancata, cariche di mitraglia.
Così ben armato fece rotta verso l'Adriatico che ormai anche lui chiamava in turchesco 'Dira Banadiya' (il braccio di Venezia).
Entrato nel golfo si tenne sul mezzo mare, ora veleggiando, ora con i remi, ma senza forzare gli uomini, che dovevano servirgli al momento giusto. E cosi' facendo avanzò verso Ancona che sapeva posta sotto un monte ben visibile ed essere approdo di mercanti e navi d'ogni bandiera. Nel volgere di poco tempo, portò lo scempio in quella costa. Catturò una 'cocca' ragusana carica di rasi, di molte finezze e ben provvista di denari, la spogliò tutta e poi le diede fuoco, falsamente inseguito da due barche papali che ben si guardarono da ingaggiare combattimento con lui (pur facendo grande strepito di cannone).
Prese poi, in sequenza, una barca di pellegrini che andava a Loreto, che rivendette ad un altro corsaro, e una veloce feluca che recava messaggi a Venezia. Naturalmente era un po' troppo e i veneziani non stettero a guardare: seguirono anni di guerre e di assalti, di arrembaggi e di stragi.
Ma talvolta il fato è generoso e Josip sopravvisse a tutto: si spense trent'anni dopo, ben distante dalle coste adriatiche, nei lussi del suo piccolo regno d'Algeri, al centro del Mediterraneo."

("Quando guidavano le stelle" - Alessandro Vanoli)

"Il dispaccio delle prede è il vero fomite del corso, altrimenti le robbe predate marcirebbero in Barbaria, et il Corsaro, in bottini inutili, si raffredderebbe...
Però in Algeri et in Tunesi risiedono mercanti Livornesi, Corsi, Genovesi, Francesi, Fiamminghi, Inglesi, Giudei, Venetiani e d'altri stati... Questi comperano tutte le robbe predate."

(Gabriele Salvago, diplomatico veneziano, corrispondenza del 1625)

"... E questa a l'è a me stoia
E t'a veuggiu cunta'
'N po' primma ch'a a vegiaia
A me peste 'ntu murta
E questa a l' è a memoia
A memoia du Ciga
Ma 'nsci libbri de stoia
Sinan Capudan Pascià..."

("Sinan Capudan Pascià" - Fabrizio de Andre' -)

La rotta per Split è quella seguita dal 'ferry' da Ancona: lo stretto passaggio tra l'isolotto di Arkangel e Mali Drvenik, dove un faro su uno scoglio indica l'allineamento.
In un tripudio di luce e colori Split appare dritto a prua, a levante, a 90 gradi bussola.
È l'alba: mare e cielo sono di identico colore, si confondono, la linea dell'orizzonte sfuma tra le diverse tonalità di colore.
Ecco che il sole fa capolino tra le cime del Velebit: il momento migliore per entrare in rada. Lo sguardo vola, come ali di gabbiano,
e abbraccia, in una panoramica unica, le massicce e possenti mura che, nel XV secolo, i Veneziani edificarono per difendere la città dai continui assalti dei Turchi - "lo nero periglio che vien da lo mare" -.
Mirabile la "Riva", il celebre lungomare della città, un simbolo caro agli spalatini, costruita in tempi relativamente recenti lungo la fiancata meridionale del Palazzo di Diocleziano: l'autentica "perla" della città di Spalato.
Il nome Spalato deriva dalla "ginestra spinosa" (spalatro), arbusto molto diffuso nella regione.
Reperti archeologici danno testimonianze della sua origine antica. Col nome di Aspalathos fu colonia dei Greci di Siracusa. Fu fondata nel 395 a.C. durante il dominio del Tiranno Dionisio il Vecchio.
Mentre col nome di Spalatum divenne città romana, sviluppatasi attorno allo sfarzoso Palazzo dell'Imperatore Diocleziano, che governò nel periodo che va dal 295 al 304 d.C.
Nei secoli successivi, gli abitanti della vicina Salona - allora capitale romana della Dalmazia - per sfuggire alle incursioni degli Avari e degli Slavi, si rifugiarono fra le sue mura.
Dominii diversi caratterizzarono la sua storia a seguire.
Dapprima gravitò nell'orbita di Bisanzio, godendo però di una certa autonomia. Successivamente fece parte del Regno Croato, prima, e del Regno Magiaro-Croato, dopo. Poi, per quattro secoli, fece parte, come porto importante sulle rotte adriatiche, dei dominii della Serenissima - numerose sono le testimonianze di questo periodo -
Finita la dominazione veneta, passò sotto la sovranità austriaca. Il resto è storia recente.
A più riprese, e sempre per pochi anni, batté bandiera italiana.
Nell'immediato dopoguerra, 1945, fu parte della Repubblica Socialista di Yugoslavia. Infine, dopo la guerra fratricida del 1990/91, dal giugno 1991 è città importante della nuova Croazia indipendente.
L'Impero Ottomano invece non riuscì mai a conquistarla.

L'arte dalmata è dominata dal 'romanico', dal 'bizantino' e dallo 'stile veneziano'. La scultura romanica ha rapporti stretti con Venezia, e riflette, se pur modificate e trasformate, le forme bizantine. Esempi se ne trovano nel battistero e nel duomo di Spalato. L'architettura romanica si rifà al 'bizantino ravennate', vedi la Cattedrale di Zara. La porta del Duomo di Trogir è scolpita in forme romaniche affini a quelle veronesi.
Il 'gotico fiorito', minuziosamente lavorato, si può vedere a Sebenico, a Dubrovnik, a Hvar. Le forme decorative del 'gotico fiorito' giunte da Venezia, si ritrovano in vari monumenti di Trogir, Hvar, Zara...
L'arte veneziana domina per secoli tutta la Dalmazia.
Si può affermare che non vi sia alcuna soluzione di continuità fra l'arte del Veneto e quella della Dalmazia.

L'imperatore romano Diocleziano nacque in Dalmazia. Ancora giovane divenne "tribunus militum", ossia generale.
Quando i suoi soldati lo proclamarono imperatore romano, all'età di quarantun anni, governò da sovrano assoluto, secondo l'uso orientale. Nel 305 d.C. abdicò e, per vivere in pace e tranquillo, ordinò che gli fosse eretto il Palazzo, sua residenza, ai piedi del Monte Marjan, in una quieta e assolata baia al riparo dai venti dell'entroterra e nella cornice della micronesia dalmata.
È uno di quegli edifici che compaiono una volta soltanto nel giro di un'epoca. Intelligente combinazione di sfarzosa villa romana e di accampamento militare, con molti elementi dì architettura ellenistica.
La bellezza della natura si sposa con la sicurezza della posizione, di fronte al mare, per cui Diocleziano poteva imbarcarsi appena messo piede fuori della residenza, direttamente dalla parte "solenne" del Palazzo.
Alla sua edificazione cooperarono maestranze e artisti orientali e occidentali, come le caratteristiche stilistiche della costruzione evidenziano. Di forma rettangolare, aveva sedici torri che difendevano gli accessi dai lati di terraferma, soltanto due di esse erano rivolte al mare. Delle torri, andate quasi tutte distrutte, rimane poca traccia.
A metà di ogni muro perimetrale si apriva una imponente porta.
Esattamente: "Porta Ferrea", "Porta Argentea" e "Porta Aurea", che si evidenziano e distinguono per i loro elementi architettonici e scultorei.
Nel 'vestibolo', dal quale si accedeva alle stanze imperiali, oggi si tengono gli spettacoli della "Estate Spalatina", mentre le ampie stanze vengono usate per convegni, mostre ed eventi culturali.
Nel 'peristilio', una vasta piazza centrale che univa la parte settentrionale e quella meridionale del Palazzo-città, due 'sfinge' sembrano guardare il viavai della gente, resistendo all'usura del tempo, testimoni della supremazia dell'arte e della cultura.
Quello che era il mausoleo dell'imperatore è stato successivamente trasformato in quella che è l'odierna Cattedrale di San Doimo.
Oggi, il Palazzo di Diocleziano fa parte del patrimonio universale tutelato dall'UNESCO.
Ma, Palazzo a parte, è bello "perdersi" per le viuzze, androni e cortili, del centro storico, lasciandosi guidare dal gusto estetico più che dall'ordine planimetrico delle mappe.

"Vanno vengono
Ogni tanto si fermano
E quando si fermano
Sono nere come il corvo
Sembra che ti guardino con malocchio
Certe volte sono bianche
E corrono
E prendono la forma dell'airone
O della pecora o di qualche altra bestia
...
Certe volte ti avvisano con rumore
Prima di arrivare
E la terra si trema
E gli animali si stanno zitti
Certe volte ti avvisano con rumore
Vanno Vengono Ritornano..."

("Le Nuvole" - Fabrizio de Andre' -)

"Onda per onda batte sullo scoglio
Passan le vele bianche all'orizzonte
Monta rimonta or dolce or tempestosa
L'agitata marea senza riposo
Ma onda e sole e vento e le vele e scogli
Questa è la terra, quello l'orizzonte
Del mar lontano, il mar senza confini..."

("Onda per onda batte sullo scoglio" - Carlo Michelstaedter -)

"Onda su onda
Il mare mi porterà
Alla deriva
In balia di una sorte bizzarra e cattiva
Mi sto allontanando ormai...
Onda su onda
Stupenda isola è
Il clima è dolce intorno a me
Vi sono palme e bambù
È un luogo pieno di virtù
Onda su onda
Steso al sole
Ad asciugarmi corpo e viso
Ah guardo in faccia
Il Paradiso
Onda su onda
Il mare m'ha portato lì..."

("Onda su Onda" - Paolo Conte -)

G.

Bibliografia
"L'arcipelago di luce" - Giacomo Scotti - Edizioni Diabasis
"Dalmazia: Porti e Ancoraggi - 777 - Edizioni Magnamare
"Quando guidavano le stelle" - A. Vanoli - Edizioni Il Mulino
"Corsari nel nostro mare" - Davide Gnola - Minerva Edizioni