martedì 17 novembre 2015

PARIGI

di Gianni Fabbri

PARIGI

Ore 21,20 di Venerdì 13 Novembre 2015: la prima deflagrazione.
L'Occidente scopre di essere entrato formalmente nella TERZA GUERRA MONDIALE ?
Come sostiene Vittorio Zucconi in un suo articolo su "La Repubblica" di Domenica 15 Novembre 2015. Quel che è certo e inconfutabile, non si tratta dell'ennesimo atto terroristico perpetrato da quelli che vengono etichettati come "lupi solitari", ma, come ha sostenuto Francois Hollande nella sua prima dichiarazione ufficiale, di un vero atto di guerra portato al cuore - la Parigi di "Libertè, Egalitè, Fraternitè" - dell'Europa e dell'intero Occidente, da parte di un 'commando' di un esercito ben armato, addestrato, organizzato e finanziato di uno "Stato", il DAESH - acronimo che sta per Stato Islamico dell'Iraq o del Levante -, o ISIS (Islamic State of Iraq and Siria), o semplicemente IS (Islamic State).
"Un attacco contro l'umanità intera", ha fatto eco a Hollande Barack Obama.


Si tratta di una decisa 'escalation' e di un evidente 'salto di qualità' da parte del "Califfato Nero" di Abu Bakr al-Baghdadi. In un brevissimo arco di tempo, l'abbattimento del jet russo sul Sinai - 224 morti - la strage a Beirut (Libano), nella roccaforte del movimento Sciita degli Hezbollah - 43 morti -, e ora il massacro di Parigi - 132 sono i morti - con l'attacco quasi contemporaneo di tre gruppi, con tre obiettivi precisi e distinti, portato al cuore della nazione francese: un vero percorso di guerra, sfidando le forze dell'ordine e l'apparato militare e di 'intelligence' di uno stato sovrano.
Siamo però di fronte ad una 'guerra asimmetrica', ma non nella versione classica di cui fu teatro il Vietnam: da una parte una micro-potenza, dall'altra un "ciclope" militare. Ma nella variante atipica che vede da una parte stati istituzionalmente riconosciuti, con i loro eserciti regolari, come Francia, Regno Unito, Stati Uniti, Russia, dall'altra parte un "Califfato", uno stato istituzionalmente non riconosciuto a livello internazionale, senza un esercito regolare e che al combattimento in campo aperto preferisce la strategia del terrorismo vigliacco portato nelle "cittadelle" del nemico. Una guerra asimmetrica scatenata contro gli "infedeli", contro coloro che hanno preso la "testa della nuova crociata"; una "guerra santa" che cerca nelle parole - deformate e manipolate - del Corano i codici del loro delirio islamista.
Una "guerra di religione" nel nome di un Dio - "Bestemmia chi, nel nome di Dio vuol giustificare la violenza", ha affermato Papa Francesco (!) - ... Una religione in cui sermoni sulla virtù si mescolano ai traffici di droga, al prossenetismo, allo schiavismo sessuale e alla vendita delle bambine, alle lapidazioni, al taglio delle teste, allo stupro, al furto sistematico, all'ignoranza e alla barbarie soddisfatte con la distruzione sistematica delle opere d'arte e dei monumenti, testimonianze di civiltà e culture millenarie, alla violenza quotidiana e alla brutalità sanguinaria.
Come sostiene Tahar Ben Jelloun, sempre su "La Repubblica", le responsabilità arabe, in particolare dell'Arabia Saudita e di altri Paesi del Golfo, nella "crescita" dell'IS sono evidenti. Sono loro ad averlo, più o meno apertamente, finanziato, armato, foraggiato.
L'IS stesso è la rappresentazione emblematica della contraddizione storico-epocale che attraversa l'intero mondo arabo-musulmano, dibattuto tra la "modernizzazione occidentale" e il radicamento nell'Islam arcaico.
E' come se il "Califfato Nero" fosse il mostro - novello Minosse - nato dall'accoppiamento "illegittimo", "notturno", dell'arabo islamista, fedele alle sue origini e tradizioni religiose, con la "Circe" occidentale...
dai lustrini, dai brillanti sfavillanti, con i suoi piaceri e la sua ammaliante modernità.
L'intero universo islamico è attraversato da una profonda crisi di identità. Non sa e non vuole scegliere! Scegliere tra modernità e arcaicità... Tra passato e futuro, preferendo vivere la contraddizione del presente.
Emblematica, a tal proposito, è la nuova Mecca - foto pubblicata da "Internazionale" nel numero del 8/10/2015 - che l'Arabia Saudita sta costruendo, investendo miliardi e miliardi di petro-dollari. A fianco a modernissimi grattacieli, troviamo un'enorme, spropositata moschea, con un altrettanto enorme "minareto-Big Ben" - con tanto di orologio, somigliante alla torre di Westminster (!) -, in grado di accogliere migliaia e migliaia di pellegrini nel loro rituale annuale, che spesso, troppo spesso, sfocia in una drammatica calca, come quella che il 24 settembre scorso, a Mina, ha provocato centinaia di morti - pecunia non olet ! -.
Ma tutti i Paesi del Golfo sono la rappresentazione 'scenografica' di questa contraddizione storico-epocale, con i loro grattacieli, le loro isole artificiali, i loro centri commerciali sfavillanti di modernità... le Mercedes e le Ferrari sfreccianti con a bordo signore alle quali è vietato guidare ed è imposto l'obbligo dell'hijab, il velo per... "celare allo sguardo il loro volto" e che rischiano, in caso di adulterio, la lapidazione. Paesi in cui si applica la pena di morte, incluse le esecuzioni pubbliche effettuate tramite decapitazione e crocifissione;
Paesi in cui i diritti umani sono continuamente violati e disconosciuti.

Quale, la risposta dell'Europa e dell'Occidente? Che fare ?
L'opzione militare va sempre tenuta in conto, perché è la prima opzione che frulla nella testa dei nostri governanti. Anche se le guerre non hanno mai risolto i problemi, anzi li hanno accentuati: Iraq, Libia, Siria, Afghanistan... insegnano !
Come sosteneva Voltaire: "La tolleranza non ha mai provocato una guerra civile, mentre l'intolleranza ha coperto la terra di massacri".
Per cui, più che colpire l'IS, il "Califfato Nero", sul piano militare, bisogna intervenire politicamente ed economicamente sui paesi islamici - sui governi più che sulle popolazioni che spesso li subiscono-, e metterli alle strette, affinché al "mostro nero", al "leviatano" jihadista, sia prosciugata l'acqua in cui nuota, venga tolta l'aria che respira.
Mettere quei paesi, Arabia Saudita, Turchia e Iran in testa - con qualche rara eccezione come la Tunisia -, di fronte alle loro contraddizioni. E, nel rispetto della loro identità, cultura e civiltà, portarli a scegliere: devono scegliere da che parte stare. Scegliere tra modernità o Medioevo, passato o futuro, Stato di diritto e laicità o teocrazia - sia che si presenti col volto della monarchia assoluta islamica Saudita, sia col volto della repubblica islamica degli Ayatollah -, democrazia o regimi autoritari-paramilitari, civiltà o barbarie...
Gli imam e i rabbini che si sono chinati insieme davanti al "Bataclan" - il Teatro dove è avvenuto il massacro - per rendere omaggio alle vittime e ostentando cartelli che riportavano la scritta: "Nous sommes unis", hanno cantato la "Marsigliese", scegliendo...
Liberté-Egalité-Fraternité, hanno dato un segnale preciso, hanno indicato la strada a tutto il mondo islamico, all'Israele di Bibi Netanyahu e, anche, a paesi "occidentali" come Ungheria, Polonia, Slovenia, Bulgaria... "Nous sommes unis".
Il coraggio della piccola, "Grande", Tunisia che recentemente ha adottato una delle Costituzioni più avanzate del Pianeta, difendendola, sola, dal "mostro nero" e dalla contraddizione che attraversa l'Islam, pagando perciò un prezzo altissimo, ma mostrando al mondo intero che la "Rivoluzione dei Gelsomini" può vincere, e che... la Primavera può sopravanzare l'inverno.
"Je suis Parisien" - "Non abbiamo paura", si legge sui cartelli con cui i ragazzi in piazza a Parigi esibiscono il loro coraggio.
Adriano Sofri su "La Repubblica": "...Sono belli questi ragazzi, pieni di luce, si scambiano i loro abbracci gratis. Grazie a loro tutto prende un'aria di festa, commovente: che cosa può contraddire più radicalmente l'odio e la ferocia degli assassini di un'amicizia espansiva fra sconosciuti ?... Ma si dovrebbe trovare un nuovo slogan:
""Non vincerete perché siete disumani""... Si deve fare qualcosa per gli altri... perché? Gli altri farebbero qualcosa per noi".

Basta anche un gesto semplice. Davide Martello, italo-tedesco, dopo aver trainato con la bicicletta il suo pianoforte, "segnato" dal simbolo di Pace, suona e canta, davanti al Bataclan,

"You may say I'm a dreamer
But I'm not the only one
I hope someday you'll join us
And the world will live as one..."