sabato 18 ottobre 2014

Mare nostrum.....ROMA

          " Il Mediterraneo
           E' stato il più dinamico luogo
           Di interazione tra Società
           Diverse sulla faccia del Pianeta
           E ha giocato nella storia
           Della civiltà umana un ruolo
           Molto più significativo
           Di qualsiasi altro
           Specchio di mare. "

(David Abulafia)
triremi romana

INTRODUZIONE      (Al Capitolo VIII de' "Il Grande Mare")
Introduzione, lettura, trascrizione e commento a cura di Gianni Fabbri

    "Mare Nostrum" fu il nome "romano" del Mar Mediterraneo.
Dopo la conquista della Sicilia, della Sardegna e della Corsica, come pure durante le "Guerre Puniche" contro Cartagine, Roma usò il termine "Mare Nostrum" per indicare il Mar Tirreno più che l'intero Mediterraneo - considerare che la concezione del Mondo Antico era completamente diversa, così pure quella delle distanze, dei mari, delle isole, dei territori...-
    A partire dal I Sec. a.C., quando la Città Eterna cominciò ad estendere i suoi domini dalle... Colonne d'Ercole alle Foci del Nilo, l'espressione "Mare Nostrum" venne estesa a tutto il Mediterraneo.
    Altre espressioni usate dai Romani come sinonimi erano "MareInternum" e "Mediterraneum Mare".


    Il "Mare tra le Terre" ha una superficie di circa 2,50 milioni di Kmq., una lunghezza massima (lungo i paralleli) di 3.700 Km., dallo Stretto di Gibilterra alle coste del Medio Oriente, la lunghezza totale delle sue coste di 46.000 Km. circa; una profondità media di 1.500 metri, con punte massime di 5.200/5.300 metri nel Poloponneso; salinità media 3,6/3,9%
(Mar Morto 33%); temperatura oscillante tra i 12-18° C. nei mesi invernali, fino ai 25-30° C. nei mesi estivi. Il Mar Mediterraneo con la sua azione termica influisce sul clima del territorio circostante, che viene perciò definito "Clima Mediterraneo", caratterizzato da inverni umidi ed estati calde e secche, che favoriscono coltivazioni tipiche come la vite, l'olivo e gli agrumi.
    Sulle sue sponde vivono attualmente 450 milioni circa di persone, di nazionalità. etnia, religione, lingua, cultura e civiltà diverse, ma accomunate dal vivere... nel... sul... e del Mediterraneo; accomunate in quella che molti definiscono comune IDENTITA' MEDITERRANEA.

    Il Mediterraneo è senz'ombra di dubbio un "unicum" sull'intero Pianeta.
A renderlo tale concorrono molteplici fattori, particolarmente favorevoli. Innanzitutto la sua centralità geografica rispetto ai tre continenti del "Vecchio Mondo", Europa, Africa, Asia; centralità che ne ha fatto da sempre il crogiolo di civiltà millenarie che hanno sedimentato sulle sue sponde un patrimonio storico-artistico immenso; ma anche culla dei tre più importanti monoteismi religiosi, Ebraismo, Cristianesimo, Islam.
La mitezza del clima, il tepore delle sue acque, la generosità della natura e la splendida bellezza delle sue coste.
E che dire delle genti rivierasche, con la loro gioia di vivere, la loro versatilità, la loro ricchezza spirituale, il loro esse genti di Mediterraneo...
    "Qué le voy a hacer, si yo... nacì en el Mediterraneo..."

    In questo scenario composito e variegato, le popolazioni rivierasche, seppur divise e spesso in lotta tra loro, per secoli hanno vissuto dividendosi il "Mare Nostrum" e strettamente collegate dal commercio marittimo.
    Pur non caratterizzandosi per le tradizioni marinare dei Fenici-Punici, né possedendo gli sterminati eserciti dei popoli Orientali - Persiani, Mongoli, ecc. -, né la ferocia dei guerrieri barbari e neppure l'arguzia strategica dei Greci di Atene, Roma volle e seppe difendersi sempre fieramente; fu in grado di difendere sempre gli interessi del suo popolo, nonché quelli dei suoi alleati; e ciò fece, imponendosi di rispettare i trattati sottoscritti (vedi quelli con Cartagine), di onorare gli impegni assunti in rapporto a legalità e giustizia nelle relazioni con l'esterno.
    Procedendo senza un preventivo e preciso disegno espansionista, ma estendendo, passo dopo passo, mossa dopo mossa, la sua sfera di influenza, prima sul territorio italiano, poi sull'intero Mediterraneo, Roma riuscì a costruire e governare, per alcuni secoli, un impero.
    Certamente furono commesse anche azioni arbitrarie di sopraffazione e illegalità, ma queste più che essere attribuite a una deliberata volontà del Senato del Popolo di Roma (SPQR), andrebbero ascritte alla debolezza, grettezza, cupidigia, del singolo governante di turno, spinto, a volte, fino all'estreme conseguenze della lotta fratricida.

    Prima che Roma vi estendesse il suo dominio il Mediterraneo era già teatro del confronto-scontro tra tutte le potenze marittime rivierasche, ognuna con la propria area di influenza esclusiva, che controllava con la flotta da guerra, oppure regolamentava con appositi "trattati navali" sottoscritti con le potenze concorrenti.
    Lo scenario che si presentava era più o meno il seguente:
- Il bacino occidentale, fino allo Stretto di Gibilterra, era solcato soprattutto dal naviglio di Cartagine e da quello di Marsiglia, ma vi operavano anche gli Etruschi e le marinerie della Campania;
- Nello Ionio, dominavano Siracusa e Taranto;
- Il Mediterraneo orientale, Mar Nero compreso, era spartito tra Rodi, i Regni di Pergamo, di Macedonia, del Ponto, di altre Città Elleniche, nonché la Siria e l'Egitto.

    Il commercio marittimo, condizionato sia dai "trattati" che dai conflitti veri e propri tra le varie potenze rivierasche, era anche continuamente soggetto alla depredazione dei Pirati che scorrazzavano in lungo e in largo in tutto il Mediterraneo, mari minori compresi.

    "Navigare Necesse Est", per i Romani significava la "necessità" di avvalersi dei traffici marittimi nel Mediterraneo. Di qui il confronto-scontro con le maggiori potenze marinare, che a volte veniva risolto con i trattati, altre volte con veri e propri conflitti, sia navali che terrestri.
    Lunghi, cruenti e onerosi furono gli scontri sostenuti per liberare il Mediterraneo dall'insidiosa e continua minaccia dei Pirati. Solo a seguito della sbalorditiva "guerra piratica" condotta da Pompeo Magno, nel 67 a.C., che con una flotta di ben 500 navi rastrellò e ripulì l'intero bacino del Mediterraneo, Roma riuscì a liberarsi definitivamente da quella piaga.
    La sicurezza per la flotta romana in tutto il Grande Mare venne poi assicurata dalle vittorie navali riportate da Marco Agrippa, ammiraglio di Ottaviano, contro le flotte "ribelli" di Sesto Pompeo e contro la flotta della "Coalizione Orientale" al comando di Antonio e Cleopatra - battaglia navale di Azio, 2 settembre anno 31 a.C. -


    Questo lo scenario... Ed ora il capitolo VIII: "MARE NOSTRUM"

    " Il rapporto tra Roma e il Mediterraneo era in corso di profonda trasformazione già prima della caduta di Cartagine e di Corinto, e in entrambe le sue forme, quella politica e quella commerciale.
Sul fronte politico, alla vigilia della terza guerra punica era ormai chiaro che la sfera d'influenza romana si estendeva a Occidente fino alla Spagna e a Oriente fino a Rodi, investendo anche isole e coste su cui il Senato romano non esercitava una giurisdizione diretta;  sul fronte commerciale, i legami tra i mercanti di Roma e i vari angoli del Mediterraneo si stavano facendo sempre più stretti. Senato e mercanti erano però costituti da due gruppi sociali ben distinti.
Come gli eroi di Omero, gli aristocratici romani tenevano a fare mostra di non sporcarsi le mani con il commercio, che associavano alla furbizia, al peculato e alla disonestà: poteva mai un mercante trarre profitto, senza mentire, senza ingannare, senza corrompere?  (...)
  Questo atteggiamento sdegnoso non impediva a personalità eminenti come Catone il Censore o Cicerone di curare interessi commerciali, naturalmente servendosi di agenti. La maggior parte di questi ultimi era romana in una nuova accezione.

    Nell'acquisire il controllo dell'Italia, Roma offrì lo status di alleati ai cittadini di molti centri assoggettati e fondò proprie colonie di veterani.
La "romanità" divenne così qualcosa di sempre più distinto dall'effettiva esperienza di vivere a Roma, dove peraltro solo una parte degli abitanti era costituita da cittadini romani, ossia da individui con diritto di voto, negato alle donne e agli schiavi.
Intorno al I Sec. a.C. Roma contava forse 200.000 schiavi, circa un quinto  della popolazione complessiva, e la loro vicenda rappresenta una parte importante della storia etnica del Mediterraneo.
    Gli uomini fatti prigionieri a Cartagine o a Corinto potevano essere mandati a lavorare nei campi, dove li attendeva una dura vita lontano da mogli e figli, di cui non sapevano più nulla. - Ricordano un po' gli attuali "schiavi": gli immigrati di provenienza centro-nordafricana supersfruttati nei campi di Rosarno Calabro, del Salento e della Campania. n.d.r. -
Quelli catturati in Iberia venivano impiegati come minatori, in condizioni inenarrabili, nelle miniere d'argento della Spagna meridionale.
Chi, invece, tra i prigionieri greci, era in grado di dimostrare di avere qualche talento poteva prestare servizio come precettore in una casa nobile o come agente di commercio, e inviato addirittura all'estero per affari (malgrado il rischio che potesse, per esempio, dileguarsi nei bordelli di Alessandria).  Accumulando denaro nel "peculium", il borsellino personale dello schiavo (ancorché legalmente, come ogni altro bene dello schiavo, fosse di proprietà del padrone), era possibile comprare la libertà; in altri casi, invece, era il padrone che in segno di gratitudine affrancava i suoi schiavi prediletti, spesso nelle sue ultime volontà.
    Il liberto, lo schiavo emancipato, poteva fare notevole fortuna, diventando per esempio un banchiere o un mercante di successo, e poteva godere della maggior parte dei benefici connessi alla cittadinanza romana.
    Nell'Urbe venne così a costituirsi una nutrita popolazione di greci, siriaci, africani e ispanici, e non sorprende che in molti quartieri della città si parlasse correntemente in greco, la lingua franca del Mediterraneo Orientale.
    All'inizio del I Sec. d.C. il poeta Lucano lamentava:
"Roma è spopolata dei suoi cittadini, ma piena della feccia del mondo: la gettammo in una tale catastrofe, che in un impero così grande ormai sarebbe impossibile una guerra civile".
- Inevitabile un commento: ogni epoca ha il suo "leghista" di turno !
Comportamento spocchioso il suo che ha una remora, infatti Marco Anneo Lucano,  nativo di Cordova, nella Spagna Meridionale, fu portato a Roma in giovane età (!). Autore della "Pharsalia" o "Bellum Civile" (la "Guerra Civile"), poema epico che tratta della "guerra civile" tra Giulio Cesare e le forze del Senato comandate da Pompeo Magno. n.d.r. -

    La mescolanza di lingue era esasperata dal fatto che la città e i sui porti sussidiari attiravano un enorme numero di mercanti stranieri: gente di Tiro, perché al tempo di Augusto i trafficanti dell'antica città fenicia avevano ritrovato il loro ruolo; ebrei, che in quell'epoca fornivano un gran numero di scaricatori e marinai; e italici del Sud, dato che, come vedremo, il golfo di Napoli aveva un posto privilegiato nel sistema di approvvigionamento di Roma. Più che "mercante di origine romana", l'espressione "mercante romano" sta quindi a significare "mercante sotto la protezione di Roma".

    L'affermazione di Roma nel mar Mediterraneo dipendeva da tre fattori:
il reperimento di provviste sufficienti ad alimentare l'enorme capitale,
la presenza di porti in grado di riceverle, e la tutela dei mercanti che le trattavano, cioè l'eliminazione dei Pirati, la cui presenza nel Mediterraneo Orientale minacciava la stabilità dei sistemi commerciali di Alessandria, di Delo e degli altri alleati di Roma.
I Pirati aspiravano ad arricchirsi. Nel II secolo a.C. la fioritura dei commerci offrì alla pirateria le condizioni ideali per prosperare, specie se si considera che né Rodi né Delo potevano contare su una forza navale capace di liberare il Mediterraneo Orientale dalla canaglia del mare, tanto più dopo che Rodi ebbe imboccato la via del declino.
La pirateria era un vero flagello, sia a Ovest sia a Est.
Tra il 123 e il 121 a.C. Quinto Cecilio Metello si guadagnò il soprannome di "Balearico" per avere estirpato una perniciosissima genia di pirati che infestava le isole Baleari, che da allora passarono sotto il dominio di Roma: pur navigando su imbarcazioni a remi non molto più evolute di semplici zattere, i Pirati di quella regione riuscivano a creare non pochi problemi.
    Con la distruzione della capitale punica, le acque dell'area avevano cessato di essere pattugliate dai mercanti cartaginesi. Così i romani si assunsero le proprie responsabilità e affrontarono la questione con tutta le serietà del caso.
    Nel 74 a.C. il giovane patrizio Gaio Giulio Cesare fu rapito dai Pirati mentre viaggiava alla volta di Rodi, dove voleva studiare retorica.  (...)
Essendo un personaggio sufficientemente importante da valere un riscatto, fu trattato con ogni riguardo; eppure, prima di essere rilasciato ebbe il coraggio di dileggiarli, assicurando loro che sarebbe tornato per  annientarli.  Allestita una piccola flotta, catturò i suoi carcerieri e li crocifisse. E poiché erano stati così gentili con lui, prima di farli issare sulla croce ebbe la compiacenza di far tagliare loro la gola.
    Piccole e agili flotte di pirati compivano scorrerie lungo le rotte marittime facendo base a Creta, in Italia e lungo le coste rocciose dell'Anatolia sudorientale, tra i dirupi scoscesi della regione giustamente nota come "Cilicia aspera", situata a Nord di Cipro e a circa 300 chilometri a Est di Rodi.
    Quando nelle città etrusche, un tempo grandi, le attività commerciali si atrofizzarono, gli armatori dell'Etruria cercarono il profitto attraverso vie meno ortodosse - convertendosi alla pirateria. n.d.r. -
Un'iscrizione trovata a Rodi ricorda la morte dei tre figli diTimocrate -
Timocrate di Rodi fu un antico diplomatico greco al servizio dei Persiani -, periti nel Mediterraneo Orientale in uno scontro con i pirati tirreni, o etruschi.
    A volte erano le marinerie stesse a incoraggiare i pirati al pattugliamento dei mari per colpire determinati obiettivi - si affermarono così, fin d'allora, i "corsari" e la "guerra di corsa".n.d.r. -
Così, per esempio, nel 200 a.C. il re di Sparta Nabide strinse una scellerata alleanza con i Pirati di Creta che depredavano i carichi di rifornimento diretti a Roma..
In Sicilia alcuni generali romani ribelli, fra cui Sesto Pompeo, figlio del famoso Gneo Pompeo Magno, cercarono di usare le proprie navi per bloccare le forniture di grano dirette a Roma: compito tutt'altro che arduo per Sesto Pompeo, che aveva nelle sue mani sia la Sicilia che la Sardegna.
    I signori delle isole e dei porti sparsi lungo le coste esigevano un pedaggio da ogni mercantile in transito nelle loro acque, e in caso di rifiuto rispondevano con la violenza.
I Pirati avevano bisogno di luoghi in cui scaricare il denaro, le merci e le persone catturate, e la loro capacità operativa dipendeva quindi dalla collaborazione attiva degli abitanti di tanti piccoli porti, come Side e Attalia (l'odierna Adalia, in Turchia), che attiravano ogni sorta di ricettatori, imbroglioni, trafficanti e falsari.
A Sud della catena del Tauro, i Pirati Cilici mantenevano intere comunità.
Vivevano in società strutturate in clan nelle quali la discendenza maschile e quella femminile avevano più o meno la stessa importanza, ed erano governati da anziani, o "tyrannoi".  (...)

    Il geografo Strabone ricorda come la popolazione di Side permettesse ai Pirati Cilici di tenere nel porto aste di schiavi, pur sapendo che quei prigionieri erano persone nate libere.
    Plutarco - biografo, scrittore, filosofo di origine greca, vissuto sotto l'impero romano di cui ebbe la cittadinanza, scrisse "Le Vite Parallele", biografie di personaggi famosi - ci offre una descrizione delle agili navi che questi pirati sapevano usare con tanta efficacia:

         "Le prue dorate, i tappeti di porpora e i remi d'argento davano
          l'impressione che le loro malefatte li riempissero di orgoglio e
          di soddisfazione. Su tutte le spiagge non vi erano che musiche
          di flauti e di strumenti a corda e scene di ubriachezza."

    Nel 67 a.C. i Pirati si spinsero fino alle soglie di Roma, attaccando il porto di Ostia e il litorale della penisola italica.  Osservava Plutarco:

         "Questo era dunque il genere di pirateria che infestava tutto il
          mare Mediterraneo, così che esso era divenuto impraticabile
          ai navigatori e precluso a qualsiasi commercio. Fu soprattutto
          tale situazione a indurre i Romani, incalzati dalla mancanza di
          approvvigionamenti e dal timore di una grande carestia a inviare
          Pompeo a liberare il mare dai Pirati."

    Gneo Pompeo si era messo in ottima luce - o in pessima luce, a seconda della fazione da cui veniva giudicato - nelle lotte di potere all'interno di Roma. Ora era determinato a risolvere il problema della pirateria in modo definitivo.
Nel 66 a.C. divise il Mediterraneo in tredici zone, in ciascuna delle quali la pirateria sarebbe dovuta essere sistematicamente sradicata.
    Per prima cosa si occupò dei Pirati più vicini a Roma, bonificando il mar Tirreno della loro presenza.  Servendosi di una flotta, stanziò guarnigioni in Sicilia, in Nordafrica e in Sardegna, le regioni definite da Cicerone "i tre granai dello Stato", mettendo in sicurezza le linee di approvvigionamento più vitali per Roma.
Il tutto, si narra, in quaranta giorni.  Dopodiché puntò verso laCilicia.
La notizia dei successi ottenuti in occidente precedette l'arrivo della sua flotta, sicché appena giunse in vista della meta i centri costieri gli si arresero.  Gli scntri, sia in mare sia in terra, furono piuttosto modesti.
Era arrivato con una cinquantina di navi da guerra e altre cinquanta da trasporto: una flotta non imponente, ma le imbarcazioni leggere dei Cilici non potevano reggere il confronto, e il Popolo di Roma si era impegnato a fornirgli, in caso di necessità, altre 500 navi.
    L'obiettivo di Pompeo non era sterminare i Pirati, ma distruggere la pirateria: invece di massacrare i nemici, ne accettò la resa e li ricollocò altrove, offrendo loro terra da coltivare.
    Il Senato (SPQR) gli aveva garantito totale appoggio per tre anni, ma l'intera campagna durò solo tre mesi, al termine dei quali la pirateria, da grande piaga in grado di minacciare le vie di approvvigionamento di Roma, fu ridotta a un fastidioso fenomeno marginale.

    Pompeo usò la guerra contro i Pirati come trampolino di lancio per la creazione di un vasto dominio romano in Siria e in Palestina, la cui stabilità  dipese non soltanto dalle truppe romane, ma anche dai calcoli strategici dei re locali, convinti che un alleanza con Roma fosse il modo migliore per tutelare la propria autorità.
Pompeo, a ogni modo, non intendeva affatto fare dell'Oriente un proprio esclusivo possedimento.
    La dominazione romana nel Mediterraneo Orientale fu un sottoprodotto delle feroci guerre civili che opposero Pompeo Magno a Giulio Cesare, Bruto a Marco Antonio e Ottaviano, nonché Marco Antonio a Ottaviano, il futuro Cesare Augusto.
    Nel 48 a.C. i sostenitori di Pompeo e quelli di Gaio Giulio Cesare si scontrarono in battaglia a Farsalo, nella Grecia Nordorientale ("lo hanno voluto" disse Cesare alla vista dei nemici morti).
Pompeo fuggì in Egitto, ma, attirato in una trappola, fu pugnalato a morte subito dopo aver messo piede in quello che aveva creduto essere l'approdo della salvezza.
    L'Egitto era l'unico grande territorio del Mediterraneo Orientale non ancora assoggettato al controllo di Roma: "Sarebbe stato dannoso distruggerlo, rischioso annetterlo, problematico governarlo".
Cesare, lanciatosi all'inseguimento di Pompeo, vi giunse due giorni dopo l'assassinio del rivale. Intuì immediatamente l'opportunità di estendere l'influenza romana all'intero Egitto offrendo il suo appoggio all'affascinante
intelligente e astuta (anche se probabilmente non così bella) regina Cleopatra, in lotta per il potere con il fratello Tolomeo XIII.
    Come si è già accennato, Cesare raggiunse i suoi scopi mettendo a ferro e fuoco Alessandria - dove risiedeva Tolomeo -, ciò che gli è costato l'accusa di aver distrutto, interamente o in parte, la celebre Biblioteca - Il
"Faro" del Mediterraneo ! -.  Riuscì ad insediare in Egitto un contingente romano, ufficialmente a protezione di Cleopatra, una sovrana ancora indipendente. Avesse o no conquistato l'Egitto, indubbiamente fu conquistato da Cleopatra, che diede alla luce un bambino, Tolomeo Cesare (!), che egli portò con sé a Roma, dove si diceva fosse suo figlio.
    Di fronte ad un generale romano con un figlio che in futuro sarebbe potuto diventare faraone, i politici di Roma (SPQR) si allarmarono, sospettando che anche Cesare covasse ambizioni monarchiche, sebbene la maggior parte degli storici sia convinta che "fu trucidato per ciò che era non per ciò che sarebbe potuto diventare".

    Dopo l'assassinio di Cesare, nel 44 a.C., le rivalità tra i politici romani rischiarono di portare l'Egitto fuori della sfera di influenza di Roma.
Nel 42 Ottaviano e Marco Antonio, rispettivamente l'erede e il grande amico di Cesare, si vendicarono dei suoi assassini nella battaglia di Filippi presso le sponde Settentrionali dell'Egeo - la frase-sfida "Ci rivedremo a Filippi", pronunciata dal fantasma di Giulio Cesare apparso a Bruto, rimanda, con le reminiscenze scolastiche, alla battaglia che si svolse nell'ottobre del 42 a.C., nei pressi di Filippi, cittadina della Macedonia, posta lungo la "ViaEgnatia", dove le legioni del duo Antonio e Ottaviano sconfissero quelle del duo Bruto e Cassio, colpevoli dell'assassinio di Cesare.n.d.r. -
    Ma ben presto i rapporti tra Antonio e Ottaviano si deteriorano. (...)
Ottaviano assunse il controllo dell'Occidente. Marco Antonio quello dell'Egitto e dell'Oriente, e a Marco Emilio Lepido fu riconosciuto qualche  diritto sull'Africa.
    L'idea  non era quella di smembrare in tre parti i domini di Roma, bensì di affermare il nuovo regime e riorganizzare le provincie.
    Marco Antonio concesse a Cleopatra numerose città fenicie, alcuni centri della Cilicia aspera e l'intera isola di Cipro (che era stata annessa nel 58 a.C.). La Cilicia era particolarmente preziosa perché, analogamente alla Fenicia e a Cipro,  veniva da tempo utilizzata come fonte di legname.
    Antonio fu la seconda grande personalità di Roma a cadere vittima del fascino di Cleopatra.  I suoi detrattori sostenevano che immaginava di diventare sovrano d'Egitto, ma forse aspirava solo a fare di Alessandria la capitale di un impero panmediterraneo.
    Al termine di una campagna contro gli Armeni, infatti, celebrò un trionfo romano nelle strade della città, evento senza precedenti in quelle terre.
    Dopo questo episodio, la diffidenza di Ottaviano nei suoi confronti si fece sempre più esplicita, e la lotta fra i due per il potere deflagrò in guerra aperta.
    La grande, plateale, vittoria di Ottaviano fu conseguita nel 31 a.C.
Non in Egitto, però, ma nella Grecia Nordoccidentale, nel mare di Azio, non lontano dalle isole Ionie.
Antonio poteva contare su una flotta più consistente e su un'ottima catena di rifornimenti che lo collegava con l'Egitto. Gli venne tuttavia a mancare la lealtà dei suoi presunti alleati, che cominciarono a disertare.
Stretto nel blocco navale posto da Ottaviano, riuscì a forzarlo con 40 navi per poi ripartire alla volta di Alessandria.
    Se si sia realmente trattato di una grande battaglia è tutt'altro che certo. Ottaviano, comunque, seppe farne preziosa propaganda:

         "Di qui Cesare Augusto che guida in battaglia gli Italici,
          coi padri e il popolo, i Penati e i grandi dei,
          ritto sull'alta poppa; a lui le tempie emettono
          due floride fiamme, sul capo si mostra la stella del padre."

    Sul fronte opposto c'era l'infido Antonio:

         "Di là con esercito barbarico e con armi diverse Antonio,
          vittorioso sui popoli dell'Aurora e sul Mar Rosso,
          trascina con sé l'Egitto e le forze d'Oriente e la remota
          Battra; e lo segue, infamia!, la sposa egizia."

(Dall'VIII cap. dell'ENEIDE di Virgilio)

- I Penati, nella religiosità dei Romani, erano Spiriti protettori di una famiglia e della sua casa (Penati familiari o minori), ma anche dello Stato (Penati pubblici o maggiori), una sorta di Angeli Custodi della Religione Cristiana. - n.d.r.
- La remota Battra fu un regno ellenistico, il Regno Greco-Battriano, collocato all'estremità Orientale dell'Impero di Alessandro Magno, con capitale Bactra (l'odierna Balkh), più o meno l'attuale Afghanistan del Nord. - n.d,r,

    E così Azio è stata celebrata per due millenni come una delle battaglie decisive della storia mondiale.
Il suo risultato fu quello di procurare in Italia a Ottaviano la fama e il consenso che gli mancavano. Grazie a questa vittoria, il Mediterraneo Orientale sarebbe rimasto legato a Roma per tre secoli, finché la fondazione della Nuova Roma, Costantinopoli, non creò un nuovo  equilibrio di potere.
    In Egitto, Antonio resistette ancora un anno. Poi, quando le truppe di Ottaviano dilagarono da Est e da Ovest, sconfitto in battaglia si tolse la vita.  Lo stesso fece, pochi giorni dopo, l'ultima erede dei faraoni, Cleopatra; se lo strumento del suo suicidio fu davvero un aspide, è un dettaglio.
    Il dato realmente significativo è che Ottaviano si era impadronito dell'Egitto, dimostrando subito di aver ben compreso l'eredità finita nelle sue mani: regnò infatti come faraone, trattando l' Egitto come un vero e proprio dominio personale e governandolo attraverso vicari che rendevano conto direttamente a lui, anziché al Senato e al Popolo di Roma (SPQR)...
Aveva capito che il più grande tesoro dell'Egitto non erano gli smeraldi o il porfido, ma le spighe di grano del Nilo.

    Per il Mediterraneo la guerra contro la pirateria, l'acquisizione romana di vasti territori nelle regioni Orientali e le guerre civili di Roma ebbero conseguenze politiche ed economiche di estrema importanza.
Da quel momento i Romani furono in grado di garantire la sicurezza dei mari, dallo stretto di Gibilterra alle coste dell'Egitto, della Siria e dell'Asia Minore. La progressiva trasformazione del Mediterraneo in un vero e proprio "lago di Roma" era giunta a compimento.  (...)

    Dopo aver sconfitto i suoi rivali, Ottaviano divenne Cesare Augusto, il "principe", o capo del mondo romano.
Spesso la sua vittoria nelle guerre civili viene vista come l'instaurazione di un nuovo ordine, come l'atto di nascita della Roma imperiale, anche grazie alle opere di poeti e storici propagandisti, come Virgilio, Orazio e Livio.  (...)
    Dopo la conquista del potere da parte di Ottaviano, tutte le coste e tutte le isole del Mediterraneo furono quindi poste sotto il dominio di Roma o nella sua sfera di influenza: Il Mediterraneo era diventato a tutti gli effetti MARE NOSTRUM, il "nostro mare", dove "nostro" si riferiva a una idea di Roma molto più ampia del "Senatus  PopulusQue Romanus"
    Il Mediterraneo prese a brulicare di cittadini, liberti, schiavi e alleati di Roma, un andirivieni di mercanti, soldati e prigionieri portatori di una cultura a prevalenza ellenistica ormai da tempo penetrata in profondità nel tessuto dell'Urbe...  (...)

    L'acquisizione dell'Egitto assicurò le forniture di grano, consacrando al favore generale il nuovo sistema imperiale.

    Il commercio granario non era solo una fonte di profitto per i mercanti romani.  Nel 5 Sec. a.C., Ottaviano Cesare Augusto distribuì grano a 320.000 cittadini maschi... Tenersi caro il favore dei Romani era non meno importante che vincere battaglie in terra e in mare.
    Stava per iniziare l'era del "panem et circenses": l'arte di accattivarsi il Popolo di Roma sarebbe diventata una specialità di molti imperatori (ma  la prima distribuzione di pane - "panem" - ebbe luogo solo nel III secolo d.C., quando l'imperatore Aureliano sostituì il pane al grano).
    Alla fine del I secolo a.C. Roma controllava molte delle più importanti fonti granarie del Mediterraneo, quelle di Sicilia, Sardegna e Africa, messe scrupolosamente al sicuro da Pompeo.  (...)
    Per le sue scorte alimentari Roma non dipendeva più dal capriccioso clima della penisola italica, anche se controllare da lontano la Sicilia e la Sardegna era tutt'altro che facile., come aveva dimostrato lo scontro con il comandante "ribelle" Sesto Pompeo.
    Per assicurarsi che il flusso di grano e delle altre merci verso Roma non subisse interruzioni furono messi a punto sistemi di scambio sempre più sofisticati. Con la trasformazione dell'Urbe da parte di Augusto e la costruzione di immani palazzi sul Palatino, esplose la domanda di beni di lusso: sete, profumi, avorio dall'Oceano Indiano, raffinate sculture greche, oggetti in vetro o in metallo finemente cesellati provenienti dal Mediterraneo Orientale.  (...)

    Persino l'austero Catone il Censore (morto nel 149 a.C.) acquistava regolarmente una quota pari al 2% del capitale di società di spedizione marittima, ripartendo i propri investimenti su diversi viaggi...  (...)



    Il periodo che va dalla trasformazione di Delo in porto franco (168-167 a.C.) al II secolo d.C. vide un boom del traffico marittimo... questo perché con il declino della pirateria i viaggi divennero più sicuri.  (...)

Merci di ogni genere attraversavano il Mediterraneo in quantità sempre più grandi... La sicurezza dei mercanti era garantita dalla "pax Romana", un periodo di pace di oltre duecento anni, che si aprì con l'eliminazione quasi totale della pirateria e l'estensione della signoria di Roma all'intero Mediterraneo. (...)

Il frumento era l'alimento base, soprattutto il "triticum durum" (grano duro) della Sicilia, della Sardegna, dell'Africa e dell'Egitto (il grano duro e più secco di quello tenero e si conserva meglio), sebbene i veri intenditori preferissero la "siligo", un grano tenero a base di spelta nuda.

Con il favore dei venti, per arrivare ad Alessandria da Roma, un percorso di oltre 1.500 chilometri, occorrevano una decina di giorni, mentre in caso di tempo avverso il viaggio di ritorno poteva durare anche sei volte tanto, sebbene i trasportatori contassero di farcela in tre settimane. La navigazione era fortemente sconsigliata dalla metà di novembre all'inizio di marzo, ed era considerata quasi altrettanto pericolosa dalla metà di settembre ai primi di novembre, e da marzo a fine maggio. Questa interruzione stagionale continuò ad essere sostanzialmente rispettata fino alla fine del Medioevo.
Un vivido resoconto di un viaggio invernale andato male è quello narrato negli "Atti degli Apostoli" e relativo al naufragio di Paolo di Tarso - San Paolo - Imprigionato dai Romani, Paolo fu fatto salire a bordo di una nave carica di grano che doveva salpare per l'Italia da Mira, città costiera dell'Anatolia Meridionale. La stagione della navigazione stava però volgendo al termine e l'avanzata della nave fu rallentata dai venti contrari.
Quando giunsero a Creta, il mare si era ormai fatto pericoloso, ma invece di svernare lì il capitano fu sufficientemente dissennato da avventurarsi tra i flutti in tempesta e la sua imbarcazione rimase in balia degli elementi per due settimane. Gli uomini dell'equipaggio "alleggerirono la nave, gettando il carico di frumento in mare" e riuscirono, infine, a far vela verso l'isola di Malta, facendo finire in secca la nave, che tuttavia si sfasciò. (...).
...rimasero bloccati a Malta per tre mesi...
Quando le condizioni del mare migliorarono, un'altra nave, salpata da Alessandria e trattenutasi a svernare nell'isola, imbarcò i naufraghi e partì.
Paolo poté così raggiungere Siracusa, Reggio, sulla punta estrema della penisola italica, e di lì il porto di Puteoli - l'odierna Pozzuoli -, nel Golfo di Napoli... di qui arrivò infine a Roma, dove, secondo la tradizione cristiana, morirà decapitato.

Per quanto possa sembrare strano, le autorità di Roma non crearono mai una flotta mercantile di Stato, come per esempio fece la Repubblica di Venezia nel Medioevo. La maggior parte dei mercanti che portavano a Roma il grano operavano privatamente, anche quando trasportavano quello proveniente dalle tenute personali che l'imperatore possedeva in Egitto e altrove.
Verso il 200 d.C. le navi granarie avevano un dislocamento medio di 340-400 tonnellate, che consentiva l'imbarco di 50,000 moggi (modii), o misure di grano (150 moggi equivalgono all'incirca a 1 tonnellata).
Certe navi raggiungevano le 1.000 tonnellate, ma, come abbiamo visto, in mare circolavano anche moltissimi natanti minori. Ora, poiché si stima che il fabbisogno annuo di Roma si aggirasse intorno ai 40 milioni di moggi, tra la primavera e l'autunno dovevano raggiungere l'Urbe 800 bastimenti di medie dimensioni.
Stando a quanto scriveva Giuseppe Flavio - Tito Giuseppe Flavio è stato uno storico, scrittore, politico, militare Romano di origine ebraica -
nel I secolo d.C., l'Africa forniva grano per otto mesi e l'Egitto per quattro.
Ce n'era in abbondanza, quindi, per coprire i 12 milioni di moggi richiesti dalla distribuzione gratuita di grano a 200,000 cittadini maschi.
L'Africa Centrosettentrionale aveva iniziato a rifornire Roma già alla fine della seconda guerra punica; quel breve, rapido viaggio era decisamente più sicuro del lungo tragitto da Alessandria.

Un gran numero di mercanti affollava le rotte che dalle città Nordafricane esportatrici di grano conducevano a Ostia...
..... Il suolo africano non era ancora stato rovinato dal disseccamento e dall'erosione, ed era favorito da una benefica alternanza di inverni piovosi ed estati asciutte.
Che quei luoghi offrissero eccellenti opportunità lo intuì l'imperatore Nerone in persona, il quale confiscò le proprietà di sei dei maggiori latifondisti e, racconta Plinio il Vecchio, acquisì metà della provincia d'Africa (più o meno la moderna Tunisia). (...)
La rete di rifornimento non si limitò ai territori posti sotto il dominio romano, ma arrivò a comprendere anche le terre degli autonomi re di Mauritania.
Dall'Africa, inoltre, giungevano a Roma anche altre merci: fichi (stando a Catone il Censore vi arrivavano in tre giorni), tartufi e melograni per la tavola dei Romani più abbienti; leoni e leopardi per gli anfiteatri.
Dal II secolo d.C. gli imperatori incoraggiarono i contadini africani a coltivare anche i territori marginali: nella penisola italica la produzione stava calando e non bastava più nemmeno a sfamare la popolazione locale (tantomeno quella del resto dell'impero). (...)

Se l'agricoltura africana si fece più intensiva e commerciale fu grazie alle iniziative prese da Roma - soprattutto sotto l'imperatore Adriano -.
Quando il potere e l'influenza romana raggiunsero ogni angolo del Mediterraneo, il grande mare si trasformò in un'area di scambio perfettamente integrata.

Dal punto di vista del fisco imperiale, il grane egiziano presentava qualche vantaggio rispetto a quello africano...
.....Alessandria era considerata una fonte altamente affidabile, resa sicura dalle piene annuali del Nilo, mentre le forniture di grano dei territori che corrispondono al Marocco, all'Algeria, alla Tunisia e alla Libia dei nostri giorni erano soggette a fluttuazioni... In un'epoca in cui talvolta la carestia poteva colpire anche una terra fertile come la Sicilia - e in rari, terribili casi persino l'Egitto - era della massima importanza che le scorte di grano dell'impero non dipendessero da un'unica e fragile fonte.
Con l'accesso a centri di approvvigionamento sparsi per tutto il Mediterraneo, i rischi di penuria si fecero molto meno inquietanti.
Roma aveva di che sfamarsi, tanto che gli imperatori commemorarono le distribuzioni di grano sulle loro monete - come fece Nerone nel 64-66 d. C. -.

Giunti in Italia, il grano, l'olio e il vino dovevano essere in qualche modo trasportati a Roma, la cui vantaggiosa ubicazione, a una quindicina di chilometri dal mare, era compromessa dal percorso sinuoso del Tevere e dall'assenza di buoni punti di approdo all'interno della città.
In età Augustea il problema fu risolto facendo arrivare il grano nel golfo di Napoli, dove si trovava il grande e ben riparato porto di Puteoli (oggi Pozzuoli, comune dell'area suburbana di Napoli). Da qui il carico veniva trasbordato su imbarcazioni più piccole che, navigando lungo la costa campana e latina, si spingevano fino alla foce del Tevere per poi risalirlo...
.....Per evitare questi disagevoli e a volte pericolosi viaggi sottocosta, Nerone concepì il progetto di costruire un grande canale, sufficientemente largo da consentire il passaggio di due quinqueremi, che collegasse il porto di Ostia al golfo di Napoli.
Il venir meno di questo grandioso piano diede impulso all'espansione dei porti alla foce del Tevere, specialmente quello di Ostia...
.....A Puteoli l'arrivo delle navi granarie era annunciato con qualche anticipo:
"Oggi sono apparse improvvisamente le navi alessandrine,
che di solito vengono mandate innanzi a preannunciare
l'arrivo di tutta la flotta: le chiamano "messaggere". Gli
abitanti della Campania si rallegrano nel vederle; tutto il
popolo di Puteoli si raduna sul molo, e dalle loro vele, anche
in mezzo a parecchie navi, riconosce le alessandrine."
(Seneca, "Lettere a Lucilio")

Le navi "messaggere" ("tabellariae") erano riconoscibili per via di uno speciale tipo di vela, riservato alla flotta granaria alessandrina - "la vela di gabbia, che le altre navi issano solo in mare aperto" -.
L'imperatore Caligola (morto nel 41 d.C.) era fiero della flotta alessandrina che gravitava su Puteoli... (...)
A Puteoli, inoltre, si svolgeva da tempo un vivace commercio di articoli di lusso, come il marmo greco... il papiro e il vetro egiziani.
Mercanti di Puteoli erano attivi a Delo... (...)
A Puteol i fenici di Tiro erano stati una presenza importante, ma dal 174 d.C. cominciarono a trovarsi in difficoltà...

" Un tempo i fenici di Tiro attivi a Puteoli erano in grado di
permetterseli - gli articoli di lusso -, essendo ricchi e numerosi.
Oggi, invece, siamo ridotti a un piccolo gruppo e a causa delle
spese che dobbiamo sostenere... non abbiamo più le risorse
necessarie per pagare l'affitto dello scalo, che ogni anno ci
costa 100,000 denari."

("Roman Ostia" - R. Meiggs, Oxford)

Probabilmente Puteoli è l'anonima città campana in cui Petronio
- Petronio Arbitro -, cortigiano di Nerone, ha ambientato il suo scabroso romanzo "Satyricon": tra i personaggi principali dell'opera c'è Trimalcione un liberto che dopo aver fatto fortuna con il commercio marittimo...
.....si è ritirato dagli affari con un patrimonio di molti milioni di sesterzi. (...)

A fare la fortuna di Puteoli fu soprattutto il grano. Si stima che all'epoca dal porto campano ne transitassero ogni anno 100.000 tonnellate...
.....Il grano doveva essere scaricato... per poi essere ricaricato su chiatte o piccole imbarcazioni e spedito a Roma. (...)

Con il tempo, il ruolo di porto principale per mercantili diretti a Roma
passò da Puteoli a Ostia, sulla foce del Tevere. Le origini della città di Ostia risalgono probabilmente al V secolo a.C., quando Roma e Veio si scontrarono per il controllo delle saline sull'estuario tiberino.
- Veio, antica città etrusca sorta non lontano dalla riva destra del Tevere, a 15 Km. a NordOvest di Roma -.
Per un lungo periodo, tuttavia, Ostia fu poco più che una rada alla foce...
.....Nell'arco del secolo, l'imperatore Traiano potenziò lo scalo marittimo di Ostia, facendo edificare un più sicuro e spettacolare porto esagonale...
Sotto il suo successore Adriano furono costruite anche le grandi aree destinate ai depositi e ai negozi. Ostia si riempì di robuste strutture a più piani...

MARE NOSTRUM
Con Ottaviano e la vittoria di Roma in tutto il Mediterraneo, iniziò nell'intera area un periodo di pace che coprì tre secoli. (...)
Non a caso la marina militare romana ha ricevuto molto meno attenzione delle marine greche o dell'implacabile e spietato braccio armato dell'Urbe, l'esercito di terra. La marina, insomma, non sembrerebbe avere fatto granché nell'era della "Pax Romana" e prestarvi servizio non era altrettanto prestigioso che militare nell'esercito. (...)
I marinai del Mediterraneo provenivano da ogni parte del mondo romano, comprese le regioni più interne, come la Pannonia (lungo il Danubio) - l'attuale Ungheria - (...)
Se la marina militare romana aveva meno prestigio dell'esercito era per il suo ruolo di forza di polizia più che di organizzazione destinata al combattimento. (...)
Le imbarcazioni erano le tradizionali quadriremi e quinqueremi della tarda classicità... imbarcazioni con murate basse (in genere poco oltre i 4 metri dalla superficie dell'acqua) quindi non molto adatte ad affrontare mari molto mossi e, quindi, la navigazione invernale. (...)
La flotta veniva impiegata anche per trasportare i dignitari nelle diverse zone dell'impero, ma, a differenza delle navi medievali, le galee adibite a tale scopo non svolgevano mansioni commerciali, un po' a causa della loro struttura e un po' perché l'imperatore non voleva ridursi alla stregua di un mercante.

L'idea di collocare le principali stazioni di comando a Miseno e a Ravenna si deve ad Augusto.
Miseno - l'antica Misenum in età augustea era il più importante porto militare romano del Tirreno, e lo divenne ancor più all'epoca di Marco Aurelio, 161 d.C., decadde con la caduta dell'Impero Romano d'Occidente; si trovava in un antico cratere vulcanico in prossimità dei Campi Flegrei, poco distante da Napoli - divenne il centro di controllo delle operazioni che si svolgevano nel Mediterraneo Occidentale, ma la sua azione si estendeva anche molto più a Est.
Poiché i carichi di grano egiziano arrivavano alla vicina Puteoli, vigilava sui movimenti che avvenivano lungo quella rotta. Un lago interno alle spalle di Miseno, fu dragato e collegato alla costa, in modo che la flotta disponesse di un porto protetto e sicuro, intorno al quale sorsero le ville dei ricchi romani: l'imperatore Tiberio passò parte dei suoi ultimi giorni su queste rive.
Da Ravenna, invece, partivano le squadre navali incaricate di sorvegliare la costa dalmata, da sempre nascondiglio di pirati e briganti..
Le competenze di Ravenna coprivano anche l'Egeo.
La città era circondata da paludi (la costa attuale è vari chilometri più a Est di quella antica), e quindi era inadatta per ospitare un porto, che fu invece costruito più a Sud, in una località battezzata Classe ("classis" in latino significa "flotta"), e collegata a Ravenna per mezzo di un canale.
Il porto, che ebbe a lungo una grande importanza, è effigiato nei mosaici ravennati del VI secolo. Dell'antica gloria oggi resta soltanto la chiesa di Sant'Apollinare in Classe, con il suo ciclo di mosaici, anch'essa del VI secolo.

L'abilità mostrata dai Romani nel presidiare le acque del Mediterraneo,
soprattutto dalle postazioni di comando del Tirreno e dell'Adriatico Settentrionale, è assolutamente impressionante.
Un mercante del II secolo d.C. poteva senz'altro pensare che nulla avrebbe potuto rompere l'unità del Mediterraneo.
Era un'unità politica, sotto l'impero di Roma. Era un'unità economica, che permetteva alle navi mercantili di attraversare indisturbate le sue acque.
Era un'unità culturale, dominata dalla cultura ellenistica, che si esprimesse in greco o in latino. E, per molti aspetti, era anche un'unità religiosa, o un'unità nella diversità, perché gli abitanti del Mediterraneo, fatta eccezione per gli ebrei e i cristiani, mettevano in comune i loro Dèi.

Il dominio romano sul MARE NOSTRUM assicurò una libertà di movimento e generò una mescolanza di culture su una scala mai prima, e mai più, raggiunta"
(David Abulafia)


"Per diventare internazionali, dobbiamo appartenere
a un Paese. Quel Paese per me è il Mediterraneo
che è sterminato patrimonio di culture e di visioni."

(Mimmo Paladino)

- L'artista Mimmo Paladino, pittore, scultore, incisore, è l'autore della "Porta di Lampedusa": la porta che guarda l' Africa in ricordo di chi non è mai arrivato; in bilico fra sassi e arbusti, alta quasi 5 metri e larga 3 metri, è stata realizzata in una speciale ceramica refrattaria che assorbe e riflette la luce, una specie di faro simbolo verso il luogo da cui partono i disperati. -

Riflessioni di chiusura

La storia si ripete, mutatis mutandis, fatte le debite modificazioni ! Quella che nell'antichità era la "Rotta del Pane" per sfamare i cittadini dell'Urbe, e collegava le coste Nordafricane alle coste italiane, oggi è la "Rotta Africana", la rotta della fame, della disperazione, la rotta dei diseredati dei Paesi africani e del Medio Oriente in fuga dalla povertà, dalle dittature, dai conflitti e dalle guerre. Migranti disperati che nel Mediterraneo vedono un ponte verso l'Europa e invece troppo spesso finiscono vittime di trafficanti senza scrupoli che li imbarcano in un viaggio tragico negli abissi.
Migranti disperati e naufraghi che quando approdano sulle coste italiche o sulle altre coste d'Europa non sempre trovano l'accoglienza che sarebbe loro dovuta, in particolare quando si tratta di donne e bambini: accoglienza che paesi civili e "avanzati" dovrebbero riservare nel nome dell'umanità globale a cui tutti apparteniamo.

"Mare Nostrum", oggi, rimanda all'operazione umanitaria che vede impegnate unità della Marina Militare Italiana nel monitoraggio continuo del Mediterraneo, allo scopo di dare assistenza, e spesso salvarne la vita, ai migranti disperati che tentano di raggiungere le nostre coste.
L'operazione "Mare Nostrum" fu varata dall'allora Governo Letta, dopo il tragico naufragio del 3 Ottobre 2013, che provocò 368 morti accertati (!) - tra i naufragi più gravi del Mediterraneo -; operazione certamente costosa - Qual'è il costo-prezzo di una vita umana ? -, ma che ha permesso di salvare migliaia di vite umane - circa 18.000 - e di soccorrere in mare, in poco più di un anno, 144.000 persone.

"Mare Nostrum andrà avanti finché non ci sarà un impegno dell'Europa uguale e superiore a quello messo in atto dall'Italia", ha dichiarato il Presidente del Consiglio Matteo Renzi: un netto cambio di rotta rispetto all'annuncio del Ministro degli Interni Alfano sull'imminente fine dell'operazione umanitaria italiana nel Mediterraneo.
Impegno ribadito anche dal presidente dell'Europarlamento Schulz, a Lampedusa, dove si è assunto la responsabilità di trovare i fondi necessari in Europa perché continui MARE NOSTRUM.

Il Mediterraneo è la trincea di una umanità ancora divisa e titubante, in lotta per superare lacerazioni e divisioni: uomini e donne che si portano dietro storie e vissuti individuali, ma al contempo universali, impegnati nella ricerca di una identità comune.
Il MARE NOSTRUM, custode delle cause e delle soluzioni di ogni dissidio, passato e recente che sia, da vita ad una continua contaminazione di tradizioni, legami e memorie che ognuno di noi condivide: la comune IDENTITA' MEDITERRANEA.