mercoledì 3 settembre 2014

THALASSA - Le Acque del Mediterraneo" II parte


Di Fabio Fiori - Mursia Editore -

(Seconda Parte)

prima parte : www.incontridelmediterraneo.it - thalassa le acque del Mediterraneo

VELA
 "Quando la vela chiama i venti, i marinai s'affrettano sulla riva..." "Tu l'auras, ton bateau blanc L'avrai, la tua vela bianca C'est le bateau de ceux Qui restent des enfants E' la barca di quelli Che restano fanciulli Le bateau de tes quinze ans La barca dei tuoi quindici anni Te sauvera de ce monde Arrangé par les grands Ti salverà da questo mondo Arrangiato dai grandi Il est là, ton bateau blanc E' là, la tua vela bianca Moi, je le vois quitter le port Io, la vedo lasciare il porto Prendre le vent Prendere il vento T'emporter tout droit devant Portarti dritto di prua laggiù L'ile au tresor est là-bas Tout au bout qui l'attend Laggiù, dove l'isola del tesoro


All'improvviso l'attende C'etait vrai ton bateau blanc E' reale la tua vela bianca Méme si tu n'y croyais Pas vraiment Anche se tu stenti a crederci Veramente Le voilà, ton bateau blanc Eccola, la tua vela bianca Il va partir dans le soleil Et dans le vent Sta salpando nel sole E nel vento Comme au temps de tes Quinze ans Come al tempo dei tuoi Quindici anni Quand il dansait sur le bord De tes réves d'enfant Quando danzava sul bordo Dei tuoi sogni di fanciullo Il s'en va vers le beau temps Se ne va verso il bel tempo Emmene-moi... Emmene-moi dedans Portami... Portami a bordo."("Le Bateau Blanc" - Gilbert Bécaud - ) Alcune pagine. "Di notte, narra Valerio Flacco - poeta latino, la cui opera principale, "Argonautica", è il poema epico che tratta della conquista del Vello d'Oro da parte di Giasone e gli Argonauti, nella loro spedizione nella Colchide -, al sopraggiungere del vento gli Argonauti legano i remi e sciolgono le vele. Così per secoli fece l'uomo, alternando faticose navigazioni a remi a veloci veleggiate. A piene vele le navi degli antichi andavano verso la notte, rincorrevano la luce, attraversavano i crepuscoli. Anche la mia prua va verso il largo alla ricerca di ombre e chiarori.Con la vela, cerco un dialogo con l'acqua e l'aria, andando per mare portato dal vento. Nel mito scelgo le immagini di Apollonio Rodio - poeta greco antico, nato ad Alessandria d'Egitto nel 295 a.C., nominato bibliotecario della Biblioteca di Alessandria, il "faro" del Mediterraneo, da re Tolomeo II Filadelfo. A lui si deve la prima stesura delle "Argonautiche" - per evocare l'insuperabile fascino di questa avventura, nella storia quelle di Plinio il Vecchio - scrittore, storico romano, il cui stile di descrivere le cose dal vivo lo resero il più famoso e efficace cronista, "reporter", dell'epoca, morì, infatti, fra le esalazioni sulfuree mentre descriveva l'eruzione vulcanica del Vesuvio. - Rileggendo le "Argonautiche" continuo a pensare che non a caso Giasone fa sedere in consiglio gli eroi sulle vele avvolte. Proprio su quelle indispensabili ali e non genericamente in un altro qualsiasi punto della nave. Poi nelle ore seguenti, invocando Apollo, il figlio di Esone chiede di riempire le sue vele con un vento propizio, una grazia indispensabile per ogni navigazione. Nella "Storia Naturale" - Naturalis Historia di Plinio il Vecchio - la vela diventa simbolo di operosità e temerarietà.Perfetta macchina prometeica, strumento potentissimo da maneggiare con cura, consapevoli che le passioni possono essere insieme splendide e terribili. Vele d'inusitata grandezza, dalla notte dei tempi, portano l'uomo a compiere ardite imprese, sfidando la morte. Non a caso, sempre Plinio, attribuisce a Icaro l'invenzione della vela e al padre Dedalo quella dell'albero e dell'antenna. Vela che Icaro non usò per navigare, ma per volare troppo alto, senza ascoltare le indicazioni del padre, andando incontro alla morte, come ci racconta Ovidio - Publio Ovidio Nasone, Ovidio per la Storia, fu un celebre poeta latino che descrisse il mito di Icaro e Dedalo nella sua celebre opera "Le Metamorfosi" -, Anche con le nostre vele continuiamo a scrivere sull'acqua la storia di quel folle volo, a rinnovare la memoria di quel sogno di libertà. Senza dimenticare la lezione, issiamo una vela per farci portare lontano da quegli dei che chiamiamo "Anemoi", i Venti - In greco "anemos" significa aria, vento, mentre "Anemoi" erano gli dei dei quattro venti principali-direzionali: Boreas da Nord, Zephyro da Ovest, Notos da Sud, Euros da Est -. I Venti, tutti con un nome proprio in Mediterraneo, scritto rigorosamente con la maiuscola, come si conviene a chi ha un'anima e una storia, a chi ha fatto la storia. (...) La vela per poter prendere il vento ha bisogno di alberi e questi a loro volta di 'manovre dormienti': sartie, stralli, paterazzi. Dormienti perché fisse, a differenza di quelle 'correnti': scotte e drizze di diverso tipo, mosse continuamente per issare e orientare le vele. La nostra ritualità, malgrado millenni e tecnologie ci separino, è del tutto simile a quella dei marinai di Telemaco - figlio di Odisseo-Ulisse - che issavano le vele solo dopo aver alzato l'albero, averlo messo nella 'mastra' e fissato con gli stralli. L'albero su tutte le navi è sacro, innanzitutto da lui dipendono le fortune della vela e quindi della navigazione. Su quelle piccole ce n'era e ce n'è uno; le grandi navi dell'Ottocento ne alzavano fino a cinque.In quell'epoca ogni albero aveva un nome........In ordine crescente di dimensione, 'mezzana', 'trinchetto' e 'maestro' erano i principali.Anche il 'bompresso', quell'asta orizzontale che sporge a prua, era considerato un albero. "Bompresso nelle sartie!" Si ordinava per attaccare il vascello nemico: una volta messo a segno il colpo, la nave attaccata non poteva più manovrare e il bompresso si trasformava nella passerella d'assalto. Sotto il bompresso per secoli ha trovato rifugio la 'polena', ornamento e simulacro delle navi fin dall'antichità; di sembianze umane o animali, con poteri scaramantici indispensabili per poter... illuminare le tenebre e incontrare le onde. 'Cherisco', 'parasemo', 'agalma', 'metopa', 'protome', la chiamarono i greci a seconda della forma. 'Capioni', leoni, bestioni, tori, serpi, 'marzocchi', componevano il bestiario ligneo delle navi medievali. Di tutte le storie che le polene raccontano, quella di Atlanta è la più misteriosamente nota. Ritrovata nella seconda metà dell'Ottocento alla deriva nell'Oceano Atlantico, la polena ha trovato rifugio nel Museo Tecnico Navale di La Spezia. Ma Atlanta, una seducente donna avvolta in un velo con un seno scoperto, a differenza delle altre belle polene custodite a La Spezia, ha continuato negli anni a stregare, lasciando dietro di sé una scia non più d'acqua, ma di sangue. Quello di chi, innamoratosi di lei, non è riuscito a stringerla... Da decenni le leghe di alluminio sono i materiali più diffusi per la costruzione di alberi e ogni sorta di aste, mentre il legno di abete, resistente e flessibile, era quello preferito in passato.Interi boschi erano curati con la massima attenzione per soddisfare le necessità delle flotte mercantili e militari. Ogni Repubblica Marinara aveva le sue foreste di riferimento e Venezia, che di alberi aveva un indispensabile bisogno anche per sostenere fondamenta e palazzi, istituì le Riserve ad uso esclusivo dello Stato, governate da un capitano forestale eletto dal popolo. L'impressionante maestosità degli abeti bianchi delle foreste casentinesi testimonia meglio di ogni altro documento l'importanza avuta dall'albero per secoli, nella storia della navigazione. Ogni anno migliaia di tronchi andavano al mare per diventare, grazie alle abili mani dei maestri d'ascia, fusti pennoni e aste. (...) Le nostre vele sono quasi sempre due, bianche, triangolari e di dacron, un materiale sintetico diffusosi una quarantina d'anni fa.Quelle dei nostri nonni erano invece di cotonina, del tipo 'olona' le più pregiate, le stesse che arma la nave-scuola "Amerigo Vespucci".Più di venti vele, quadre e di staglio, che insieme compongono i 2.600 metri quadrati delle sue ali. L'"Amerigo Vespucci" è una 'tall-ship', nave di alto bordo, ossia un grande veliero a tre alberi alti 50 metri, lungo 100 metri, considerando anche il bompresso.Un veliero varato nel 1931 che, insieme a "Palinuro" e ad altri, riassume e mantiene viva la memoria dell'età dell'oro della vela, quel XIX secolo in cui si raggiunse l'apice del commercio marittimo mosso dal vento.Un periodo in cui i paesaggi portuali erano fitti d'alberi come foreste e le distese marine - Mediterraneo compreso - attraversate in lungo in largo da ogni genere di vele. Piccole e grandi, a seconda delle distanze da percorrere, lente o veloci, a seconda del valore delle merci. Oggi la parola nave ha un significato generico, invece in passato si riferiva a un preciso modello, al più grande dei bastimenti, a tre alberi portanti vele quadre.Bastimento era il nome generico che li comprendeva tutti, suddivisi in ben diciannove tipi: nave a palo, nave, brigantino a palo, nave goletta, goletta a palo, brigantino, brigantino goletta, bombarda, goletta, velacciere, trabaccolo, sciabecco, feluca, tartana, bovo, mistico, navicello, bilancella, cutter. Bastimenti il cui solo nome porta lontano anche l'immaginazione. Sono un 'corsaro' a bordo dello sciabecco "Intrepido" che perlustra le acque dello Stretto di Gibilterra, a caccia di navi Britanniche - durante l'epopea della "guerra di corsa" nel Mediterraneo -. In cima all'albero maestro del brigantino a palo "Maria Parodi", serro le vele per far fronte a un terribile colpo di vento, con onde che scavalcano la murata e sommergono la coperta. Al timone della goletta "Giulia" in una notte di bonaccia rischiarata dalla luna, sento il profumo del marsala salire dal boccaporto di poppa. Diserto, insieme all'intero equipaggio del bark "Serug", dopo un viaggio da incubo a causa del fasciame fradicio che fa acqua da tutte le parti. Assieme a Domenico Biaggini, quando il brigantino a palo "Prospero Doge" viene tranquillamente spinto da una brezza, cucio due nuovi "barili" vele di fortuna nel gergo marinaresco, utili in momenti peggiori, quando il mare è imbiancato dai frangenti e le sartie sono suonate dal vento. Con Mario Tobino alzo la vela di maestra con due mani di terzaroli del barcobestia "L'Angelo del Liponard", per cercare di affrontare bene la burrasca... (...) Oltre a bastimenti di ogni tipo e dimensione c'erano centinaia di modelli di legni minori, quelli non pontati, utilizzati per la pesca e il piccolo cabotaggio.I più diffusi erano il 'gozzo' sul versante ligure e tirrenico, la 'battana', la 'lancia' e il 'topo' su quello adriatico.Barche lunghe meno di 10 metri, in cui remi e vele si alternavano a seconda delle condizioni di vento e di mare. In Adriatico, alzavano vele 'al terzo', come quelle dei più grandi 'bragozzi' e 'trabaccoli', vele di forma trapezoidale, molto colorate e decorate. Colori delle terre, dal giallo, all'ocra, al marrone; mentre le decorazioni potevano essere geometriche o araldiche, sempre facilmente riconoscibili a distanza, quindi capaci di comunicare la presenza o l'approssimarsi della barca. E' Giovanni Comisso a raccontarci che in cima al campanile del Duomo di Chioggia stava un vecchio marinaio che riconosceva i segni delle vele avvistate all'orizzonte per anticipare alle famiglie il rientro dei propri cari, ad armatori e commercianti l'avvio del lavoro a terra. Sono bianche, rosse e gialle, le vele cantate da Gabriele D'Annunzio guardando le 'paranze' ritornare dalla pesca. Sette vele "stanche" che lentamente risalgono il porto canale di Pescara. Negli altri mari i pescatori issavano, invece, vele triangolari, dette più propriamente vele 'latine', simili a quelle che nei secoli precedenti avevano solcato il Mediterraneo. (...) " Vola sta vela latina Bella e lucente p'o mare D'oro e celeste accumpare 'ncielo na stella pe' me " Cantavano all'inizio del Novecento nel Golfo di Napoli (...) Quando il marinaio "sente" la barca, Sa come trovare il perfetto equilibrio tra vele e timone, in armonia con onde e venti. (...) Mettere 'a segno' le vele è ancora oggi, nonostante sofisticati strumenti e conoscenze, qualcosa di alchemico, che richiede competenza umana e sensibilità animale. (...) Con le vele 'a segno' la barca fila tran le onde, in un gorgoglio d'acqua che diventa una meravigliosa melodia scendendo sottocoperta. (...).....Le vele continuiamo a issarle e ammainarle, cazzarle e lascarle, inferirle e ingarocciarle. Vele da mettere 'a segno', evitando che rifiutino o fileggino. (...) Lascio la scrivania per riprendere il mare, chiudo i libri per aprire le vele........Solo in compagnia della barca, di fronte all'orizzonte. Le mani ripetono azioni, gli occhi inseguono un'onda, le orecchie ascoltano il murmure, il naso fiuta l'aria, la bocca pregusta il salmastro. "Vela ventis dare", ripeto come un mantra........La prua attacca le 'ochette' alzate dallo 'Scirocco', la poppa stende un effimero tappeto d'argento. Non chiedo nient'altro che acqua e vento; nella magnificenza del cielovolano i pensieri... " (Fabio Fiori) "Uomo libero, tu amerai sempre il mare ! Il mare è il tuo specchio, contempli la tua anima Nello svolgersi infinito della sua onda, E il tuo spirito non è un abisso meno amaro..."( Da "Les fleurs du Mal" - Charles Baudelaire -) "Vela ventis dare" 44 gradi e 09 primi di latitudine Nord, 14 gradi e 49 primi di longitudine Est: il punto di arrivo segnato sulla carta nautica.Veli Rat, il grande faro di Prolaz Maknare, Punte Bianche, la punta più settentrionale di Dugi Otok, l'Isola Lunga, due lampi ogni venti secondi, visibile fino a diciotto miglia, segna con le sue sciabolate di luce la rotta. Sono le quattro del mattino, sta albeggiando e la prua del "SUF IV" - un motorsailer Franchini- Modulo 37 piedi - è proprio dritta in quel pertugio naturale, praticamente la porta della Dalmazia nella Riviera di Zadar, Zara. Lasciato a dritta l'isolotto e messa la prua su Bozava, mentre Veli Rat spara i suoi ultimi segnali a salutare Helios che, con la sua quadriga di fuoco, fa capolino da dietro il Velebit, l'equipaggio del "SUF IV" saluta la... Dalmacjia... E' certamente Dalmazia ! " Zeus padre, signore dell'Ida, grande e glorioso, Helios, Sole, che tutti vedi e tutti ascolti, fiumi e terra, e voi che sotto terra punite da morti coloro che giurano il falso, siate testimoni e custodite i patti". - Così Omero, nel III Canto dell'Iliade, cita e glorifica Helios, generatodai Titani Theia (o Tia) e Iperione insieme a Selene (Luna) e Eòs (Aurora) Regione della Penisola Balcanica, largamente aperta sull'Adriatico, la Dalmazia, che è un'entità geografica e non geo-politica, è praticamente una lingua di costa lunga 1.570 chilometri. E' divisa - geo-politicamente parlando - tra Croazia, cui appartiene gran parte del litorale e delle isole, Bosnia, che ha perso completamente lo sbocco al mare, se si eccettua una sottile linea di costa a Sud della foce della Nerefta non più lunga di 20 chilometri, Montenegro, dalle Bocche di Cattaro -Kotor- fino a Ulcinj -Dulcigno- al confine con l'Albania. Rappresenta un'entità regionale ben circoscritta, limitata verso l'interno da una serie ininterrotta di catene montuose: il Velebit, le Alpi Dinariche, i rilievi del Montenegro. Monti che spesso danno l'impressione di...precipitare direttamente nel mare. Ci si chiede perché la fascia lungo il mare sia talvolta così stretta e breve o perché lungo la costa gli abitanti assumano altre abitudini, abbiano linguaggi diversi... cantino altre canzoni. ISOLE Innumerevoli le isole, scogli compresi. Se ne contano qualche migliaio. Alcune di incomparabile bellezza.Hvar (Lesina), Korcula (Curzola), Mljet (Meleda), Lastovo (Lagosta), Vis (Lissa), Kornati (Arcipelago delle Incoronate), Dugi Otok (Isola Lunga), Rab (Arbe), Isole Brioni... I nomi tra parentesi rimandano al tempo in cui la Serenissima Repubblica di Venezia dominava incontrastata gran parte del Mediterraneo. I vecchi dalmati parlano ancora un linguaggio misto veneto, in particolare in occasione di antichi rituali legati alla pesca, alla marineria, a giochi arcaici come la morra, le bocce, le carte... LE CITTA' Più popolata è la striscia litoranea, tra Zara e la Riviera di Macarsca, con alcune grandi città.Oltre a Zadar (Zara), troviamo Split (Spalato) e Sebenik (Sebenico): grossi centri portuali, industriali e commerciali. Vi sono poi molti piccoli centri, suggestivi, che presentano per lo più un aspetto 'veneto', con vie strette e tortuose, cinte da mura. DALMAZIA E PENISOLA BALCANICA Non si può dire che sulla Dalmazia prospetti la penisola Balcanica, di cui pure costituisce l'orlo marittimo.Troppo profondo è il distacco tra terre dalmate, adriatiche, e terre balcaniche. Il distacco è dovuto in primo luogo alla morfologia del territorio: i rilievi, poveri di varchi, di accessi, costituiscono una barriera fisica, per cui il mare, le isole, appaiono estranei alla realtà balcanica.In secondo luogo si misura, sul piano storico-culturale, nella diversità tra il mondo dalmata, marittimo, e quello continentale; tra le genti di mare, aperte all'altrove, use alle relazioni e agli scambi, e le genti chiuse nelle valli, nei particolarismi, nei tribalismi, strettamente legate alle loro radici territoriali, ai loro cantoni montani: i famosi "pastori guerrieri". Tutto questo, insieme alle frammentazioni territoriali, ha fatto della Dalmazia uno spazio poco popolato, dove borghi e città, abitati da pescatori e navigatori, oltre che da orticoltori, sono come fari isolati e raccolti di vita antropica entro scenari di splendida bellezza, bellezza resa originale dal dominio abbacinante del calcare delle rocce in contrasto con il verde delle pinete e della macchia mediterranea ombrosa e profumata. Un mondo, quello dalmata, nel quale la storia ha sedimentato pochi ma sicuri valori marittimi, legati soprattutto alla cultura veneziana, panadriatica, inconfondibile, succeduta al dominio culturale bizantino.Cultura veneziana e Valori marittimi assorbiti via via dalle popolazioni autoctone o slave che vi si erano radicate. Negli arcipelaghi dalmati si respira, in un certo senso, l'atmosfera di un mondo originale, arcaico: il nostro "ieri", oltre che non ancora pesantemente offeso e imbarbarito dalle banalizzazioni contemporanee del turismo di massa consumistico, dai fragori stressanti della modernità post-industriale. Tra isola e isola, il mare ha ancora la placidità del sogno, dell'incantesimo... L'ARTE DALMATA L'arte dalmata è dominata dal 'romanico', dal 'bizantino' e dal... 'veneziano'. La scultura romanica ha rapporti stretti con Venezia, e riflette, se pur modificate e trasformate, le forme bizantine.Esempi se ne possono trovare nel battistero e nel duomo di Spalato. L'architettura romanica si rifà al bizantino ravennate - vedi Cattedrale di Zara - .La porta del Duomo di Trogir (Trau) è scolpita in forme romaniche affini a quelle 'veronesi'. Il 'gotico', minuzioso, si trova poi a Sebenico, a Dubrovnik (Ragusa), a Hvar. Le forme decorative del 'gotico fiorito' giunte a Venezia, si trovano in vari monumenti di Trogir, Hvar, Zara... L'arte veneziana domina per secoli tutta la Dalmazia. Avviene anche in Dalmazia lo scambio continuo della produzione artistica. Si può affermare che non vi sia alcuna soluzione di continuità tra l'arte del Veneto e quella della Dalmazia. " Mare ca te scioscia 'stu vento tu nun m'affunà niente Mare chesta varca è dò sole accumpagnala bona... "(" Mare " - Enzo Gragnaniello -) KORNATI "Vela ventis dare" Dopo aver percorso lo Zadraski Kanal (Canale di Zara), lasciando a dritta i porticcioli pescherecci di Préko e di Kukljica, il "SUF IV" si infila nello stretto canale che separa l'isola di Ugljan dall'isola di Pasman, canale attraversato da un viadotto la cui altezza critica di 16,5 metri impedisce a molte "vele" di passarvi sotto.Dopo poco più di mezz'ora di navigazione tra le isole e il mare interno, lasciando a dritta Sali, importante porto peschereccio con flottiglia di "lampare" per la pesca delle alici, e annessa fabbrica del pesce, la prua e la poppa del nostro "Bateau Blanc" sono perfettamente allineate con i 'miragli' - di ingresso e di uscita - dello stretto passaggio - con allineamento - di Prolaz Proversa, passaggio che prelude all'ingresso in Porto Katina, praticamente la porta d'ingresso dell'Arcipelago delle Kornati. "Katina", perché anticamente lo stretto passaggio veniva chiuso con una catena per impedire l'ingresso alle feluche dei pirati Saraceni - "Lo nero periglio che vien dallo mare..." -. Facendo rotta verso Sud, lasciato sempre a dritta il Faro "Le Sestrice" - delle "Due Sorelle" -, che collega le isole col mare aperto, si mette la prua tra 175° e 180°, lungo il Kornatski Kanal (Canale della Grande Incoronata). A seguire nell'ordine, quasi a sgranare una collana di perle:- Lucicà, il rifugio di Zéljko, dove teneva il capanno per la pesca e aveva gli ulivi. Una piccola insenatura di sogno, la cui vista rinnova mille ricordi, ancora vivi. Zéljko, vecchio partigiano titino e nuovo, caro compagno di avventure nelle acque tra Murtér (Otok Murter) e Lucicà, col quale dividere sarde salate, 'rakjia' - grappa ricavata da melassa di fichi - e... storie di mare, tra un brodetto e una grigliata. "Pochi pesci... molte patacchi, molti pesci... pochi patacchi" "Poco di bureta... molto spasigio, grande bura... poco spasigio" Erano le sue frasi ricorrenti, riferite, la prima, al brodetto, la seconda, allo 'struscio' nel centro di Murtér.- Levrnaka, altra splendida insenatura, quasi di fronte a Lucicà; meta d'obbligo di "Capitan America", come noi si chiamava Pejio, barcaiolo di Murtér, che con la sua 'Dalmacjinca' - piccola imbarcazione a motore - portava turisti alle Kornati, compagno di sbornie - e non solo ! - di Zéljko.- Vrulje, la migliore grigliata di calamari della Dalmazia...- Piskera, l'unico 'Marina' delle Kornati, una porta aperta sul "Golfo" Adriatico e sull'intero Arcipelago.- Lavsa, un 'budello' riparato da tutti i venti, una vera e propria piscina naturale.- Otocic Ravni Zakan, isoletta di Ravni Zakan... le migliori acque delle Kornati, tra il verde smeraldo e il turchese, che... "par proprio di essere ai Caraibi...".- Opat, altro passaggio tra la Grande Incoronata e Uvala Smokvica (Isola di Smokvica), praticamente la 'porta' di uscita - o di entrata - delle Kornati sul Murtérsko More (il Mare di Murter). L'Arcipelago delle Kornati è... un invito all'avventura, alla fuga dalla civiltà; suscita il desiderio di vivere in libertà, nel sole, nel vento, tra cielo e mare... "nature" ! Più gli occhi e il pensiero forano le Kornat, il loro incanto, più distinti diventano i momenti di quel navigare spensierato nel labirinto di insenature, scogli, minuscole calette, approdi riparati alternati a pareti a picco, scogliere che... precipitano negli abissi marini. Un labirinto di isolotti di bianca roccia carsica, nati, secondo la leggenda, da una... "manciata di sassi lanciati da Zeus (Giove) al figlio Poseidone (Nettuno) nel suo mare in divino disordine..."Un numero incredibile di isole simili a piccole montagne della luna sospese sopra un'acqua di cristallo blu cobalto, che vira al verde smeraldo, al turchese, in prossimità delle rive. Un paesaggio lunare, abbacinante, affascinante... " Avevo la ruota del timone in mano, osservavo le isole alla nostra prua e mi veniva, per la verità, un po' da ridere. Pensavo agli smaniosi dell'esotico. A quelli che, con onerose combinazioni economiche e faticosi balzi attraverso il pianeta, periodicamente cercano di raggiungere un arcipelago o un'isola deserta e sbarcano in remoti lidi di vari oceani. E non sanno che un'isola ideale, anzi un intero Arcipelago della solitudine, come lo si sogna (e si teme che ormai più non esista), si può trovare nel nostro mare, nelle acque della Dalmazia... La Polinesia dietro l'angolo..." Così, Folco Quilici. Per lui, le Kornati sono la "Polinesia dell'Adriatico", e c'è da credergli... In ogni caso, sono il paradiso della vela. Quante sono le isole dell'Arcipelago ? I Dalmati, Zéljko, rispondono:"Tante quanti i giorni dell'anno". Sulla base di vecchie mappe catastali, l'Arcipelago conta otto isole maggiori, centonove isolette e trenta scogli emergenti. Si tratta del più esteso arcipelago dell'Adriatico e uno dei maggiori del Mediterraneo. Sulle Kornati non esistono abitanti permanenti. Ci si va periodicamente per pescare, per allevarvi pecore, per coltivare il campicello e raccogliere le olive; in estate, alcune isole si popolano di ristoratori, affittacamere e operatori turistici. Esistono non più di trecento case, piccole case di pietra, riparate nelle baie e nelle insenature. L'intero Arcipelago, ora Parco Nazionale, prende il nome dall'isola maggiore. Kornat, ovvero Incoronata.Il termine "corona" ha dato luogo allo slavo "Kruna", mentra da "coronata" derivano "Kornat" e Kornati. Le isole formano, appunto, una "corona" di perle, oppure sono... "incoronate". Praticamente un "Collier", l'Arcipelago, e le isolette che le fanno da corona, le "Krune", sono le "gemme" di diamanti, rubini e smeraldi, incastonate nei "pendagli" del Collier... Sono isole nude e deserte, quasi spaventose nella loro solitudine.Un paesaggio "lunare", in particolare se visto dall'alto. Un tempo erano verdi, ricoperte di boschi, Ma verso la metà del secolo scorso un immenso incendio infuriò sull'Arcipelago per quaranta giorni.Il vento portò le fiamme da un'isola all'altra. Visto dalla costa di terraferma, sembrava che si fosse incendiato il mare. Dopo quell'incendio, la vegetazione spontanea, a parte le erbacee e qualche arbusto, non è più ricomparsa. Le acque dell'Arcipelago sono ricche di pesci, soprattutto crostacei come aragoste e scampi, che i pescatori,dopo averli pescati, conservano nell'attesa della vendita in enormi cesti di vimini intrecciati, 'nasse', ancorati sul fondo del mare. Le Kornati hanno una loro storia che comincia nel neolitico.L'uomo dell'età della pietra ha lasciato traccia di sé: un'ascia silicea rinvenuta sull'isola di Piskera. L'uomo primitivo delle Kornati conosceva la zattera ed anche il 'monossilo' - imbarcazione ricavata da un tronco d'albero cavo -. Sull'itsmo di Piskera si levano tutt'ora i muri di una antica casa doganale romana. Nel corso del Medio Evo, le isole diedero rifugio a profughi di guerre ed incursioni corsare e piratesche. Nelle acque della Dalmazia ci furono sempre conflitti e scorribande. Tra le isole vi trovavano rifugio i leggendari Uscocchi, corsari al soldo dell'Impero Austro-Ungarico, con base a Senj. Imperversavano pure i pirati barbareschi e saraceni... " Lo nero periglio che vien dallo mare..." Nel 1897, gli abitanti di Murtér comprarono le Kornati dal Conte Peter Afric di Zara. I muri a secco di arcaica memoria, caratteristici del brullo paesaggio delle isole, sembrano eleganti motivi grafici, geometrie pittoresche, arabeschi per abbellire madre natura, e servono per delimitare le antiche proprietà degli abitanti di Murtèr; proprietà da tramandare di padre in figlio, di generazione in generazione.Piccoli appezzamenti (particelle) dove pascolano pecore e capre e dove venivano coltivati - ora molto meno ! - l'olivo e la vite. In questo "deserto" di isole e di scogli, tra cielo e mare, solo apparentemente non c'è vita. Paradossalmente le barche a motore piene di turisti in visita nell'Arcipelago ne hanno modificato vita e ritmi. La visita del turista dura dall'alba al tramonto. Racconta Jéliko, che al tempo in cui i pescatori, come lui, si servivano esclusivamente di barche a remi o a vela per navigare da Murtér alle Kornati, i soggiorni sulle isole erano più lunghi, sicché c'era più movimento di quanto ce ne sia ora, nonostante il Turismo. " Onda per onda batte sullo scoglio Passan le vele bianche all'orizzonte Monta rimonta or dolce or tempestosa L'agitata marea senza riposo Ma onda e sole e vento e vele e scogli Questa è la terra, quello l'orizzonte Del mar lontano, il mar senza confini Non è libero mare senza sponde... "("Onda per onda batte sullo scoglio" - Carlo Michélstaedter -) " E' vent da dou che ven e' vent da e' zil , da la furesta da e' col di caval O da la speda ? O e' ven invece de merr dou ch'al santemmi mov l'acqua dla veita ? "("E' Vent" - Nino Pedretti -) " Eppure il vento soffia ancora Spruzza l'acqua alle navi sulla prora E sussurra canzoni tra le foglie e... Bacia i fiori... li bacia e non li coglie Eppure sfiora le campagne Accarezza sui fianchi le montagne E scompiglia le donne tra i capelli Corre a gara in volo con gli uccelli Eppure il vento soffia ancora..."("Eppure soffia" - Pier Angelo Bertoli -) "Vela ventis dare" (continua) Gianni Fabbri