domenica 3 agosto 2014

Carthago delenda est


Marco Porcio Catone - biografieonline.it
Introduzione, lettura, trascrizione e commento a cura di Gianni Fabbri 

157 a.C.: "Ceterum censeo Carthaginem esse delendam - Carthago
delenda est - abbreviato in... Delenda Carthago "
"Infine credo che Cartagine debba essere distrutta - Bisogna distruggere Cartagine". Famosa frase latina, reminiscenza, più o meno remota, di studi della Scuola Media di gentiliana memoria, attribuita a Marco Porcio Catone, per la Storia, Catone il Censore. Pronunziata al suo ritorno da una missione "diplomatica" di arbitrato tra i cartaginesi il re di Numidia Massinissa. Frase ripetuta spesso dal senatore romano, qualunque argomento trattasse in Senato, per sottolineare come non fosse possibile né conveniente per Roma venire a patti con il secolare nemico. 
Cartagine, oggi sobborgo di Tunisi - Tunisia - fu fondata nell'anno 812 a.C. da coloni Fenici, provenienti dalla città di Tiro. Tradizione vuole che a capo di questi coloni vi fosse Elissa, cioè la regina Didone.
Già nel VI secolo a.C., i Cartaginesi, come marinai e mercanti, erano noti nell'intero Mediterraneo.
Nel IV secolo a.C., Cartagine controllava un ampio territorio che andava dal Golfo della Sirte - attuale Libia - a Est, fino alle coste della Numidia - coste dell'Algeria mediterranea - e dell'Iberia - Spagna - a Ovest.
Roma venne invece fondata sessant'anni dopo Cartagine - 753 a.C. 
Roma e Cartagine: due città-Stato che nei secoli divennero due imperi nel Mediterraneo e oltre (almeno per Roma) e ne dettarono l'agenda della storia.

Guarda il video dalle schede di Archeologia 1981 - Rai Scuola - 

www.scuola.rai.it/articoli/cartagine



I "trattati" Roma-Cartagine ebbero fondamentale importanza per questo scacchiere strategico da loro dominato con la presenza di un terzo soggetto incomodo: i Greci d'Occidente, guidati da Siracusa, il centro più potente della "Magna Grecia" mediterranea. 
Il primo "trattato" è del 509 a.C. e recita:
" A queste condizioni ci sia amicizia fra i Romani e gli alleati dei Romani e i Cartaginesi e gli alleati dei Cartaginesi. Né i Romani, né gli alleati dei Romani navighino al di là del promontorio Bello, a meno che non siano costretti da una tempesta... I Cartaginesi non commettano torti ai danni degli abitanti di Ardea, Anzio, Laurento, Circe, Terragna, né di alcun altro dei Latini - attuale Lazio -..."
Roma non guardava al mare perché impegnata sulla terra a difendersi dai vicini Sabelli, Etruschi, Galli e Greci.
Cartagine, non possedendo un forte esercito "cittadino", di terra, era - di contro - impegnata e bloccata in Sicilia dai Greci di Siracusa nelle più lunghe guerre dell'antichità classica per il predominio dell'isola trinacria, per cui nella città dominava il "partito commerciale", più portato allo sfruttamento delle rotte mediterranee e relativi mercati.
Nella Sicilia, fino al V secolo a.C., coabitavano etnie fenico-punniche
- a Mozia, Solunto, Palermo - e popoli di etnia greca, con sede a Siracusa e nella zona orientale dell'isola. Da ricordare, nel periodo, le guerre tra le città di Selinunte (greci) e Segesta (fenici).
Cartagine, dunque, come potenza marinara, sfruttava i commerci per... pagare le guerre. Roma, per contro, come potenza terrestre, usava le guerre per... pagare i commerci.
Si venne a creare una straordinaria complementarietà economica e politica tra le due città-Stato che durò alcuni secoli. L'ultimo "trattato", l'ottavo, data 201 a.C.
Roma e Cartagine, dopo anni di intesa, alleanze e "trattati", erano diventate rivali.
Quando Roma, dopo le vittorie contro i popoli italici confinanti e contro Pirro, re dell'Epiro, vede crescere il suo potere e il suo dominio, comincia a mal tollerare il dominio cartaginese sulla Sicilia e sull'intero bacino del Mediterraneo. 
La lotta si fece spietata e un profondo odio crebbe nell'animo di entrambi i popoli. Amilcare fece giurare al figlio Annibale eterno odio contro i Romani, e la stessa cosa - di contro - giurò il senatore Marco Porcio Catone nel... Senatus PopulusQue Romanus (SPQR). 

Nel IV secolo a.C. lo scacchiere Mediterraneo si presentava grosso modo così:
- il mare Egeo era largamente controllato dai Greci, Greci della Grecia, dell'Asia Minore e, dopo Alessandro Magno, dai Greci - i Tolomei - dell'Egitto;
- I mari Adriatico e Ionio, dominati dai popoli delle città rivierasche - Illiri, Dalmati, Ragusei... -;
- il Mediterraneo Occidentale e tutta l'area mercantile erano sotto il controllo dei Cartaginesi, escluso il Tirreno, dominato invece dalle navi etrusche e/o dai Greci "italici" della Magna Grecia con epicentro Siracusa.

Questo il contesto... Ed ora il nuovo capitolo de' "Il Grande Mare"
di Davide Abulafia.

"Carthago Delenda Est" - 400-146 a.C. - (cap. VII) 

Mentre la guerra tra Atene e Sparta per il controllo dell'Egeo giungeva al culmine, più a Ovest altre città greche erano impegnate in lotte per la sopravvivenza.
Nel suo settore del Mediterraneo, Cartagine era una potenza navale di grande rilievo, proprio come Atene lo era più a Est.
Nel 415 a.C., mentre gli Ateniesi attaccavano Siracusa, i Cartaginesi si accontentarono di stare a guardare. Avevano potuto constatare che i Greci erano internamente divisi e troppo impegnati a litigare per rivolgere la loro attenzione alle stazioni commerciali fenicie in Sicilia.
Dal punto di vista cartaginese, qualsiasi cosa indebolisse la potenza Greca in Sicilia era benvenuta.
La sconfitta delle forze ateniesi pose però un problema, al quale Cartagine seppe peraltro rispondere tempestivamente. Non era la prima volta che i Siracusani minacciavano di acquisire il dominio dell'isola, ma le vere difficoltà giunsero di nuovo dagli Elimi di Segesta i quali, non contenti del caos che avevano provocato chiamando in causa gli Ateniesi, si rivolsero a Cartagine per chiedere aiuto contro gli antichi rivali, i Greci di Selinunte. 
I Cartaginesi avevano buone ragioni per sostenere Segesta. La città sorgeva in una zona ad alta intensità di colonie puniche, cioè fenicie, in particolare Panormo (Palermo) e Mozia.
Quando nel 410 a.C., i Segestani si dichiararono pronti a diventare vassalli di Cartagine in cambio di protezione, l'assemblea cartaginese capì che era arrivato il momento di consolidare il dominio fenicio nella Sicilia occidentale. L'appello dei Segestani segnò un momento decisivo nel passaggio da una libera confederazione di alleati e di stazioni commerciali presieduta da Cartagine a un impero cartaginese che includesse tra i suoi sudditi non solo altri fenici, ma anche i popoli assoggettati: i "Libii", come gli autori greci chiamavano chiamavano i berberi del Nordafrica, gli Elimi, i Siculi e i Sicani di Sicilia, oltre ai Sardi e agli Iberi. 

Ma ad animare l'élite cartaginese - all'epoca la città era infatti controllata da un gruppo di potenti famiglie che dominavano il Senato -
c'erano anche altri fattori, di natura personale.
Pare che un importante cartaginese dal nome assai comune di Annibale avesse maturato un profondo odio per tutti i Greci a causa dell'uccisione di suo nonno, Amilcare, caduto in battaglia contro l'esercito siracusano a Imera nel 480 a.C. Con una facile vittoria, sotto la guida del formidabile Annibale, nel 410 a.C. i Selinuntini furono cacciati dal territorio di Segesta
L'anno seguente i Cartaginesi diedero il via ad una grande invasione, con truppe reclutate nell'Italia meridionale, nel Nordafrica, in Grecia e nella penisola iberica.
Senofonte, nella sua un po' scialba prosecuzione dell'opera di Tucidide, sostiene che Annibale portò con sé 100.000 uomini, probabilmente il doppio delle cifra reale. Con l'aiuto di sofisticate macchine d'assedio, costruite sul modello di quelle familiari ai Fenici del Vicino Oriente, le mura di Selinunte furono aperte dopo appena nove giorni.
Gli abitanti della città pagarono a caro prezzo la propria resistenza: 16.000 Selinuntini furono passati a fil di spada e 5.000 furono ridotti in schiavitù.
Fu poi la volta del sacco di Imera, dove 3.000 prigionieri di sesso maschile furono immolati al fantasma del nonno di Annibale nel punto stesso in cui era stato ucciso nel 480 a.C. 
I Cartaginesi non si erano semplicemente abbandonati alla furia cieca, ma erano determinati a costruirsi un dominio stabile su gran parte della Sicilia a spese di Siracusa. (...)
Nel 407 a.C. i Cartaginesi misero 120.000 uomini a bordo di 120 triremi, se dobbiamo dare credito ai numeri piuttosto iperbolici di Senofonte, e invasero la Sicilia occidentale. Nonostante un contingente di tali proporzioni, ci vollero sette mesi prima che Agrigento si arrendesse per fame. La città fu spogliata delle sue pregiate opere d'arte...
...L'arte e l'architettura greca avrebbero - nel III secolo a.C. - completamente conquistato Cartagine. 
La Sicilia occidentale era ormai sotto il diretto controllo della città fenicia, che cominciò così a rivolgere lo sguardo a Est, verso Gela, che, situata presso la costa meridionale, avrebbe potuto aprire l'accesso a Siracusa. Vedendo gli abitanti di Gela darsi alla fuga e le città greche cadere una dopo l'altra, i Siracusani si affrettarono a negoziare la pace.
(...) I territori conquistati nella Sicilia occidentale e sudorientale rmasero soggetti al controllo cartaginese, ma la popolazione greca fu invitata a tornare, mentre il versante orientale della Sicilia, abitato da Greci e Siculi rimase indipendente, avendo ormai Cartagine raggiunto i suoi obiettivi principali.
Tra le vittime del conflitto vi fu anche la democrazia. Siracusa tornò sotto il tallone di un longevo tiranno, Dionisio I (morto nel 367 a.C.), il primo di una temutissima dinastia. (...)
Dionisio I fu l'uomo che concluse la pace con Cartagine, ma fu anche colui che nel 398 a.C. riaprì le ostilità con la città punica impadronendosi di Mozia, prezioso possedimento fenicio nella Sicilia Occidentale. 
Gli uomini della città furono massacrati, mentre le donne e i bambini furono venduti come schiavi. I mercanti greci stanziati in città furono crocifissi come traditori.
La storia di Mozia era giunta all'epilogo, ma per Siracusa, questo fu l'inizio di un'aspra guerra, che nel 396 a.C. portò un'imponente flotta cartaginese davanti alla città, ancora una volta minacciata di distruzione.
E ancora una volta i Siracusani sfruttarono la conformazione del loro porto per respingere la flotta nemica, sferrando nel contempo un attacco contro le relative forze di terra. Vedendosi ormai sconfitto, il comandante cartaginese Imilcone strinse un accordo segreto con Dionisio e trasse in salvo il maggior numero possibile di soldati cartaginesi, abbandonando sul campo i suoi alleati Iberici, Sicani e Libici. (...)

Dionisio non cercò di fondare un impero siracusano, ma di consolidare con implacabile rigore il proprio potere personale, un'ambizione che gli Ateniesi avevano tacitamente avallato conferendogli il titolo di
"arconte di Sicilia".
Deciso a riaprire la lotta per il controllo totale dell'isola, il tiranno lanciò Siracusa in una serie di scontri con Cartagine che si conclusero nel 375 a.C. con la disfatta dell'esercito cartaginese: dei 15.000 soldati nemici, due terzi furono uccisi e un terzo ridotti in schiavitù.
Ma Cartagine contrattaccò, sconfiggendo a suo volta Dionisio e catturando 14,000 soldati siracusani, Alla fine i Cartaginesi conservarono il controllo dei loro tradizionali domini nella Sicilia occidentale e recuperarono le posizioni in alcune delle città a suo tempo conquistate da Annibale. 

Nonostante l'ostilità che aveva caratterizzato i rapporti dei Cartaginesi con Siracusa, queste guerre ebbero l'effetto di legare più saldamente Cartagine al mondo greco.
La città si era ormai completamente staccata dalla Fenicia ed è improbabile che nella Cartagine del IV secolo a.C. gli scambi commerciali con Tiro e Sidone continuassero ad avere qualche importanza, in confronto alla rinnovata intensità dei contatti con le città greche della Ellade, della Sicilia e dell'Italia meridionale. (...)
Nel frattempo la mescolanza con la popolazione locale era diventata sempre più diffusa, anche fra le famiglie cartaginesi altolocate, che talvolta avevano legami di parentela con i locali re Berberi e con l'élite greca di Sicilia.
Cartagine era diventata una città cosmopolita di forse 200.000 abitanti con immensi quartieri suburbani, un porto navale, uno scalo mercantile. 
Per tutto il IV sec. a.C. i Cartaginesi marcarono Siracusa molto da vicino, lottando per il controllo delle acque fra l'Africa e la Sicilia nonché dell'isola stessa. L'importanza di quel braccio di mare - il "canale di Sicilia" (!) - si palesò nel 344-343 a.C. quando l'ammiraglio corinzio Timoleonte divenne il salvatore di Siracusa. La sua fama era legata alla congiura da lui ordita per uccidere il fratello, che si era proclamato tiranno di Corinto. Plutarco racconta che, quando i due suoi congiurati compirono l'assassinio, lui si coprì il volto e pianse.
Agli occhi della disillusa nobiltà siracusana Timoleonte parve l'alleato ideale per contrastare la spietata politica della dinastia di Dionisio.
Siracusa era nata come colonia corinzia, e in città persisteva l'idea che il luogo cui rivolgersi in caso di nacessità fosse Corinto...
I Cartaginesi inviarono una squadra navale per impedire l'arrivo di Timoleonte, ma questi riuscì ad eluderla, e così si trovarono invischiati nell'ennesima devastante guerra: nel 341 a.C., 3.000 di loro perirono in battaglia nella Sicilia occidentale, e al suo rientro in patria il generale Asdrubale fu crocifisso, punizione consueta in caso di incompetenza sul campo di battaglia. Cartagine conservò i propri domini nella Sicilia occidentale, ma Timoleonte assurse a figura preminente dell'isola, riuscendo a favorire l'instaurazione di un sistema di governo aristocratico in quasi tutte le città siciliote. Per un paio di decenni i tiranni passarono di moda. Ma l'effetto più significativo fu che i Sicelioti parvero avere compreso l'importanza della cooperazione. 
All'epoca di Plutarco, morto nel 120 d.C., Timoleonte era considerato un eroe, un eletto degli dèi che aveva "reciso i nervi della tirannide" e liberato la Sicilia dal potere dei barbari punnici.
Ma Timoleonte non fu molto diverso dai tiranni che lo avevano preceduto.
Si impadronì del potere con l'aiuto di mercenari e, con l'eliminazione dei despoti dell'isola, intese affermare la supremazia di Siracusa, a lungo contestata. Un indubbio titolo a suo merito è che, giunto alla vecchiaia e malato di cataratta, ebbe il buon senso di ritirarsi tra gli onori del popolo siracusano. E un altro elemento a suo favore è che seppe propiziare la ripresa economica di gran parte della Sicilia. Sotto la sua guida furono ricostruite varie città, comprese molte di quelle che erano state devastate dalla guerra con i Cartaginesi. Agrigento e Gela tornarono a nuova vita...

L'ultimo grande conflitto tra Cartagine e Siracusa scoppiò nel 311 a.C.
Amilcare, il comandante cartaginese della Sicilia occidentale, trovò un temibile nemico in Agatocle, che dopo aver cancellato la costituzione di Timoleonte si proclamò tiranno di Siracusa. Come i suoi predecessori, Agatocle mirava a porre tutta l'isola o gran parte di essa sotto il controllo siracusano... E quando i Cartaginesi si accorsero che Agatocle aveva messo pericolosamente gli occhi su Agrigento, non lontana dai loro insediamenti nella Sicilia occidentale, cominciarono a preoccuparsi.
Nel 311 a.C. Agatocle marciò su Agrigento con un cospicuo contingente militare, neutralizzato però dall'arrivo di una flotta cartaginese di 50-60 navi. L'anno seguente Amilcare sbarcò in Sicilia 14.000 uomini (dei quali solo uno su sette era cittadino cartaginese) e, con l'aiuto di forze locali contrariate dalle ambizioni di Agatocle, dilagò nell'isola.
Il tiranno di Siracusa capì di aver osato troppo: la guerra in Sicilia era ormai persa e i suoi possedimenti si ridussero alla sola Siracusa.
Oltre alla città, però, Agatocle aveva anche denaro e soldati: 3.000 mercenari greci e altri 3.000 fra etruschi, sanniti e celti reclutati in Italia. Aggiungendo 8.000 uomini arruolati sul posto, organizzò una flotta di 60 navi e nell'agosto 310 a.C., forzando un blocco navale cartaginese, raggiunse il litorale Nordafricano.
Con straordinaria audacia, fece scendere a terra le truppe, bruciò le sue navi (non c'erano infatti abbastanza uomini per presidiarle) e si mise in marcia con il suo esercito verso Cartagine, accampandosi nei pressi della vicina Tunisi.
Cartagine, insomma, era assediata dai Siracusani proprio mentre Siracusa era assediata dai Cartaginesi (!). (...)

Quando Agatocle sferrò l'attacco di terra, i suoi alleati libici, forse 10.000 uomini, disertarono e 3.000 dei suoi mercenari italici e greci caddero in battaglia. Di lui uno storico ha detto: "Non era un secondo Alessandro, né per genio né per risorse".
Agatocle comprese, però, che era arrivato il momento di siglare la pace e, come prevedibile, il quadro della Sicilia tornò al suo antico assetto, con la parte occidentale in mano a Cartagine e quella orientale e centrale in mano ai Greci. Sorprendentemente, questa sconfitta non segnò la fine di Agatocle, il quale consolidò il suo potere assumendo il nuovo titolo di 
"re della Sicilia". (,,,)
Le sue ambizioni imperialistiche si volsero altrove, in particolare verso l'Adriatico, stringendo un'alleanza matrimoniale con Pirro, re dell'Epiro - regione delle Grecia - cugino di Alessandro Magno e generale di pari talento, e concludendo un'altra alleanza con i Tolomei d'Egitto...
.....Ma il suo impero marittimo non sopravvisse alla sua morte, avvenuta nel 289 a.C.
Il vero lascito di Agatocle furono la sopravvivenza e la prosperità del suo acerrimo nemico, Cartagine, cui i Romani chiesero di rinnovare il "Trattato commerciale" siglato nel 509 a.C.
Ma se alla fine del VI secolo i Cartaginesi potevano guardare ai Romani come a semplici vicini, relativamente utili, degli alleati Etruschi, ora avevano a che fare con una potenza di non poco rilievo in Italia, che nel giro di qualche generazione avrebbe iniziato a scalzarli dalla Sicilia...

La preminenza o, meglio, la supremazia raggiunta da Roma nella penisola italica verso il 300 a.C. era il risultato di una serie di guerre combattute sul territorio.
Roma non aveva l'ambizione di diventare una potenza navale, e i trattati con Cartagine, rinnovati nel 348 a.C. indicano che quando affrontavano il mare i romani lo facevano da mercanti, non da guerrieri...
La principale preoccupazione dei primi Romani fu sconfiggere i popoli vicini: per esempio i Volsci, calati a poco a poco dagli Appennini con l'intento di insediarsi nell'ampio territorio del Lazio a Sud di Roma.
Nel 390 a.C. i Romani dovettero fronteggiare anche la grave minaccia dell'invasione gallica, dalla quale, come è noto - reminiscenze storiche - si salvarono grazie allo strepito notturno delle oche.
Più complesse erano le relazioni con gli Etruschi, con cui avevano in comune notevoli tratti culturali; ma la distruzione di Veio, una delle più grandi città etrusche a pochi passi da Roma, nel 396 a.C. non fu che il primo passo nel processo di assoggettamento dell'Etruria meridionale...
.....Le altre città etrusche non furono distrutte, ma attratte da Roma in una rete di alleanze...
Non è quindi un caso se, a pochi decenni dalla loro espansione sulla costa dell'Etruria meridionale, i Romani furono in grado di allestire possenti flotte e sconfiggere la marina cartaginese nelle acque di Sicilia.
Oltre ad acquisire stazioni costiere in Etruria, i Romani misero mano alla costruzione di un proprio porto ad Ostia, anche se la sua funzione originaria era quella di convogliare nel Tevere le merci destinate a fornire l'Urbe. (...)
Qualche anno dopo, intorno al 320 a.C., un trattato con la città di Taranto, fondata da coloni spartani, stabilì che le navi romane non dovevano navigare nel golfo prospiciente la città, definendo in tal modo una sfera di influenza tarantina e tutelando gli interessi commerciali di quello che era diventato il centro greco più importante dell'Italia meridionale, capo di un'alleanza di città denominata Lega italiota. (...)

Durante le guerre sannitiche l'esercito romano, nel tentativo di accerchiare le ingenti e pugnaci forze nemiche, si spinse sempre più a Sud. Quando, nel 282 a.C., una decina di navi sotto il comando romano entrarono nel golfo di Taranto, i Tarantini le attaccarono.
Pur avendo perso metà della loro squadra, i Romani non si lasciarono intimidire e posero una guarnigione in un'alta città del golfo, Turi (in greco Thoùrioi), che aveva invocato l'aiuto di Roma contro le incursioni dei popoli stanziati nell'entroterra lucano.
Se Taranto si era decisa ad attaccare non era stato sicuramente per la paura di perdere il controllo del mare: dieci navi non potevano certo competere con le centinaia che le città marinare greche erano in grado di schierare. Il vero timore era che la presenza romana in terraferma potesse compromettere la tenuta della Lega italiota, mettendo le città greche dell'Italia meridionale l'una contro l'altra.
La paura di Roma indusse i Tarantini a guardare al di là dell'Adriatico e a invocare l'aiuto di Pirro, re dell'Epiro. E poiché costui sosteneva di discendere da Achille, la sua campagna contro Roma, che andava ormai affermando di essere stata fondata dai discendenti di Enea, sembrava echeggiare la... guerra di Troia.
Che Pirro si immaginasse come futuro signore del Mediterraneo, capo di un impero occidentale non meno vasto di quello, sia pure effimero creato dal cugino Alessandro Magno in Oriente, è cosa tutt'altro che certa.
Forse voleva semplicemente incassare i lauti compensi che i Greci d'Occidente erano disposti a sborsare in cambio di una armata mercenaria tanto formidabile, strutturata in falangi e dotata di elefanti. 
Come i Tarantini temevano, alcune città dell'Italia meridionale scelsero di schierarsi con Roma, anche se ai primi successi di Pirro sul suolo italico alcune di quelle che si erano unite a Roma mutarono opportunisticamente alleato.
Tra il 280 e il 275 a.C. il sovrano epirota dominò la scena dell'Italia meridionale e centrale. Ma le "vittorie di Pirro" non gli giovarono granché, e qualche anno dopo la sua forzosa ritirata Roma ebbe ragione di Taranto
Le città greche dell'Italia meridionale ripresero i propri traffici, non senza qualche occasionale omaggio all'indirizzo di Roma...
Finché continuarono a concepirsi come una potenza radicata nel territorio laziale, i Romani non ebbero né il desiderio né la capacità di controllare i centri del profondo Sud. Si limitarono alla creazione di pochi insediamenti: Paestum, Cosa in Etruria, e Ariminum (Rimin) erano presìdi costieri a protezione delle vie di comunicazione in terra e in mare lungo le sponde italiche; ma l'attenzione si appuntò soprattutto sulla difesa dell'interno, per esempio dei confini del territorio sannita, su cui avrebbe vigilato la nuova colonia di Beneventum (Benevento).

A portare Roma fuori dal guscio dell'Italia furono le guerre puniche.
I Cartaginesi erano scesi anch'essi in campo nella guerra contro Pirro, e nel 276 a.C. avevano riportato una grande vittoria navale, affondando ben due terzi della flotta avversaria, composta di oltre cento navi.
La prima guerra punica fu combattuta in Sicilia e in Africa, ed estese l'influenza di Roma oltre la barriera del mare aperto. 
La seconda, caratterizzata in prevalenza da campagne terrestri, portò i Romani in Spagna, anche se, con la discesa di Annibale attraverso le Alpi
il principale teatro delle operazioni fu l'Italia.
La terza, di breve durata, vide Roma inserirsi più a fondo nelle vicende africane e culminò, nel 146 a.C., con la distruzione di Cartagine.
L'aspetto singolare è che, almeno all'inizio, gli intenti dei Romani erano tutt'altro che chiari. Certo, essi non si misero in moto con l'obiettivo di annientare Cartagine, con cui avevano antichi trattati e nessun palese conflitto di interesse. 
Tra la prima e la seconda guerra ci fu persino un periodo di pace...
Ma alla fine del ciclo Roma arrivò ad imporsi come potenza mediterranea, estendendo il proprio dominio non solo sulle macerie di Cartagine, ma anche su ampie porzioni della Grecia. (...)
Roma mise mano alla costruzione di una grande flotta militare solo quando la prima guerra punica la rese necessaria.
Le due città furono trascinate in una lunga serie di scontri, tra cui alcune delle più grandi battaglie navali dell'antichità, con decine di migliaia di morti, sia in terra sia in mare. (...)
Le guerre puniche furono molto di più che un conflitto tra Cartagine e Roma...
Lo schieramento messo in campo da Annibale contro Roma comprendeva soldati gallici, etruschi e sanniti, e le flotte che l'Urbe inviò contro Cartagine erano composte da un gran numero di navi fornite dai Greci e da altri alleati dell'Italia centrale e meridionale...
Entrarono in gioco altri interessi: le città iberiche, i re nordafricani, i capitribù della Sardegna... e le città siceliote.
La designazione "puniche" fa invece erroneamente pensare che a dominare le guerre fu soltanto l'irriducibile rivalità tra Cartagine e Roma.

Gli storici antichi furono impressionati dalla lunghezza, dall'intensità e dalla brutalità delle guerre puniche.
Lo storico greco Polibio... che narrò l'ascesa di Roma, riteneva che la prima guerra punica fosse il più grande conflitto mai combattuto. La sola durata, dal 264 al 241 a.C., superava di gran lunga quella della guerra di Troia; e la seconda (218-201 a.C.), anch'essa lunga ed estenuante, lasciò dietro di sé una scia di devastazione agricola.
La guerra con Cartagine ebbe origine in dispute lontane da Roma, ed entrambe le città non furono affatto certe che il modo migliore per tutelare i propri interessi fosse quello dell'intervento armato.
La crisi iniziò con la presa di Messina da parte di un gruppo di mercenari campani già al servizio di Agatocle, tiranno di Siracusa, e noti come "mamertini" (uomini di Marte). (...)
I mamertini, ai quali non piaceva affatto trovarsi in posizione subordinata, ebbero un ripensamento e si rivolsero a Roma, chiedendo appoggio contro i Cartaginesi. Persuadere il Senato che la città doveva lasciarsi invischiare in una guerra fuori dei confini della penisola fu tutt'altro che facile. (...)
I Romani incontrarono notevoli difficoltà a superare lo stretto di Messina in presenza della poderosa flotta cartaginese stazionata alle Eolie, tanto più che il loro comandante non aveva alcuna esperienza delle tempestose acque tra Scilla e Cariddi. (...)
Si narra che, dopo aver sconfitto la flotta romana, i Cartaginesi inviarono nell'Urbe un altezzoso messaggio: scendete a più miti consigli, o non vi potrete avvicinare al mare nemmeno per lavarvi le mani.
In ogni caso, Cartagine sperava nella pace.
Ma i Romani erano troppo fieri per lasciarsi intimidire, e nel 263-262 a.C. schierarono in Sicilia un esercito di almeno 40.000 uomini.
Ierone di Siracusa ne fu impressionato e decise di dare il suo appoggio al probabile vincitore, abbandonando i Cartaginesi e abbracciando la causa di Roma...
I Cartaginesi concentrarono ad Agrigento numerosi mercenari iberici, gallici e liguri. Roma ebbe la meglio, mise a sacco la città, vendendone i 25.000 abitanti come schiavi, e diede avvio a quello che ora poteva ritenersi un realistico piano di espulsione dei Cartaginesi dalla Sicilia. (...)
Roma aveva però bisogno di una forza navale all'altezza della situaione. Polibio ci informa che fu solo a queto punto che i Romani iniziarono ad allestire una vera e propria flotta. (...)
Come ciò fu possibile è un enigma ancora più grande... 
Ora, nel 261 o 260 a.C., si stabiliva che Roma dovesse dotarsi di 100 quinqueremi e 20 triremi. Una quinquereme cartaginese catturata in battaglia servì da modello.
Come riuscirono a formare gli equipaggi delle nuove navi, come acquisirono le competenze marinare indispensabili per navigare...
come seppero venire a capo dell'intrico di travi e legni sagomati, e come furono in grado di fare tutto in sessanta giorni dal taglio del legname (così riferirà più tardi Plinio il Vecchio) è un mistero...
C'è veramente da credere a Polibio secondo il quale le navi erano "difettose di attrezzatura e poco agili". Il sartiame e il bitume per gli scafi dovettero essere reperiti all'esterno - dell'Urbe - o fabbricati da zero.
Pare che gli equipaggi romani ricevessero un intensivo addestramento a terra, imparando a remare in secca per poi cimentarsi in mare...
Ci è ignoto, invece, se i cantieri di ssemblaggio romani fossero a Ostia o nelle cità greche dell'Italia meridionale. In ogni caso, dovette trattarsi di un'operazione costosissima. Dopo le esitazioni iniziali, Roma si era votata alla guerra contro Cartagine, sebbene gli obiettivi non fossero ancora chiari. Combattere era diventata ormai una questione d'onore. (...)

Polibio racconta che nella grande battaglia navale combattuta a Ecnomo, nella Sicilia occidentale, nel 256 a.C., si fronteggiarono 230 navi romane contro circa 350 (più probabilmente 200 !) imbarcazioni cartaginesi per un totale di 150.000 uomini. Forse fu "la più grande battaglia navale della storia". (...)
La battaglia di Ecnomo si risolse in uno splendido trionfo romano.
La flotta dell'Urbe aveva imparato in fretta a ingaggiare combattimento in squadre molto compatte: a quel punto, l'unico problema rimaneva quello di tenere serrati i ranghi nell'infuriare degli scontri.
Lo schema, che indubbiamente intendeva ricalcare l'assetto delle legioni romane nelle battaglie campali, offriva un notevole vantaggio rispetto allo schieramento, assai meno compatto, della marina cartaginese, i cui ammiragli facevano affidamento sull'agilità di manovra e sulla capacità di inseguimento delle loro navi. Puntando sull velocità, i cartaginesi preferivano piombare a tutta forza sul fianco, o persino sulla poppa, della nave nemica, speronarla e affondarla. A Ecnomo, il loro obiettivo era evidentemente quello di circondare le navi romane e speronarle ai fianchi e sul retro. 
Nella storia della strategia navale, insomma, la battaglia di Ecnomo non è importante solo per il numero delle navi e dei marinai coinvolti, ma anche perché costituisce un interessante esempio di scontro tra due marine con concezioni tattiche molto diverse. 
La vittoria di Ecnomo schiuse alla flotta romana il canale di Sicilia e diede a Roma l'accesso all'Africa. Il grande piano era ormai quello di invadere il cuore dell'impero cartaginese. Ma attaccando Cartagine i Romani non immaginavano che avrebbero conquistato la città, né tantomeno che l'avrebbero distrutta.
Nel 256 a.C. la flotta romana sbarcò ad Aspis, poco ad Est della capitale punica, oltre 15.000 uomini, che saccheggiarono le fattorie e i villaggi dei dintorni, facendo incetta di schiavi (pare 20.000), fra cui numerosi prigionieri romani e italici che potevano così essere liberati.
I Romani, però, non riuscirono a conservare le posizioni in Africa, e così nel luglio 255 a.C. presero sconsolati la via del ritorno riportando in Sicilia almeno 364 navi. (...)

L'atto finale della prima guerra punica fu lo scontro navale consumato nel 241 a.C. al largo delle isole Egadi, nella Sicilia occidentale, dove la rediviva flotta romana affondò e catturò circa 120 navi cartaginesi.
Cartagine capì che bisognava trattare. Le condizioni imposte da Roma furono pesanti, pur non mettendo in questione l'eistenza della città punica.
Agli sconfitti fu chiesto un indennizzo di 8 tonnellate d'argento (3.200 talenti) da versare nell'arco di dieci anni e, cosa più importante, fu ingiunto di rinunciare ai propri interessi in Sicilia e nelle isole al largo della costa siciliana.
Cartagine si impegnò a non mandare più navi da guerra in acque italiche e a non attaccare Ierone di Siracusa, che avendo voltato loro le spalle era ora un fido alleato di Roma.
Chi si avvantaggiò maggiormente della situazione fu proprio il tiranno siracusano, cui i Romani demandarono la gestione ordinaria degli affari di Siclia non avendo l'abizione di esercitare un controllo diretto sull'isola.
.....Anche dopo la fine delle ostilità Roma non pretese nulla più che la neutralizzazione della potenza punica.
La flotta mercantile cartaginese poté così continuare a solcare il Mediterraneo, e doveva continuare nei traffici se voleva pagare l'ingente quantità d'argento chiesta come indennizzo dal vincitore.

Se ci siamo soffermati sulla prima guerra punica è perché questo conflitto segnò l'atto di nascita della flotta romana.
La seconda guerra punica fu, come convengono gli storici antichi, una naturale conseguenza della prima. (...)

L'acquisizione romana della Sicilia e della Sardegna, o più precisamente l'estromissione di Cartagine dalle due isole, stornò le mire Cartaginesi a Ovest.
Alla capitale punica erano rimaste Malta, Ibiza e alcune stazioni mercantili nel Nordafrica e nella Spagna meridionale.
E proprio in Spagna Amilcare Barca creò un impero ben più cospicuo, per grandezza e ambizioni, della rete di insediamenti commerciali fondati dai Fenici molti secoli prima.
Ciò che Amilcare cercava era un dominio in terraferma. (...)
A Cartagine la famiglia di Amilcare, i Barcidi, era potentissima...
..... Indubbiamente però, i Barcidi furono tentati di presentarsi come "novelli Alessandri", fondatori di una monarchia territoriale nelle regioni occidentali.
Il fatto che Amilcare fosse deciso a liberare Cartagine dalla morsa di Roma è attestato da un celebre, ancorché forse leggendario, episodio:
prima di partire per la Spagna nel 237 a.C., fece un sacrificio al dio Baal Ammone e, invitando il figlio giovinetto Annibale a porsi al suo fianco, gli fece stendere la mano sulla vittima sacrificale e giurare "odio implacabile verso i Romani".
Che la prima mossa di Amilcare fosse quella di assicurarsi il controllo delle aree argentifere situate nella Spagna meridionale non meraviglia...
..... Amilcare strinse alleanze con i capi degli Iberi e dei Celtiberi, ingrossando progressivamente le file del suo esercito, fino a poter schierare, nel 228 a.C., una forza di forse 56.000 uomini
L'altro strumento di controllo adottato dai Barcidi (ad Amilcare succedette, in Spagna, il genero Asdrubale e, dopo l'assassinio di questi, il figlio Annibale) fu la fondazione di nuove città.
Ad Amilcare si deve la fondazione di Akra Leuke, ritenuta all'origine dell'odierna Alicante, e verso il 227 a.C. Asdrubale fondò un'altra città più a Sud, sulla costa, ancora più vicina alle miniere d'argento.
Nella scelta dei nomi i Cartaginesi ereano decisamente poco creativi: gli Annibale e gli Asdrubale, per esempio, si sprecano.
Asdrubale battezzò la nuova città 'Qart Hadasht' (Città nuova), l'attuale Cartagena, che, per evitare confusioni con la città madre, fin dai tempi di Polibio gli storici presero a chiamare Nuova Cartagine, ossia 'Nuova Città nuova'. (...)

Il conflitto tra Cartagine e Roma riesplose in un centro spagnolo un po' più a Nord, Sagunto, sulla fascia costiera della moderna Valenza.
Dopo un lungo assedio, alla fine del 219 a.C., Annibale mise a sacco la città che si era posta sotto la protezione di Roma...
..... Ancora una volta il nocciolo della questione era di natura strategica: i Romani temevano che Cartagine li aggirasse ed erano decisi ad impedirle di rafforzare le sue posizioni fino al punto di voler rimettere piede in Sardegna o in Sicilia. (...)
Roma capì che per scongiurare il risveglio della potenza cartaginese era necessario passare all'azione.
La decisione di Annibale di guidare il suo esercito - con gli elefanti - oltre le Alpi e portare la guerra alle porte di Roma fu un lungimirante tentativo di allontanare lo scontro dalla Spagna dei Barcidi e dalle acque in cui Cartagine, ventitré anni prima era stata sconfitta.
La mossa non bastò a impedire l'attacco romano in Spagna. Ben 25.000 soldati, al comando di Gneo Publio Scipione, raggiunsero la Spagna via mare, approdando nell'antica stazione commerciale di Emporio. Lo scontro navale con i Cartaginesi fu vittorioso, anche se vide contrapporsi flotte modeste rispetto a quelle schierate nella prima guerra punica (le navi romane erano 35). (...)

Un nuovo scenario di guerra si aprì nel Nord della Grecia. Il sovrano di Macedonia, Filippo V, fu talmente impressionato dalla grande vittoria riportata nel 216 a.C. da Annibale sui Romani a Canne, in Puglia, da prendere le armi contro Roma. Per quest'ultima, sostenere un conflitto su troppi fronti era impossibile, e Filippo colse qualche successo nelle acque della costa albanese...
..... I Romani, temendo seriamente di perdere il controllo della sponda Adriatica meridionale, inviarono un contingente militare a Brindisi per scongiurare mil pericolo di un'invasione macedone...
..... Roma stava imparando che l'espansione dei suoi domini mediterranei la metteva a contatto, quando non in conflitto, con vicini fino allora fuori del suo orizzonte.

Cicerone ha scritto della Sicilia: "Fu la prima perla del nostro dominio, il primo luogo ad essere chiamato provincia" (...)
Ierone di Siracusa fu trattato con tutti gli onori, e nel 237 a.C. fu persino accolto in visita di Stato a Roma...
..... I Romani gli affidarono di buon grado il controllo della Sicilia meridionale e orientale... (...)
I nodi vennero al pettine nel 215 a.C., allorché alla morte del vecchio Ierone, Siracusa piombò nel caos. In città le fazioni ostili a Roma sognavano un'alleanza punica che, si illudevano, avrebbe esteso il dominio siracusano all'intera Sicilia (come se Cartagine non avrebbe reclamato la sua parte!).
I Cartaginesi riuscirono incredibilmente a rimettere piede sull'Isola con migliaia di uomini in armi. Posero la loro base principale ad Agrigento, ma fu contro Siracusa che, nel 213 a.C., Roma scatenò l'impressionante forza del suo esercito e della sua marina: Siracusa era la più grande città dell'isola, e all'origine dei nuovi grattacapi per Roma c'erano proprio i Siracusani.
Nel tentativo di bloccare il porto della città, i Romani posizionarono le loro navi talmente lontane le une dalle altre da permettere alla flotta punica di infiltrarsi impunemente. Ma nel 212 a.C. l'iniziativa cartaginese di raggiungere Siracusa con un grande convoglio di 700 mercantili e una scorta di 150 navi da guerra si rivelò, come prevedibile, troppo ambiziosa.
All'epoca, comunque, imporre un blocco navale era quasi impossibile, specie contro un porto con un'imboccatura molto ampia e lunghi bracci murari.
Siracusani e Cartaginesi tormentavano la flotta romana con le trovate del grande Archimede, che di divertiva a progettare innovative macchine in grado di sbalzare le navi fuori dall'acqua scuotendole così forte da rovesciare l'equipaggio in mare, o specchi che bruciavano il legno delle imbarcazioni nemiche riflettendovi i raggi cocenti del sole siciliano.
Alla fine, però, la tenacia romana diede i suoi frutti, e nel 212 a.C. Siracusa fu espugnata. Archimede, si narra, fu ucciso mentre stava disegnando sul terreno un altro dei suoi ingegnosi macchinari
L'anno successivo Agrigento fu strappata ai Cartaginesi, e l'anno dopo ancora Roma poteva annunciare con orgoglio che in Sicilia non era rimasto un solo cartaginese libero. (...)

La guerra continuò per un altro decennio e fu decisa da avvenimenti verificatisi fuori dalla Sicilia...
..... Sul fronte occidentale, nel 209 a.C., Publio Cornelio Scipione conquistò Nuova Cartagine (Cartagena), dopo aver capito che l'esercito romano era in grado di guadare l'ampia laguna che lambiva la città.
Il centro del conflitto si spostò, però, sempre più verso l'Africa, dove, nel 202 a.C., i Romani sbaragliarono finalmente Annibale nella battaglia di Zama...
..... Determinante ai fini del successo fu la capacità dei Romani di trasportare migliaia di uomini dalla Sicilia all'Africa, oltre che l'alleanza stretta con i re di Numidia. Roma aveva ormai acquisito il controllo del mare, come confermò l'umiliante trattato con cui a Cartagine veniva consentito di possedere solo 10 triremi, e nemmeno una delle grandi quinqueremi per cui era celebre. (...)
I domini spagnoli accumulati con tanta cura da Amilcare Barca passarono a Roma.
Cartagine si vide vietare la possibilità di guerreggiare fuori dall'Africa e fu di fatto ridotta alla condizione di Stato cliente di Roma. (...)
Ancora una volta Roma aveva raggiunto una posizione di grande preminenza senza aver agito con l'espresso intento di conseguirla.

Nonostante il trionfo su Annibale e Cartagine, a Roma restavano ancora da risolvere problemi nel Mediterraneo centrale.
Sostenne altre due guerre contro i Macedoni, costringendoli, infine, ad accettare il suo protettorato. (...)
Nel 187 a.C. i domini di Roma si estendevano dalle terre d'Iberia (Spagna), già appartenute ai Barcidi, ai territori del Levante, all'altro capo del Mediterraneo.
C'era ancora qualche potenziale antagonismo con i Tolomei in Egitto, con le loro poderose flotte, ma per la prima volta l'intero Mediterraneo avvertiva la potente influenza politica di un singolo Stato: La Repubblica romana.
Per tutta la durata di questi conflitti i Cartaginesi si tennero in disparte, rispettando le umilianti condizioni imposte dal trattato con Roma. (...)
Nel 151 a.C., i Cartaginesi completarono il pagamento dell'indennizzo dovuto a Roma. Proprio in quel momento entrarono in contesa con l'ottuagenario re di Numidia, Massinissa. Erano convinti di essersi ormai affrancati dalla morsa romana...
..... Nell'Urbe, però, gli umori erano di tutt'altro segno. 
Una Cartagine florida e rediviva, che perseguisse obiettivi politici propri, era ormai vista come una minaccia indiretta al dominio romano di tanta parte del Mediterraneo...
..... Dopo essersi recato in visita a Cartagine nelle vesti ufficiali di mediatore tra Massinissa e i Cartaginesi, il supertradizionalista Catone - il censore - maturò l'ossessiva convinzione che il futuro di Roma poteva essere garantito solo con l'annientamento della capitale punica.
Nei suoi discorsi al Senato denunciò sistematicamente Cartagine, premurandosi di concludere ogni suo intervento con la storica frase:
"Ceterum censeo Carthaginem delendam est" (inoltre sono dell'avviso che Cartagine debba essere distrutta).
Ebbe così inizio una serie di provocazioni...
..... I Cartaginesi risposero con un rifiuto, e la guerra divampò...
..... Al comando di Scipione Emiliano - adottato come figlio dal primogenito di Scipione Africano Maggiore, il trionfatore di Annibale - le truppe romane puntarono dritte verso il Nordafrica...
..... I Cartaginesi riuscirono ad allestire in tempi rapidi una nuova flotta, ma la città fu bloccata via mare e cinta d'assedio in terraferma e nel 146 a.C. capitolò.
Scipione ne ridusse in schiavitù la popolazione e ne rase al suolo gran parte degli edifici (non è invece certo che ne abbia cosparso di sale il terreno, a significare che Cartagine non sarebbe mai più risorta).

"Carthago delenda est" (!) 

Le guerre puniche coprirono un periodo di quasi centoventi anni e i loro effetti furono tutt'altro che circoscritti al Mediterraneo occidentale e centrale: l'anno in cui cadde Cartagine, i Romani consolidarono la loro presenza in Grecia, aprendosi così la possibilità di competere risolutamente con i sovrani d'Egitto e di Siria per l'egemonia del Mediterraneo orientale.
Gli oltre due decenni di scontri con i Macedoni e con le leghe delle città elleniche culminarono con la presa di Corinto, anch'essa avvenuta nel 146 a.C. (...)
Tutti i suoi abitanti furono fatti schiavi. Le sue splendide, e spesso vetuste, opere d'arte salparono alla volta di Roma...

" Le case fremono di lamenti, di gemiti, di urla femminee
Il cielo risuona di un grande pianto.
Come se, penetrati i nemici, precipiti tutta Cartagine 
O l'antica Tiro, e fiamme furenti si propaghino per i tetti
Degli uomini e i templi degli déi. "

("Eneide" - Virgilio) 


Alcune considerazioni di chiusura. 

Sono passati più di 2000 anni, ma il Mediterraneo brucia ancora - ed è sempre bruciato ! -.
"Gaza delenda est", dagli uni... "Tel Aviv delenda est", dagli altri...

Roma contro Cartagine, allora. Oggi, Tela Aviv contro Gaza... Tripoli contro Bengasi... Damasco contro Aleppo... in una spirale di violenza senza fine.
L'uomo non ha imparato niente dalla storia. Non ha ancora capito che qualsiasi conflitto armato produce solo lutti, distruzione, miserie, odio, e... un sentimento diffuso e incancrenito di vendetta.
" Si discute sulla guerra giusta o ingiusta: nessuna guerra può essere giusta nel mondo d'oggi". Così scrive Adriano Sofri su' "La Repubblica" - domenica 27 luglio 2014 -, e continua: "L'Europa che considera le guerre come 'infezioni primitive altrui' si divide fra chi presume di espellere da sé il deposito disperato delle guerre d'altri, e chi vorrebbe accoglierlo...".
Questo perché, oggi, il risultato immediato dei conflitti armati che infiammano il Mediterraneo - e non solo ! - è... l'altra apocalisse:
i 51,2 milioni, la metà dei quali minori, di profughi e rifugiati che l'Occidente vuole dimenticare.
- 1,2 milioni nella striscia di Gaza;
- 2,9 milioni in Siria;
- 1,2 milioni in Iraq;
- 230.000 in Ucraina...
Un elenco senza fine di disperati che bussano alla porta dell'Europa e dell'Occidente, i cui Paesi si dividono tra chi vuole accoglierli e chi li vuole espellere, ma sono uniti ogni giorno di più nell'impotenza.
" Chi avverte - sempre Sofri - che l'immigrazione va trattata intervenendo all'origine, aiutando lo sviluppo dei Paesi poveri, soccorrendo chi fugge prima che abbia dovuto scampare a frontiere e deserti, e mari, e stupri e rapine, dice cose ragionevoli, di una ragione evidente. Ma non è altrettanto evidente la necessità di intervenire dove si accendono i focolai destinati a diventare incendi indomabili..."
Intervenire tempestivamente per spuntare le armi ai signori della guerra. 
Nel terzo Millennio, è tempo di bandire per sempre la frase:
"..... delenda est", non solo dal Mediterraneo, pena la morte della dignità dell'uomo.
Oggi, con le risorse che offre madre natura, con lo sviluppo delle scienze e della tecnica, con le straordinarie tecnologie di cui dispone, l'uomo, se avesse coscienza di ciò e di sé e non si facesse travolgere dai suoi istinti bestiali, potrebbe veramente aprire una nuova era, una nuova "Golden Age", di Pace, sviluppo e prosperità condivisi.

(continua)