martedì 20 maggio 2014

Chiedetelo al mio amico Pana se la crisi in Grecia è finita



minimaetmoralia.it
Atene. Per misurare con una certa obiettività la rinascita greca dopo sei anni di recessione, ciascuno di noi – stranieri, estranei, non greci, barbari – ha in mano parecchi strumenti. Il più veloce richiede un’ora scarsa: andata e ritorno in giornata. Basta prendere la metropolitana all’aeroporto, scendere a Monastiraki, incamminarsi per qualche centinaio di metri su Athinas, voltare a destra quando si aprono le immense porte del mercato centrale. Andate lì a fine mattina, quando i banchi cominciano a chiudere. Conquistate un angolo dove sedervi e contemplate. Lo spettacolo della varietà di uomini e donne che puntano sugli scarti alimentari va seguito, appunto, per un’oretta e la dice lunga e bene – più di qualsiasi cifra statistica.

Se non siete di corsa, potete invece voltare a sinistra su Sophocleous e seguire lo spettacolo della mensa comunale. Oppure potete sedervi a qualsiasi bar e aspettare di vedere in agguato qualche insospettabile borghese pronto a rubare il biscottino che viene servito accanto alla tazzina di caffè. O potete andare negli ospedali pubblici a seguire le scene raccapriccianti di chi non può essere accolto. Ci sono molti mezzi, alcuni definiti retorici dai soloni del commento, altri certo molto più complessi e raffinati. Ma si tratta comunque di mezzi necessari per dare vita ai numeri che propongono gli analisti e paragonare la presunta rinascita, ricrescita o come vogliamo chiamare quel mostro – chimera? ircocervo? – su cui stanno puntando in molti (dai greci governativi che sperano di conquistare consensi agli stranieri che hanno deciso di investire e speculare) e i numeri della povertà.

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