venerdì 4 aprile 2014

Il Mediterraneo tra mito, storia e leggenda


Riprendiamo il filo della storia del Mediterraneo proponendo, a piu' riprese, stralci di un'opera importante, fondamentale per la conoscenza della nostra civilta', dal titolo significativo "Il Grande Mare",dello storico britannico David Abulafia, pubblicato a cura di Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. nel settembre 2013.
David Abulafia e' docente di Storia del Mediterraneo all'Universita di Cambridge e membro della British Academy e della Accademia Europea.
A segnare la storia del "grande mare", il nome con cui era noto nella tradizione ebraica, non sono stati, secondo David Abulafia, il clima, i venti o le correnti, ma gli uomini: navigatori, mercanti, missionari, condottieri, crociati, pellegrini, pirati, che, mettendo in contatto le regioni piu' remote di questo vasto bacino, lo hanno reso "forse il piu' dinamico luogo di interazione tra società diverse sulla faccia del pianeta".
Al centro di questa affascinante ricostruzione non ci sono soltanto gli eventi e i personaggi piu' importanti della storia economica, politica e militare, ma anche figure solo apparentemente di sfondo...
Da sempre il Mediterraneo - il "mare fra le terre" - e' stato un crocevia di popoli, culture, lingue, religioni, che ne hanno fatto il cuore pulsante del Vecchio Mondo.

UN MARE DAI MOLTI NOMI (Intoduzione)
Noto in inglese e nelle lingue romanze come il mare "tra le terre", il Mediterraneo ha avuto e ha molti nomi: "Mare nostrum" (Mare nostro) per i Romani, "Akdeniz" (Mare Bianco) per i Turchi, "Yam gadol" (Grande Mare) per gli ebrei, "Mittelmeer" (Mare di mezzo) per i tedeschi e, probabilmente, "Grande Verde" per gli antichi egiziani...
...In questo libro i confini del Mediterraneo sono stati fissati là dove li hanno fissati prima la natura e poi l'uomo: lo stretto di Gibilterra, i Dardanelli - con qualche prolungamento fino a Costantinopoli, nella sua funzione di ponte tra il Mar Nero e il "Mar Bianco" - e il litorale che si estende da Alessandria d'Egitto a Gaza e a Jaffa. Questo libro pone nell'ambito del Mediterraneo anche le città portuali, soprattutto quelle che hanno visto incontrarsi e mescolarsi diverse culture (...), e le isole, specie quando i loro abitanti si sono proiettati verso l'esterno...
...Molti dei suoi tratti tipici derivano dalla sua qualità di mare chiuso. (...)
La principale fonte di compensazione è l'Atlantico, grazie al costante flusso di gelida acqua oceanica parzialmente controbilanciato da un deflusso di acqua mediterranea, più salata (a causa dell'evaporazione) e quindi più pesante, cosicché l'acqua in entrata scorre al di sopra dell'acqua in uscita. (...)
Le acque in afflusso dall'Atlantico dissuasero i navigatori medievali dall'effettuare regolari passaggi in uscita dallo stretto di Gibilterra, anche se non scoraggiarono vichinghi, crociati e altri a servirsene come via d'accesso al Mediterraneo.
Le correnti principali seguono le coste dell'Africa a est di Gibilterra, curvano verso Israele e il Libano, arrivando a lambire Cipro, per poi entrare nel mar Egeo, nell'Adriatico e nel Tirreno e, lungo le coste francesi e spagnole, tornare alle Colonne d'Ercole.
Tali correnti hanno agevolato in modo significativo gli spostamenti marittimi all'interno del Mediterraneo, almeno ai tempi in cui la propulsione delle navi era affidata alle vele e ai remi, e grazie a esse era persino possibile navigare avanti e indietro con i venti mediterranei a sfavore. (...)
...Il passaggio da Occidente a Oriente, la famosa rotta del Levante del Medioevo, costituiva un'agevole via per le navi che in primavera salpavano da Genova o Marsiglia e, avanzando lungo le coste settentrionali del Mediterraneo, toccavano la Sicilia, Creta e Cipro, per poi arrivare in Egitto...
(...) Il presente volume non nega l'importanza dei venti e delle correnti, ma mira a porre in risalto l'esperienza degli uomini che hanno attraversato il mar Mediterraneo o vissuto in porti e isole con legami di dipendenza vitale dalla sfera marina. L'iniziativa umana ha contribuito a plasmare il corso della storia mediterranea molto più di quanto Braudel sia stato disposto ad ammettere. Il libro è costellato di decisioni politiche: flotte che partono alla conquista di Siracusa o di Cartagine, di Acri o di Famagosta, di Malta o di Minorca. (...)
...Per contrastare la pressoché costante minaccia della pirateria, spesso si rese necessario stringere torbidi accordi con i pirati e i loro padroni, comprando il libero transito dei mercantili a prezzo di doni ed elargizioni in denaro. (...)
...Prima i Catalani e poi gli Inglesi si procurarono lungo l'arco del Mediterraneo una catena di possedimenti perfettamente funzionale ai loro interessi economici e politici. (...)
...Principi e mercanti hanno posto il proprio profitto sopra la causa della fede cristiana. La ruota della storia gira, e il risultato è imprevedibile, ma a imprimerle la spinta è sempre la mano dell'uomo.

"... ma misi me per l'alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.
...
Io e' compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dov'Ercule segnò li suoi riguardi,
acciò che l'uom più oltre non si metta:
da la man destra mi lasciai Sibilia
da l'altra già m'avea lasciata Setta.
"O frati", dissi "che per cento milia
perigli siete giunti a l'occidente
a questa tanta piccola vigilia
d'i nostri sensi ch'è del rimanente,
non vogliate negare l'esperienza,
di retro al sol, del mondo senza gente.
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza.
Li miei compagni fec'io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;
e volta nostra poppa nel mattino,
de' remi facemmo ali al folle volo
sempre acquistando dal lato mancino.
...
Noi ci allegrammo, e tosto tornò il pianto;
ché de la nova terra un turbo nacque,
e percosse del legno il primo canto.
Tre volte il fe' girar con tutte l'acque:
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com'altrui piacque,
infin che 'l mar fu sovra noi richiuso".

(Canto XXVI - Inferno - La Divina Commedia - Dante Alighieri)

Con questi mirabili versi Dante esalta Ulisse come primo grande navigatore del Mediterraneo.
Più che l'astuzia dell'eroe acheo, che conquistò Troia, ne viene esaltato il coraggio, evidenziati l'amore per la libertà e la fame di conoscenza, che lo
spinsero oltre a... quella foce stretta dov'Ercule segnò li suoi riguardi
in quello che doveva essere l'ultimo viaggio... infin che 'l mar fu sovra noi richiuso.
Il vero nome di questo eroe d'ogni tempo era Odisseo, nome dal significato formidabile che gli fu assegnato dal nonno Antolico motivandolo come "odiato dai nemici".
A Odisseo, a Ulisse, ma anche "Nessuno" - per il Ciclope Polifemo - e quindi "Tutti", in particolare a... color che van per mare, dedichiamo questa prima parte del testo che lo scrittore David Abulafia titola:

"Gli Eredi di Odisseo"

Se i primi greci avessero un senso della propria identità pari a quello dei fenici è tutt'altro che chiaro. Soltanto nel VI secolo a.C., quando da est si profilò la spaventosa minaccia persiana, le varie popolazioni di lingua greca del Poloponneso, dell'Attica e dell'Egeo cominciarono a rimarcare con convinzione le proprie comuni radici, e la loro identità ellenica fu poi ulteriormente rafforzata dagli aspri scontri con le flotte etrusche e cartaginesi in Occidente.
Più che come elleni, i greci percepivano se stessi come gruppi distinti: ioni, dori, eoli e arcadi. C'erano gli spartani, fieri eredi della stirpe dorica, che si ritenevano giunti da nord in tempi recenti; c'erano gli ateniesi, che si professavano invitti discendenti di greci più antichi; e c'erano gli ioni, che stavano fiorendo in nuovi insediamenti egei, a Chio, a Lesbo e sulle coste dell'Asia Minore. Non è possibile identificare come greci tutti coloro che credevano nei miti degli dèi e degli eroi greci, comunemente noti anche presso altri popoli, specialmente gli etruschi. (...)

...Per gli antichi greci la caduta di Troia non rappresentava solo la fine dell'eroico mondo di Micene e di PIlo, ma anche il momento in cui aveva avuto inizio l'espansione greca nel Mediterraneo e oltre, l'avvento di una epoca in cui i marinai si cimentarono con le insidie del mare aperto, incarnate nelle sirene dal canto ammaliante, nella maga Circe, o nel Ciclope monocolo. I burrascosi mari dell' "Odissea" di Omero e di altre leggende di eroi reduci da Troia (il corpus di racconti noto come "Nòstoi",
"Ritorni") restano luoghi indefiniti, i cui confini reali vengono tratteggiati solo vagamente.
Profondamente adirato con Odisseo, Poseidone, dio dei flutti, cerca continuamente di distruggerne in mare aperto la fragile nave.
"Tutti gli dèi ne avevano pietà, ma non Poseidone, questi serbava rancore violento"; tanto più dopo che ebbe ucciso il Ciclope Polifemo, mostruoso figlio del dio.
L'obiettivo degli eroi erranti, di Odisseo in Occidente, come di Menelao di Sparta in Libia e in Egitto, era fare "ritorno" in patria.
Il mondo inesplorato era pieno di lusinghe: l'isola dei lotofagi, la grotta di Calipso, ma nulla poteva sostituire il focolare presso cui la regina Penelope sedeva a tessera la sua tela attendendo il ritorno del marito perduto e cercando di difendersi dalle intemperanze dei suoi pretendenti.
I commentatori greci di epoca classica non avevano dubbi sulla possibilità di identificare molti dei luoghi che Omero menziona nella
"Odissea", specie quelli nelle acque dell'Italia meridionale e della Sicilia: i perigliosi flutti di Scilla e Cariddi furono così individuati nelle rapinose correnti dello stretto di Messina, mentre l'isola dei lotofagi parve assimilabile a Gerba, nei pressi delle odierne coste tunisine.
Corcira (l'odierna Corfù) venne identificata come il regno di re Alcinoo, cui Odisseo, dopo essere naufragato sulle rive dell'isola ed essere stato soccorso dalla figlia dello stesso sovrano, Nausicaa (che nonostante l'incresciosa nudità dell'eroe riesce a scorgerne la nobiltà), narra le sue avventure.
Chiunque fosse e ovunque abbia vissuto, Omero non è mai troppo preciso nei suoi riferimenti geografici. Si sarebbe tentati di trattare la
"Odissea" come una guida del Mediterraneo a uso dei primi marinai greci, e non sono mancati seri studiosi e scrupolosi navigatori che hanno cercato di ricostruire la rotta di Odisseo, partendo dal presupposto che dietro le avventure dell'eroe si celassero fatti storici.
Ma le acque di Omero nascono da un 'mélange' di racconti di mare giunti dal Mediterraneo, dal mar Nero, e forse persino dall'Atlantico.
Per esempio, stando al nome l'isola di Eea, dimora di Circe, sembrerebbe collocarsi in Oriente, là dove sorge il sole, ma un poeta quasi contemporaneo di Omero, Esiodo, la pone invece in relazione con la penisola italica.
Nelle mani dei poeti, insomma, la mappa del Mediterraneo era infinitamente malleabile.

I greci e i loro vicini serbavano viva memoria degli sconvolgimenti che nei secoli successivi alla caduta di Troia avevano innescato esodi e migrazioni, e rievocavano la storia di quegli spostamenti personalizzandola in singoli eroi di cui si ritenevano discendenti.
Era un racconto destinato a essere ripetuto più e più volte, fino a culminare nella convinzione dei romani di essere pronipoti del transfuga troiano Enea, le cui avventure sono in gran parte mutuate dalla vita di Odisseo...
...Ma c'erano anche gli etruschi, persuasi di essere discendenti di Odisseo
o di Enea. (...)
...Omero, in fondo, aveva raccontato solo una piccola parte della storia:
pochi giorni dell'assedio di Troia, nell' "Illiade", e i lunghi viaggi di un unico eroe e del figlio di lui, partito in cerca del padre, nell' "Odissea".
C'era tutto lo spazio per colmare le parti mancanti, e c'era un'abbondante tradizione orale, alla quale gli scrittori greci - da Esiodo, nel VII secolo a.C., fino ai grandi tragici ateniesi - potevano attingere a piene mani, con i loro toccanti racconti sulla lotta di potere divampata a Micene dopo il ritorno di Agamennone e il suo assassinio nel bagno.
La più chiara evidenza della rapida diffusione avuta dal ciclo troiano si trova nella pittura vascolare, negli specchi incisi e nelle decorazioni di molti altri oggetti, che illustrano non solo le vicende narrate da Omero, ma anche altri momenti della guerra di Troia e dei suoi postumi. (...)

...Tra gli aspetti singolari dell' "Odissea", oltre alla vaga localizzazione degli approdi del protagonista, vi è l'ubicazione marginale della sua patria.
Itaca era infatti ai margini del mondo miceneo, anche se costituì indubbiamente una testa di ponte per i primi mercanti che si avventurarono verso l'Italia meridionale. Sopra Itaca e le altre isole ioniche c'era Corcira - Corfù -, da cui, con una breve traversata, le navi potevano raggiungere il Sud della penisola italica e approdare nella colonia spartana di Taranto (Taras), fondata nel 706 a.C. a ridosso del sito - archeologico - di Scoglio del Tonno, dove secoli addietro la popolazione indigena aveva accumulato grandi quantitativi di vasellame miceneo. (...)
...A Itaca è rimasto ben poco che possa rivelare la presenza di un fiorente centro miceneo, malgrado gli sforzi profusi da Schliemann - uno dei più importanti archeologi tedeschi - nella ricerca del palazzo di Odisseo.
L'isola, però, non fu travolta dai rivolgimenti dell'ultima età del bronzo...
...e forse proprio la persistenza dell'antica popolazione e delle usanze fece sì che sul ritorno del suo eroe sopravvisse un patrimonio di racconti più corposo di quello degli altri "Nòstoi" (Ritorni). (...)

...A dire il vero, il radar omerico arriva appena a lambire la penisola italica.
Nell' "Odissea" Omero fa qualche fugace accenno alla Sicilia, ma la maggior parte di questi riferimenti si trova nel XXIV libro, conclusione tarda, se non spuria, dell'opera, o versione molto rimaneggiata di materiale più antico.

In uno dei passi più famosi dell' "Odissea" viene narrato l'incontro tra l'equipaggio di Odisseo e i Ciclopi. Possiamo leggerlo come un resoconto della profonda paura che i greci, sotto la patina della loro cultura, provavano al cospetto di popoli primitivi e sconosciuti.
Omero non ha difficoltà a distinguere le qualità degli uomini civili da quelle dei selvaggi. I Ciclopi sono "ingiusti e violenti", non si curano di coltivare la terra, ma si limitano a raccogliere ciò di cui hanno bisogno;
"non hanno assemblee di consiglio, non leggi", ma conducono una vita asociale dentro spelonche, senza prestare la minima attenzione ai propri vicini. Sono cannibali e non hanno rispetto alcuno per gli dèi. E, soprattutto, non conoscono i benefici del commercio: "Non hanno, i Ciclopi, navi dalle guance di minio, non mastri fabbricatori di navi ci sono,
che sudino a far navi a solidi banchi e queste poi tocchino, uno per uno, i borghi degli uomini, come gli uomini spesso, gli uni e gli altri cercandosi, il mare sulle navi traversano". (...)

...In unione o in concorrenza, greci e fenici stavano dando avvio non solo al "rinascimento" delle loro terre d'origine, ma anche a società urbanizzate dinamiche, in centri lontani dalla madrepatria. E anche al di là delle terre colonizzate, la loro influenza sugli altri popoli del Mediterraneo sarebbe stata molto profonda. (...)

...Presentare la storia della civiltà greca come la mera vicenda dell'ascesa di Atene e Sparta, trascurando le acque del Mediterraneo centrale e occidentale, è come scrivere la storia del Rinascimento italiano immaginandolo come un fenomeno limitato alle città di Firenze e Venezia.
(...) Mezzo secolo dopo, gli spartani fondarono una loro colonia a Taranto, a vantaggiosa distanza di navigazione dalle isole Ionie e dal Golfo di Corinto, dunque in una posizione ben più logica per un primo esperimento coloniale in terra d'Italia.  Dal canto loro i fenici avevano iniziato ben prima di allora a esplorare l'Africa settentrionale e si erano già spinti oltre Gibilterra, fino a Tartesso - antica città-stato protostorica della penisola iberica meridionale, forse in Andalusia nei pressi della foce del Guadalquivir -.  Queste lunghe e ambiziose rotte erano motivate dalla ricerca di metalli, il rame e il ferro della Toscana e della Sardegna come l'argento della Sardegna e della Spagna meridionale.  (...)
...E poiché, come avremo modo di vedere, in quelle acque le prove di amichevoli contatti tra greci e fenici non mancano, è possibile che l'apertura di queste rotte sia stata, in una certa misura, un'impresa congiunta...  (...)

   Non si può pensare, però, che i floridi rapporti di Corinto con le terre d'Oriente e d'Occidente si reggessero soltanto sul suo vasellame, per quanto raffinato potesse essere...
...Ma il punto di forza di Corinto era la diversificazione. I suoi mercanti trattavano derrate agricole, prodotti della pastorizia, legname, ceramica pregiata, tegole in terracotta - per il santuario di Delfi -.  Gli articoli da
esportazione preferiti erano i bronzetti, nonché le armi e le armature in bronzo e in ferro, prodotti per cui Corinto divenne rinomata...  (...)

...L'ascesa di Corinto offre lo spunto per una più ampia riflessione sulla  antica economia mediterranea.  Per Moses Finley - storico ed etnologo americano - la ricchezza si basava sulla produzione agricola e sul commercio locale dei generi di prima necessità.  A suo avviso, il commercio dei beni di lusso era troppo modesto per determinare la crescita economica che riscontriamo a Corinto e più tardi ad Atene. (...)
...I corinzi cominciarono a coniare monete d'argento dalla metà del VI secolo a.C. e i ripostigli monetali scoperti nell'Italia meridionale rivelano che queste monete venivano portate nei territori occidentali già alla fine del VI secolo.  La coniazione in senso stretto, ossia sotto forma di moneta ha avuto origine oltre l'Egeo, in Lidia, e se è ancora incerto dove Corinto attingesse l'argento, è chiaro invece dove avesse attinto l'idea di battere moneta. E' possibile, anzi, che il primo impulso in tale direzione sia giunto ai Corinzi dalla necessità di regolare la riscossione dei dazi corrisposti dai mercanti... (...)

...Ora, che ci sia stata una diaspora corinzia e che la dinastia dei Bacchiadi abbia avuto parte attiva nella creazione delle colonie corinzie d'oltremare è cosa certa. Verso il 733 a.C.  fondarono quella che sarebbe divenuta la città greca più potente della Sicilia - della Magna Greca -,
Siracusa.  SUccessivamente stabilirono una colonia greca anche a Corcira - Corfù -, con cui ebbero a volte rapporti turbolenti. Corcira, che era uno degli insediamenti corinzi sparsi lungo le coste dell'Epiro e della Illiria, fondò a sua volta una colonia a Epidammo - l'odierna Durazzo in Albania -, e, con Siracusa, ebbe la funzione di proteggere i commerci diretti verso l'Adriatico e lo Ionio. Le colonie adriatiche assicuravano l'accesso alle riserve d'argento dell'entroterra balcanico, e questo getterebbe qualche lume su dove Corinto si procurasse l'argento per coniare le sue belle monete.  (...)

...Tanto per Siracusa quanto per Corcira ci si è chiesti se furono fondate per proteggere rotte esistenti o per accogliere la popolazione eccedente che Corinto non era in grado di sfamare.  A ogni modo, quando ebbero consolidato la loro presenza sul nuovo territorio, i coloni furono in grado di commerciare in prodotti di base, come il grano,  consentendo alla madrepatria di alleggerire la pressione sulle risorse, liberandone così il potenziale di espansione.  (...)
...In quel periodo i motivi che potevano indurre gli abitanti di una città greca a prendere la via del mare ed espatriare erano molti.
Nella diaspora greca, al vertice della scala sociale c'erano gli esiliati politoci, più sotto i mercanti e gli armatori, che guardavano con interesse ai nuovi mercati; c'erano poi gli artigiani, ben consapevoli del fatto che in regioni lontane, come l'Italia o la Francia meridionale, stava aumentando la domanda dei loro prodotti; e c'era infine chi, a Occidente, cercava terra da coltivare.  La colonizzazione non fu il prodotto dell'impoverimento della madrepatria, ma semmai della sua crescente prosperità e del desiderio di consolidare i primi successi di Corinto e delle altre città che diedero vita a proprie filiazioni nel Mediterraneo.  Ma come ci dimostra la storia di alcune famiglie di Corinto, all'orizzonte, c'erano anche terre nelle quali ai greci era concesso di insediarsi solo in qualità di ospiti delle potenti popolazioni indigene. La più importante di queste ultime erano gli Etruschi. "
("Il Grande Mare" - David Abulafia -)

     Mito, storia, leggenda, Odisseo indicò le rotte per... "far ali al folle volo" nelle acque del Mediterraneo, dove si spinsero navigatori greci, fenici, romani, veneziani, turchi, genovesi, catalani, francesi, britannici...
di qui il mare dai molti nomi... delle numerose genti, mosse non certamente da spirito d'avventura, o meglio, non solo da spirito d'avventura, ma da necessità di procurarsi e smerciare beni e materie.
Spinti dal bisogno inteso in senso economico come: " stato di insoddisfazione che pinge l'uomo a procurarsi beni capaci di far cessare uno stato di necessità o di malessere, e di far perdurare una condizione di benessere".  Di qui i traffici che fin da epoca remota hanno reso il Mediterraneo un vero e proprio ponte tra territori. Non di meno teatro principale della storia e della cultura della civiltà occidentale. Crogiolo di civiltà millenarie, culla dei tre monoteismi - ebraismo, cristianesimo, islamismo -, i cui riflessi si riverberano sull'oggi, decretandone una rinnovata centralità strategica, un nuovo modernismo.

     Abili navigatori e altrettanto abili nei commerci, i Fenici navigarono in lungo e in largo per tutto il Mediterraneo, esportando prodotti del loro fiorente artigianato e importando materie prime; creando empori e porti commerciali e dando impulso alla creazione di città costiere come Cartagine.
     Non di meno dei Fenici, i Greci impiantarono colonie nel mar Ionio, nel mare Adriatico, nel mar Tirreno, nell'Egeo fino al mar Nero.
L'espansione dei Greci creò tensioni tra le genti di Mediterraneo, e a Occidente fu spesso bloccata, come nel 541 a.C. dall'alleanza tra Etruschi e Cartaginesi nella "Battaglia del Mar Sardo".
Nel secolo successivo, sempre i Greci furono protagonisti dell'epico scontro che nel 480 a.C. li oppose, nella "Battaglia di Salamina", alle mire espansionistiche dell'impero persiano, condotto da Serse, fino a lambire le coste del Mediterraneo, fermandolo sulle sue spiagge e rendendo salve le terre elleniche.
     Le nascenti potenze di Roma e Cartagine sconvolsero nuovamente il Mediterraneo e le lunghe guerre "puniche" consacrarono il nuovo impero romano.  Dopo la caduta dell'impero romano d'Occidente e la stagnazione dei traffici nel Bacino Occidentale, nell'impero romano d'Oriente i Bizantini mantennero intensi gli scambi commerciali marittimi fino a quando, nel VI e nel VII secolo a.C., l'espansione islamica sconvolse nuovamente l'intero bacino, oltrepassando le mitiche "Colonne d'Ercole", spingendosi fino al Marocco e alla Spagna con la sua aurea civiltà "Al-Andalus" - l'Andalusia delle splendide Granada e Cordoba -.
     Toccò poi a Venezia e, in misura minore, alle altre "Repubbliche Marinare", Pisa, Genova, Amalfi, conquistare il predominio sui traffici del Mediterraneo fino ad una serie di eventi che ne decretarono l'irreversibile declino.  Nell'ordine: la caduta di Bisanzio, nel 1453; la scoperta dell'America e delle rotte oceaniche, nel 1492 e segg.; da ultimo, la
"vittoria" (!) nella "Battaglia di Lepanto", 1571, - come riportato altrove -.
      A partire dal 1700, le debolezze dell'impero ottomano favorirono le mire espansionistiche degli Inglesi, prima, e dei Francesi - epopea napoleonica - poi, nel Bacino Occidentale; degli Austriaci verso l'Adriatico - "Il Golfo di Venezia", come era allora chiamato -, e dei Russi nel Bacino Orientale - Dardanelli, Mar Nero, con Odessa e la Crimea -.
     La costruzione del canale di Suez, nel 1800, riaprì il Mediterraneo ai traffici internazionali, collegandone il bacino all'oceano Indiano, e rendendo, in tal modo, più costosa ed evitabile la circumnavigazione dell'Africa per  raggiungere via mare i mercati asiatici.

     I riverberi del passato si riflettono sul Mediterraneo dell'oggi:
- Le stesse tensioni tra mondo islamico e mondo cristiano, pur tra qualche apertura alla speranza - "Le Primavere Arabe" -, al futuro...
- Ancora tensioni tra nazione araba e comunità ebraica, in un conflitto che sembra non avere mai fine, ne dare spazio alla speranza...
- Tensioni tra Occidente e Oriente per il controllo dei traffici internazionali, per il controllo della produzione e distribuzione delle risorse energetiche primarie - il "fossile": petrolio, gas e carbone e... last but not least! l'acqua, l' "oro bianco" -, in un mondo sempre più 'globalizzato'.
      E il Mediterraneo, sempre lui! A far da ponte tra Europa e Asia, tra Paesi Atlantici e Paesi Euroasiatici, tra vecchie e nuove economie, tra vecchi e nuovi mercati proiettati verso le americhe e... dalle americhe.

     Oggi, la rinnovata centralità del Mediterraneo nella rete commerciale internazionale ha una sigla: "Corridoio 3/8", "Corridoio Mediterraneo", che collega questo bacino - che si estende dalla penisola iberica alla penisola anatolica - con l'Asia Minore e il Sud-Est Asiatico, da una parte, e, attraverso il "Corridoio Baltico-Adriatico" e il "Corridoio Genova-Marsiglia- Rotterdam", con l'Europa Nord Atlantica e le Americhe, dall'altra parte.

     Per tutte queste ragioni, l'Europa Atlantica, i Paesi Nordici, non possono negare, o meglio sottacere, le loro radici mediterranee.
     E' di nuovo il Mediterraneo la centralità strategica dove si gioca la partita... E l' Europa, non solo quella economica, dei bilanci e delle monete, bensì quella politica, dei popoli, delle culture delle civiltà, non può non tenerne conto.

                                                             (continua)

Lettura, trascrizione e commento a cura di Gianni Fabbri