venerdì 28 marzo 2014

I separatismi endogeni dell'Europa




Quello che sta succedendo in Ucraina e in particolare in Crimea in queste ultime settimane ci induce a parlare di un tema scottante per tutte le cancellerie europee, ovvero quello delle forze centrifughe che spingono interi territori e popolazioni fuori dalle logiche degli Stati Nazione.
Quindi, mentre si ragiona sul collante che l'Unione europea deve rappresentare per tutti i cittadini che ne fanno parte, accade che, come è emerso dai nostri dibattiti durante gli incontri del Mediterraneo nell'ultima edizione, crescono le situazioni in cui intere regioni chiedono di separarsi e di acquisire la propria indipendenza.Certo, la questione ucraina è molto particolare, Bruxelles e Washington si affrettano a dire che il referendum del 16 marzo è illegale, ma la sostanza della realtà ci consegna un dato empirico irrefutabile. Il 96 % di coloro che si sono recati a votare ha espresso un voto favorevole all'annessione alla Russia (affluenza 81%). Ad onor del vero le obiezioni occidentali sulla legittimità del referendum hanno più di qualche fondamento : questi doveva essere richiesto da almeno 3 milioni di cittadini e alle votazioni avrebbero dovuto partecipare anche gli ucraini, visto che comunque si tratta di un pezzo del loro territorio. Ma la questione non cambia, un popolo ha scelto la sua determinazione e la sua appartenenza su criteri culturali. Anche nella nostra Europa si moltiplicano i casi di richiesta di separazione e di indipendenza. Sempre di più, popoli e territori chiedono la possibilità di autodeterminarsi secondo un antico principio di libertà che richiama alla memoria la Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati del 1969 e che lo inserì come norma consuetudinaria, nel diritto internazionale attraverso lo ius cogens (diritto cogente), ovvero un diritto inderogabile appartenente a ciascun popolo nazione. Certo non è facile comprendere e distinguere tra irredentismo e autodeterminazione tutti i fenomeni che stanno emergendo, ma è evidente che dalla caduta del muro di Berlino del 1989 e il conseguente disfacimento dell'Unione Sovietica ad oggi, un riposizionamento costante di confini geografici coinvolge l'Europa continentale e la dissoluzione della ex Jugoslavia ne è solo un esempio, per'altro negativo, almeno nel modo violento in cui è avvenuto.La Scozia ha già fissato un referendum per il 18 settembre 2014 per decidere se separarsi da Londra, in fondo l'Inghilterra, a sua volta, non perde occasione per prendere le distanze da Bruxelles e dare seguito alle istanze sempre più pressanti degli "euroscettici". Il primo ministro britannico Cameron ha promesso un referendum secco, fuori o dentro l'Europa per la fine del 2017 per poi rinegoziare i trattati europei da un potenziale punto di forza. Anche in Spagna hanno il loro bel da fare, oltre agli storici paesi Baschi, che chiedono da anni la propria indipendenza, si aggiungono i Catalani. Anche loro hanno programmato un referendum, non autorizzato da Madrid, per il prossimo 9 novembre 2014. Poi potremmo proseguire con il caso tra fiamminghi e valloni in Belgio, fino ad arrivare a casa nostra con la Lega che chiede la secessione per una Padania libera. Ci troviamo di fronte alla realizzazione delle teorie di Samuel Paul Huntington, che nel suo celebre saggio "Lo scontro di Civiltà" affermava la costituzione su basi etniche culturali di stati regionalistici, di cui i popoli che ne fanno parte si ricongiungono alle rispettive Civiltà "madri", come nel caso proprio della Crimea. Si consolida la frattura della linea di faglia culturale, sempre per riprendere Huntington, tra Europa Cristiana ed Europa Ortodossa ? Esiste il rischio che ciascuna Civiltà ritorni a cercare di riprendersi la propria egemonia partendo dalle basi culturali di appartenenza ?

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In principio ci fu il caso fino a d'ora unico e particolare del Kosovo, dove la minoranza albanese votò per l'indipendenza e l'autonomia dalla Serbia. Il fatto mise in crisi persino i rapporti tra due organi fondamentali dell'Onu come la Corte Internazionale di Giustizia, che diede parere favorevole sulla dichiarazione di indipendenza rispetto alla interpellanza della Serbia e dell''Assemblea Generale (risoluzione 63/3) e il Consiglio di sicurezza, che invece riteneva di avere l'esclusivo potere decisionale in materia. Il dibattito su chi avesse le competenze per esprimersi e il metodo adottato del parallelismo funzionale messo in atto dalla Corte è ancora oggetto di studio, ma di fatto dal quel fatidico 17 febbraio 2008, quando i rappresentanti del popolo kosovaro proclamarono l'indipendenza e l'autonomia del Kosovo dalla Serbia molte cose sono cambiate. 


Ancora oggi a livello internazionale solo 108 stati su 193 che aderiscono all'Onu hanno riconosciuto lo status giuridico del Kosovo. Tra quelli contrari Russia, Cina e naturalmente la Serbia, anche se quest'ultima sembra aprirsi ai negoziati in vista della sua prossima candidatura all'adesione dell'Unione europea. Forse le vere ragioni delle richieste di separazione non sono da ricercarsi esclusivamente in fattori culturali, ma bensi, come al solito in ragioni ben più concrete e meglio identificabili a livello economico: la Russia ha tutto l'interesse a mantenere il controllo della Crimea, lì c'è la base della sua flotta sul Mediterraneo, li passeranno molti dei gasdotti diretti al mercato energetico europeo. Allo stesso modo la Scozia spera di gestire le sue ricchezze, dal petrolio del mare del Nord al fiorente turismo, dalla pesca al whisky. Anche la Catalogna essendo una regione ricca e dinamica pretende di gestire le ricchezze che produce per conto proprio. Durante il nostro convegno dello scorso 7 febbraio a Riccione, il Prof. Francesco Privitera, nostro ospite della serata, ci aveva edotto in merito alla crisi degli stati nazione e che il meccanismo di autoderteminazione di popoli e regioni è oramai innescato. Dal Kosovo in poi, sembra che il fenomeno dei separatismi sia inarrestabile, la china perigliosa su cui cammina la consunta Europa risulta sempre più stretta. Forse un giorno  la secolare divisione in confini nazionali come la conosciamo oggi, dovrà accettare la compresenza dell'Europa delle regioni.

I movimenti indipendentisti in Europa crescono sempre di più e con le prossime elezioni europee in maggio, il pericolo di una saldatura con i movimenti anti europeisti è davvero reale. La conseguenza paradossale potrebbe essere di trovarsi nel prossimo parlamento europeo, una forte componente politica che quel parlamento vorrebbe chiuderlo.

Massimo Magnani - Incontri del Mediterraneo - 28.03.2014.

qualche approfondimento :

www.linkiesta.it/separatisti-europa

ricerca.repubblica.it altri-separatismi-in-europ

www.eastjournal.net/leuropa-dei-separatismi-e-dei-popoli-altro-che-unione/