giovedì 12 settembre 2013

Il grande dilemma del Mediterraneo


C’è una grande risorsa, oggi, di cui sembriamo non esserci accorti. Ma non un qualcosa sbucato fuori all’improvviso, inaspettatamente: qualcosa che è sempre stato e – a meno di imprevedibili cataclismi – sempre sarà: il Mediterraneo. Un mare nient’affatto vasto, circondato da un’area tutto sommato contenuta, quasi ininfluente in confronto alle superpotenze e alle Tigri asiatiche. Della sua importanza, un quarto di millennio fa, si erano accorti perfino gli Asburgo d’Austria: i quali, pur nutrendo legittime aspirazioni nordeuropee, avevano deciso che Trieste fosse il porto – e la porta – del loro Impero. Passava quasi in secondo piano, così, il declino della Serenissima: che nel Settecento di Canaletto e dei vedutisti emetteva i suoi ultimi vagiti e che – grazie al suo legame speciale con Bisanzio – aveva sempre guardato a Oriente.

Poi – dopo che le tredici colonie si erano sollevate contro una dominazione oppressiva formando il primo nucleo degli Stati Uniti; dopo che l’Asia aveva mosso i primi passi fuori dall’oscurantismo e dalla miseria, aprendosi all’Occidente – il mare nostrum dei Romani aveva perso gradualmente importanza. Indorando la pillola potremmo parlare di «decadenza»: no, non si è trattato di semplice decadenza. Il Mediterraneo – con tutto il suo bacino – è scomparso, praticamente inabissato come la civiltà cretese quattordici secoli prima di Cristo. Ma la cosa preoccupante è un’altra: se il cuore geografico del mondo – per ragioni obiettive e inevitabili – si è spostato da altre parti, sono i mediterranei che – per la loro inerzia, se non addirittura per la loro ignavia – si ritrovano privi di visibilità. Perché è vero che i grandi traffici sono altrove, che le grandi potenze non dimorano certo in Europa, che l’Olimpo (simbolo della classicità, e dunque della mediterraneità) è caduto.

Però è anche vero che anche quando si sono aperti nuovi spazi di libertà e di protagonismo, con l’abbattimento del Muro di Berlino, non è cambiato granché. Prima, con gli Usa da una parte e l’Urss dall’altra, all’Europa rimanevano le briciole: figurarsi al Mediterraneo.
Adesso, quando l’edificio comunitario inizia a scricchiolare e varie tirannidi nordafricane sono state rovesciate, la situazione dovrebbe essere diversa; ma è superfluo dire che non lo è. In pochi comprendono quali enormi opportunità aleggino intorno al mare nostrum: non solo economiche, sociali, culturali; ma anche e soprattutto opportunità politiche. L’Italia, in effetti, non ha mai avuto un atteggiamento coerente verso l’estero: è attualmente fra i maggiori contributori della Nato, ma quando si parla di basi e operazioni dell’Alleanza atlantica fioccano accuse e recriminazioni d’ogni tipo; è stata tra i fondatori dell’Europa unita, ma non è mai riuscita a ritagliarsi uno spazio da protagonista e ultimamente si è ridotta a subire l’asse franco-tedesco… Il nostro Paese non ha mai pensato al Mediterraneo; o, comunque, non è mai stato capace di pensarvi senza vederlo nella chiave dell’eterna contrapposizione fra Oriente e Occidente. Ha sempre guardato a esso, insomma, come a un terreno di scontro anziché d’incontro, come a un teatro geopolitico da tenere più vicino o più lontano a seconda delle esigenze. Al di là dei rapporti diplomatici instaurati dall’Italia, esistono precise vicende di politica estera che dimostrano come il nostro orientamento sia stato continuamente affetto da incertezza: basti citare il sequestro della nave Achille Lauro, concluso dall’episodio di Sigonella (1985); o ancora i due interventi in Libano (1982 e 2006), improntati a ragioni e presupposti completamente diversi pure in situazioni abbastanza simili.
Negli ultimi mesi, a dire il vero, sembrava quasi che qualcosa fosse cambiato: poco tempo fa Sarkozy annunciava l’intenzione di creare una «Unione per il Mediterraneo»; e la «primavera araba», deponendo quei governanti che per troppo tempo avevano chiuso i loro Paesi alla scena internazionale, avrebbe potuto rafforzare tale scelta. L’intervento militare in Libia, per aiutare i ribelli a rovesciare Gheddafi, doveva essere il punto di partenza di un avvenire in cui le acque del Mediterraneo sarebbero tornate a rifulgere di gloria. Ridiventando quello che nell’antichità erano indubbiamente state: una grande zona franca per il capitale – produttivo, finanziario, umano – e un luogo d’apertura, di scambio proficuo tra le varie culture; la zona del mondo in cui fioriscano la libertà, la democrazia, la tolleranza. Ora che il mondo anglosassone ha raggiunto questi obiettivi prima degli altri, sarebbe lecito aspettarsi che anche i popoli dell’Europa meridionale e del Nordafrica si ritagliassero uno spazio in cui prosperare. Invece riaffiorano gli antichi problemi: il fanatismo politico e religioso, i conflitti sociali, le debolezze economiche. La questione – però – è innanzitutto culturale, di identità. Bisognerebbe porsi una domanda semplice: da che parte stare? In quale direzione orientare la propria azione internazionale? Il Regno Unito, per esempio, ha scelto da tempo: sull’Atlantico. La Francia sembrava aver scelto l’Europa, ma forse ha capito l’importanza del Mediterraneo. I Paesi scandinavi possiedono quell’immensa miniera di opportunità che sono il Baltico e il Mare del Nord, e non intendono muoversi di lì. E l’Italia? La Spagna? La Grecia? Il Portogallo? Rappresentano l’anello debole dell’Ue; non credono troppo nell’atlantismo; non hanno preso coscienza della loro vocazione mediterranea. Giusta o sbagliata che sia, una scelta va comunque fatta. Continuando a sottrarci alla decisione, invece, andremo inevitabilmente a sbattere.
di Luca Bellardini