sabato 27 luglio 2013

LETTURE : Islam e Democrazia


di Fatema Mernissi

L'autrice esplora i modi in cui le correnti democratiche nel mondo musulmano rileggono i testi sacri e si rifanno alle tradizioni islamiche per affermare visioni sociali, religiose e politiche opposte a quelle della violenza integralista.

lunedì 22 luglio 2013

Impossibile voltare pagina


La sede della biblioteca di Sarajevo distrutta dai serbi nel 1992 è stata ricostruita con i fondi dell’Ue. Ma oltre vent’anni dopo questo simbolo resta ostaggio dei rancori della guerra.

Florian Hassel 12.07.2013 Suddeutsche Zeitung Monaco

Se dovesse scegliere il libro della sua vita, quello che preferisce in assoluto, Kanita Focak non saprebbe decidersi. Sceglierebbe il Decameron, la raccolta di novelle del Boccaccio? Un romanzo di Salman Rushdie? O forse Il ponte sul Drina, del premio Nobel jugoslavo Ivo Andrić ? Per quanto riguarda il luogo ideale, invece, non ha esitazioni: si tratta della Vijećnica, l’ex biblioteca nazionale della Bosnia-Herzegovina, simbolo della sua capitale Sarajevo. I manoscritti, i libri, le carte geografiche e i giornali in essa contenuti coprono un periodo di sei secoli e le lingue inglese, turca, araba, russa, persiana, tedesca e italiana. 
Non mancano ancheconcerti e mostre, organizzati in quella sede a testimonianza che la biblioteca riflette tutta la Bosnia multietnica. Focak ha 59 anni e racconta che “tutti gli avvenimenti più importanti della mia vita sono legati a Vijećnica”.Focak ha imparato presto ad amare le lingue e la letteratura, la pittura e l’architettura. A soli 16 anni la giovane, vagamente somigliante a una Grace Kelly bruna, divorava libri sull’architettura del Rinascimento, opere di Dante e Boccaccio. E lo faceva nelle sale di lettura rivestite di libri della Vijećnica. In seguito, la cattolica Kanita ha conosciuto Faruk, un operaio musulmano di dieci anni più grande di lei. I due innamorati si ritrovavano in biblioteca, nella sala di lettura quando pioveva, nelle sale di marmo dell’ingresso se c’era il sole. Le due famiglie erano contrarie al loro rapporto, ma i due hanno tenuto duro. Si sono sposati alla fine degli anni ottanta, poi si sono trasferiti nella casa della famiglia di Faruk, che sorge proprio di fronte alla biblioteca nazionale. Ma la loro felicità non era destinata a durare.Nel 1991 in Croazia è scoppiata la guerra, prima di dilagare in meno di un anno anche in Bosnia. Un pomeriggio dell’inizio d’aprile nel 1992, l’artiglieria serba ha lanciato i suoi primi colpi d’obice dalle verdi colline di Sarajevo. Il parlamento bosniaco e il consiglio costituzionale sono stati subito dati alle fiamme. Per anni, uno degli istigatori intellettuali della guerra si era seduto proprio accanto a Focak nelle sale di lettura della Vijećnica: era Nikola Koljević, studioso di Shakespeare all’università di Sarajevo. Il giovane universitario si è poi lasciato conquistare dall’ideologia dei nazionalisti serbi, secondo i quali il destino li chiamava a ricostituire la “Grande Serbia”, estromettendo le altre popolazioni dal loro territorio e annientando il loro patrimonio. Durante la guerra Koljević, rappresentante del leader serbo Radovan Karadžić, ha partecipato alla campagna di esilio e genocidio.La sera del 25 agosto 1992, l’ex studioso universitario ha ordinato all’artiglieria serba di bruciare la biblioteca Vijećnica. Una pioggia di proiettili incendiari si è così abbattuta sulla biblioteca e i nove decimi dei circa 1,5 milioni di opere sono andati in cenere. Quello è stato il più grande rogo della storia moderna, un gesto distruttivo premeditato, la cancellazione di un passato comune perpetrato allo scopo di ostacolare un avvenire comune.Sull’altra sponda del fiume un colpo d’obice si è abbattuto invece sul muro della sala di Focak e ha colpito Faruk al ventre. Ha lottato tra la vita e la morte per quattro giorni, poi ha detto a Kanita: “Tu vedrai crescere nostro figlio, io no”, prima di morirle tra le braccia, dopo soli quattro anni di vita in comune. Alla fine della guerra, diventata architetto, Kanita Focak ha partecipato alla ricostruzione della città e ben presto le moschee, le chiese, le case borghesi ristrutturate sono tornate a restituire a Sarajevo la posizione che le spetta tra le più belle città dei Balcani.Ma la biblioteca nazionale è rimasta a lungo soltanto un ammasso di ruderi. Finora nessuno ha pagato ancora per il bombardamento della Vijećnica. Certo, la distruzione di beni culturali è assimilata a un crimine di guerra e può essere un buon motivo per il tribunale penale per l’ex-jugoslavia dell’Aja per perseguire i colpevoli. Ma Koljević, l’ex esperto di Shakespeare, ha posto fine alla sua vita suicidandosi. E così i procuratori hanno tolto la distruzione della biblioteca nazionale Vijećnica dall’elenco dei capi d’accusa – diventato fin troppo lungo – a carico di Karadzić e del suo generale Ratko Mladic.Anche i bibliotecari aspettano ancora che sia fatta giustizia. I libri e i manoscritti che sono riusciti a salvare in un primo tempo sono stati chiusi nelle casseforti della lotteria nazionale, poi sono stati trasferiti in un rifugio antiatomico e infine sono andati nei sotterranei del ministero dell’istruzione, prima di finire in una ex caserma dell’esercito jugoslavo. Là i bibliotecari stanno ancora cercando di rimettere insieme i fondi della Vijećnica. Ma ancora oggi questa biblioteca non ha un domicilio fisso e rischia di fallire. Su un centinaio di dipendenti che impiegava un tempo ne restano soltanto 47, sistemati in locali di fortuna.
I bibliotecari hanno tappezzato le pareti di fotocopie delle lettere spedite ai dirigenti politici della Bosnia per implorare la ricostruzione della biblioteca e, soprattutto, di sbloccare i finanziamenti. Per il momento queste suppliche sono rimaste lettera morta. Pare quasi che lo spirito malvagio di Koljević perseguiti ancora la repubblica serba di Bosnia a maggioranza serba. Sulla carta, questa repubblica è una delle due regioni autonome della Bosnia Herzegovina, ma il suo presidente preferirebbe l’indipendenza o, meglio ancora, l’adesione alla Serbia. È trascorso molto tempo da quando i serbi di Banja Luka, capitale della repubblica serba di Bosnia, hanno ribattezzato la biblioteca della provincia “Biblioteca nazionale e universitaria”.

I libri restano fuori

Nella seconda regione del paese, la federazione della Bosnia-Herzegovina formata dai bosniaci e dai croati di religione musulmana, anche molti croati sono favorevoli a una maggiore autonomia e nemmeno loro vogliono veder rinascere un simbolo nazionale. Certo, gli accordi di Dayton che posero fine al conflitto nel 1995 prevedono che la Bosnia-Herzegovina finanzi le infrastrutture pubbliche. Ma il ministro degli affari civili incaricato della cultura da 11 anni, Sredoje Nović, ex capo dei servizi segreti e ministro degli interni della Repubblica serba di Bosnia ritiene che non essendo stato il suo ministero a istituire la Biblioteca nazionale non spetti a lui pagarne la ricostruzione.Tuttavia i fondi non mancano a Sarajevo, quando c’è la volontà politica di ricostruire e il progetto è innocuo sul piano politico. Ciò vale anche per la Vijećnica, il cui edificio da poco ha ritrovato il suo splendore di un tempo. I conti dei lavori, pari a cinque milioni di euro, sono stati pagati dall’Unione europea. L’ex simbolo dovrà riaprire i battenti nel giugno 2014, per accogliere il sindaco e il consiglio municipale.
Nella Bosnia odierna le due istituzioni non hanno quasi potere e non rappresentano il paese, e ciò rientra perfettamente nella politica del direttore d’orchestra, quello stesso ministro che ha rifiutato di finanziare la ricostruzione della biblioteca nazionale, escludendo completamente i bibliotecari dal progetto della nuova Vijećnica. Secondo i piani del progetto elaborato alle loro spalle, la biblioteca nazionale che sarà aperta più avanti nei locali ristrutturati della Vijećnica conterrà soltanto manoscritti e poche opere rare. Gli altri libri resteranno ancora nel loro riparo di fortuna.Così si fa la storia. “Quando l’antica Vijećnica è bruciata, è andata in fumo la sede stessa della nostra storia comune, dei nostri ricordi comuni, della nostra vita insieme”, dice Kanita Focak. I libri che rappresentavano tutta la sua vita restano sepolti alla periferia della città, in una vecchia caserma jugoslava.
Traduzione di Anna Bissanti

mercoledì 17 luglio 2013

Nuovi diritti: la rivolta della borghesia

Uno spettro minaccioso si aggira per il mondo globalizzato e rischia di trasformarsi, attraverso la sbalorditiva velocità della rete, in una epidemia di indignazioni, proteste, rivolte e rivoluzioni. La storia invero ha da sempre registrato movimenti sociali di vario genere e natura che protestano nei confronti dei poteri dominanti e delle imposizioni di profonde ingiustizie. Lo spettro ha però origini difformi e difficilmente comparabili. Dalla Tunisia all'Egitto, dagli Indignados a Occupy Wall Street, dalla Grecia alla Spagna e a modo suo l'Italia, ed ora dalla
Turchia al Brasile, ma la lista potrebbe continuare.
continua a leggere clicca su : www.ilsole24ore.com

sabato 13 luglio 2013

Albanesi e serbi: l'epica in comune


In passato nei Balcani i canti epici sono stati essenziali in chiave di costruzione della nazione. E ai giorni nostri spesso spunti di controversie nazionaliste. Ma in realtà cantano una storia in comune. Un'intervista a Rigels Halili
In cosa consiste il suo ultimo studio?
Il punto d’inizio è la polemica pluriennale tra gli albanesi e gli jugoslavi su chi è l’autore dei canti epici dei Kreshnik. Ho cercato di analizzarne le ragioni, da dove scaturisce questa polemica, quali sono le circostanze politiche, sociali e culturali che l’hanno prodotta.


Si tratta di fenomeni molto importanti per comprendere la formazione delle nazioni moderne nei Balcani e in Europa centrale e orientale, il passaggio dalla comunicazione interpersonale orale, alla fase in cui appaiono altri mezzi di comunicazione, come la scrittura, la stampa, la radio.

Il passaggio da una fase di mezzi di comunicazione a un’altra comporta enormi cambiamenti nel modo in cui funziona una determinata società. Inoltre questi canti sono cruciali nella fase in cui i gruppi etnici o nazionali avviano un processo che li porterà a divenire nazioni moderne, che nei Balcani inizia verso la fine del XVIII secolo, ma che caratterizza per lo più il XIX, il XX e anche il XXI secolo.
In questo processo vi è la nazionalizzazione delle tradizioni locali, o di aspetti della cultura spirituale e materiale locale e regionale e la loro unificazione.
Cosa intende per polemica tra gli albanesi e gli jugoslavi sui canti epici?
Quando si parla di canti epici è spesso presente la questione del Kosovo. La questione su chi sia l’autore principale dei canti è connessa all’autoctonia albanese o serba nei Balcani in particolar modo nel Kosovo.
A me però non interessa chi è che ha cantato per primo questi canti ma cosa si è fatto di questi canti una volta che le gusle/lahute sono divenuti “strumenti” nazionali: e da un unico strumento ne son derivati due: la lahuta albanese e la gusla degli slavi del sud.
E del resto chiunque sia stato il primo a prendere la lahuta/gusla in mano non è stato certo né albanese né serbo come lo intendiamo noi oggi.
Qual è il territorio di cui narrano questi canti epici?
Il territorio dove sono stati cantati è una parte dell'Albania settentrionale, il Kosovo occidentale e una parte del Sangiaccato meridionale. Ma grazie ai testi scolastici e a un adattamento in lingua letteraria per bambini di Mistrush Kuteli, ai film o ai clip su youtube, questa tradizione non opera più in Albania a livello locale ma a livello nazionale.
Muji e Halil non sono più eroi dei canti della zona montuosa di Kelmendi, ma sono diventati nel frattempo eroi albanesi, nazionali, espressione della vitalità della nazione. La lahuta - o la gusla - diventano un simbolo nazionale, da integrare persino nell’hip hop di gruppi come gli Etnoengjuj.
Questi canti funzionavano ai tempi in cui dominava l’oralità, poi sono stati raccolti secondo determinati criteri di canonizzazione e unificazione venendo nazionalizzati e politicizzati per altri motivi in particolar modo nell’ambito dei rapporti serbo-albanesi in Kosovo nel XX secolo.
Cosa l’ha ispirata ad occuparsi di questo tema?
Sono sempre stato molto interessato ai rapporti serbo-albanesi. Ho pensato di occuparmi di questo tema quando studiavo filologia all’università Eqrem Cabej, nella mia città, Argirocastro. Ma ho iniziato a farlo concretamente dopo i miei studi a Varsavia e dopo che avevo studiato bene la lingua serba.
Con enorme dispiacere noto che sono pochi gli studiosi albanesi che conoscono il serbo o gli studiosi serbi che conoscono l’albanese. Fa eccezione solo la generazione degli accademici più anziani in Kosovo. La conoscenza del serbo mi ha permesso di fare ricerca in Kosovo nella zona di Rugova, e nella zona del Sangiaccato e in Montenegro.
Quando sono nati questi cicli di canti epici?
Non vi sono prove incontestabili su questo. Gli studiosi serbi riconducono questi canti alle vicende della Vojna Krajina, nella zona transfrontaliera tra l’Impero ottomano e quello asburgico.
Gli studiosi albanesi invece ritengono che questi canti siano più datati e riflettano i conflitti tra i protoalbanesi e gli slavi.
Quello che si può dire con certezza è che sono dei canti in cui si narrano vari periodi sovrapposti, visto che riflettono le realtà in cui sono stati cantati. In alcuni canti ad esempio si parla di battaglie che si sono svolte con armi fredde medievali e non con armi da sparo come il fucile ecc.

Questo ad esempio indica che alcuni di questi canti risalgono a un periodo precedente al XV secolo, dal momento che sappiamo che le armi da fuoco si sono diffuse nei Balcani non prima del XVI secolo.
Quali sono gli aspetti in comune tra i canti in albanese e quelli in serbo?
Per quanto riguarda quest’aspetto bisogna raggruppare da una parte i canti serbi e albanesi e dall’altra quelli bosniaci e montenegrini. Gli eroi sono Muj e Halil. Nei canti serbi e albanesi Muj e Halil sono gli eroi principali, invece nei canti bosniaci possono essere anche secondari.
Hanno in comune in ogni caso il modo in cui si cantano: sono dei canti epici monofonici, accompagnati dalla lahuta/gusla. Poi dal punto di vista formale vi sono delle distinzioni da regione a regione.
Cos’è che ha prodotto le caratteristiche in comune?
Le caratteristiche comuni sono conseguenza innanzitutto dalla vicinanza geografica. Ma nel mio prossimo libro cercherò di dimostrare che questi tratti comuni derivano anche da una profonda simbiosi, addirittura trilingue tra gli slavi e gli albanesi nei Balcani durante il dominio ottomano. Come del resto affermava Milan Sufflay, che descrive molto bene questo tipo di simbiosi nel tardo medioevo.
Io sono dell’idea che la simbiosi tra gli albanesi e gli slavi del sud sia continuata anche durante il dominio ottomano, seguendo però categorie religiose: quindi gli albanesi musulmani e i bosniaci e montenegrini musulmani da una parte e gli albanesi cristiani, e serbi, montenegrini o bosniaci cristiani dall'altra.
Il punto di incontro di queste tradizioni era il Sangiaccato, dove Milman Parry e Albert Lordi hanno trovato sia prima che dopo la Seconda guerra mondiale cantanti bilingui bosniaco-albanesi musulmani. Anch’io ho incontrato nell’estate del 2006 dei cantanti bilingui, ma che ormai cantavano delle canzoni liriche, dai soggetti leggeri.
Quanto sono consapevoli i serbi e gli albanesi di queste comunanze?
Le élites culturali sono consapevoli di queste comunanze - come anche delle differenze - ma spesso questi aspetti sono distorti, per via dell’ignoranza o degli stereotipi e anche da determinate situazioni politiche.
In genere domina la mancanza di conoscenze, dovuta al fatto che gli studiosi albanesi, serbi e bosniaci non leggono le lingue di coloro con cui dibattono.
Mi è capitato di sentire discorsi scientifici pieni di pathos e trasfigurazione letteraria ma con poca scienza e argomenti razionali. Parlo in particolar modo degli albanesi.
I lettori comuni ne sono invece meno consapevoli.
In che modo questi cicli di canti sono diventati la base per la formazione delle identità nazionali?
Nel caso dei serbi si parla di serbi in quanto gruppo etnico - o come nazione - partendo dalla situazione prima della battaglia del Kosovo fino all’inizio del XIX secolo.
I canti vengono inizialmente visti come una fonte storica, e per questo motivo sono diventati base della visione storica dell’ideologia nazionale serba. Sono fondamentali i canti sulla battaglia del Kosovo, da cui poi è stato creato il mito del Kosovo presso i serbi moderni a partire dal XIX secolo. I canti venivano visti come una fonte di ispirazione, tra il XIX e il XX secolo, mentre la Serbia cercava di legittimare le sue ambizioni territoriali in Kosovo, Macedonia e Albania settentrionale.
I canti degli albanesi invece sono diventati parte della cultura nazionale albanese solo intorno al 1930 e dopo la Seconda guerra mondiale, nell’ambito degli sviluppi in Kosovo. Gli studiosi albanesi hanno puntato soprattutto sull’autoctonia dei guerrieri Kreshnik, collegando la questione con l’origine degli albanesi.
L’argomentazione era semplice: i canti sono antichi, e albanesi, e quindi dimostrano l’autoctonia albanese nei Balcani. Entrambi si basano sul presupposto che i canti sono parte dell’identità culturale di una nazione.
Vi sono però numerose questioni che andrebbero affrontate: ad esempio nel ciclo di Vuk Karadžić non vi è nessun canto che descriva la battaglia del Kosovo. Il ciclo del Kosovo descrive il momento prima e dopo la battaglia ma non la battaglia stessa.
Mentre i canti albanesi si concentrano sulla battaglia e la vedono come uno scontro tra il sultano Murat e Miloš Obilić. I canti serbi si riferiscono alla storia ma non sono storia, e questo lo sottolineano anche molti studiosi serbi, come Ilarion Ruvarac, Miodrag Popović, e Ivan Čolović.
I canti albanesi sono per lo più vicende riguardanti la terra e i pascoli, non cantano alle battaglie in nome della nazione. Hanno un carattere locale, anche se la loro geografia è molto ampia e racchiude a volte anche Mosca e Baghdad.
Qual è l’etimologia del termine Kreshnik?
Ci sono diverse correnti di pensiero sull’etimologia del termine Kreshnik. Gli studiosi jugoslavi in passato e serbi oggi, riconducono l’origine del termine alla parola Krajišnik, guerriero della Krajina. Krajina vuol dire regione, in questo caso si riferiscono alla regione transfrontaliera del territorio asburgico, in quella che oggi è la frontiera croato-bosniaca.
Gli albanesi invece spiegano il termine con la parola albanese Kreshta, cima, dal momento che questi guerrieri vivevano in una zona montuosa. A mio avviso la spiegazione albanese non è corretta.
Come emergono i rapporti serbo-albanesi in questi canti?
Non so se nei canti epici fino al XIX secolo si possa parlare di rapporti serbo-albanesi. Naturalmente questi rapporti appaiono ampiamente nella storia, in particolar modo in Kosovo, ma non in quella leggendaria.
I canti non conoscono il principio di nazione e quindi non riconoscono né una nazione serba né una albanese. La parola “albanese” (shqip) appare solo una volta nella raccolta “Visaret e Kombit” pubblicato dagli studiosi Palaj e Kurti, nel 1937, mentre gli oppositori dei kreshnik sono slavi, shkje.
Cosa vuol dire “shkje”?
Il termine deriva dal latino “slavus” e quindi slavo. Questo termine è diventato un termine con cui chiamare tutti gli slavi, e addirittura anche gli albanesi ortodossi. In Kosovo oggi il termine presenta una certa connotazione negativa, come può essere Šiptari in serbo.
In questo schema quindi tra i Kreshnik e gli Shkje vi è traccia del cosiddetto odio atavico come lo interpretano i nazionalisti?
No, non si può parlare di odio atavico in questi canti, al contrario, il guerriero rivale viene lodato allo stesso modo dell’eroe principale. Quello che li fa diventare “hate speech” è l’interpretazione, la connessione con i contesti moderni, politici e nazionali, o nazionalisti.

di Marjola Rukaj 31 maggio 2013

martedì 9 luglio 2013

Mostre : Turchia. Un ponte tra Oriente e Occidente

Apre mercoledì 26 giugno a Palazzo Poggi la mostra fotografica di Salvatore Mirabella "Turchia. Un ponte tra Oriente e Occidente". La mostra è formata da 90 fotografie in grande formato, stampate direttamente da Salvatore Mirabella e da diversi pannelli esplicativi di testo.

La Turchia è un paese eterogeneo, complesso: lo confermano i recenti e drammatici avvenimenti di Piazza Taksim a Istanbul
. Numerose civiltà vi hanno lasciato tracce indelebili ma anche profonde fratture: Assiri, Ittiti, Urartici, Greci, Romani, Bizantini, Armeni, Turchi Selgiuchidi e Ottomani. Per cogliere tale complessità basta soltanto osservare l'estrema varietà e il numero dei suoi confini: Bulgaria, Grecia, Siria, Iraq, Iran, Armenia, Georgia e Azerbaigian. La metafora di grande ponte tra l’Europa e l’Asia è più che mai appropriata. Lo scrittore turco Orhan Pamuk (premio nobel per la letteratura nel 2006) la interiorizza, ne fa una modalità dell’essere: "Ho capito che il meglio è essere ponte tra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere".
L'Università di Bologna, grazie all’idea e al coordinamento del prof. Guido Gambetta, ha pubblicato con BUP Edizioni, alla fine del 2011, il libro "Turkey, a Bridge Between East and West" con il contributo di suoi insigni studiosi e rappresentanti: Ivano Dionigi, Pier Ugo Calzolari, Antonio Carile e Adriana Destro. Inoltre il testo è arricchito da numerosi altri interventi: in particolare sono da segnalare quelli di Romano Prodi e Gianluca Bocchi, uno dei massimi esperti internazionali sulle scienze della complessità e dei nodi problematici connessi all’interculturalità e alla costruzione delle identità etniche e nazionali.
Il libro, per la profondità e l’equilibrio dei suoi testi resta sicuramente attuale: la relativa lettura fotografica è stata affidata al fotografo ed esperto di tecnologie multimediali Salvatore Mirabella, il quale afferma nel suo diario di viaggio: "I luoghi che ho sommariamente descritto e che più mi hanno emozionato rappresentano in ogni caso il primo livello di conoscenza del Paese: il contatto vero alla fine è stato con la sua gente ed è stato l’elemento trainante del mio lavoro fotografico. È l’avere scoperto il ruolo delle donne in Turchia, sempre più importante e attivo per la crescita del paese, l’energia delle nuove generazioni e il tentativo di superare, soprattutto grazie ad un livello d’istruzione e di acculturazione maggiore, antiche ed endemiche contrapposizioni etniche e religiose. Certamente i problemi da risolvere sono ancora tanti e soprattutto all’interno del paese sussistono poteri e comunità refrattarie al cambiamento, al progresso e alla tolleranza. Ma tutto sommato vedo la Turchia ben predisposta verso il futuro: sicuramente con maggior slancio ed entusiasmo di noi europei".
Salvatore Mirabella, attraverso il suo lavoro fotografico, conclude le sue riflessioni sulla Turchia citando uno storico inglese, un illustre bizantinista di Cambridge, Jason Goodwin e il suo libro "I signori degli orizzonti": "Questo libro parla di un popolo che non esiste. La parola ottomano non definisce un luogo. Al giorno d’oggi nessuno parla la loro lingua. E sebbene i sultani siano ricordati soprattutto perché affetti da profondo narcisismo, essi rappresentarono la prima potenza globale: i loro marinai erano greci, i mercanti erano armeni e i soldati venivano dai Balcani. Gli ottomani furono, insomma, coloro che seppero guardare oltre l’orizzonte". Ecco quello che forse ormai manca a noi europei: guardare oltre gli orizzonti. Forse è semplicemente questo il motivo principale per cui la Turchia ancora non è parte integrante della cosiddetta casa comune europea.
L’Università di Bologna, nell’organizzare questo tipo di eventi, evidenzia ulteriormente la sua costante attenzione e sensibilità al locale così come al globale. In particolare, i paesi cosiddetti "emergenti" spesso non rappresentano soltanto il nuovo che avanza ma affondano profondamente le loro radici millenarie nella storia e nel mito: con tutte le contraddizioni e i conflitti interni che ne conseguono. Come sta dimostrando in questi giorni un grande paese, geograficamente a noi più vicino dell’Inghilterra e di molti paesi del nord Europa: la Turchia appunto.

sabato 6 luglio 2013

MOSTRE : The sea is my land

22 paesi formano l'arcipelago del Mediterraneo. L'acqua si fa ponte tra culture, è la vera terra su cui camminare e costruire la propria identità.
4 luglio – 29 settembre 2013
MAXXI – Spazio D
a cura di Francesco Bonami ed Emanuela Mazzonis

The sea is my land. Artisti del Mediterraneo è la mostra promossa da BNL Gruppo BNP Paribas per celebrare i suoi 100 anni di attività.
Protagonista assoluto: il Mediterraneo, inteso non solo come area geografica ma soprattutto come anello di congiunzione tra civiltà diverse; territorio di dialogo culturale dove l’arte, con il suo linguaggio super partes, sorpassa le barriere sociali, il pluralismo religioso, le diaspore etniche a favore di una comunicazione pacifica tra le parti coinvolte.

Il progetto vede riuniti i lavori di 22 artisti emergenti, provenienti da altrettanti paesi. Attraverso una serie di fotografie e video si delinea una ricognizione artistica che copre tre continenti (Europa, Asia e Africa) e tocca i temi del dialogo tra popoli diversi, accomunati dall’appartenenza a questo straordinario luogo.

Circa 150 lavori e una giuria internazionale che sceglierà, valutandone l’originalità e il pregio artistico, l’opera vincitrice che sarà acquisita dalla Banca ed entrerà a far parte del suo patrimonio artistico che ad oggi vanta circa 5.000 opere.

Per maggiori informazioni
Paola C. Manfredi Studio
t 02 87238004
press@paolamanfredi.com

Servizio Media Relations
t 06 47027215
press.bnl@bnlmail.com

venerdì 5 luglio 2013

GRECIA, vademecum degli errori


Atene si è addossata lo scomodo ruolo di esempio e contenitore di tutte le
debolezze contenute nella costruzione della moneta unica e soprattutto nella
sua gestione. Ma questo non le viene mai riconosciuto
Kostantinos Karamanlis, il primo premier della Grecia che tornava alla
democrazia nel 1974 dopo gli anni oscuri e violenti dei Colonnelli, impegnò
tutto il suo prestigio personale e i suoi contatti internazionali, stretti
durante il lungo esilio a Parigi, per fare entrare Atene nella Comunità
Europea
.
La sua filosofia, condivisa dalla stragrande maggioranza dei greci,
era che il Paese sarebbe stato così meglio protetto da possibili future minacce
provenienti dalla Turchia, che aveva appena occupato il nord di Cipro. L’Europa
era l’ombrello sotto il quale i greci si sentivano davvero al sicuro. Atene
firmò il trattato di adesione alla Cee nel 1979, una vittoria di Karamanlis, ma
anche il coronamento di un sogno spesso contrastato dall’attrazione fatale
della Grecia verso oriente: quello di ancorarsi una volta e per sempre all’
Europa occidentale, dalla quale il mare Ionio e i Balcani separano il Paese che
di quell’Europa è uno dei pilastri storici, culturali e filosofici.
Da qui il sincero e tetragono europeismo dei greci, una visione che si è
naturalmente adattata alla moneta unica, l’Euro: in Grecia, nel gennaio 2002,
non sfuggì a nessuno il simbolismo di quelle prime banconote europee che
uscivano proprio dai bancomat ellenici. E proprio per l’europeismo greco,
quando alla fine del 2008 esplose la crisi finanziaria, e poi economica,
globale e la Grecia iniziò ad apparire come il grande malato d’Europa, l’
argomentazione di chi si schierò contro ogni ipotesi di uscita di Atene dalla
comunità della moneta unica ha avuto spesso a che fare con la necessità di
evitare che l’Europa fosse privata del piccolo paese che ne è in qualche
maniera alla base filosofica. L’impatto ideale – si disse – sarebbe stato
probabilmente più devastante di quello economico, visto che Atene produceva
circa il 2% del Pil continentale. Al contempo, anche nei momenti più violenti
della protesta sociale e politica, una larga maggioranza di greci ha sempre
espresso la sua preferenza a restare nell’Euro. Fino alle due drammatiche
tornate elettorali del 2012, quando i greci – nonostante le preoccupazioni e la
rabbia infinita verso la classe politica – hanno alla fine premiato i partiti
filo-Ue, temendo l’onda sismica di una vittoria di Syriza, il partito di
sinistra radicale che prometteva di stracciare gli accordi “sacrifici in cambio
di aiuti” stipulati con la comunità internazionale.
La crisi ha colpito tutta l’Eurozona, e l’intero pianeta, con qualche notevole
quanto rara eccezione. Tuttavia, è stata proprio la Grecia ad addossarsi lo
scomodo ruolo di esempio e contenitore di tutte le debolezze contenute nella
costruzione della moneta unica e soprattutto nella sua gestione, aggravate
dalle specificità nazionali elleniche, un fattore determinante nell’implosione
economica e sociale della piccola nazione. A indicare questo sprofondamento, è
nata prontamente sulla stampa l’espressione, tanto concisa quanto imprecisa,
“crisi greca”. Ma cosa c’è dentro a queste due parole? E perché, vista la
situazione non dissimile in altri paesi, solo qui la congiuntura economica ha
assunto proporzioni drammatiche, tali da far deflagrare non solo l’economia e
la vita di 11 milioni di abitanti ma da far scricchiolare l’intero sistema
Europa? La prima risposta, ovvia, è che si tratta di una crisi dalle molteplici
facce e ragioni, che affondano nelle attività spericolate del mercato
finanziario internazionale, nella politica economica dissennata degli ultimi
trent’anni ad Atene (con i conti truccati a più riprese e i debiti nascosti,
grazie anche all’operato dei consulenti della Goldman Sachs, ancora prima della
nascita dell’Euro), nel clientelismo, nell’inefficienza e nella corruzione –
dai partiti al sindacato al tessuto economico – prosperate a cavallo di
economia e politica. Ma anche nelle ambiguità interessate dell’Ue (che
conosceva o perlomeno sospettava che Atene, sotto vari governi, avesse fatto il
gioco delle tre carte) e dei principali partner economici della Grecia,
Germania in primis (che bacchettava l’indisciplina di Atene ma non ha
rinunciato a vendere al paese in crisi nera le sue armi).
La Grecia, in buona sostanza, si è trovata senza soldi quando è arrivata la
crisi finanziaria internazionale, che ha travolto, stritolandolo, il sistema
del credito. Il suo indebitamento, come nazione e come debito delle famiglie
(vissute per anni grazie alle atokes doseis, le rate senza interesse usate
persino per comprare le scarpe o fare la spesa), l’accanimento degli
speculatori, un sistema bancario fortemente esposto a investimenti ad alto
rischio: tutti questi elementi hanno contribuito a un rapido tracollo. Ma
cruciale è stata anche la lentezza della risposta delle istituzioni greche,
impastoiate in un sistema di veti incrociati, lobby e clientele, che hanno reso
difficile, se non impossibile, ogni riforma tempestiva che potesse mettere in
sicurezza l’economia nazionale. Da qui l’impossibilità assoluta di aumentare la
già abnorme spesa pubblica – come avveniva in paesi più stabili, al fine di
contenere i drammi della disoccupazione in crescita.
La risposta, anche in questo caso lenta e spesso errata, è arrivata dall’
esterno, da “quell’ombrello” europeo che avrebbe dovuto proteggere la Grecia da
attacchi esterni. Ma che non era abbastanza largo da proteggerla sul piano
economico, prima di tutto per la pecca strutturale dell’esistenza di una divisa
comune, ma non di una vera unione fiscale, bancaria ed economica dell’Ue. Poi
per l’impossibilità di cambiare il dna della classe dirigente ellenica,
generatrice infaticabile di un clientelismo malato ed improduttivo. E come la
classe politica greca, quella europea è stata farraginosa e goffa nella
reazione. Un salvataggio tempestivo della Grecia, ancora nel 2010, sarebbe
costato infinitamente meno, ma quando l’allora premier Giorgos Papandreou,
proprio per far digerire rapidamente ai propri connazionali le misure di
austerità, propose di sottoporle referendum, l’Europa intera, le opposizioni
greche e persino il suo partito, il socialista Pasok, lo sbranarono
politicamente, fino alle dimissioni. Si sarebbe così perso un anno e mezzo
decisivo, mentre l’economia ellenica si scioglieva.
Dal canto suo, il Fondo monetario internazionale (parte, insieme a Ue e Bce,
della troika, forse la parola e l’entità più odiata dai greci) ha saputo solo
promuovere una ricetta “lacrime e sangue”, che è stata peraltro confutata e di
fatto ripudiata nelle ultime settimane in due studi dello stesso Fondo: uno nel
quale si misuravano gli effetti dei tagli alla spesa pubblica sul Pil di una
nazione (il Fmi ha scoperto di essere stato eccessivamente ottimista sulla
ripresa a fronte dei tagli, che nel caso della Grecia l’hanno affossata senza
generare in tempi ragionevolmente brevi la ripresa); nell’altro, sulla
ristrutturazione del debito sovrano (la Grecia nel 2012 ha attuato la più
grande operazione del genere mai compiuta), il Fondo fa un mea culpa sui tempi
lunghi in cui questa è stata effettuata. Meglio sarebbe stato, si argomenta, se
l’Europa avesse immediatamente creato un fondo salva stati subito ed iniettato
denaro (in quantità assai minore di quello che poi è stato, si calcola circa
410 miliardi di euro complessivi tra aiuti e cancellazione del debito) per
fermare la deriva di Atene e scongiurare contagi.
Tra errori e ritardi, è venuto alla luce un “Memorandum” che ha decretato che
gli aiuti Ue-Fmi-Bce, giunti poi in varie tranche, sarebbero stati erogati solo
in cambio di un vasto programma di privatizzazioni e di una massiccia
trasformazione della macchina pubblica ellenica, gravata da un numero eccessivo
di addetti (un greco su cinque lavora nel settore pubblico), da una gestione
dispendiosa e molto spesso corrotta, da sindacati ferrei nel dire No ad ogni
forma di cambiamento contrattuale (i dipendenti pubblici greci non possono
essere licenziati, sancisce la Costituzione) . Una trasformazione che oggi, all’
inizio dell’estate 2013, vede ancora il governo impegnato a compilare liste dei
dipendenti pubblici da far “uscire” tramite scivoli e prepensionamenti (15.000
entro la fine del 2014, secondo l’ultima intesa con la troika).
Ma al di là dei numeri, la “crisi greca”, è la storia dei greci “comuni” (non
i grandi evasori o coloro che tengono gelosamente i propri conti all’estero,
solo minimamente coinvolti dalle campagne antievasione), che hanno portato e
stanno portando sulle loro spalle cinque anni di recessione profonda, la
scomparsa di larga parte del settore privato (negozi, alberghi, ristoranti,
imprese hanno chiuso in percentuali spaventose), aumenti di tasse (come quelle
sulla casa, che vengono imposte sulla bolletta elettrica, ragion per cui a
30.000 case ogni mese viene tagliata la corrente per morosità), tagli alla
sanità e all’istruzione. Ci sono stati i suicidi, c’è stata la ripresa
massiccia dell’emigrazione (dal 2008 se ne sono andate all’estero quasi 360.000
persone), c’è stata la risposta della “pancia” furiosa della società greca, che
ha mandato in parlamento 18 deputati di un partito filonazista, Alba Dorata,
che ora i sondaggi danno costantemente oltre il 10%, terzo partito nazionale.
La mole dei sacrifici, il ridimensionamento dell’economia, il crollo di
inflazione, il taglio nella carne viva della spesa pubblica hanno fatto
risalire diversi indicatori sullo stato di salute economica della Grecia, negli
ultimi mesi. Tanto da far comparire dichiarazioni ottimistiche del premier
conservatore Antonis Samaras (che guida un governo con socialisti e
socialdemocratici) sull’uscita dal tunnel entro la fine del 2014.
Il deficit primario di bilancio è sceso del 10% dall’inizio della crisi,
mentre il disavanzo corrente è calato del 7. La Borsa di Atene ha mostrato le
performance migliori di tutta l’Ue; i buoni greci sono scesi sotto al 9% di
interesse per la prima volta dal 2010, e le agenzie di rating hanno fatto fare
un balzo in su, dopo molto tempo, ai loro giudizi su debito e alcune banche
elleniche. Le proteste di piazza e l’instabilità politica sono scese a livelli
minimi. Le privatizzazioni, a lungo impantanate, hanno preso slancio (basti
pensare a quella, rilevantissima, dell’ente pubblico per le scommesse, Opap). L’
umore, dicono ad Atene ma anche a Bruxelles e a Berlino, è cambiato, e questo
in sé rappresenta una grossa spinta ad uscire dalla crisi: della Grecia, si
mormora, si può ora iniziare a fidarsi, non è più l’inaffidabile partner di
qualche anno fa. Perché ha rispettato gli impegni, e i risultati iniziano a
vedersi: è questa, naturalmente, anche la linea che il governo Samaras ha
intenzione di pubblicizzare.
Ma parlare di un “successo” della Grecia rischia di fornire una percezione
errata della realtà. Che resta durissima e priva di reali prospettive, per
molti greci. Un milione e trecentomila sono ancora disoccupati – 800.000 dei
quali sono senza lavoro da abbastanza tempo da aver perso benefit e sanità
gratuita – e circa 400.000 famiglie non hanno neanche un membro che guadagna.
Circa 300.000 lavoratori dipendenti non vengono pagati da mesi, accanto a
centinaia di migliaia che non guadagnano abbastanza da coprire anche le spese
di prima necessità (le leggi passate per accogliere il Memorandum fissano a
meno di 500 euro lordi mensili il salario di ingresso nel settore privato,
mentre gli stipendi pubblici sono stati tagliati nel tempo del 25%). L’
emigrazione dei giovani continua a crescere. Le cifre sulla migliore condizione
della bilancia dei pagamenti hanno a vedere più con il crollo delle
importazioni che con una crescita dell’export. Infine, c’è il dato etico: la
crisi viene pagata in larghissima parte da chi – dipendenti e pensionati – ha
avuto un ruolo secondario nel provocarla. E nonostante qualche successo contro
i grandi evasori, l’aumento della pressione fiscale è stato sostenuto
essenzialmente da queste categorie, tanto da far dire al Fmi, nell’ultimo
rapporto degli ispettori inviati ad Atene, che “i ricchi e i lavoratori
autonomi non pagano la parte che dovrebbero”.
Tutti auspicano che la “crisi greca” diventi presto un ricordo del passato e
che la ripresa si manifesti davvero, a partire dal 2014 (le previsioni Ue
parlano di un +0,6% del Pil, dopo sei anni di crollo, ma l’Ocse prevede invece
un’ulteriore contrazione, dell’1,2%). Ma per il momento la cautela è d’obbligo,
ed occorre trovare un sano equilibrio tra la sbandierata fiducia dei mercati e,
si spera, degli investitori stranieri, e la condizione aspra che vivono molti
greci. E’ importante che la percezione economica cambi, ma per parlare di
svolta deve farlo anche la realtà.

autore di “Ouzo amaro”. La tragedia greca dalle Olimpiadi al gol di Samaras”
(Fazi, 2012). E’ attualmente il responsabile di ANSAmed, l’agenzia multilingue
per il Mediterraneo dell’ANSA