venerdì 7 giugno 2013

Ricordi della Siria che non c'è più


Viaggiare in Medio Oriente è diventato sempre più difficile e doloroso. La guerra civile siriana e quella irachena, che ormai si riflettono l'una nell'altra come in uno specchio deformante delle tragedie del Levante, stanno stravolgendo luoghi e popolazioni. La Siria, ultima e più tollerante nazione del Medio Oriente, si prepara a diventare una Jugoslavia araba. Ormai possiamo parlare di una ex Siria: come dice un artista di Aleppo in esilio, qui le persone non si aspettano più niente. Semplicemente aspettano. Le notizie sono drammatiche, migliaia di morti e milioni di profughi, e ci colpiscono anche da vicino, come la recente sparizione dell'inviato della Stampa Domenico Quirico, che quasi passa inosservata la distruzione di culture millenarie. Insieme al presente in Siria sparisce il passato, e forse anche il futuro. L'aviazione di Assad ha distrutto persino il ponte sospeso sull'Eufrate di Deir ez Zor, un'ardita realizzazione francese del 1927, simbolo dell'unità nazionale e raffigurato sulle banconote.
 Era la passeggiata preferita delle delle famiglie, dei ciclisti e delle giovani coppie della città. A Deir ez Zor il 15 aprile è stato raso al suolo il convento dei cappuccini: adesso tra l'Eufrate e Palmira, fino ai confini iracheni, non c'è più un cristiano. Nel cuore di Aleppo, il 23 aprile, è stato polverizzato all'artiglieria il minareto della Grande Moschea. Nell'estate scorsa era sopravvissuto miracolosamente alla battaglia intorno alla cittadella, altro esempio inarrivato di architettura militare con la sua cinta muraria circolare. Qalah, la roccaforte, allora era stata appena espugnata dal generale Mahamoud.

«L'aspetto domani per un breakfast d'eccezione in cima alla fortezza», era stato il suo invito che avrebbe preso subito una venatura ironica anche se del tutto involontaria. Insieme al tè arrivò una raffica dei ribelli che sfondò una finestra del museo alle spalle della scrivania del generale. La porta principale era stata sgretolata da un mortaio: i due fronti si accusavano a vicenda di averla bombardata, così come fanno adesso con il minareto. La Grande Moschea fu costruita nel 715 dalla dinastia degli Omayyadi – dieci anni dopo quella di Damasco dove è sepolto il Saladino – nel punto dove sorgeva la cattedrale bizantina di Sant'Elena, madre dell'Imperatore Costantino. Una cultura e una religione si sovrapponevano a un'altra più antica, ma non era soltanto questo che stava accadendo ad Aleppo. Il minareto, costruito nel 1090 e alto 45 metri, venne di nuovo restaurato con un effetto straordinario dopo l'invasione dei mongoli: in lontananza sembrava un campanile gotico e dominava le 700 moschee della città, una dozzina di chiese, le sinagoghe, il suq e un reticolato di vicoli di medioevali. Dall'alto del minareto, in pronunciata pendenza per un terremoto, si poteva apprezzare questo panorama che dal basso era avvolto da una penombra interrotta dai fasci di luce filtrati dalle volte a crociera e si offriva la vista della corte, delle fontane per le abluzioni, dei chador neri delle donne e delle jallabah bianche degli uomini che sul lastricato apparivano pedine di una grande scacchiera. Oggi la spianata è un cumulo di macerie. La Grande Moschea rappresentava non soltanto uno scambio tra civiltà nello stile del minareto ma anche una sorta di prestito delle tradizioni ebraico-cristiane. I musulmani credono che al suo interno si trovi il sepolcro del padre di Giovanni Battista. Con il nome di Yayah il Battista è considerato un profeta dell'Islam, il minbar è dedicato a Zaccaria, padre di Giovanni, anche lui ritenuto un santo musulmano. Aleppo ha sempre ispirato storie interessanti: un cristiano maronita originario di qui, Hanna Dyab, raccontò agli occidentali la prima versione delle Mille e Una notte. Ma fu un treno, l'Orient Express, e un albergo, l'Hotel Baron, che ne cambiarono la storia recente e Aleppo diventò la meta di personaggi, spie e scrittori, dal Lawrence ad Agatha Christie. Miti letterari inseguiti nel grand tour della giovinezza. L'ultima volta che andai in città non ebbi il tempo per vedere il segreto della fortezza, la tomba di Husayn Al Khasibi che si pensava fosse perduta. È sepolto qui dal 969, nascosto alla vista: senza di lui, iracheno di Kufa, gli alauiti siriani, al potere con Assad, sarebbero svaniti nei meandri della storia e vedremmo una Siria diversa. La sua importanza fu tale che chiamarono la loro confraternita Al Khasibya. Fu lui a codificare una nuova religione, a scrivere i libri iniziatici sulla trasmigrazione delle anime e a proclamare come divinità Alì, il genero di Maometto che per gli altri musulmani è solo il quarto califfo. Il suo mecenate, Seif al Dawla, pronunciò un'orazione funebre commovente e i seguaci di Al Khasibi scrutarono per tutta la notte il cielo perché credevano che l'anima dello sceicco si trasformasse in una stella luminosa della Via Lattea. Aleppo ha custodito a lungo i suoi segreti, soprattutto quando di mezzo, oltre alla religione, c'era la politica. Un ebreo italiano, Umberto Cassuto, scoprì negli anni Trenta che nella sinagoga era custodita una delle versioni più antiche della Torah, denominata il Codice di Aleppo. Nessuno lo aveva mai potuto consultare. Scacciato dall'Italia nel 1938 con le leggi razziali fasciste, Cassuto se ne andò in Palestina. Mentre nei campi di concentramento d'Europa venivano sterminati milioni di ebrei, si mise sulle tracce del Codice di Aleppo: nel 1944 riuscì a vederlo ma i rabbini gli proibirono di fotografarlo. Tre anni dopo, quando stava per essere proclamato lo stato di Israele, esplose una rivolta antigiudaica e una parte del manoscritto fu persa: quel che rimaneva, per sottrarlo alla furia iconoclasta, fu trafugato a Gerusalemme in una volgare lavatrice. Ma un tempo ad Aleppo tutti vivevano fianco a fianco, arabi e curdi, musulmani e cristiani, ebrei e armeni. Era un universo cosmopolita e tollerante. Oggi nessuno è al sicuro. A 10 chilometri dalla città sono stati rapiti Yohanna Ibrahim, capo della diocesi siriaca e Boulos Yaziji, arcivescovo greco-ortodosso: il loro autista, un diacono, è stato ucciso. I quartieri dei cristiani sono sotto il tiro dell'artiglieria. «Non sappiamo chi spara e perché ma di sicuro non è un errore balistico», sostiene Clement Jeanbart, il vescovo greco-melchita. In Siria, oltre ai monumenti islamici, ai mosaici bizantini, alle chiese, ai templi romani ed ellenistici (seimila siti), stanno scomparendo, tra distruzioni e saccheggi, anche le piccole cose. Vicino al lavabo del bagno c'è una saponetta di Aleppo. Ogni anno nel vecchio suq si ripete da secoli lo stesso rituale. L'olio d'oliva, trattato con acqua e sale marino, viene scaldato lentamente in un calderone di pietra, come si usava nell'antichità. Alla fine della cottura viene aggiunto dell'alloro. I saponi che sono ancora di colore verde vengono messi in impalcature a forma di torre, dove sono lasciati a maturare per dodici mesi. Iniziano così a cambiare colore e da verde diventano del caratteristico colore ambrato. Ma i combattimenti hanno preso di mira anche il suq medioevale e le fabbriche artigiane. E per quest'anno niente sapone di Aleppo.



di Alberto Negri - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/bpWiM 02.06.2013