sabato 29 giugno 2013

Letture : un’estate in Grecia


libro di Giuseppe Ciulla, ed. Chiarelettere
Atene, luglio 2012: la crisi è ovunque. Durante la campagna elettorale tutti
ti dicono che, se vincerà la coalizione antieuro, la Grecia verrà dilaniata dai
mercati. Ma questa visione fa parte della strategia della paura messa in campo
dall’Europa che conta per scoraggiare i greci. Un po’ come quando gli eserciti
lanciano volantini sulle truppe nemiche per demoralizzarle.
Sono stato altre volte ad Atene, non l’avevo mai vista così.
 Persino il
traffico è sparito: la gente non prende più la macchina perché la benzina costa
troppo. La capitale sembra drogata come i ragazzi che trovi sotto i portici del
centro, ammucchiati come sacchi neri. Sento la pressione di Bruxelles, il suo
richiamo implacabile, le ganasce europee che si stringono mordendo le caviglie
di un popolo, e così per qualche giorno mi lascio trasportare da questa
corrente che arriva dal Nord. Mi perdo tra le vie depresse, i negozi in
vendita, i racconti dei quarantenni senza lavoro.

Come ufficio scelgo una taverna in via Plateon, una traversa della grande
strada per il Pireo. Si chiama Canarino. È un bar-ristorante con i tavolini
azzurri all’aperto, l’unico nei paraggi ad avere il wi-fi. Ma non è questo che
lo rende interessante. Da quando è cominciata la politica dell’austerità, il
governo ha tagliato del 20 per cento le pensioni e gli stipendi degli statali,
ha portato l’assegno sociale da 430 euro a 316, ha sfrondato del 10 per cento
il numero dei dipendenti pubblici. E ora tutta questa gente passa da un bar all’
altro. Trovi disoccupati ovunque. Ex insegnanti, ex architetti, consulenti
finanziari, ristoratori, sarti e muratori. Un esercito di braccia inermi.
Soldati senza paga per una guerra senza difese.
Canarino è un ricettacolo di artisti e bohémien. Li incontri a qualunque ora
del giorno e della notte. Di solito mi mimetizzo sotto i quadri street art alle
pareti. Oggi è giorno di vigilia: si aspettano le elezioni, ma anche l’epica
partita di calcio tra Grecia e Germania; si attende la rivincita ellenica. Si
aspetta sempre, qui in Grecia. E si canta. Quando Janna, la ragazza al bancone
del bar, libera le note di un vinile anni Cinquanta, la gente smette di
mangiare e attacca a muoversi seguendo con le braccia alzate il ritmo lento
della melodia. Nel locale si diffonde la voce seducente di Giorgos Zampetas, il
cantore dei sobborghi di Atene, dei suoi operai poveri, «il nostro Pasolini»
dice Gina, giornalista disoccupata che ora porta in giro i turisti tra le
rovine ancora vive della sua città. «Canta la sofferenza del lavoro e della
vita.» E tra i ragazzi seduti al tavolo intorno a me comincia un’
immedesimazione silenziosa. «Queste canzoni sono state scritte dopo la Seconda
guerra mondiale per un popolo che soffriva ancora. Sono tornate attuali.» La
nenia ha la forza aggregante della musica popolare. Ora cantano tutti. Occhi
chiusi. Nell’aria profumo di melanzane fritte e cipolla. La luce delle tre del
pomeriggio entra di taglio da una finestra. La polvere di Atene mulina dalle
fessure sotto la porta. Mi sento parte di una sofferenza collettiva e
struggente: oggi sono greco anch’io.
Tra gli avventori c’è anche Vassilis, che ha 42 anni e fa il consulente d’
immagine per un grande network televisivo. Domani per lui sarà l’ultimo giorno
di lavoro. «Non so se mi richiameranno – racconta davanti al Nescafé freddo con
cannuccia – e fino a settembre potrei non vedere più un euro.» Accanto a
Vassilis c’è un uomo sulla cinquantina con un codino grigio argento che gli
carezza le spalle. Si chiama Nikolaus e oggi non ha fatto la barba. In gioventù
invece deve aver fatto la «vita». Lo chiamavano Lilì, ormai è un transessuale
troppo imbolsito per la notte, e così campa facendo lavoretti da idraulico. Gli
si avvicina una zingara che deve avere la stessa età. Ha denti carsici,
rovinati dall’eroina. Parla con l’uomo mentre un’altra donna rom l’aspetta
seduta sul marciapiede. Gli racconta che il marito adesso è in galera per
contrabbando di alcol. Nikolaus tira fuori cinque euro dal portafogli griffato
Ferrari, glieli porge, poi prende la via del Pireo portando all’orecchio il
cellulare rosa shocking.
«Sai dove ci troviamo, collega?» mi domanda Gina.
«Be’, da qui vedo l’Acropoli, siamo in centro» rispondo.
«Vieni con me, ti porto in giro per il quartiere così capirai.»
Ci incamminiamo mentre lo scirocco invade la via con gli odori che arrivano da
Omonia, da Syntagma, dal cuore nero della città. «Nessuno lo sa, neanche il
ministero della Cultura si muove per valorizzarlo, ma qui sotto c’è il cimitero
più importante di Atene.» Mi porta a due isolati di distanza dal Canarino. C’è
uno spazio verde che credevo un parchetto con ulivi e oleandri. In realtà è un’
area archeologica di duecento metri quadrati. Dall’alto si vedono degli scavi
protetti solo da un tettuccio in plexiglass. «Lì sotto riposano Pericle e
Solone. Non ci sono soldi, soprattutto da quando è cominciata l’austerità –
dice Gina – e quest’area sta andando in rovina. Se l’Europa davvero tenesse
alla Grecia, è da qui che dovrebbe cominciare.» Non so se l’Unione avrà mai un
Pantheon dedicato ai suoi fondatori. Mi chiedo se un posto lo meriterebbero di
più Angela Merkel o le salme degli uomini che da millenni sono deposte qui.
«Non sono gli unici. Centinaia di padri della Grecia dormono sotto di noi.»
Sopra il parco c’è un palazzo di cinque piani. Si staglia impudente con la sua
facciata di panni stesi e miserie incrostate. Prendo la via di casa quando il
sole è ormai basso su tutta la città eccetto l’Acropoli. Sto camminando su un’
enorme fossa comune, su milioni di cadaveri dimenticati, forse sui primi
europei della Storia. È qui che capisco.
Ho ancora dentro le note di quel bar, la musica struggente, le decine di mani
alzate. Il popolo greco non è quello che i giornali raccontano. Le leggi che
hanno sempre tenuto insieme i figli dell’Egeo sparpagliati per il mondo sono
più forti della Troika. Se voglio raccontare il disincanto di questa gente,
devo sfuggire alla crisi, all’insopportabile retorica della depressione
economica.
Sono partito da Milano un mese fa, ma solo adesso so dove cercare e so che
ogni cosa avrà più senso. In piena campagna elettorale, mentre il destino della
Grecia sembra appeso a implacabili elezioni, un demone antico si è impadronito
di me e mi dice di seguire il canto. Nei prossimi mesi il cammino abbandonerà
la strada segnata, sfuggirà al mio controllo, vivrà di vita propria. Questa è
la cronaca del mio viaggio.

Giuseppe Ciulla, giornalista freelance e autore televisivo, lavora alla
trasmissione tv “L’ultima parola” di Rai2. Ha scritto, tra l’altro, Lupi nella
nebbia (Jaca Book 2010) e Ai confini dell’impero (Jaca Book 2011).