sabato 29 giugno 2013

Letture : un’estate in Grecia


libro di Giuseppe Ciulla, ed. Chiarelettere
Atene, luglio 2012: la crisi è ovunque. Durante la campagna elettorale tutti
ti dicono che, se vincerà la coalizione antieuro, la Grecia verrà dilaniata dai
mercati. Ma questa visione fa parte della strategia della paura messa in campo
dall’Europa che conta per scoraggiare i greci. Un po’ come quando gli eserciti
lanciano volantini sulle truppe nemiche per demoralizzarle.
Sono stato altre volte ad Atene, non l’avevo mai vista così.
 Persino il
traffico è sparito: la gente non prende più la macchina perché la benzina costa
troppo. La capitale sembra drogata come i ragazzi che trovi sotto i portici del
centro, ammucchiati come sacchi neri. Sento la pressione di Bruxelles, il suo
richiamo implacabile, le ganasce europee che si stringono mordendo le caviglie
di un popolo, e così per qualche giorno mi lascio trasportare da questa
corrente che arriva dal Nord. Mi perdo tra le vie depresse, i negozi in
vendita, i racconti dei quarantenni senza lavoro.

Come ufficio scelgo una taverna in via Plateon, una traversa della grande
strada per il Pireo. Si chiama Canarino. È un bar-ristorante con i tavolini
azzurri all’aperto, l’unico nei paraggi ad avere il wi-fi. Ma non è questo che
lo rende interessante. Da quando è cominciata la politica dell’austerità, il
governo ha tagliato del 20 per cento le pensioni e gli stipendi degli statali,
ha portato l’assegno sociale da 430 euro a 316, ha sfrondato del 10 per cento
il numero dei dipendenti pubblici. E ora tutta questa gente passa da un bar all’
altro. Trovi disoccupati ovunque. Ex insegnanti, ex architetti, consulenti
finanziari, ristoratori, sarti e muratori. Un esercito di braccia inermi.
Soldati senza paga per una guerra senza difese.
Canarino è un ricettacolo di artisti e bohémien. Li incontri a qualunque ora
del giorno e della notte. Di solito mi mimetizzo sotto i quadri street art alle
pareti. Oggi è giorno di vigilia: si aspettano le elezioni, ma anche l’epica
partita di calcio tra Grecia e Germania; si attende la rivincita ellenica. Si
aspetta sempre, qui in Grecia. E si canta. Quando Janna, la ragazza al bancone
del bar, libera le note di un vinile anni Cinquanta, la gente smette di
mangiare e attacca a muoversi seguendo con le braccia alzate il ritmo lento
della melodia. Nel locale si diffonde la voce seducente di Giorgos Zampetas, il
cantore dei sobborghi di Atene, dei suoi operai poveri, «il nostro Pasolini»
dice Gina, giornalista disoccupata che ora porta in giro i turisti tra le
rovine ancora vive della sua città. «Canta la sofferenza del lavoro e della
vita.» E tra i ragazzi seduti al tavolo intorno a me comincia un’
immedesimazione silenziosa. «Queste canzoni sono state scritte dopo la Seconda
guerra mondiale per un popolo che soffriva ancora. Sono tornate attuali.» La
nenia ha la forza aggregante della musica popolare. Ora cantano tutti. Occhi
chiusi. Nell’aria profumo di melanzane fritte e cipolla. La luce delle tre del
pomeriggio entra di taglio da una finestra. La polvere di Atene mulina dalle
fessure sotto la porta. Mi sento parte di una sofferenza collettiva e
struggente: oggi sono greco anch’io.
Tra gli avventori c’è anche Vassilis, che ha 42 anni e fa il consulente d’
immagine per un grande network televisivo. Domani per lui sarà l’ultimo giorno
di lavoro. «Non so se mi richiameranno – racconta davanti al Nescafé freddo con
cannuccia – e fino a settembre potrei non vedere più un euro.» Accanto a
Vassilis c’è un uomo sulla cinquantina con un codino grigio argento che gli
carezza le spalle. Si chiama Nikolaus e oggi non ha fatto la barba. In gioventù
invece deve aver fatto la «vita». Lo chiamavano Lilì, ormai è un transessuale
troppo imbolsito per la notte, e così campa facendo lavoretti da idraulico. Gli
si avvicina una zingara che deve avere la stessa età. Ha denti carsici,
rovinati dall’eroina. Parla con l’uomo mentre un’altra donna rom l’aspetta
seduta sul marciapiede. Gli racconta che il marito adesso è in galera per
contrabbando di alcol. Nikolaus tira fuori cinque euro dal portafogli griffato
Ferrari, glieli porge, poi prende la via del Pireo portando all’orecchio il
cellulare rosa shocking.
«Sai dove ci troviamo, collega?» mi domanda Gina.
«Be’, da qui vedo l’Acropoli, siamo in centro» rispondo.
«Vieni con me, ti porto in giro per il quartiere così capirai.»
Ci incamminiamo mentre lo scirocco invade la via con gli odori che arrivano da
Omonia, da Syntagma, dal cuore nero della città. «Nessuno lo sa, neanche il
ministero della Cultura si muove per valorizzarlo, ma qui sotto c’è il cimitero
più importante di Atene.» Mi porta a due isolati di distanza dal Canarino. C’è
uno spazio verde che credevo un parchetto con ulivi e oleandri. In realtà è un’
area archeologica di duecento metri quadrati. Dall’alto si vedono degli scavi
protetti solo da un tettuccio in plexiglass. «Lì sotto riposano Pericle e
Solone. Non ci sono soldi, soprattutto da quando è cominciata l’austerità –
dice Gina – e quest’area sta andando in rovina. Se l’Europa davvero tenesse
alla Grecia, è da qui che dovrebbe cominciare.» Non so se l’Unione avrà mai un
Pantheon dedicato ai suoi fondatori. Mi chiedo se un posto lo meriterebbero di
più Angela Merkel o le salme degli uomini che da millenni sono deposte qui.
«Non sono gli unici. Centinaia di padri della Grecia dormono sotto di noi.»
Sopra il parco c’è un palazzo di cinque piani. Si staglia impudente con la sua
facciata di panni stesi e miserie incrostate. Prendo la via di casa quando il
sole è ormai basso su tutta la città eccetto l’Acropoli. Sto camminando su un’
enorme fossa comune, su milioni di cadaveri dimenticati, forse sui primi
europei della Storia. È qui che capisco.
Ho ancora dentro le note di quel bar, la musica struggente, le decine di mani
alzate. Il popolo greco non è quello che i giornali raccontano. Le leggi che
hanno sempre tenuto insieme i figli dell’Egeo sparpagliati per il mondo sono
più forti della Troika. Se voglio raccontare il disincanto di questa gente,
devo sfuggire alla crisi, all’insopportabile retorica della depressione
economica.
Sono partito da Milano un mese fa, ma solo adesso so dove cercare e so che
ogni cosa avrà più senso. In piena campagna elettorale, mentre il destino della
Grecia sembra appeso a implacabili elezioni, un demone antico si è impadronito
di me e mi dice di seguire il canto. Nei prossimi mesi il cammino abbandonerà
la strada segnata, sfuggirà al mio controllo, vivrà di vita propria. Questa è
la cronaca del mio viaggio.

Giuseppe Ciulla, giornalista freelance e autore televisivo, lavora alla
trasmissione tv “L’ultima parola” di Rai2. Ha scritto, tra l’altro, Lupi nella
nebbia (Jaca Book 2010) e Ai confini dell’impero (Jaca Book 2011).

venerdì 28 giugno 2013

Euro-Mediterranean Partnership (EUROMED)



The Union for the Mediterranean promotes economic integration and democratic reform across 16 neighbours to the EU’s south in North Africa and the Middle East.
Formerly known as the Barcelona Process, cooperation agreements were re-launched in 2008 as the Union for the Mediterranean (UfM) .
The re-launch was an opportunity to render relations both more concrete and more visible with the initiation of new regional and sub-regional projects with real relevance for those living in the region. Projects address areas such as economy, environment, energy, health, migration and culture.
Along with the 28 EU member states, 16 Southern Mediterranean, African and Middle Eastern countries are members of the UfM: Albania, Algeria, Bosnia and Herzegovina, Croatia, Egypt, Israel, Jordan, Lebanon, Mauritania, Monaco, Montenegro, Morocco, the Palestinian Authority, Syria, Tunisia and Turkey.
Currently meetings are co-presided over by one Mediterranean and one EU country. As of September 2010, the UfM also has a functional secretariat, based in Barcelona, a Secretary General and six deputy secretary generals.
Following the entry into force of the Lisbon Treaty, governance from the EU side will be rearranged once the EEAS has been established.
The UfM has a number of key initiatives on its agenda:
the de-pollution of the Mediterranean Sea, including coastal and protected marine areas;
the establishment of maritime and land highways that connect ports and improve rail connections so as to facilitate movement of people and goods;
a joint civil protection programme on prevention, preparation and response to natural and man-made disasters;
a Mediterranean solar energy plan that explores opportunities for developing alternative energy sources in the region;
a Euro-Mediterranean University, inaugurated in Slovenia in June 2008;
the Mediterranean Business Development Initiative, which supports small businesses operating in the region by first assessing their needs and then providing technical assistance and access to finance.

translate in italian/traduzione in italiano :
L'Unione per il Mediterraneo promuove l'integrazione economica e la riforma democratica in 16 paesi vicini a sud dell'UE in Nord Africa e in Medio Oriente.
Precedentemente noto come il processo di Barcellona, ​​gli accordi di cooperazione sono state rilanciate nel 2008 come l'Unione per il Mediterraneo (UpM).
Il rilancio è stata l'occasione per rendere relazioni sia più concrete e più visibili con l'avvio di nuovi progetti regionali e sub-regionali con reale rilevanza per coloro che vivono nella regione. Progetti aree di indirizzo come l'economia, l'ambiente, l'energia, la salute, la migrazione e la cultura.
Insieme con gli Stati membri dell'UE 28, 16 del Sud del Mediterraneo, dell'Africa e del Medio Oriente sono membri dell'Unione per il Mediterraneo: Albania, Algeria, Bosnia-Erzegovina, Croazia, Egitto, Israele, Giordania, Libano, Mauritania, Monaco, Montenegro, Marocco, Autorità palestinese, Siria, Tunisia e Turchia.
Attualmente incontri sono co-presieduta da uno mediterraneo e un paese dell'UE. A partire da settembre 2010, l'UpM ha anche una segreteria funzionale, con sede a Barcellona, ​​un Segretario Generale e sei vice segretari generali.
A seguito dell'entrata in vigore del trattato di Lisbona, la governance da parte dell'UE sarà essere riorganizzate una volta che il SEAE è stata stabilita.
L'UpM ha una serie di iniziative chiave all'ordine del giorno:
il disinquinamento del Mediterraneo, tra cui le aree marine costiere e protetto;
la creazione di autostrade marittime e terrestri che collegano i porti e migliorare i collegamenti ferroviari in modo da facilitare la circolazione di persone e merci;
un programma congiunto di protezione civile in materia di prevenzione, preparazione e risposta alle catastrofi naturali e di origine umana;
un piano mediterraneo energia solare che esplora le opportunità per lo sviluppo di fonti energetiche alternative nella regione;
una Università euro-mediterranea, inaugurata in Slovenia nel mese di giugno 2008;
l'iniziativa mediterranea di sviluppo commerciale, che sostiene le piccole imprese che operano nella regione, valutando in primo luogo le loro esigenze e quindi fornendo assistenza tecnica e l'accesso ai finanziamenti.

mercoledì 19 giugno 2013

Letture : "Il pensiero meridiano"

Occorre restituire al Sud l'antica dignità di soggetto del pensiero, interrompere una lunga sequenza in cui esso è stato pensato solo da altri. Il pensiero meridiano è, innanzitutto, riformulazione dell'immagine che il Sud ha di sé: non più periferia degradata dell'impero', ma nuovo centro di un'identità ricca e molteplice, autenticamente mediterranea. Questa nuova edizione è arricchita da una nuova prefazione dell'autore. Franco Cassano insegna Sociologia della conoscenza nell'Università di Bari.

Franco Cassano, Economica Laterza (Libro 362)

Franco Cassano (Ancona, 3 dicembre 1943) è un sociologo e politico italiano. Professore ordinario di Sociologia e Sociologia dei Processi culturali e comunicativi all'Università degli Studi di Bari Aldo Moro, all'attività accademica affianca quella di saggista ed editorialista. Tra le sue opere più note "Il pensiero meridiano" (1996) e "L'umiltà del male" (2011).

martedì 18 giugno 2013

Grecia, il popolo rassegnato non protesta più


A un anno dalle elezioni il governo Samaras cerca di dare l’impressione che il paese ha superato la crisi e va verso la ripresa. Ma se le proteste sono finite è soprattutto perché i greci sono ormai rassegnati.
Quando gli scrittori vogliono cambiare il corso della storia che raccontano utilizzano quella che si definisce una svolta. E questo è quanto ha deciso di fare anche il governo greco nelle ultime settimane: cercare la svolta risolutiva nell’iter della crisi. “Nessuno parla di un’uscita della Grecia dalla zona euro, bensì di recupero della Grecia. Di un Grecovery invece che di una Grexit, potremmo dire”, ha dichiarato il primo ministro Antonis Samaras il 13 giugno dopo un vertice con la sua controparte finlandese a Helsinki.
È uno slogan efficace per il messaggio che i leader greci cercano di diffondere ormai dai mesi, prima con qualche cautela e ora più apertamente: il rischio di un’uscita della Grecia dalla zona euro sarebbe scongiurato ed è arrivato il momento della ripresa. I dati più recenti sul miglioramento della situazione economica, la decisione di Fitch di aumentare di un grado il rating del debito e la tregua con i mercati sono tutti punti a favore perché si possa iniziare a scrivere l’incipit di una “storia di successo”, come Samaras ha pensato di fare durante una sua recente visita in Cina.

Ma la “svolta ” dichiarata dal governo non coincide granché con la vita quotidiana dei greci. “Che cosa cambia se affermano che le cose volgono al meglio? Il mio portafoglio è vuoto oggi come sei mesi fa”, dice Illyria, grafica freelance 36enne . “Lavoro, è vero, ma non mi pagano”, dice sconsolata, guardando piazza Syntagma. Mentre in tutta Europa era stata annunciata una mobilitazione contro la troika, la settimana scorsa, la piazza è rimasta semivuota. “Dov’è la gente? Che cosa ci rimane se non protestiamo?”, ripete la giovane donna, mentre due dei pochi manifestanti appendono tra due alberi uno striscione con lo slogan: “Popolo unito contro la troika”.
La piazza vuota non è certo segno di ottimismo. Se le dimostrazioni non richiamano più tanta gente a sei anni dall’inizio della crisi, è perché tre anni di ininterrotta austerity hanno anche logorato l’animo di tanti. Parecchi gruppi colpiti dai tagli si riuniscono tutti i giorni, ma le loro proteste si vanno facendo sempre meno intense.
“Potremmo parlare per ore del perché la gente non scende più in strada a protestare”, ammette Alex, uno dei pochi presenti alla dimostrazione paneuropea. “Ma è anche vero che la gente è stanca di protestare e molti devono concentrarsi sulla sopravvivenza quotidiana”, aggiunge questo ingegnere che nel 2010 ha deciso di ritornare in Grecia dalla Danimarca, dove aveva trovato un posto di lavoro dopo aver preso la specializzazione. In Grecia lavora in proprio, anche se ammette che i clienti sono pochi.
“Uno dei motivi per i quali ci sono sempre meno dimostranti in piazza è che per protestare bisogna avere una speranza, il sogno che le cose cambino” dice Dimistris Cristopoulos, docente di scienze politiche all’Università Panteion di Atene. “Negli ultimi mesi i centri del potere politico hanno cercato di farci intendere che le cose vanno bene. Ma dobbiamo porci tre domande: è vero? Si tratta di una semplice strategia di comunicazione? Può funzionare? La risposta alla prima domanda è negativa: no, non è vero. La risposta alla seconda è positiva: sì, si tratta di una strategia di comunicazione, perché noi tutti dobbiamo capire che questo violento esperimento al quale è stata sottoposta la Grecia funziona. Quanto alla terza domanda, la risposta è ancora sì: questo tipo di comunicazione funziona, perché anche se la situazione è peggiore rispetto a due anni fa, noi di fatto ci ritroviamo davanti a una società sconfitta, a una forma di rassegnazione totale verso ciò che sta accadendo”.
Sondaggi favorevoli
Ma per Samaras – che il 18 giugno torna ad Atene per incontrare i responsabili della troika dei creditori internazionali, mentre ancora infuria la controversia sul rapporto dell’Fmi, che ammette gli errori commessi nel primo bailout della Grecia del 2010 – ci sono altre buone ragioni per ben sperare. L’ottimismo nasce anche dal fatto che dai sondaggi il suo partito risulta al primo posto, davanti al partito di sinistra Syriza. “Nuova Democrazia è ancora una volta in testa nei sondaggi perché la gente vuole credere che le cose stiano migliorando. Sanno che non è così, ma hanno bisogno di crederci. Enon dimentichiamo l’immaturità della sinistra”, dice Cristopoulos.
Un altro motivo è che adesso c’è una certa stabilità politica, sostiene Nikos Skikos, docente di informatica: “Le cose vanno meglio rispetto a un anno fa, perché almeno adesso abbiamo un governo che fa qualcosa”, dice Skikos, il cui stipendio è sceso da 1400 a 1000 euro al mese.

“L’aspetto psicologico conta moltissimo e il governo lo sfrutta. I datori di lavoro sono più ottimisti perché vedono segnali di stabilità politica. Si avverte un po’ di sollievo: le vendite non sono aumentate, ma calano più lentamente”, dice l’analista politico Dimistris Kontogiannis. “Il successo si misura col fatto che dal punto di vista del governo e della troika le cifre sull’abbassamento del deficit sono migliorate e fanno ben sperare. Ma l’economia reale è ben diversa e c’è tanta miseria. Le cifre tendono sempre a migliorare prima di avere un effetto concreto sulle vite delle persone. E, almeno per un altro anno o due, successo e povertà andranno di pari passo”. Almeno finché avrem una disoccupazione al 27 per cento.
Su un muro di Atene, dove per tre anni un’intera generazione di giovani senza futuro ha dato sfogo alla propria rabbia, si legge: “Dove è il mio bailout?” Parole scomode, quasi superflue in questa nuova versione della nostra storia.
Né Grexit né Grecovery  17 giugno 2013El País Madrid di Mariangela Paone

lunedì 17 giugno 2013

Turchia, una lettura diversa di ciò che accade


Questo articolo, preso dal sito nena-news.globalist.it, presenta dati interessanti, a cui si da però una lettura che potrebbe non sempre essere condivisibile. Comunque rappresenta un contributo al dibattito sui fatti che interessano la Turchia di oggi.
Nena News pubblica una analisi dei compagni di "Clash City Workers" sulle ragioni piu' concrete delle rivolte in Turchia. E' la piu' approfondita diffusa sino a oggi.
Roma, 13 giugno 2013, Nena News - Cosa troverete in questo testo? - Innanzitutto una ricostruzione della storia della Turchia degli ultimi dieci anni, una storia che ci fa imparare molto su come funziona la "crescita" economica nel modo di produzione capitalista e come la dimensione politica si modelli plasticamente sulle esigenze del profitto.
Su questa base, più documentata possibile, tenteremo un'analisi delle classi sociali in Turchia e delle loro rappresentanze politiche, raccontando anche le mobilitazioni degli scorsi anni e i nuovi movimenti sindacali che si stanno delineando nel paese.
- Nel quarto paragrafo cercheremo poi di fare il punto su quest'ultima rivolta, individuandone i tratti di maggior interesse e gli insegnamenti che ci consegna.

Già alcuni giorni fa abbiamo scritto un breve articolo sulla Turchia: lo spunto che lanciavamo era completamente diverso dal dibattito che sta ancora imperversando in rete, ipnotizzato dalla cronaca dei fatti o dalle opposizioni semplici (del tipo "ambientalisti vs governo", "laici vs islamici", "movimenti vs neoliberismo")1. Con quell'articolo, così come con questo documento, noi non intendevamo affatto dire: "ecco spiegato tutto" o peggio: "questa è la verità!". Sappiamo che la realtà è sempre dinamica e complessa, che ci vuole molto studio e una capillare conoscenza dei fatti per poter avere un'interpretazione globale, che la contingenza politica è fatta di un coacervo di tensioni, motivi, cause, che gli stessi partecipanti alle proteste assumono in maniera variegata, a seconda della propria storia, sensibilità, contesto. Non ci sorprende affatto che chi sta in piazza dica di essere sceso perché non voleva un centro commerciale nel suo quartiere, o perché è diventato sempre più costoso e difficile bersi una birra, o ancora perché stufo dei soprusi della polizia: e non intendiamo affatto sostenere che questi motivi siano "falsi", e che la gente non sappia perché sta in piazza per davvero. Ogni momento di rottura si situa all'incrocio di più traiettorie, è una congiuntura unica, in cui convergono insoddisfazioni individuali e rivendicazioni collettive, in cui si sollevano tante figure sociali diverse. Non è una novità dei nostri tempi: è sempre stato così - ed è questo quello che il pensiero postmoderno ignora, quando rappresenta schematicamente il passato e insegue il marketing della discontinuità ad ogni costo...

Il problema però è che per capire davvero un movimento non ci si può limitare a una sommatoria di impressioni o all'idea che questo si fa di sé. Qualcuno diceva: "Come non si può giudicare un uomo dall'idea che egli ha di se stesso, così non si può giudicare una simile epoca di sconvolgimento dalla coscienza che essa ha di se stessa; occorre invece spiegare questa coscienza con le contraddizioni della vita materiale, con il conflitto esistente fra le forze produttive della società e i rapporti di produzione.

Insomma, per capire un fenomeno nelle sue cause profonde, comparandolo ad altri, cercando di capire dove e come si può verificare ancora - questo per noi vuol dire un approccio "scientifico", seppur di una scienza tutta particolare, com'è quella sociale e politica -, non basta fermarsi alla raccolta di opinioni dei partecipanti alle proteste, a un'analisi delle strategie dei partiti in causa, a una serie di constatazioni geopolitiche... Bisogna invece cercare di vedere cosa struttura nel profondo una società. Per noi partire dalla dimensione economica e dalla contraddizione capitale/lavoro che la informa non vuol dire affatto svalutare tutti gli altri fattori, ma semmai comprenderli sul terreno in cui si articolano. Vuol dire osservare come la dimensione economica plasma sotterraneamente e in continuazione tutta la società, come struttura e divide il campo sociale, quale dialettica apre fra le classi, come investe i bisogni individuali e collettivi.

Cercare di capire tutto questo, e soprattutto cercare di capire che farsene, è molto complicato, e quindi non ci sognavamo in un breve articolo di sintetizzare tutto quello che sta accadendo in Turchia. Semplicemente, come abbiamo fatto nel caso della Tunisia, dell'Egitto e della Libia, intendevamo lanciare un'ipotesi di lavoro, suffragata da una serie di documenti elaborati da analisti più esperti di noi, sperando che qualcuno la raccogliesse, la approfondisse, la motivasse meglio. Pensiamo infatti di essere solo un tassello di un "intellettuale collettivo" fatto di migliaia di compagni sparsi per l'Italia e il mondo. Speriamo che le nostre riflessioni e i dati che abbiamo raccolto potranno essere utili e che gli elementi riscontrati nella vicenda turca vivranno anche nelle nostre pratiche e nelle nostre analisi della situazione italiana ed europea. Perché davvero quello che sta accadendo lì ci riguarda da vicino. Ma è tempo ormai di entrare nel merito.

2. La Turchia negli ultimi dieci anni
Per capire quello che sta succedendo, cerchiamo innanzitutto di conoscere la Turchia ricostruendo la sua storia recente. Con una premessa: prenderemo in esame il periodo che va dall'inizio degli anni Duemila in poi. Abbiamo scelto questo come punto di partenza perché in quegli anni avviene qualcosa che marca il paese in maniera significativa. Dal 2001 si producono infatti importanti cambiamenti destinati a trasformare la Turchia come non era mai accaduto nei decenni precedenti. Basta gettare un rapido sguardo ad alcuni grafici per capire che in quegli anni deve essere successo qualcosa di grosso: tutti gli indicatori macroeconomici (PIL, inflazione, debito pubblico, Investimenti Diretti all'Estero) subiscono uno scarto molto accentuato.

Cosa è accaduto? Nel 2001 la Turchia versa in una condizione molto difficile4. La crescita del PIL segna un terribile -9,4%, e lo sviluppo economico è a dir poco stentato. L'inflazione viaggia intorno a un incredibile 68,5% annuo5, una cifra altissima se si pensa che nello stesso periodo in Italia è al 2,8% e la media UE è al 2,4%. Inoltre la Turchia ha un alto debito pubblico (77,9% del PIL), e un complesso produttivo arretrato, imperniato intorno ad alcune vecchie aziende dello Stato, che controlla ancora i maggiori settori strategici. Per il resto si tratta di un paese in parte ancora agricolo, in cui lo stesso comparto dei servizi, anche turistici, è arretrato.

A seguito dello scoppio della bolla della new economy e della crisi finanziaria del 2001, si profila un serio rischio di bancarotta per la Turchia, incapace di trovare finanziatori sui mercati internazionali e di piazzare i propri titoli di Stato. Il paese si vede quindi costretto a chiedere un nuovo intervento del Fondo Monetario Internazionale. A condurre le trattative è Kemal Derviş, già vicepresidente della Banca Mondiale e nel 2001 Ministro dell'Economia turco. Praticamente un uomo dell'imperialismo al posto giusto al momento giusto. Ciononostante la trattativa non è semplicissima: la concessione del prestito è infatti subordinata al "principio di condizionalità", ovvero all'approvazione di provvedimenti "lacrime e sangue" per la popolazione turca. I capisaldi delle riforme per l'FMI devono essere: la riduzione del debito pubblico, il rigore fiscale, la lotta all'inflazione, una fitta serie di riforme strutturali per il rafforzamento del settore privato, del sistema bancario e il miglioramento dell'investiment climate. In altre parole, "le riforme richieste puntano ad un aumento dell'efficienza e della produttività, attraverso un piano di liberalizzazioni e privatizzazioni. L'obbiettivo è un rapido aumento della produzione, incrementando la competitività del settore industriale orientato all'export, sostenuto da una politica di moderazione salariale".

Ovviamente Kemal Derviş accetta queste condizioni e l'FMI approva il finanziamento nel febbraio 2002: questa sarà l'operazione più grossa mai fatta dal Fondo. Parliamo di 16,5 miliardi di dollari, che portano a un'esposizione complessiva della Turchia verso il Fondo per ben 31 miliardi. Questo prestito segue la formula "Stand by", cioè l'erogazione non avviene in un'unica soluzione ma, potremmo dire, a stato avanzamenti lavori: in altri termini i soldi vengono dati solo se vengono effettivamente eseguite le politiche prescritte dal Fondo. L'investimento resta però pesante anche se è vincolato all'esecuzione di provvedimenti molto duri - l'FMI infatti non si sente di rischiare (lo dimostra il fatto che nello stesso periodo non concedeva facilmente aiuti a paesi sull'orlo della bancarotta come l'Argentina). È interessante allora capire perché la situazione si sblocchi. Qui entra in gioco la volontà politica degli Stati Uniti, molto rappresentativi dentro l'FMI, che fanno di tutto perché la Turchia non crolli. Sono gli anni della cosiddetta "guerra al terrorismo", gli USA stanno investendo molto in quella zona, e si preparano ad attaccare l'Iraq. La Turchia deve servire da retroterra per le operazioni nell'area: non può quindi permanere in una situazione di instabilità.

Ma c'è ancora un "piccolo" problema da risolvere: nel suo complesso la classe dirigente che fino a quel momento aveva guidato la Turchia non è credibile né agli occhi dei finanziatori internazionali, né agli occhi della popolazione che deve digerire una manovra di questa portata. C'erano infatti stati pesanti scandali di corruzione, che avevano portato alle dimissioni, nel maggio del 2001, del Ministro dell'Energia e, nel settembre dello stesso anno, di quello dei Lavori Pubblici.

È precisamente in questo momento che entra in scena Erdoğan. Un personaggio complesso, di origini molto umili, addirittura incarcerato per le sue idee politico-religiose, legato a strati popolari islamici e agli abitanti delle periferie di Istanbul, città di cui era stato sindaco. Alle elezioni del novembre 2002 il suo partito, l'AKP - che appare una novità sullo scacchiere politico turco, visto che è stato fondato nel 1998 - prende il 34,3% di voti. Per il complesso sistema elettorale, un proporzionale con sbarramento al 10%, questo vuol dire andare direttamente al governo, visto che l'unico altro partito in lizza è il CHP, laico e di centrosinistra, che incassa un misero 19,4%.

Certo, l'eredità politica è pesante, "bisogna onorare gli impegni" con l'FMI, ma Erdoğan sembra il personaggio giusto. Qui si delinea quell'alleanza fra neoliberismo e islamismo che caratterizza gli ultimi dieci anni della vita politica turca: un'aggressiva politica economica antipopolare accompagnata però dalla costruzione di consenso e di unità nel corpo sociale grazie al richiamo religioso e ai suoi dispositivi di educazione, cura e contenimento. Fra il 2003 e il 2005 Erdoğan porta avanti con estrema determinazione il programma imposto dall'FMI. In particolare il suo Governo mette in campo:

a) una legge quadro sugli investimenti esteri (che ha come sottopunto una "protezione contro gli espropri");
b) una normativa che disciplina la creazione di imprese;
c) la riforma del mercato del lavoro;
d) la legge sul controllo della finanza pubblica;
e) la normativa sugli appalti pubblici;
f) le liberalizzazioni del mercato elettrico, del gas, degli alcolici, della telefonia fissa e mobile;
g) le privatizzazioni del comparto della TEKEL e delle raffinerie della TÜPRAS e della compagnia elettrica TEDAŞ;
Il carattere di classe di queste misure è evidente. Non c'è bisogno di dilungarsi per quanto riguarda le liberalizzazioni e le privatizzazioni: queste attirano subito capitali perché svendono pezzi importanti dello Stato e aprono nuovi settori di mercato, con conseguente aumento delle tariffe e un peggioramento delle condizioni di lavoro degli impiegati, che passano sotto padrone...

Prendiamo piuttosto la legge quadro, a cui peraltro si ispirano molte proposte che circolano anche da noi. Questa legge serve esplicitamente a incoraggiare gli stranieri a venire a investire in Turchia. Come lo fa? Innanzitutto diminuendo i vincoli burocratici: in altre parole per aprire una fabbrica non c'è più bisogno di permessi e di certificazioni ma bastano semplici "notifiche" - questo vuol dire che nei fatti spariscono molti controlli e tutele per chi lavora e per il territorio. In secondo luogo, le aliquote sui redditi da impresa scendono al 20%, assestandosi così fra le più basse d'Europa, e vengono anche previsti aiuti fiscali a chi investe, oltre all'esenzione da IVA in alcune zone.

Come se non bastasse, la legge quadro prevede anche la possibilità per i capitali esteri di controllare sino al 100% delle aziende turche, tranne quelle individuate da regolamenti speciali; la possibilità di fare ricorso agli arbitrati internazionali; addirittura la libertà per i capitali stranieri di rimpatrio dei profitti, dei dividendi e di ogni altro provento; l'esenzione delle imposte doganali per l'importazione di macchinari e attrezzature; l'esenzione da IVA rispetto all'acquisto di macchinari prodotti in loco. Ciliegina sulla torta, vengono create anche delle "zone economiche speciali" in cui lo Stato dà incentivi economici, terreni gratuiti, alleviamento fiscale, alleviamento dei contributi pensionistici per i lavoratori (cioè i soldi non ce li mette il padrone, ma lo Stato), e viene anche data la possibilità di utilizzare le strutture universitarie pubbliche per effettuare ricerche e sviluppo a vantaggio di aziende private. In altre parole, il Governo turco regala il paese e la sua popolazione al capitale internazionale, subordinando l'uno e l'altro all'imperialismo.

Non va meglio in materia di lavoro. La prima cosa che fa il Governo di Erdoğan è istituzionalizzare la pratica del lavoro interinale: in altre parole nelle fabbriche turche si afferma legalmente il caporalato e forme di "lavoro in affitto". Ancora, vengono introdotte misure di massima flessibilità della forza-lavoro, che in pochi anni faranno sì che la Turchia arrivi ad avere la settimana lavorativa media più alta d'Europa - ben 53 ore! -, il tasso più basso di assenze lavorative per malattia (solo 4,6 l'anno nel 2013), un numero impressionante di morti sul lavoro8, un salario minimo netto che nel 2013 è di miseri 409 dollari - poco più di 300€ al mese... Qualche grafico ci permette di capire intuitivamente cosa stiamo dicendo:

Grazie all'estorsione del pluslavoro operaio, il paese in poco tempo cambia faccia: gli Investimenti Diretti all'Estero passano da 1,8 miliardi di dollari del 2003, ai 22 miliardi di dollari nel 2007. Nello stesso periodo l'inflazione - storico problema turco, e grosso problema soprattutto per il sistema bancario9 - viene abbattuta all'8,4%10. Erdoğan arriva così con i "compiti fatti" all'ulteriore revisione degli accordi con l'FMI alla fine del 2007.

Ma, nonostante questi dati strabilianti (per i padroni, ça va de soi!), resta nell'economia turca un neo che la turba ancora oggi: il saldo negativo della bilancia dei pagamenti. Detto semplicemente, la Turchia continua a importare più di quanto esporti, e la sua economia cresce solo grazie all'afflusso di capitali freschi sotto forma di IDE. L'Economist lo dice chiaramente: quella turca sarebbe un'economia "estremamente vulnerabile". Infatti "quando l'economia, a livello globale, attraversa una fase positiva c'è un forte afflusso di denaro verso la Turchia che offre alti tassi di profitto e la lira turca acquista valore, aumentano gli import e il disavanzo nella bilancia commerciale. Ma quando gli investitori hanno paura allora i capitali escono dal mercato turco più rapidamente rispetto ad altri paesi, spingendo in basso la lira turca e provocando una riduzione della domanda interna".

Ma siamo nel 2007, nel momento di maggiore espansione dei mercati mondiali. Così la campagna elettorale di quell'anno si gioca sulla possibilità di non rinnovare i prestiti con l'FMI. Erdoğan fa cioè ventilare l'ipotesi di non voler ancora "aiuti", e d'altronde tutti i partiti sembrano concordare in nome di una sorta di "orgoglio nazionale". In realtà ben presto tutti si accorgeranno che sono necessari, perché se per una qualsiasi ragione dovessero venire meno gli IDE (e a fine 2007, a crisi ormai conclamata, è possibile che ci sia una diminuzione di questi capitali), tutto il castello crollerebbe.

E in effetti Erdoğan, che ha ormai vinto trionfalmente con il 46,6% promettendo la fine delle politiche di austerità, opta nel maggio 2008 per un rinnovo degli accordi con l'FMI, che vuol dire nuova tranche di riforme massacranti. Si procede così ad altre privatizzazioni: di autostrade e ponti, di porti e aeroporti, ma anche di quel poco che rimane sotto il controllo pubblico, dalle dighe al settore delle lotterie12. Ma non è finita qui: il governo di Erdoğan procede anche con la riforma delle pensioni fortemente voluta proprio dall'FMI, che porta l'età pensionabile a 65 anni, in un paese la cui aspettativa di vita è meno di 72 per gli uomini (per le donne questa riforma è ancora più penalizzante perché l'età pensionabile passa dai 58 ai 65 anni!). Il Governo mette in campo nel 2008 anche una riforma che istituisce l'Assicurazione Sanitaria Unificata, una sorta di privatizzazione dei sistema sanitario, che solleva molte proteste.

Nel 2009 Erdoğan deve anche fare i conti con gli effetti della crisi: il PIL crolla al -4,8%, e gli IDE, che per la maggior parte provenivano dall'Unione Europea ora in recessione, continuano ad affluire solo da Est. Questo segna un cambiamento nelle politiche estere della Turchia: di fatto si blocca il processo di adesione alla UE, iniziato con i negoziati del 2004. D'altra parte sarà lo stesso Erdoğan, sfruttando la ripresa del 2010, a cercare un proprio spazio di azione, anche militare, dal Medio Oriente al Nord Africa, intervenendo in Libia e in Siria, rinvigorendo il mito della Turchia Ottomana e presentandosi - per un breve periodo - addirittura come paladino di tutti gli arabi contro Israele (ricordate l'affaire della nave Mavi Marmara, assalita da un commando israeliano che fece ben nove morti fra gli attivisti pro-palestinesi?)...

D'altronde, dopo lo stop elettorale della amministrative del 2009 in cui l'AKP prende "solo" il 38,9%, è proprio il +8,9% del PIL del 2010 che incoraggia Erdoğan a procedere nel rafforzamento del suo potere politico e delle sue reti clientelari. Lo testimonia innanzitutto il Referendum Costituzionale di quell'anno, che serve al leader islamico per ridimensionare l'azione di altri corpi o settori dello stato, come la magistratura, che prova a mettere sotto controllo politico, e l'esercito, che rappresenta un vero e proprio concorrente, visto che non è solo il "garante in ultima istanza dell'ordine democratico", ma controlla anche posti di lavoro e quote di ricchezza, restando però espressione di una borghesia laica e kemalista.

I buoni risultati economici spingono Erdoğan anche ad "alzare la testa" nei confronti dell'FMI, e a non chiedere ulteriori finanziamenti, come pure era stato suggerito dal Fondo nel 2009. Questo gli attira le antipatie di alcuni settori del capitale internazionale: non è un caso che alla vigilia delle elezioni politiche del 2011 l'Economist e il Financial Times appoggeranno apertamente l'opposizione del CHP, paventando un "eccesso di potere" del primo ministro islamico. Ovviamente l'Economist e il Financial Times, così come oggi gli USA e l'ONU, non sono mica sensibili a questioni democratiche: semplicemente ai capitali internazionali conviene sempre non avere a che fare con leadership troppo forti...

Ciononostante l'AKP fa a questo giro il miglior risultato di sempre: il 49,83%. Ma siccome stavolta due partiti superano la soglia di sbarramento (l'opposizione laica di centrosinistra del CHP al 25,98% e i nazionalisti dell'MHP al 13,01%) Erdoğan perde seggi, e con 327 seggi sui 330 necessari, non può cambiare la costituzione da solo. In ogni caso può continuare a imperniare intorno a lui reti di potere e a sostenere i nuovi strati sociali di borghesia islamica, e in particolare l'associazionismo religioso che gli permette di intercettare i ceti popolari.

Anche per questo si arriva alla riforma della scuola nel 2012, che punta sia a favorire gli istituti islamici, sia a facilitare l'evasione dell'obbligo scolastico, in uno dei paesi più famosi al mondo per il lavoro minorile (parliamo di 1,6 milioni di bambini al lavoro13), perché se pure si aumenta l'obbligo scolastico di quattro anni, è solo per spezzettarlo in tre diversi momenti, favorendo così la dispersione in ogni cambio di scuola.

3. Le contraddizioni dello sviluppo, le classi sociali, le mobilitazioni degli ultimi anni
Come si vede, nonostante la sostenuta crescita del PIL dal 2002 al 2013 (in media il 5%, nonostante la crisi mondiale), per Erdoğan non sono tutte rose e fiori. Basta gettare uno sguardo ad alcuni dati dell'OCSE per capire quante contraddizioni si siano accumulate, non solo dal punto di vista macroeconomico (ricordate il problema accennato prima della bilancia dei pagamenti e della dipendenza della Turchia dai capitali esteri?), ma soprattutto dal punto di vista sociale. È ancora l'OCSE, fra i templi del liberismo mondiale, a inserire la Turchia tra i primi cinque paesi al mondo con il più profondo gap tra il 10% della popolazione più ricca e il 10% della popolazione più povera (assieme a Cile, Messico, Stati Uniti e Israele, ovvero i paesi all'avanguardia nelle politiche neoliberiste).

In altri termini, contro il mantra ripetuto sia dai liberisti che dai socialdemocratici anche italiani, il cui postulato intoccabile è che della crescita economica finiscono prima o poi per beneficiare tutti, e quindi bisogna "sviluppare l'economia e sostenere le imprese", interi strati della popolazione sono rimasti tagliati fuori dallo sviluppo, anzi, hanno visto persino la loro condizione peggiorare.

Come sottolinea Sevket Pamuk, storico dell'economia di fama mondiale e Presidente del Dipartimento di studi sulla Turchia della London School of Economics, "la condizione di operai, lavoratori non qualificati e dipendenti pubblici in Turchia non è migliorata di molto. Inoltre a un aumento seppur ridotto dei loro stipendi, fa da contraltare l'aumento del costo della vita nelle città e un'inflazione all'8,9% che rende impercettibile questo cambio"15. Pamuk si mantiene prudente, ma la realtà è anche peggiore delle sue supposizioni. Non solo perché i salari hanno perso potere d'acquisto, non solo perché si lavora di più e in condizioni peggiori, con una copertura sanitaria e pensionistica scarsissima. Ma anche perché, nonostante la ripresa economica, la disoccupazione resta comunque all'8,8%, mentre persiste una consistente fascia di NEET16, per non parlare della situazione ancora arretrata delle campagne, rimaste estranee all'accelerazione dell'economia.

Ma chi ha beneficiato allora delle politiche di Erdoğan? Qual è il profilo delle classi in Turchia? Su quali blocchi sociali i vari raggruppamenti politici costruiscono il loro potere? Se non capiamo questo, non possiamo capire nulla delle rivolte che si stanno sviluppando e dell'esito che possono prendere.

Chi sia stato il grande vincitore della lotta di classe nell'ultimo decennio è evidente. Ce lo dice ancora una volta Pamuk: "Il tenore di vita e il livello di ricchezza delle famiglie dell'alta borghesia è sicuramente aumentato. Allo stesso tempo è nata una nuova piccola borghesia, formata da coloro che sono emigrati dalle campagne dell'Anatolia verso le grandi metropoli turche come Istanbul, Ankara e Smirne per cercare un futuro migliore. Divenuti principalmente commercianti e piccoli imprenditori si sono arricchiti grazie alle politiche del AKP di Erdoğan di cui sono i più forti sostenitori". Proviamo a specificare meglio.

Erdoğan può contare su un blocco sociale di tutto rispetto. Ha innanzitutto il sostegno di alcune famiglie della grande borghesia, di grandi costruttori e delle "tigri anatoliche", direttamente legate a lui da vincoli di amicizia e parentela. Ma non solo: le sue politiche economiche hanno creato quasi dal nulla una nuova borghesia islamica, fondata sulla piccola e media impresa (chiamata KOBI, quella in cui si registrano più morti sul lavoro, meno presenza dei sindacati, più sfruttamento etc). Queste reti economiche, spesso tirate su da abitanti delle periferie, prosperano sul sommerso, che continua a rappresentare il 50% dell'economia turca, e sono capillarmente presenti sui territori. Ma Erdoğan riesce anche a penetrare negli strati popolari e nelle campagne, grazie al richiamo all'islamismo e al suo materiale supporto a scuole, centri di assistenza e di volontariato a sfondo religioso, che agiscono come raccoglitori di voti e pilastri del consenso per l'AKP.

Ma Erdoğan non riesce a coprire tutto il fronte borghese. Che è rappresentato anche dalle grandi famiglie della borghesia laica, i "vecchi padroni del vapore", come li chiama il Sole 24 Ore17, che in quest'ultimo decennio hanno perso progressivamente quote di potere. Il ruolo di questa frazione borghese non è affatto da trascurare: non solo perché gode di posizioni acquisite negli ultimi cento anni, non solo perché ha forti legami internazionali, ma anche perché continua ad essere interna all'esercito e a rappresentare, attraverso lo strumento politico del CHP, la maggiore opposizione del paese. Inoltre gode anche di un largo sostegno popolare legittimato dal richiamo ai valori della secolarizzazione e alla figura di Ataturk. Punta invece tutto sul nazionalismo, sul tradizionalismo di matrice laica e sull'opposizione alle minoranze curde e armene, il terzo partito turco, l'MHP.

Ma, se questi sono i blocchi sociali egemonizzati dalla borghesia, qual è la situazione materiale e la percezione di sé del nostro soggetto di riferimento, cioè il proletariato? Con chi sta, dove sta, che fa e come partecipa alla vita politica turca?

Iniziamo con alcune constatazioni, banali. In questi ultimi dieci anni c'è stata una crescita del proletariato in termini assoluti. Lo sviluppo turco si è infatti contraddistinto per l'espansione della manifattura, dell'industria e del settore "arretrato" dei servizi. Questo ha portato ad un aumento dei lavoratori dipendenti, e in particolare degli operai e degli addetti al turismo: è stata cioè messa più gente a lavoro, molti sono stati strappati dalle campagne, dalle forme di sussistenza e di riproduzione quasi individuale, e sono pienamente entrati nel rapporto di sfruttamento capitalistico.

Eppure, a fronte di questa crescita numerica, almeno in prima battuta il ruolo e l'azione di questo soggetto sociale non è stato particolarmente visibile. Uno dei motivi è presto spiegato: la difficoltà di organizzarsi, sia sui posti di lavoro che a livello politico generale. Partiamo da quest'ultimo livello, per certi aspetti meno complesso: i partiti di sinistra e in particolare i comunisti, gli studenti, gli intellettuali dissidenti in Turchia sono stati costantemente repressi. Negli anni di Erdoğan questa repressione si è fatta particolarmente spietata: si pensi al caso dei Grup Yorum, gruppo rock folk turco della sinistra radicale le cui cantanti nel settembre del 2012 furono arrestate e torturate, o ancora di più alla gigantesca operazione contro la sinistra di questi ultimi mesi, che ha portato all'arresto di circa 8mila persone tra cui numerosi sindaci, docenti universitari, giornalisti, sindacalisti, militanti di base.

Se consideriamo poi che la soglia di sbarramento per ottenere una rappresentanza politica in Parlamento è fissata al 10%, si capisce come la sinistra di classe non riesca a "farsi vedere" su una dimensione nazionale, pur essendo affollata di gruppi, di micropartiti, di organizzazioni anche molto combattive e capaci.

Ma perché i lavoratori, pur essendo tanti e sperimentando forme disumane di sfruttamento, non sono riusciti a irrompere significativamente nella vita sociale e politica turca e a contrastare questa spietata lotta di classe portata avanti da Erdoğan? Innanzitutto c'è un problema materiale: una parte cospicua della forza lavoro è legata a dimensioni di piccola e media impresa, dove il controllo padronale è più forte, e la concentrazione operaia è significativa solo in alcuni distretti. Ma basta gettare un colpo d'occhio per vedere come funzionano i sindacati in Turchia, di quali diritti beneficiano i lavoratori, come si convoca uno sciopero, per capire che la situazione è effettivamente difficilissima. Facciamo qualche esempio.

Iscriversi a un sindacato è una vera impresa. C'è tutta una complessa procedura burocratica che prevede l'autentificazione della richiesta presso un notaio di ben cinque copie, che vengono poi inoltrate a diversi uffici, anche governativi. Inoltre il sindacato non è presente ovunque. Chiamare uno sciopero è poi davvero arduo: c'è un lungo iter di avviso alla controparte, dopodiché in qualsiasi momento le autorità possono sospendere la precettazione. Peraltro, prima del Referendum Costituzionale del 2010, era possibile scioperare solo nel settore privato, e comunque non nelle industrie strategiche come quelle di produzione di carbone, le centrali idroelettriche, elettriche, a gas e a carbone, nel settore bancario e dei notai. Dopo una lunga lotta ora è possibile scioperare anche nel pubblico impiego, ma con norme molto rigide. Ancora, la costituzione turca vieta, almeno nel settore privato, gli scioperi politici e di solidarietà - ovvero quelli che più costruiscono legami di classe ed elementi di coscienza fra lavoratori.

Ciononostante sarebbe falso affermare che in Turchia sui posti di lavoro vige la pace sociale. Al contrario. Quello che si riesce a sapere (infatti, data la difficoltà di organizzarsi stabilmente spesso le tensioni scoppiano in maniera autorganizzata e locale, dunque non vengono registrate), dimostra che è proprio nelle proteste degli operai, dei lavoratori dipendenti e in generale dei ceti popolari, che un filo rosso fra le lotte non si è mai spezzato. È in questo "fondo" che sono state attinte le risorse per mobilitarsi, tenere le piazze, comunicare, estendere l'opposizione, e da questo dipende sia il carattere marcatamente sociale che hanno subito assunto, nelle forme e nei tempi, le proteste, sia la loro generalizzazione anche fuori Istanbul, l'estensione quasi simultanea in tutte le città e gli insediamenti industriali (mentre non a caso la campagna è restata in massima parte estranea al "contagio", come di vede dalla cartina qui sotto19). A dimostrazione che le rivolte non nascono dal nulla ma, per quanto possano apparire agli osservatori come un Evento, sono in realtà il prodotto di un'accumulazione di forze, di una sedimentazione continua.

Proviamo quindi a ricostruire questo filo rosso. Se in un primo momento la crisi economica del paese all'inizio degli anni Duemila pesa sulla possibilità di avviare mobilitazioni, la stessa crescita economica genera a un certo punto anche elementi di consapevolezza nei lavoratori. Nel 2004 arrivano i primi scioperi nel settore della produzione dei pneumatici, che sono così forti e inquietanti da portare il Governo a varare apposta una legge per vietare questo tipo di mobilitazioni. Gli scioperi aumentano costantemente fino al 200720, anno in cui c'è un fortissima mobilitazione contro la privatizzazione della Turk Telecom. Parliamo di circa 26.000 lavoratori coinvolti, pochi se pensiamo in termini astratti, ma tantissimi se pensiamo che sono 20 volte di più che pochi anni prima, e se riflettiamo sul dato che la sindacalizzazione in Turchia riguarda nemmeno tre milioni di lavoratori su 23...

Nel 2007 saranno oltre 1 milione le giornate complessive di lavoro sottratte al padrone. Questi temporanei exploit, che arrivano anche a scontri con le forze dell'ordine e che trovano momenti di aggregazione intorno a un Primo Maggio da sempre vissuto come giornata di lotta, dimostrano che una conflittualità c'è sempre stata, e che i movimenti non si generano dal nulla, ma vivono di continuità magari sotterranee, ma forti.

Il 2008 è caratterizzato da grosse mobilitazioni contro la riforma delle pensioni e la riforma sanitaria, che com'è ovvio toccano in primo luogo proprio i lavoratori. Ma la situazione esplode davvero nell'ottobre del 2009, quando a Istanbul c'è il vertice dell'FMI e della Banca Mondiale. Per giorni in città si succedono scontri anche molto duri, ci sono tanti arresti e feriti. Non a caso il 2009 è anche l'anno di nascita di Resistanbul, una delle sigle che ha caratterizzato anche questi giorni di mobilitazione.

Questo flusso prosegue imperterrito per tutto il 2010, anno in cui scendono in piazza, con relativi scontri, gli operai della TEKEL, avvengono le proteste contro il Referendum Costituzionale del 2010 e la riforma della scuola del 2012, che fra le altre cose lascia senza lavoro ben 300.000 insegnanti che si iniziano a organizzare. Nello stesso tempo il pubblico impiego si mobilita per il rinnovo del contratto: migliaia di lavoratori chiedono addirittura aumenti salariali. Insomma, sembra davvero il caso di soffermarsi su alcuni aspetti di questo nuovo movimento sindacale.

Da questo punto di vista la lunga lotta della TEKEL, una delle aziende di tabacchi e alcolici di vecchia proprietà dello stato "regalata" da Erdoğan alla British American Tobacco, è emblematica. Il caso della TEKEL ha riscosso molta attenzione a livello internazionale21, non solo perché la tenacia dei lavoratori nel resistere per mesi ai processi di flessibilizzazione e al taglio dei salari ha fatto sì che si creassero le condizioni per una delle più grandi manifestazioni recenti in Turchia (ben 100.000 persone nelle strade di tutto il paese), ma perché la mobilitazione è stata fortemente spinta e organizzata dai lavoratori stessi, anche contro le burocrazie dei sindacati di sinistra, ovvero DISK e KESK. La stessa forma che si è data la lotta, quella della "Comune di Sakarya", ovvero di un insieme di tende organizzate in un quartiere nel cuore di Ankara, è un momento di snodo per la storia dei movimenti turchi contemporanei.

Come scrive Sungur Savran, giornalista radicale di Istanbul, nel descrivere l'impatto di quella vicenda sui tanti visitatori, militanti socialisti e comunisti che si recavano lì per dare una mano, lavoratori che andavano a fraternizzare, "l'accampamento di Sakarya diventò presto una Mecca per tutti i movimenti di opposizione e creò un impeto per il risveglio della coscienza di classe in tutti quanti, nei lavoratori TEKEL e nei visitatori". Come non legare questa vicenda, a cui parteciparono tanti compagni di Istanbul, a quella del Gezi Park? E come non pensare che nella protesta di Ankara, per certi aspetti anche più violenta di quella di Istanbul, non c'entri la memoria di questa lotta? Non si siano anzi mobilitati proprio questi nuclei di lavoratori?

Ma facciamo un altro esempio. Nel settembre 2006 ad Antalya a ribellarsi sono le lavoratrici della SUPRAMED, una fabbrica della multinazionale tedesca Prescription Medical Corp22: per quanto la lotta abbia riguardato numeri trascurabili (parliamo di 83 lavoratrici su 85) ha segnato un momento importante. Innanzitutto perché è stata condotta in prima persona da donne, che hanno avuto il coraggio di resistere per ben 448 giorni di sciopero, in secondo luogo perché alla fine è risultata vincente, riuscendo persino a strappare miglioramenti contrattuali, e in terzo luogo perché è riuscita a introdurre per la prima volta il sindacato nelle famigerate Zone Economiche Speciali aperte da Erdoğan (in questo senso quest'esperienza ha molti punti di contatto con quella dei lavoratori della Chung Electronics in Polonia).

Estremamente interessante sembra poi la lotta di un anno fa dei lavoratori della Turkish Airlines24. La compagnia aveva infatti deciso di licenziare ben 305 dipendenti, "colpevoli" di aver cercato di fermare con iniziative e proteste una proposta di legge governativa mirante a vietare gli scioperi nel trasporto aereo. Il 3 giugno 2012 la norma è stata comunque pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale mentre i lavoratori si sono ritrovati disoccupati. Ma anche per il suo forte impatto mediatico e sociale, la vertenza si è trasformata nel simbolo della nuova stagione del sindacalismo turco, tanto che a mediare è arrivato nientemeno che il Ministro del Lavoro di Erdoğan, che pure aveva approvato l'operato della Turkish Airlines.

Le dichiarazioni dei sindacalisti coinvolti sono estremamente interessanti per capire quello che sta succedendo nel paese negli ultimi anni, e ci forniscono la chiave per afferrare anche il senso delle ultime proteste: "La questione è semplice: se la Turchia sta crescendo, vogliamo la nostra parte di questa crescita", spiega infatti il Presidente della Confederazione dei sindacati del settore pubblico Memur-Sen. "Il governo ha preferito stare dalla parte dei ricchi, cioè con il capitale", gli ha fatto eco il leader della Confederazione dei sindacati del pubblico impiego KESK.

Insomma, basta consultare qualche rivista specializzata25 o fare una ricerca in rete, per scoprire che in Turchia non c'è mai stata pace sociale. D'altronde non è possibile, in un modo di produzione capitalistico, abolire la conflittualità di classe: prima o poi i problemi sono destinati a venire a galla. Certo, lo sviluppo di queste lotte incontra tante barriere, fra cui la repressione dei padroni e dello stato è solo una, e forse la più trascurabile. Il proletariato turco sembra infatti risentire anche dell'impatto "classico" dei processi di globalizzazione su un paese periferico, e in particolare della creazione di quella linea di frattura (individuata da alcuni scritti di Robert Cox nel 1981 e di Andreas Bieler nel 2000) fra un lavoro orientato verso la produzione nazionale e un altro orientato verso la produzione internazionale26. Questi legami con capitali di diversa provenienza sembrano generare apparenti differenze di interessi all'interno della stessa classe, e quindi anche due approcci differenti: uno più corporativo, ed è il caso degli impiegati pubblici e degli addetti all'agricoltura, e uno più "solidale" e "internazionalista", ed è il caso degli operai del tessile e delle automobili. Questo conflitto interno al proletariato consente alla borghesia nel suo complesso un più facile controllo della situazione, perché è un fattore di divisione costante fra i sindacati e persino fra segmenti diversi della forza lavoro, ad esempio fra quella legata all'economia formale e quella legata all'economia informale. In tutto questo bisogna poi aggiungere che l'AKP approfitta di veri e propri sindacati "gialli", ovvero filopadronali, per sviluppare meccanismi di partnership e di compensazione fra capitale e lavoro (immaginate a vantaggio di chi!).

D'altra parte è proprio questa compressione sui posti di lavoro che fa sì che le proteste, quando esplodono, siano poi molto accese. E quello che è accaduto a Istanbul nel 2009 in occasione della "visita" dell'FMI, o che sta avvenendo in questi giorni in tutte le città turche, dimostra che si può solo spostare il luogo della conflittualità: se la si disarticola sui posti di lavoro è per poi trovarsela spalmata nella metropoli, concentrata intorno alla difesa di un luogo che l'intelligenza di un movimento individua come centrale.

Per concludere, si vede bene che, in questo contesto di decennale sviluppo, ma di cruda disuguaglianza, problemi come quello della gentrificazione - che non ha tanto a che vedere con gli alberi del Gezi Park, ma riguarda i ben più materiali sfratti di proletari e minoranze dalla zona, oltre alla distruzione di una piazza ad alta valenza simbolica per i movimenti -, per quanto importanti, non ci aiutano a capire la globalità dell'avvenimento, il fatto che sia stato fatto proprio da tutta una fascia di esclusi dal trionfale progresso dell'economia capitalistica.

Insomma, non dobbiamo stupirci del perché tutto questo sia successo, semmai al contrario ci dovremmo chiedere perché non è successo prima. In ogni caso quello che è certo, e che ci dà speranza anche per la situazione italiana, è che quando intorno c'è del materiale infiammabile basta una scintilla perché tutto prenda fuoco.

4. La situazione attuale, le possibili evoluzioni e cosa è lecito sperare
Proviamo ora ad azzardare qualche riflessione sullo stato della mobilitazione turca, cercando di sottrarci alla cronaca che ci bombarda momento per momento e che ci invia segnali contraddittori. Tentiamo cioè di ragionare oltre il Gezi Park, sulle tendenze di medio e lungo periodo, che sono quelle che sono state messe in evidenza finora.

Nel breve periodo, Erdoğan ha ancora molte carte da giocare, e la repressione poliziesca forse non è nemmeno la principale. Innanzitutto il suo partito, per quanto abbia al suo interno una frazione più "dialogante" (in parte perché teme un'eccessiva gestione familistica degli affari, in parte perché vuole strumentalmente ricavarsi spazi di visibilità magari in vista di future operazioni elettorali), resta di gran lunga il più rappresentativo nella società turca. Inoltre, grazie anche alla mediazione dell'apparato islamico, può contare di un certo sostegno popolare, utile quando si tratta di far scendere in campo mazzieri e squadristi da gettare contro i manifestanti, per poi far intervenire in seconda battuta lo stato come garante dell'ordine (è una mossa classica, dall'Italia fascista alla Grecia di Alba Dorata, e che è stata sperimentata già in questi giorni).
Ma soprattutto Erdoğan è stato per oltre dieci anni il garante degli interessi dell'imperialismo in Turchia, un interlocutore credibile non solo per il capitale europeo o statunitense, ma per tutti. Di fatto è stato il primo leader della turbolenta Turchia contemporanea che abbia stabilmente garantito condizioni di profittabilità, e di questo lui stesso ne è assolutamente consapevole, come ha dimostrato in tutti i suoi ultimi interventi. Difficile che venga "scaricato" dai suoi ricchi sostenitori o dagli investitori stranieri senza che prima si sia trovato un degno successore. Uno che possa fare quello che la borghesia nel suo insieme deve sempre fare: bastonare il proletariato, perché se alza la testa son problemi per tutti, non solo per i padroni turchi.

Questi i punti di forza di Erdoğan. Ma quelli dell'opposizione? Li abbiamo visti: la potenza di queste mobilitazioni è stata data proprio dalla saldatura fra un largo malessere sociale, ora si può capire perché così diffuso, con militanti della sinistra - pochi ma combattivi, formati nel corso delle lotte degli ultimi dieci anni - e con larghe fette di popolazione fedele agli ideali del kemalismo e preoccupata dal rafforzamento dell'islamismo (appunto perché storicamente in Turchia la questione del laicismo è una linea di frattura politica e forte, non solo ideologica, ma materiale).

In questo senso la presenza negli scontri degli ultras del Fenerbahce, del Besikitas e del Galatasaray, per restare alla sola Istanbul, è estremamente emblematica, perché questi ultras si situano proprio su quel crinale del lavoro/non-lavoro di ampie fette di proletariato metropolitano, hanno al loro interno attivisti politici e sindacali, e riescono a portare in piazza una certa consapevolezza tattica nello scontro con le forze dell'ordine. È qualcosa che abbiamo visto anche in Egitto e che, al di là della confusione politica iniziale (si pensi alla tifoseria "anarchica" del Carsi che brandisce bandiere di Ataturk), può in prospettiva essere estremamente produttiva. Anche perché, come l'Egitto, la Turchia è un paese giovane: la fascia più attiva della popolazione, quella fra i 18 e i 40 anni, è composta da ben 20 milioni di persone!

Ovviamente a patto che fallisca l'opzione di "recupero" del movimento da parte degli altri due partiti centrali nella vita turca: il centrosinistra laico del CHP e la destra dell'MHP. Come molti giovani, lavoratori e oppositori di Erdoğan sono scesi in piazza stufi della sua gestione della cosa pubblica, e vogliosi di rivendicare per loro spazi di decisione e parte di quella ricchezza ormai messa in circolo negli ultimi dieci anni, così questi due partiti che dietro hanno capitalisti esclusi dalla gestione di importanti appalti, cavalcano le proteste per cercare di rientrare in posizioni di potere27. Il CHP per esempio sa che Erdoğan non è ben visto dai capitali europei, perché queste frazioni della borghesia internazionale temono la presenza di ingenti capitali "orientali" così vicino all'Europa, e non sono contente del fatto che il suo Governo abbia favorito nelle ultime privatizzazioni proprio i fondi provenienti dall'Est. D'altronde, se si leggono gli editoriali inglesi e tedeschi che hanno dato la linea a tutta l'Europa, si vede facilmente come le proteste non siano state viste male da certi gruppi del continente28. Il CHP lo sa, e per questo punta a un generale riequilibro dei poteri, constatando che nel suo complesso l'opposizione rappresenta comunque oltre il 40% del Parlamento, e che si potrebbe arrivare presto a nuove elezioni, che nell'immediato ridimensionerebbero il leader islamico. Se le proteste nelle piazze dovessero poi continuare, lo scenario per quest'opposizione sarebbe perfetto: si potrebbe puntare addirittura a una sorta di governo "tecnico" o di "unità nazionale" per superare la crisi e andare a rinegoziare gli interessi delle differenti frazioni borghesi.

Il rischio che la mobilitazione dei settori popolari venga recuperata da soggetti conservatori, che in sostanza propongono il classico "si stava meglio quando si stava peggio" è certamente esistente e non deve affatto sorprenderci: in fondo una protesta così scomposta ed eterogenea è facilmente manovrabile. In un contesto in cui le organizzazioni e le rappresentanze di classe sono così frammentate non può darsi a vedere alcun Proletariato in marcia verso la Rivoluzione. Anzi, com'è "ovvio" che sia, i lavoratori dipendenti, gli operai, gli abitanti dei distretti produttivi, alcuni gruppi tagliati fuori dallo sviluppo sono sì antagonisti al Governo, ma perché sperano innanzitutto che un qualsiasi cambiamento politico migliori anche le loro condizioni, li faccia partecipare della crescita economica, gli conceda una sorta di "ascensore sociale" che in questo momento per questi gruppi sembra non funzionare. Il resto del "nostro" blocco sociale è poi formato dalle minoranze armene e curde che in questo momento hanno un'effettiva difficoltà a intervenire. Soprattutto i curdi sono impegnati con la complessa fase di transizione e di "soluzione democratica" di un conflitto secolare e, per quanto abbiano pure partecipato in massa alle proteste e persino lanciato qualche piccolo attacco in Kurdistan, sanno che se si gettassero nel conflitto con il loro peso militare non farebbero che rinforzare le tendenze nazionaliste e persino bloccare l'evolversi della protesta. D'altra parte i curdi, che in decenni di lotta hanno accumulato una certa esperienza dei "tempi" della rivolta e delle loro sconfitte, sanno che questo tipo di proteste possono dileguarsi anche velocemente, e pondereranno bene prima di intervenire negli "affari interni turchi" mettendo a rischio il loro percorso indipendentista.

Ma se l'analisi condotta nelle precedenti pagine è corretta, è difficile che Erdoğan se la possa cavare nel medio periodo solo con il manganello e le blande aperture di facciata. Le contraddizioni della società turca non saranno certo sciolte con qualche rimpasto di governo, e la situazione resta precaria, anche senza attendere che un calo degli investimenti esteri metta di nuovo in crisi l'economia, o che faccia risalire il debito pubblico e la disoccupazione. È proprio la situazione sociale a essere già ora tanto grave da meritare un altri tipo di approccio: e in questo senso è più probabile che se il Governo vuole vincere le prossime consultazioni, dovrà dividere il fronte della protesta concedendo qualcosa in termini salariali, alleviando qualche situazione di particolare disagio, mettendo in cantiere qualche misura popolare.

Qui ci fermiamo con le speculazioni, perché per poter prevedere cosa succederà, bisognerebbe quantomeno essere lì: sapere cosa si sta muovendo in ogni situazione lavorativa, se in questi giorni di protesta si sono create relazioni fra lavoratori, strutture informali di relazioni sindacali (come accaduto in Egitto proprio durante la sollevazione). Tutto questo non siamo riusciti a saperlo, forse nel marasma di questi giorni è anche difficile saperlo. E ovviamente speriamo che questo diventi un terreno di ragionamento fra compagni, che su questo punto si possano raccogliere materiali e condividere dibattito.

Di certo però sappiamo quello che possiamo sperare per i compagni turchi. Che riescano a prendere il potere in questo contesto è davvero impossibile, dato l'assetto della controparte e il grado di frammentazione delle forze di classe (in questo senso basta vedere l'evoluzione della situazione nella Tunisia o nell'Egitto post-rivoluzionari, in cui l'elemento organizzativo è stato centrale). Ma possiamo sperare che spingano al massimo la mobilitazione per trovare quel punto di rottura politico che ne accrediti il ruolo presso larghi strati della popolazione. E possiamo anche sperare che questa rivolta sia il momento germinale di nuove forme di organizzazione di classe, o anche solo del rafforzamento (cioè aggregazione) e del coordinamento (cioè maggiore unità) di quelle già esistenti. Solo a queste condizioni ci potranno essere evoluzioni importanti nel medio periodo.

5. Cosa c'entra la Turchia con noi? Alcune conclusioni
Detto questo, è tempo di venire a noi. Non possiamo infatti limitarci a guardare le cose dall'esterno e metterci a tifare i compagni turchi perché tengano la piazza o facciano il "lavoro sporco" per noi. Esaltarci su social network per i sacrifici altrui non ci porterà lontano. Né ci porterà lontano la generosità dei presidi di solidarietà, che pur irrinunciabili, spesso si riducono a mera testimonianza. Bisogna invece essere pazienti e dirsi che la prima cosa che c'è da fare è imparare. Imparare, cioè mettersi a capire quale storia abbiamo in comune con il popolo turco, quali sono le possibili connessioni fra quello che vivono i turchi e quello che viviamo noi ogni giorno, e come trasferire qui Piazza Taksim. Solo a queste condizioni è possibile agire efficacemente, non deprimersi se la rivolta sarà schiacciata, e soprattutto evitare di abbandonarla quando "naturalmente" la Turchia scomparirà dai media.

Il primo punto è allora capire che la Turchia non è un paese distante o arretrato, ma che, al contrario, nella Turchia possiamo leggere la storia del nostro futuro. Tutte le riforme che il paese ha implementato dal 2002 in poi sono quelle che prima Monti e poi Letta hanno realizzato o stanno provando a realizzare qui. Si è concretizzato quello che propongono da noi: in quest'ottica capire il caso turco, e vedere quanta miseria abbia prodotto, ci serve per mettere direttamente in discussione, e con più forza, le misure che il nostro Governo ci propone.

Volete un esempio? Pensiamo a come funzionano i licenziamenti in Turchia: un po' di preavviso, un'indennità di qualche mensilità calcolata in base all'anzianità, e poi via. È esattamente quello di cui parlavano i nostri padroni quando spingevano per cancellare l'articolo 18, o quello di cui parlano le agenzie internazionali quando "suggeriscono" ai nostri governanti di "agevolare la flessibilità in uscita"!

E ancora, pensiamo al sistema di contrattazione fra imprese e lavoratori: non esiste in Turchia un vero e proprio sistema di contrattazione collettiva nazionale. La contrattazione avviene solo a livello aziendale e non a livello di settore. Questo vuol dire che i lavoratori sono più ricattabili perché sono di meno a trattare, che sono più divisi fra di loro perché si creano contratti e salari diversi azienda per azienda e quindi che non riescono a strappare accordi migliori. È esattamente quello a cui puntano da anni i padroni italiani, Marchionne in primis, quando cercano di spostare sul secondo livello, aziendale e territoriale, tutto il rapporto fra capitale e lavoro. Potremmo continuare, ma ci concediamo solo un'ultima analogia. In queste settimane avrete sentito parlare dell'accordo sulla rappresentanza, sottoscritto da Confindustria e da tutti i sindacati confederali, il cui scopo è quello di "blindare" l'accettazione degli accordi, limitando la loro discussione ai soli firmatari di contatto, e impedendo così che prendano spazio i sindacati di base o nuove forme di autorganizzazione dei lavoratori. Ora, indovinate cosa è successo un anno fa in Turchia? Il Parlamento ha cominciato a discutere una proposta di legge che concede il diritto di accedere al tavolo delle trattative solo ai sindacati che superano una soglia di rappresentanza del 3%, calcolata sul totale dei lavoratori di quel settore. Se a questo aggiungiamo che il Governo sta rivedendo al ribasso le statistiche sui lavoratori sindacalizzati, sembra che appena 20 delle 51 organizzazioni sindacali attuali potrebbero mantenere il proprio status negoziale. È esattamente quello che potrebbe succedere fra poco in Italia, visto che da noi la soglia è stata fissata anche più in alto, al 5%...

In secondo luogo, il caso turco ci serve per mettere in questione tutti gli assunti sia degli economisti di destra che di sinistra, sia di quelli che chiedono più crescita, sia di quelli che vogliono l'austerity. E persino di essere critici con alcune formulazioni della sinistra, anche radicale e di movimento, italiana. La Turchia infatti ci dimostra che non ha alcun senso l'opposizione fra crescita e austerity, se non si spiega preliminarmente "crescita per chi e come". Infatti la Turchia ha avuto sia la crescita che l'austerity, lì si è realizzato quello che oggi chiede il Presidente di Confindustria Squinzi quando, sembrando intercettare il desiderio dei giovani e di larghe fette di popolazione, afferma che ci serve più "lavoro". non dicendo però (o dicendo in altre sedi) a che prezzo, con che contratti, con che salari. Squinzi è criminalmente seguito dalla CGIL e dagli altri sindacati confederali, e stupidamente anche da alcuni compagni che parlano di "rilanciare l'economia del paese", senza manco accennare che in un modo di produzione capitalista la crescita è sempre crescita dello sfruttamento, e che non esiste nessun "paese" in comune fra "noi", che attraverso il lavoro e la fatica produciamo la ricchezza, e "loro", che se ne appropriano e pensano solo ai profitti.

In terzo luogo, il caso turco ci permette di capire come funziona un'economia globalizzata e quali sono i legami materiali e niente affatto retorici fra i lavoratori di tutto il mondo. Facciamo un esempio, pescandolo proprio dalla cronaca di questi giorni. A Fabriano e a Teverola, in provincia di Caserta, la storica fabbrica INDESIT vuole chiudere, licenziare gli operai e trasferire la produzione. sapete dove? O in Polonia o in Turchia. E sapete perché? Perché in entrambi i paesi ci sono queste maledette Zone Economiche Speciali, in cui il livello dello sfruttamento del lavoro è vertiginoso. D'altronde, finché il capitale si può spostare dove la sua valorizzazione è più redditizia (e gran parte della sua valorizzazione dipende dal costo del lavoro vivo!), perché non dovrebbe farlo?29 L'unica cosa che può impedirlo è che i disordini in Turchia continuino, e i padroni dell'INDESIT debbano rifarsi i calcoli e mantenere la produzione in Italia! E questo ci porta a una conclusione finale.

Le proteste turche, a ennesima dimostrazione che non siamo di fronte alle convulsioni di un paese povero e in crisi, hanno assunto una forma molto simile a quelle che si verificano nei paesi a capitalismo avanzato. Una forma spontanea, mista, molto lontana dalle grandi mobilitazioni pianificate e organizzate di venti anni fa. Se i compagni che vi sono dentro riusciranno a evitare il doppio rischio della sconfitta per mano di Erdoğan e del recupero per mano del CHP, e riusciranno a costruire un fronte progressista, che si radichi nei gangli della vita sociale, avranno segnato un punto importantissimo anche per noi.

In altri termini, se questa rivolta dovesse avere, com'è stato in Tunisia e in Egitto, una ricaduta sui posti di lavoro, se gli operai riusciranno a strappare ad esempio salari più alti e migliori diritti, allora i capitali avranno più difficoltà a spostarsi, più difficoltà a delocalizzare le fabbriche e dunque ad avviare processi di competizione al ribasso fra gli operai europei. È lo stesso motivo per cui ai lavoratori turchi "conviene" che noi continuiamo a lottare per tenere i salari italiani più alti dei loro, perché così possono chiedere di più.

In questo senso si può ben dire che la lotta dei turchi è la nostra lotta, e la nostra lotta è la lotta dei turchi. E possiamo affermare lo stesso per quello che accade in Polonia, in Egitto o in Cina: noi ci avvantaggiamo di tutto quello che succede di buono ai proletari di tutti i paesi. Non è un caso che gli eventi turchi sono stati capiti e sostenuti proprio in quei paesi che hanno conosciuto forti mobilitazioni rivoluzionarie - pensiamo ai comunicati di solidarietà con la rivolta turca che hanno lanciato i sindacati indipendenti egiziani30. Ogni avanzamento del proletariato, in qualsiasi parte del mondo avvenga, è direttamente un rallentamento dell'attacco che arriva a noi, perché la leva della competizione e della concorrenza fra forza-lavoro, che è il primo strumento del capitale per dominarci, viene disarticolata. E questo dimostra nei fatti il valore, ancora più necessario oggi, dell'internazionalismo. Nena News