venerdì 31 maggio 2013

Elezioni in Iran :650 candidati per il successore di Ahmadinejad



Il 14 giugno l’Iran sceglie il nuovo presidente, che succederà a Mahmoud Ahmadinejad, che dopo due mandati consecutivi non può essere eletto per la terza volta. Sono ben 650 i candidati, che si sono iscritti anche attraverso il sito internet del ministero degli Interni. E saranno 36 milioni i cittadini chiamati al voto e a dare la loro preferenza a uno piuttosto che all’altro.

In base all’articolo 115 della Costituzione,
“il presidente viene eletto fra le personalità di rilievo in campo religioso e politico che siano in possesso dei seguenti requisiti: origine iraniana per nascita da genitori iraniani, nazionalità iraniana, capacità direttive testimoniate da precedenti esperienze, affidabilità e virtù, lealtà convinta nei confronti dei principi della Repubblica Islamica dell’Iran e della religione ufficiale del paese”.
La campagna elettorale avrà inizio il 24 maggio e i candidati avranno 12 giorni di tempo per portarla a termine. In occasione delle ultime elezioni, nel 2009, furono 475 le persone che presentarono la loro candidatura per l’elezione a presidente del Paese islamico. Il Consiglio dei Guardiani, però, alla fine approvò soltanto quattro di queste candidature. Anche il 14 giugno sarà ristretto il numero di coloro che si giocheranno il successo finale.
Il candidato della Guida suprema Ali Khamenei alla presidenza è Said Jalili, responsabile dei negoziati sull’energia nucleare e segretario del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale. Il cavallo di Ahmadinejad per la guida del governo è il consuocero Esfandiar Rahim Mashaei, inviso a Khamenei. Nella corsa si è inserito pure il riformista Akbar Hashemi Rafsanjani, il moderato per eccellenza del regime. E poi c’è il presidente del Parlamento Ali Larijani, un altro protetto di Khamenei.

( di Alessandro Pignatelli PolisBlog 20/05/2013 )

sabato 25 maggio 2013

Seconda Guerra Mondiale: Atene chiede i danni a Berlino 162 miliardi



L'importo corrisponde all'80% del Pil corrente e se questo fosse pagato coprirebbe la maggior parte del debito con la Troika. Il governo tedesco ritiene però che non vi sono al momento gli estremi per una compensazione

Centosessantadue miliardi di euro. A tanto ammonterebbe, secondo un rapporto confidenziale giunto sulla scrivania del premier greco Antonis Samaras, il risarcimento che Berlino dovrebbe corrispondere ad Atene per i danni della Seconda guerra mondiale. I numeri vengono pubblicati dal quotidiano ellenico To Vima e si riferiscono a un lungo lavoro di analisi e classificazione di quasi 750 volumi effettuato da parte di un pool di esperti tra cui dirigenti del ministero e dell’archivio generale di Stato. Che hanno scansionato più di 190mila pagine di materiale ritrovato nei sottoscala di ministeri e in camere seminterrate: erano stati messi nei sacchi per l’immondizia, mai catalogati. Il report è arrivato anche in Germania: una nota è stata infatti ripresa dallo Spiegel. Solo la Banca Centrale della Grecia, però, conosce il totale dei pagamenti ai vincitori durante il periodo di occupazione. Ma la prima valutazione subito dopo la guerra, da parte della Banca della Grecia, dimostra che l’importo da restituire ad Atene corrisponderebbe a 4,5 milioni di libbre d’oro. E secondo indiscrezioni del ministero delle Finanze l’importo sarebbe di 162 miliardi di euro. É la prima volta non solo che la notizia viene diffusa con numeri specifici, ma che viene pubblicata anche in Germania. Quindi, secondo il report, mai la Grecia ha in passato ricevuto un risarcimento, né il prestito occupazione, né l’ammontare dei disagi subiti durante l’occupazione nazista.


La relazione del team greco si basa su volumi di materiale d’archivio, compresi gli accordi, la legislazione e le precedenti decisioni giudiziarie. Come affermato dal capo del comitato,Panaghiotis Karakousis, sono state scandagliate 190mila pagine rinvenute in vari archivi, molti dei quali sono stati trovati nei sotterranei di edifici pubblici. L’importo complessivo di 162 miliardi di euro corrisponde all’80 per cento del Pil corrente e se questo fosse pagato coprirebbe la maggior parte del debito del Paese con la Troika. Il governo tedesco ritiene che non vi sono al momento gli estremi per una compensazione e considera la materia estremamente sensibile, temendo che possa danneggiare i rapporti con il creditore più importante d’Europa.

Secondo la ricostruzione di Karakousis questo materiale storico è stato disperso nel corso degli anni, gettato in sacchi polverosi e mai attenzionato. Molti fascicoli sono stati ritrovati in alcuni sottoscala di vari quartieri ateniesi: “Il nostro primo lavoro è stato quello di recuperare tutte le cartelle con i documenti e salvarli. Una volta riunificati nella sede del Tesoro, abbiamo chiesto l’aiuto di specialisti dell’Archivio Generale dello Stato per la manutenzione e la classificazione condotta con metodologia specifica”.

Il contenuto di ciascuna cartella, con circa 240-300 pagine di dati e documenti, continua il responsabile della task force, “dovrebbe essere messo a disposizione di ricercatori e storici”. Il prossimo passo, conclude, sarà la digitalizzazione dell’intero archivio. Delle 761 cartelle si sa che il 14 per cento risalgono al primo conflitto mondiale, e il restante al secondo. Su 109 file della Prima guerra mondiale il 93 per cento riguarda il risarcimento dei danni causati durante il periodo di neutralità (legge 496/76), mentre relativamente alla Seconda guerra mondiale, il 91 per cento dei casi riguarda proprio le compensazioni (DL 4178/61). Circa il 90 per cento dei documenti si riferisce a casi di individui, come richieste di compensazione da parte degli eredi dei defunti per infortuni o malattie, o per danni a proprietà, immobili, aziende.

I danni perpetrati al Paese dopo l’invasione di Hitler datata aprile 1941 dovrebbero tenere conto di 300mila cittadini greci morti di fame, come risulta da un rapporto ufficiale redatto per l’occasione dalla Croce rossa internazionale. In seguito Germania e Italia non solo pretesero cifre elevatissime per le spese militari, ma ottennero forzatamente dalla Grecia anche quello che venne definito un prestito d’occupazione di 3,5 miliardi di dollari. Lo stesso Fuhrer in quella circostanza ne certificò il valore legale e dispose il risarcimento. Ma alla Conferenza di Parigi nel 1946 alla Grecia vennero riconosciuti solo 7,1 miliardi di dollari come risarcimento, anziché i 14 richiesti. Quindi l’Italia restituì come doveva la propria parte del prestito, mentre la Germania no. Un rapporto redatto nel luglio del 2011 dall’economista francese Jacques Delpla sostiene che Berlino dovrebbe alla Grecia ben 575 miliardi.

Del tema, oltre allo Spiegel, si è occupato anche il giornale tedesco Tassespiegel. E secondo il sito web di Deutsche Welle, “nessun altro come la Germania ha distrutto tanto in Grecia: 130.000 civili morti, donne e bambini giustiziati per rappresaglia; 70.000 ebrei ammassati in campi di concentramento, 300.000 subirono congelamenti e morirono di fame perché i tedeschi confiscarono loro cibo; distrutto il 50% delle infrastrutture del paese e il 75% del settore industriale di allora”. Ma nello stesso articolo si descrive il dilemma del primo ministro greco Samaras. ” Se il governo greco rinuncia alle pretese, poi in Grecia ci sarebbero ondate di indignazione. D’altra parte, Antonis Samaras non vuole gravare il suo rapporto con la Merkel, che tanto faticosamente ha restaurato di recente, chiedendo miliardi”.

Il fatto quotidiano del 11 aprile 2013 di Francesco De Palo

Il Governo del Popolo

Una delle tante cose per cui l’umanità deve ringraziare la Grecia è l’invenzione della Democrazia. Rispetto ai sistemi democratici attuali, la democrazia della Grecia antica si presentava con qualche differenza ad esempio erano assenti il diritto costituzionale, ma se vogliamo la modalità con la quale la democrazia veniva esercitata ai tempi dei greci era davvero diretta e partecipata, roba da fare invidia ai nostri movimenti civici provenienti dal “basso”, contemporanei.
I primi passi verso la Democrazia si compiono con Solone, poeta, viaggiatore e attento osservatore della realtà del suo tempo, che senza volerlo prepara il terreno per le radici democratiche.
Egli comprende i malesseri della società ateniese del tempo, VII secolo a.C.: i contadini erano ridotti alla schiavitù e i ricchi dominavano la polis, minandone la sopravvivenza stessa. Nel 594 a.C., Solone riesce ad accedere alla carica di arconte (massima magistratura ateniese) , da quella funzione riesce a realizzare una vera e propria riforma politica e sociale : consolida l’Assemblea popolare (Ekklesìa) ed elimina i debiti che opprimevano gli agricoltori, liberandoli dal giogo della schiavitù sancendo inoltre la possibilità di partecipare alla vita politica in base al reddito e non in base al diritto di nascita. Grazie alle sue riforme, l’accesso alla politica dei cittadini non dipende più dalla loro condizione sociale. A Solone, però succedette Pisistrato, che non abolì le leggi di Solone, ma si impadronì del potere dal 561 al 510 a.C. concentrando su di sé molti diritti, sospendendo di fatto la giovane democrazia ateniese. Una svolta decisiva alla democrazia ateniese la impresse Clistene, che succedette a Ippia figlio di Pisistrato esiliato dal popolo Ateniese proprio perché si comportava da satrapo e tiranno. Con Clistene l’assemblea popolare diviene aperta a tutti i cittadini, in questo modo l’Ekklesìa assume quel ruolo di protagonista alla base della vita politica di Atene. Questo organo godeva del potere legislativo ed esecutivo, i suoi membri, potevano avere qualsiasi tipo di incarico e sedere a pieno titolo nei tribunali di giustizia.
Il compito più difficile per Clistene fu quello di mantenere in equilibrio il sistema politico, ogni carica attribuita doveva essere limitata e circoscritta ed essere sottoposta a scrutinio costante per impedire qualsiasi tentativo di ricostituzione della tirannide. L’ordinamento politico di Clistene era davvero complesso, poggiava principalmente sul demos, in greco popolo, ma anche sui quartieri demoi, in cui era suddivisa Atene in tutto 139. Poi vi era la suddivisione dell’Attica in tre parti : la costa (paralia), l’entroterra (mesogeia) e la città (asty). I quartieri di ognuna di queste tre regioni vennero raggruppati in circoscrizioni con il nome di trittie. Furono create e istituite trenta trittie, dieci per ciascuna regione. Ogni tre trittie si veniva a formare una tribù o phyle, che diveniva la base del nuovo sistema politico. Le tribù prendevano il nome da un eroe eponimo locale scelto dalla Pizia, sacerdotessa di Delfi, in una rosa di nomi presentata da Clistene. L’assemblea del popolo era un organo sovrano formata da cittadini maschi maggiori di vent’anni, i quali potevano votare e avere diritto di tribuna per promuovere le proprie proposte. Gli argomenti che venivano dibattuti in assemblea venivano decisi e predisposti da un Consiglio o Boulé, formato da cinquecento membri, cinquanta per ogni tribù eletti per sorteggio e in carica per un anno. I rappresentanti di ogni tribù si riunivano per trentasei giorni (decima di un anno) in sessione permanente, cinquanta consiglieri (pritania) eleggevano a sorteggio, per la durata di un giorno, il presidente che doveva custodire il sigillo e le chiavi del santuario dove erano riposti e si conservavano i tesori e i documenti di Stato.
Clistene introdusse come novità nel sistema politico l’ostracismo, una forma di esilio per il quale ciascun cittadino poteva essere allontanato da Atene per una durata anche di dieci anni. Per rendere esecutiva questa decisione alla votazione occorreva il quorum di partecipazione di almeno 6.000 cittadini. Lo strumento dell’ostracismo pensato per prevenire eventuali tentativi di ripristinare la Tirannia, divenne a volte anche un modo per allontanare personaggi scomodi. Lo spazio in cui la Democrazia si esercitava era chiamato l’Agorà, un luogo all’aperto in cui i cittadini discutevano sulle questioni politiche della città. Dal 461 a.C. fino alla sua morte nel 429 a.C. compare sulla scena politica di Atene Pericle, figlio di Santippo, seguace politico antioligarchico di Efialte e grande oratore per il demos. La sua opera politica principale sarà quella di consolidare la sovranità del popolo ateniese, attraverso il voto nell’assemblea popolare e nelle altre istituzioni dello Stato. Egli realizzò altri due importanti aggiustamenti al sistema democratico greco, il primo fu quello di retribuire sotto forma di rimborso spese i cittadini che partecipavano alla vita politica, alle riunioni e alle assemblee. In questo modo si garantiva la partecipazione di tutti i cittadini alla vita politica, compreso i meno agiati. Nulla a che vedere con i lauti rimborsi elettorali della politica italiana, si tratta di una paga pari al salario medio diario. Il secondo aggiustamento fu quello di limitare la cittadinanza di Atene ai figli legittimi di genitori ateniesi, mentre già erano esclusi dal diritto di voto le donne, gli stranieri e gli schiavi. Nonostante qualche ombra, la democrazia ateniese permetteva a chiunque di esprimere le proprie opinioni e di sottoporle al voto generale dell’Assemblea dei cittadini, che era e restava sovrana. Nel caso che la propria idea prevalesse con il voto della maggioranza si dava seguito alle decisioni. Non esistevano partiti politici, la democrazia era diretta, si formavano sovente gruppi o fazioni che portavano avanti le stesse istanze. La democrazia diretta comporta anche essere parte della decisione proposta e votata. Muovere guerra per gli ateniesi, significava dunque prendersi una responsabilità a cui avrebbero preso parte in prima persona dopo il voto. A semplici cittadini erano demandate anche funzioni di amministrazione della giustizia nei tribunali popolari, sempre eletti dal popolo ai cittadini venivano attribuiti anche gli incarichi di ricevere le ambasciate e le delegazioni straniere. Il sistema democratico regalò ai cittadini ateniesi la padronanza del proprio destino. L’istituzione della Democrazia in Grecia ebbe un valore enorme, l’isonomia dei diritti di tutti i cittadini di fronte alla legge è un principio che scaturisce dall’esercizio democratico; l’uguaglianza dei cittadini è spesso sinonimo di democrazia.


Dr.Massimo Magnani
Bibliografia

Adolfo J.Domenguez Monedero, “La nascita della democrazia”, Storica 5 (luglio 2009), pp. 40-55
Bibliografia consigliata :
Claude Mossé, Pericle. L’inventore della democrazia, Laterza, 2006.
André Reszler, Il mito di Atene. Storia di un modello culturale europeo, Bruno Mondadori, 2007.


mercoledì 22 maggio 2013

L'alternativa mediterranea

Consigliamo questa raccolta di saggi, scritti da grandi autori, sapienti interpreti del Mediterraneo. La cultura mediterranea può proporsi come alternativa, perché millenaria, ponderosa e gentile allo stesso tempo.

Il Mediterraneo può essere pensato come un "grande spazio", una risorsa strategica e un luogo di cooperazione privilegiato. Una condizione perché questo possa accadere è ripensare il rapporto tra il processo di unificazione dell'Europa, la sua appartenenza all'emisfero occidentale, le sue radici mediterranee e la sua relazione con il mondo islamico. Alcuni dei temi trattati: l'esportazione della democrazia, i media, l'associazionismo civile nel Mediterraneo arabo-islamico, la mobilità migratoria, l'assedio militare, la questione palestinese, i diritti delle donne e il femminismo islamico, la questione penitenziaria, Europa e mondo islamico, il costituzionalismo.

Franco Cassano-Danilo Zolo (a.c.di), L'alternativa Mediterranea, Feltrinelli, Milano,2007.

lunedì 20 maggio 2013

Non prendetevela con Dio se Cesare scappa con la cassa

Riprendiamo alcuni stralci di un articolo molto interessante a firma di Paolo Naso, dal titolo significativo: "Non prendetevela con Dio se Cesare scappa con la cassa" pubblicato sui Quaderni Speciali di Limes dedicati al tema: "Nord contro Sud - Il muro d'Europa"."
La storia e' quella vecchia della formica e della cicala: previdente e laboriosa la prima, pigra e scanzonata la seconda. Che pero' (de te fabula narratur), con l'arrivo dei rigori invernali, non e' in grado di nutrirsi.
La novità e' che più di qualche voce si leva ad applicare la morale di Esopo all'economia dell'Eurozona: "Nell'Europa del Nord molti pensano che lo spread alto sia il frutto di un peccato cattolico", ha scritto Massimo Franco sul "Corriere della Sera" riprendendo tesi come quelle di Stephan Richter, direttore del sito "The Globalist", il quale ha affermato senza mezzi termini che "un eccesso di cattolicesimo danneggia la salute fiscale delle nazioni, anche nel XXI secolo".


Caduta la cortina di ferro, si sarebbe cosi' nuovamente alzato il muro di Augusta, la città tedesca dove nel 1555 si firmo' la famosa pace del "cuis regio eius religio", che lasciava ai sovrani la libertà di scegliere la propria religione secondo ragioni di coscienza teologica o di convenienza politica...
La carta religiosa dell'Europa e' figlia della pace di Augusta.

Ciò che oggi chiamiamo "Europa protestante", quindi, ricalca sostanzialmente i confini fissati quasi cinquecento anni fa tra aree culturali caratterizzate da un "mercato religioso" chiuso, nel quale i privilegi e i riconoscimenti garantiti alla religione di Stato (o comunque prevalente) tendono a confermare le appartenenze storiche tradizionali...

Il muro di Augusta, che ha retto per secoli, ci consegna dunque un'Europa a diverse gradazioni di protestantesimo: dalla massima intensità di Finlandia, Norvegia, Danimarca, Svezia e Regno Unito... Alla minima intensità di paesi come Spagna, Italia, Portogallo e Grecia.

Sulla scorta di quanto sopra, possiamo definire "Europa protestante" quell'area dell'Europa centrale e settentrionale che comprende sia i paesi dove la maggioranza degli abitanti si riferisce ancora alla tradizione culturale della Riforma (Svezia, Norvegia, Danimarca, Finlandia, Regno Unito), sia quelli in cui cattolici e protestanti sostanzialmente si equivalgono (Germania), sia quelli che presentano consistenti presenze protestanti in contesti a maggioranza cattolici (Belgio, Olanda, Estonia, Lettonia). Per analogia possiamo definire "Europa cattolica" quella vasta area dell'Europa meridionale che ha il suo baricentro tra Italia e Spagna e che pero' comprende, con caratteristiche peculiari dovute sia alla tradizione laica che al peso sociale della minoranza riformata, anche la Francia.

Analizzando i dati relativi all'incidenza del debito pubblico sul prodotto interno lordo (PIL), emerge un quadro più articolato di quello suggerito dal paradigma della cicala cattolica e della formica protestante.

L'etica virtuosa dell'uomo calvinista su cui scriveva Weber appartiene ad una società in cui Dio e' ancora al centro della vita di individui e comunità. Quel mondo e' tramontato... La secolarizzazione e' oggi un dato anche in quei paesi...
Il secondo dato attiene al ruolo e al peso della politica. In Europa gli Stati dispongono di leve potenti per promuovere o scoraggiare i comportamenti civici. Se per ragioni storiche e politiche alcuni di essi hanno utilizzato la spesa pubblica in funzione dell'esercizio del potere piuttosto che del servizio alla comunità, questa e' stata una scelta politica e non il portato di una cultura della grazia, della misericordia o del perdono. A Dio quel che e' di Dio, a Cesare e alla sua politica le responsabilità che gli competono...
Oggi tendenzialmente ogni Chiesa parla per se', ma analisi e proposte circolano da una confessione all'altra. Chi prova a rialzare il muro di Augusta non trova ne' formiche ne' cicale, ma tradizioni culturali, Chiese e credenti impegnati a cercare una via d'uscita alla crisi che non si riduca al taglio delle protezioni sociali nel nome dei "conti a posto". Il divario europeo non passa lungo la linea tracciata da Calvino, Lutero e dalla Controriforma, ma da quella della struttura economica e politica dei singoli paesi. In un contesto di prepotente secolarizzazione e di crisi globale, le religioni propriamente e le tradizioni religiose in senso più ampio possono molto poco: i costumi, gli abiti sociali, la cultura della legalità, la propensione al reato fiscale hanno ormai una fisionomia secolare e profana, centrata su valori e modelli puramente mercantili e di potere.
In questo scenario di crisi, coesione civile, meccanismi efficaci di controllo della spesa pubblica, autorevolezza morale della classe dirigente contano molto più delle 95 tesi affisse sul portone della cattedrale di Wittemberg nel 1517."
  

lunedì 13 maggio 2013

L’“Impero latino” contro l’egemonia tedesca

Nell'immediato dopoguerra il filosofo francese Alexandre Kojève aveva suggerito la creazione di un’unione dei paesi mediterranei accomunati da cultura e interessi. Alla luce della problematica ascesa della Germania come potenza continentale, questa idea potrebbe tornare attuale.
Giorgio Agamben


Nel 1947 un filosofo, che era anche un alto
funzionario del governo francese, Alexandre Kojève, pubblicò un testo dal titolo L'impero latino, sulla cui attualità conviene oggi tornare a riflettere. Con singolare preveggenza, l'autore affermava che la Germania sarebbe diventata in pochi anni la principale potenza economica europea, riducendo la Francia al rango di una potenza secondaria all' interno dell' Europa continentale.

Kojève vedeva con chiarezza la fine degli stati-nazione che avevano segnato la storia dell' Europa: come l' età moderna aveva significato il tramonto delle formazioni politiche feudali a vantaggio degli stati nazionali, così ora gli stati-nazione dovevano cedere il passoa formazioni politiche che superavano i confini delle nazioni e che egli designava col nome di "imperi".

Alla base di questi imperi non poteva essere, però, secondo Kojève, un' unità astratta, che prescindesse dalla parentela reale di cultura, di lingua, di modi di vita e di religione: gli imperi – come quelli che egli vedeva già formati davanti ai suoi occhi, l' impero anglosassone (Stati Uniti e Inghilterra) e quello sovietico dovevano essere «unità politiche transnazionali, ma formate da nazioni apparentate». Per questo, egli proponeva alla Francia di porsi alla testa di un "impero latino", che avrebbe unito economicamente e politicamente le tre grandi nazioni latine (insieme alla Francia, la Spagna e l' Italia), in accordo con la Chiesa cattolica, di cui avrebbe raccolto la tradizione e, insieme, aprendosi al mediterraneo. 

La Germania protestante, egli argomentava, che sarebbe presto diventata, come di fatto è diventata, la nazione più ricca e potente in Europa, sarebbe stata attratta inesorabilmente dalla sua vocazione extraeuropea verso le forme dell' impero anglosassone. Ma la Francia e le nazioni latine sarebbero rimaste in questa prospettiva un corpo più o meno estraneo, ridotto necessariamente al ruolo periferico di un satellite. 

Proprio oggi che l' Unione europea si è formata ignorando le concrete parentele culturali può essere utile e urgente riflettere alla proposta di Kojève. Ciò che egli aveva previsto si è puntualmente verificato. Un' Europa che pretende di esistere su una base esclusivamente economica, lasciando da parte le parentele reali di forma di vita, di cultura e di religione, mostra oggi tutta la sua fragilità, proprio e innanzitutto sul piano economico. 

Qui la pretesa unità ha accentuato invece le differenze e ognuno può vedere a che cosa essa oggi si riduce: a imporre a una maggioranza più povera gli interessi di una minoranza più ricca, che coincidono spesso con quelli di una sola nazione, che sul piano della sua storia recente nulla suggerisce di considerare esemplare. Non solo non ha senso pretendere che un greco o un italiano vivano come un tedesco; ma quand' anche ciò fosse possibile, ciò significherebbe la perdita di quel patrimonio culturale che è fatto innanzitutto di forme di vita. E una politica che pretende di ignorare le forme di vita non solo non è destinata a durare, ma, come l' Europa mostra eloquentemente, non riesce nemmeno a costituirsi come tale. 

Se non si vuole che l' Europa si disgreghi, come molti segni lasciano prevedere, è consigliabile pensare a come la costituzione europea (che, dal punto di vista del diritto pubblico, è un accordo fra stati, che, come tale, non è stato sottoposto al voto popolare e, dove loè stato, come in Francia,è stato clamorosamente rifiutato) potrebbe essere riarticolata, provando a restituire una realtà politica a qualcosa di simile a quello che Kojève chiamava l'“Impero latino”.